Posts Tagged 'Castel Volturno'

Gli africani scioperano contro lo sfruttamento sul lavoro, i giornalisti quando?

Castel Volturno, 8 ottobre 2010
Alle rotonde dove ogni mattina all’alba si recluta manodopera in nero, gli africani ci hanno messo ‘la faccia’ contro il lavoro nero e il caporalato. Kalifoo Ground Strike. “OGGI NON LAVORO PER MENO DI 50 EURO. Una grande esperienza esserci
Di regola i giovani giornalisti freelance, quelli che vi raccontano le notizie da cani sciolti, liberi, senza editori nè padroni, vengono pagati molto meno di un bracciante agricolo, meno degli sfruttati di cui raccontano le storie. Chi vi ha raccontato l’onda verde in Iran? Chi vi ha raccontato Rosarno? Chi ha rischiato per portare fuori da Gaza le immagini delle distruzioni che altrimenti non avreste mai visto? Chi conosce l’Italia vera, quella di chi non arriva a fine mese, di chi lotta per i diritti, di chi non si arrende? I freelance. Ormai il giornalismo ‘sul campo’ nel nostro paese si fa fuori dalle redazioni, senza contratto, senza sicurezza, senza garanzie. Ma questo, cari lettori, voi non lo sapete.
Come non sapete che un giornalista freelance, con le spese interamente a suo carico, può arrivare a essere pagato 4 centesimi al rigo, 3 euro, 5, 10 euro ad articolo. Che esistono giornali che si rifiutano di impegnarsi a pagare i collaboratori due volte l’anno. Gli stessi giornali incassano con la pubblicità e con i contributi pubblici, ma restano sacche di potere appannaggio di una vecchia casta. Per tutelare la libertà di stampa, tuteliamo i freelance, quelli che le notizie le vanno a trovare e verificare per davvero.

Raffaella Cosentino

Copyright Raffaella Cosentino

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Castel Volturno, associazioni contro il sindaco: “E’ irresponsabile”

05/05/2010
11.30
IMMIGRAZIONE

“Rischia di scatenare una guerra tra poveri, non sono gli immigrati la rovina del paese”. Un documento dei Comboniani e di altre realtà in risposta alle dichiarazioni di Antonio Scalzone che aveva invocato “un’altra Rosarno”

Castel Volturno – Le affermazioni del neosindaco di Castel Volturno Antonio Scalzone “spaventano” le associazioni umanitarie che lavorano con i migranti sul territorio. Recentemente il primo cittadino aveva detto di essere pronto a fare la guerra agli stranieri con “un’altra Rosarno”. Oggi le associazioni hanno diramato un comunicato in risposta a quelle che definiscono “le allarmanti dichiarazioni del sindaco”.
“Lei in questo modo si sta assumendo tutta la responsabilità di gettare benzina su un fuoco già acceso – si legge nella nota – perché chiamare alla rivolta una popolazione Italiana già esasperata e sofferente, è solamente un atto irresponsabile. Lo hanno capito anche i vertici del suo partito che hanno subito preso le distanze”.

Ricordando che il disagio e il degrado che vivono i residenti italiani di Castel Volturno dipende dall’assenza delle istituzioni e di servizi sociali, le associazioni rispondono così a Scalzone: “Lei continua a dire che Castel Volturno è alla deriva a causa degli immigrati, confondendo così le carte in tavola, scatenando una inutile e illogica guerra tra poveri”. Il documento è firmato da AltroModo Flegreo, Associazione Jerry Masslo, Centro Sociale “Ex Canapificio”, MIssonari Comboniani, Operazione Colomba e Padri Sacramentini. Tutte le realtà che operano nell’area e che sono state attaccate dal sindaco per il loro impegno a fianco degli immigrati. “Ha affermato che siamo noi la rovina di Castel Volturno – dicono le associazioni parlando con un’unica voce – Che sono le associazioni che tentano di camminare con gli immigrati a fare da calamita. Ma lei dimentica che molto prima che si costituissero le varie associazioni operanti oggi sul territorio, a poca distanza dalla Domitiana c’era il “ghetto”, luogo ove si ammucchiavano oltre 2500 persone provenienti da varie parti dell’Africa; erano venute senza che vi fosse alcun servizio di accoglienza, o di tipo sanitario, o di assistenza. Venivano qui per cercare lavoro, ben sapendo che dovevano dormire in casupole abbandonate, sotto lamiere e cartoni, senza acqua potabile, né servizi igienici; senza assistenza medica a parte il pronto soccorso”.

