Posts Tagged 'camorra'

Castel Volturno, la paura degli africani per i blitz delle forze dell’ordine

16/02/2010
12.15
IMMIGRAZIONE

Dopo Rosarno si sono intensificati i controlli verso gli irregolari. Autobus fermati per chiedere i documenti, retate: i racconti degli immigrati e delle associazioni. Viaggio sulla Domiziana, tra business degli alloggi e caporalato

CASTEL VOLTURNO – Blitz delle forze dell’ordine, controlli sui documenti, retate alla ricerca degli stranieri senza permesso di soggiorno. Le operazioni contro gli irregolari intensificate dopo i fatti di Rosarno. Autobus di linea fermati per controllare i documenti dei passeggeri, tra cui ci sono molti lavoratori stagionali africani. Operazioni anche nelle case private in cui alloggiano, spesso in nero, gli africani. Sono le testimonianze frequenti che si raccolgono in questi giorni sulla via Domiziana. Con la statale 18 degli scontri della Piana di Gioia Tauro e la 106 jonica dell’esodo dei rifugiati del Cara di Sant’Anna a Crotone, un’altra strada dei fantasmi con la pelle nera. Ma qui gli invisibili sono una moltitudine. Un vero popolo che nessuno sa quantificare. Si stima dai seimila ai tredicimila senza permesso di soggiorno, spalmati su 27 chilometri di Domiziana. Un nome arrivato dall’antica roma degli imperatori che fa a pugni con il degrado ambientale e sociale di oggi nell’area di Castel Volturno. L’abusivismo edilizio, l’inquinamento dei fiumi e della costa, lo strapotere dei clan della camorra hanno reso questi luoghi una polveriera dell’ennesima guerra tra poveri. Hanno paura gli africani di Castel Volturno. Basta parlare con loro alla fermata degli autobus per sentire le storie dei blitz continui delle pattuglie. Testimonianze raccolte frequentemente da tante associazioni di volontariato e di assistenza legale che prestano la loro opera in zona. Ma anche dall’ex Canapificio di Caserta, ai cui sportelli si rivolgono migliaia di immigrati e rifugiati. Tantissimi hanno raccontato degli autobus di linea fermati per strada dalle forze dell’ordine per controllare chi è senza documenti. Questo soprattutto spaventa gli stranieri, perché, dicono, non era mai successo prima.

La rivolta di Rosarno e le violenze contro i lavoratori stagionali prima e dopo le proteste, con la successiva deportazione dei migranti, hanno avuto una eco profonda anche qui. Sia per le notizie diffuse dalla televisione, sia per i racconti di tanti ragazzi in fuga che hanno trovato rifugio a Castel Volturno ospitati dai connazionali. Gli africani sono convinti che almeno dieci o quattordici di loro siano morti a Rosarno. Una leggenda metropolitana che alimenta il clima di paura in chi ha una vita totalmente precaria.

L’ american palace, Pescopagano, destra Volturno sono alcuni dei luoghi in cui abita l’esercito dei nuovi schiavi. A differenza della Piana di Gioia Tauro, sulla Domiziana non c’è un’emergenza abitativa assoluta, né una concentrazione di lavoratori stagionali nelle bidonville. Anche chi è senza permesso di soggiorno riesce ad affittare una casa. Si tratta di migliaia di villette e palazzi costruiti vicino al mare inseguendo la chimera del turismo di massa. Il miraggio del polo turistico si è infranto con la devastazione ambientale, i rifiuti, gli scarichi industriali e i traffici dei clan. Ruota dunque un grande business dietro la presenza di migliaia di africani che dormono a Castel Volturno e poi vanno a lavorare nell’hinterland Casertano, come stagionali agricoli, magazzinieri sottopagati o nei cantieri. Case fatiscenti e umide, senza riscaldamento e non ristrutturate, che altrimenti non avrebbero mercato, vengono affittate a stranieri senza permesso di soggiorno per 300 o 500 euro al mese. Un posto letto costa dai 120 ai 150 euro. Anche i commercianti guadagnano tutto l’anno per la presenza di questa popolazione ‘aggiuntiva’, non registrata dalle statistiche ufficiali che parlano di circa 23mila abitanti e duemila stranieri regolari. Tantissimi africani sono approdati nel casertano dopo la stagione degli sbarchi a Lampedusa. Altri si sono stabiliti da molti anni e hanno famiglia e bambini piccoli che frequentano le scuole. Molti non parlano la lingua italiana e sono lontanissimi dall’ integrazione. Il territorio su cui insistono le tante comunità e nazionalità è lo stesso, ma ognuno tende a fare gruppo a sé. Sono nati anche tanti piccoli negozietti africani. Alcuni sono sulla strada, altri sono spacci improvvisati nelle case in cui si concentrano gli stranieri. Ad esempio all’American Palace, un palazzone con decine di appartamenti affittati ad africani, una signora che vive in Italia da circa sei anni, con un figlio di otto, aveva aperto uno spaccio. Racconta che ha dovuto chiudere per le denunce fatte ai vigili urbani da un negoziante italiano.
Gli uomini lavorano a giornata con il caporalato. Alle quattro di mattina prendono gli autobus di linea fino alle rotonde stradali che sono fuori dal paese e che loro stessi hanno ribattezzato ‘Kalifoo Ground’, il terreno dove si trovano gli schiavi a giornata (i kalifoo). Lì ci sono i caporali ad attenderli. Va avanti così da anni, sotto gli occhi di tutti, nella terra di nessuno. E’ per questo che qui l’idea di uno sciopero il primo marzo sembra un paradosso lontano e improponibile. (raffaella cosentino)
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Castel Volturno, centro Caritas “Fernandes”: “Siamo un capro espiatorio”