Il documento ricorda che le associazioni “ La Jerry Masslo, con i suoi ambulatori, il Fernandes con la sua accoglienza, i Comboniani con il loro asilo, Angelo Luciano con le case famiglie, il Centro Sociale con i suoi sportelli, sono state il risultato e non la causa della presenza di immigrati; sono state risposte a bisogni. Le associazioni hanno sempre fatto proposte concrete come per esempio il “Patto per Castel Volturno” ma sono state invece le Istituzioni a rimanere sordi a queste proposte”.

Dichiarandosi pronte a un tavolo di dialogo con il primo cittadino, le associazioni pro migranti sottolineano che “ogni discorso riguardante l’immigrazione a Castel Volturno passa necessariamente per il permesso di soggiorno”. Secondo l’analisi fatta dopo anni di lavoro sulla questione, il documento conclude: “ Non si risolverà mai nessun problema se gli immigrati non possono ottenere il documento, se non hanno la possibilità di costruirsi una vita più stabile e sicura, finalmente più liberi da schiavisti e lavoro nero. In effetti i fatti di Rosarno qualche cosa ce lo hanno insegnato: ci hanno dimostrato che mantenere persone in clandestinità non favorisce l’emersione della schiavitù e del lavoro in nero”. (rc)
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“Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. L’indagine dell’Oim

27/04/2010

17.26
IMMIGRAZIONE

Sfruttamento della manodopera straniera a Castel Volturno: 15 euro per 11 ore di lavoro. 500 nigeriane vittime della tratta. “Potenziare i controlli”

ROMA – “Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. E’ quanto afferma l’Oim, l’ Organizzazione internazionale per le migrazioni, che ha presentato un rapporto sulle condizioni di sfruttamento dei migranti a Castel Volturno. Nel casertano l’Oim è presente con il progetto “Praesidium”, finanziato dal Ministero dell’Interno. Nel dossier si evidenzia come lo sfruttamento lavorativo di manodopera immigrata riguarda tutti i migranti, sia quelli in regola con il permesso di soggiorno che quelli senza documenti. Da quanto emerge dal rapporto, i controlli delle autorità si limitano a verificare la regolarità della presenza dello straniero sul territorio italiano, senza influenzare le condizioni di sfruttamento sul lavoro di cui è vittima la manodopera straniera.
“Nonostante il fatto che la zona di Castel Volturno sia nota per la diffusione del lavoro irregolare sia nel settore dell’agricoltura sia in quello dell’edilizia – afferma Simona Moscarelli, esperto legale dell’Oim – è da sottolineare come i controlli da parte delle istituzioni locali sulle condizioni lavorative dei migranti debbano essere necessariamente potenziati”.
“E’ fondamentale che durante tali controlli – spiega la Moscarelli – le forze dell’ordine operanti non si limitino alla mera verifica della situazione di irregolarità dei migranti ma approfondiscano le situazioni di grave sfruttamento lavorativo degli stessi, assicurando una forma di protezione ai casi più vulnerabili o a coloro che sono disponibili a collaborare e denunciare gli sfruttatori alle autorità, ad esempio tramite il rilascio del permesso di soggiorno per protezione sociale”
Il rapporto dell’Oim identifica 3 gruppi di migranti costretti a lavorare in situazioni degradanti e insicure: i cittadini sub-sahariani impiegati nel settore agricolo ed edilizio, i cittadini maghrebini ed egiziani che lavorano per lo più nella raccolta delle fragole nell’agricoltura, i cittadini indiani e pakistani, i più invisibili, che vengono impiegati nelle aziende bufaline in virtù della particolare attenzione e dedizione che prestano, per motivi religiosi, alla cura del bestiame.
Ricevono dai 15 ai 35 euro per una giornata lavorativa di undici ore. “Non mancano casi in cui i migranti non vengano pagati per il lavoro svolto, nonché casi in cui – alla richiesta dei pagamenti dovuti – subiscano minacce e violenze da parte dei propri datori di lavoro”, si legge nel dossier.
Un’altra grave forma di sfruttamento è quello sessuale. Nell’area, secondo l’Oim, ci sono anche circa 500 donne nigeriane vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. “La maggior parte di loro è arrivata nel 2008 sbarcando a Lampedusa. Diversa è la situazione delle cittadine straniere nigeriane arrivate nel 2009. Sembra infatti che, chiusa la rotta di Lampedusa, i trafficanti si siano già riorganizzati e che la maggioranza delle donne arrivi ora in aereo, con visto di ingresso regolare anche se spesso con un passaporto di un’altra persona”, spiega l’Ong. (rc)

Castel Volturno, prostitute per 10 euro

28/04/2010
13.01
IMMIGRAZIONE

Rapporto Oim: almeno cinquecento nigeriane vittime della tratta e senza protezione. A sfruttarle sono ‘madames’ africane ma anche donne italiane. Altre ragazze arrivano dall’Europa dell’Est. Vorrebbero lasciare la strada per un lavoro regolare

Roma- Si prostituiscono sulla strada per 10-15 euro. A casa chiedono dai 25 ai 40 euro. Sono ricattate, subiscono violenze e non possono andare liberamente in ospedale. Vivono in case sovraffollate e a volte devono anche condividere un letto in due persone. Lavorano in aree desolate e strade secondarie, dove non c’è possibilità di chiedere aiuto in caso di necessità. Il mercato del sesso nel Casertano fa carne da macello di tante giovani ventenni, soprattutto nigeriane ma anche dei paesi dell’Est. Lo afferma il rapporto dell’Oim su Castel Volturno, delineando uno spaccato delle gravissime violazioni dei diritti umani commessi sui migranti in Italia.

Nuovi schiavi, tratta degli esseri umani e sfruttamento sul lavoro con il coinvolgimento delle organizzazioni criminali. Con dei distinguo. Non sempre esiste un nesso tra lo sfruttamento lavorativo e situazioni di tratta degli esseri umani. “Molto spesso i trafficanti si limitano a facilitare l’ingresso illegale dei migranti ma non sono anche gli sfruttatori finali degli stessi, che sono invece per lo più cittadini italiani”, spiega il rapporto. Il sistema di tratta è invece più chiaro nel caso della prostituzione delle nigeriane nella zona. “Le vittime dello sfruttamento sessuale sono invece inserite in un circuito di traffico di esseri umani vero e proprio in cui è possibile distinguere le varie condotte criminali e individuare un collegamento tra i soggetti dediti al reclutamento, al trasporto e allo sfruttamento”, sottolineano i legali dell’Oim.

Castel Volturno è uno dei principali luoghi di residenza delle “madames”, cittadine nigeriane che controllano il business dello sfruttamento sessuale, anche quando le vittime operano in altre zone d’Italia. E che legano le loro vittime con un rito “vodoo” che le vincola psicologicamente già al momento della partenza dall’Africa. Si stima che nell’area oltre 500 giovani donne nigeriane lavorino quotidianamente nel mercato del sesso. Una cifra a cui si arriva sulla base delle segnalazioni delle associazioni locali sulle donne nigeriane che lavorano sulla strada tra la Provincia di Caserta e quella di Napoli. Due terzi di loro vivono a Castel Volturno, a cui si aggiungono le donne provenienti dall’Europa dell’est, ucraine, romene, albanesi e bulgare. Le europee abitano però a Mondragone. Altri luoghi di residenza delle migranti sono i dintorni di S. Antimo e Aversa.

Sono vittime di un ricatto, circa il 70% di loro deve ancora finire di pagare il debito contratto per raggiungere l’Italia e solo una piccola percentuale è titolare di permesso di soggiorno, solitamente perché gli è stata riconosciuta qualche forma di protezione internazionale.
Come funziona il mercato del sesso? “Nella maggior parte dei luoghi le ragazze effettuano dei veri e propri turni di lavoro (mattina o sera). Recentemente, però, molte di esse hanno iniziato a lavorare senza sosta per tutto il giorno, spesso cambiando zona – si legge nel rapporto – i principali luoghi della prostituzione sono: Casalnuovo, Marigliano, Caivano, Ischitella-Trentola Ducenta, Giugliano (dove lavorano più di quindici ragazze nigeriane e una decina di ragazze dell’Europa dell’est) e Licola”. L’eta media è tra i 20 e i 30 anni.