16/02/2010
14.44
IMMIGRAZIONE

Dopo le petizioni per chiudere la struttura di accoglienza, il direttore Casale parla di strumentalizzazioni elettorali sul problema degli africani per sviare dal racket dello sfruttamento, dall’abusivismo edilizio e dal giro d’affari degli affitti

Castel Volturno – “Fare la guerra agli africani è un’ingiustizia oltre che una stupidità, qui si risolve il problema recuperando l’ambiente, riscattando il territorio, per gli italiani e per gli stranieri”. Antonio Casale, direttore del centro Caritas “Fernendes” di Castel Volturno parla apertamente. “Con una popolazione di diecimila immigrati su ventimila abitanti italiani, se gli africani dovessero essere tutti delinquenti, qui sarebbe un bronx, invece tutto sommato si vive tranquillamente”, continua. Il centro che dirige da quando è stato inaugurato nel 1996 è prima di tutto un simbolo a Castel Volturno. Da ex casa mare per minori orfani gestita dai frati e poi abbandonata, nei primi anni Ottanta l’edificio era diventato un dormitorio degradato e senza servizi igienici per i primi africani arrivati in zona. Dopo lo sgombero delle forze dell’ordine, divenne un centro privato della Caritas della diocesi di Capua. Rispetto alle migliaia di africani che vivono nelle case abusive affittate in nero, al Fernandes l’ospitalità riguarda un numero esiguo di persone: 60 posti letto a rotazione per circa due mesi, occupati da ghanesi, ivoriani, togolesi, nigeriani, maliani, burkinabè. Altri cinque posti sono riservati alle donne e c’è una mensa aperta a 150 persone a pranzo e a cena. Con quattro operatori assunti e venti volontari, medici, avvocati e immigrati, il Fernandes è il centro di raccordo di tutte le attività dell’associazionismo di Castel Volturno, dagli ambulatori medici con i dottori dell’associazione Jerry Masslo due volte a settimana ai convegni sul tema migratorio. Anche per questo viene continuamente preso di mira a ogni tornata elettorale da petizioni e campagne per farlo chiudere. Nel comune commissariato si vota a marzo per eleggere il sindaco.

“Siamo un capro espiatorio per le continue sottoscrizioni contro il centro – dice Casale – il problema dell’immigrazione qui è stato strumentalizzato politicamente. Si cavalca la paura della gente e l’oggettiva difficoltà di convivenza dicendo che ci sono tutti questi immigrati perché c’è il centro di accoglienza”. Il direttore spiega che “si gioca addirittura sulla confusione con il centro di accoglienza statale, ex cpa, cara. La gente di Castel Volturno è convinta che lo Stato porti qui gli immigrati di proposito”. Secondo Casale, è più facile prendere di mira la Caritas: “Così si sposta l’attenzione dai fitti e dallo sfruttamento sul lavoro, senza ledere gli interessi di nessuno. Se un politico dicesse: dobbiamo buttare giù tutte le case abusive e fare pagare le tasse a chi affitta, non lo voterebbe nessuno”.

Così Antonio Casale risponde alla petizione popolare per liberare Caserta dagli immigrati lanciata a gennaio dall’ex sindaco Antonio Scalzone, del Pdl. “Noi, come gli immigrati, siamo vissuti come un corpo estraneo – continua il dirigente – non abbiamo collaborazione locale, l’aiuto viene sempre dall’esterno. Il comune non si fa carico degli immigrati, soffre solo la presenza. Le istituzioni e le persone del posto rimuovono il problema, non lo gestiscono”. Eppure il business che c’è dietro la presenza degli africani è sotto gli occhi di tutti. “Qui c’è un turismo molto popolare d’estate, proveniente dai quartieri poveri napoletani. Ma questa massa di stranieri assicura un indotto tutto l’anno, ai commercianti e ai proprietari di casa”. Tuttavia il problema è diverso nella percezione degli abitanti. “L’idea diffusa è che il degrado del territorio sia dipeso dagli stranieri. E’ ovvio che è il contrario, ci sono gli stranieri perché il territorio è degradato”, spiega ancora Casale.

L’elemento distintivo è la facilità di trovare casa. Abitazioni, seconde case per il mare, in cui vivono anche molti italiani disagiati, arrivati trent’anni fa dopo il terremoto di Napoli e il bradisismo di Pozzuoli. “La casa è un ammortizzatore sociale per gli africani – sostiene il direttore del Fernandes – inoltre sono senza documenti e senza diritti, quindi il vantaggio per i padroni di case è di poterli mandare via quando vogliono”. Niente accampamenti e baraccopoli, tante cattedrali nel deserto: dai campi da golf più grandi d’Europa agli Hotel di lusso. “Spaccio di droga, prostituzione e mafia nigeriana sono presenti – racconta Casale – l’integrazione difficile, i corsi d’italiano non hanno successo perché si viene solo pensando che sia un modo per uscire dalla clandestinità. La tipologia di immigrati è varia: dalle famiglie residenti alle migliaia di passaggio, rifugiati, richiedenti asilo, respinti. Siamo il frutto di problemi che stanno a monte. Va eliminata la causa del male. Qui continuiamo solo a fasciare le ferite”. (raffaella cosentino)
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