La maggior parte delle donne nigeriane arrivate nel 2008, è sbarcata a Lampedusa e deve ancora finire di pagare un debito che ammonta in media a 40 mila euro. I trafficanti si adeguano anche ai respingimenti in mare. Infattim le nigeriane arrivate nel 2009, sono sbarcate da un aereo, non più da un gommone, spesso facendo scalo in Francia, con visto di ingresso regolare anche se spesso con un passaporto di un’altra persona. In questi casi, il debito da pagare è superiore rispetto alle ragazze arrivate via mare e ammonta dai 50 ai 60 mila euro. In alcune zone, in particolare a Casalnuovo, le migranti hanno riferito di pagare, oltre al debito alle madame nigeriane, una somma di 100-150 euro mensili ad una donna italiana per poter occupare il posto in cui lavorano.

“Molte donne nigeriane vittime della tratta hanno presentato e continuano a presentare richiesta di protezione internazionale, a volte all’arrivo a Lampedusa o a Fiumicino, altre volte soltanto quando giungono a Roma. E’ raro che durante l’audizione dinanzi alla competente Commissione territoriale emerga la condizione di tratta e sfruttamento e non è facile che ad esse venga riconosciuta qualche forma di protezione”, si legge nel rapporto. Le migranti dichiarano di essere disposte a lasciare la strada qualora avessero la possibilità di ottenere un lavoro regolare, anche laddove il salario fosse inferiore rispetto a quanto riescono a guadagnare lavorando sulla strada.

Il tempo impiegato per estinguere il debito è in media di due anni, anche se per alcune ragazze è necessario un periodo molto più lungo perchè devono contribuire alle spese di affitto delle abitazioni, alle spese domestiche, e talvolta persino alle spese dei trafficanti. Dal momento che in molti casi è la stessa madame a gestire i pagamenti, è difficile che le ragazze si rendano conto delle spese che sono effettivamente sostenute. (rc)
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Schiavi delle mozzarelle di bufala

28/04/2010
11.47
IMMIGRAZIONE

Rapporto Oim su Castel Volturno: indiani, bengalesi e pakistani costretti a vivere nelle stalle con gli animali, si ammalano e non possono uscire né rivolgersi ad alcuna forma di tutela. Sono tra quelli truffati con la sanatoria

Roma – Lo schiavismo dietro le mozzarelle di Bufala del casertano. E’ lo scenario inquietante che emerge dal rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) su Castel Volturno. Un dossier realizzato peraltro nell’ambito di un progetto, Praesidium V, che è finanziato direttamente dal ministero dell’Interno. A essere ridotti in schiavitù sono un gruppo di lavoratori migranti, cittadini indiani e pakistani, impiegati nell’allevamento delle bufale all’interno delle aziende zootecniche. Molti di loro lamentano gravi problemi di salute per le condizioni lavoratibve cui sono sottoposti. Secondo le dichiarazioni degli indiani raccolte sul territorio dall’Oim, “sembra che in molti casi i cittadini indiani siano costretti a vivere nelle stalle insieme agli animali, non abbiano la possibilità di uscire liberamente e siano sottoposti a estenuanti orari di lavoro”.

Il dossier dell’organizzazione sottolinea che si tratta di un gruppo di “invisibili”, persone che per motivi di isolamento e carenze linguistiche, non hanno la possibilità di rivolgersi ad associazioni o gruppi di supporto per chiedere assistenza o tutela”. E ancora: “questi migranti difficilmente percepiscono il grave sfruttamento cui sono sottoposti e riferiscono di non avere assistito a controlli nelle aziende da parte di istituzioni locali”.

Le zone interessate da queste nuove forme di schiavitù sono Ischitella a Castel Volturno e il comune di Villa Literno. I lavoratori indiani, pakistani e bengalesi sono entrati con visti per impiego stagionale e sono rimasti in Italia dopo la scadenza del permesso. Gli indiani allevatori di bufale sono una delle categorie truffate con la sanatoria di settembre 2009. L’Oim riferisce che molti di loro hanno dato 500 euro ai datori di lavoro per la domanda di regolarizzazione. “A pochi, tuttavia, è stata consegnata la ricevuta o la documentazione che certifichi l’effettiva presentazione della domanda – precisa il rapporto – molti degli stranieri sono ancora in attesa di ricevere informazioni sull’esito del procedimento e non vogliono intentare alcuna azione contro i loro sfruttatori”.

Anche le fragole di Parete, una delle località più importanti di produzione, sonor accolte da migranti egiziani che vivono in condizioni disumane. Un piccolo gruppo di loro, contattato dall’Oim ad aprile all’inizio della raccolta, dorme in rifugi e ripari costruiti con plastica e materiale da riciclo, all’interno delle stesse campagne in cui lavora. Senza acqua ed elettricità, con compensi inadeguati alle molte ore lavorative.
“Nel marzo 2010 uno dei rifugi dei migranti è stato dato alle fiamme – si legge nel dossier – non vi sono stati feriti e la responsabilità di tale avvenimento non è stata attribuita ad alcuno. Nel mese di giugno, le stesse persone si sposteranno a Villa Literno per la raccolta dei pomodori”. Gli egiziani e i maghrebini in generale sfruttati nel settore agricolo sono entrati in Italia sia via mare da Lampedusa, sia con regolare visto per lavoro stagionale e poi non sono riusciti a regolarizzarsi. Il motivo? “Perchè i datori di lavoro italiani si sono rifiutati di finalizzare il contratto di soggiorno, costringendoli così alla clandestinità”, risponde l’Oim. (rc) (vedi lanci successivi)
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Rosarno, stagionale schiavizzato e pagato con soldi falsi

Una storia di sfruttamento quella di Joseph, ghanese. Con beffa finale: 100 euro falsi nella paga di due mesi di lavoro, dalle cinque del mattino alle otto di sera, accudendo animali e raccogliendo arance. La scoperta dopo la fuga dalla Piana

Castel Volturno – Davanti al centro Fernandes della Caritas, sulla via Domiziana, Joseph B. stringe in un pugno cento euro false. E’ quello che gli è rimasto del suo lavoro stagionale a Rosarno. Joseph ha 27 anni, è del Ghana, è sbarcato a Lampedusa un anno e mezzo fa. Non gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Dopo la fuga precipitosa dalla Piana di Gioia Tauro è tornato a Castel Volturno, dove sapeva di riuscire a trovare un alloggio in qualche casa fatiscente, ospitato da amici ghanesi. Non sta lavorando, non riesce a trovare niente nemmeno con il caporalato a giornata. E ha finito i soldi. Il suo racconto dell’esperienza in Calabria è un altro tassello dello sfruttamento dei lavoratori stagionali immigrati nelle campagne, della loro invisibilità e del terrore con cui hanno vissuto i giorni della ‘caccia al negro’. Joseph è arrivato per la prima volta alla ‘Fabbrica’ – ex Opera Sila in autunno. Dopo due settimane, ha trovato lavoro presso un agricoltore, che lo ha portato a vivere nella casetta di campagna. “Era sulla strada per Vibo Valentia, in un posto chiamato Scieno (forse scineo, ndr.) – racconta Joseph – mi svegliavo alle cinque del mattino e fino alle sette curavo gli animali: capre, pecore e maiali, poi alle sette l’uomo, Antonio, mi veniva a prendere e mi portava a raccogliere le arance a Rosarno. La sera alle cinque mi riportava indietro e mi occupavo degli animali fino alle otto”. Totale pattuito: 20 euro a giornata. Joseph dice di essere rimasto per due mesi bloccato in questa contrada lontana dai centri abitati, in cui dipendeva in tutto da ciò che gli portava il padrone della terra. “Non potevo andare da nessuna parte, non c’era niente vicino e non avevo nemmeno il gas per cucinare da solo. L’italiano mi portava da mangiare”. Quasi tutti i giorni. Perché a volte, racconta ancora Joseph, l’uomo si assentava per quattro o cinque giorni per andare a Milano a vendere le arance raccolte. In quei casi, il lavoratore africano sostiene di essere rimasto recluso nella casetta di campagna, senza che nessuno gli facesse visita o gli portasse da mangiare. E senza essere pagato per quelle giornate in cui si occupava solo degli animali. In queste condizioni ha lavorato per due mesi. Per il primo ha ricevuto 620 euro, quasi tutti mandati alla moglie e alla figlia in Ghana. Per il secondo mese non era stato ancora pagato quando sono scoppiati i disordini a Rosarno. “A quel punto l’uomo è venuto a portare via il televisore per non farmi vedere cosa stava succendendo – dice ancora Joseph – ma io l’ho saputo da altri ghanesi che mi hanno telefonato sul cellulare”.
Il ragazzo africano racconta di essersi spaventato molto perché il suo datore di lavoro ha improvvisamente cambiato atteggiamento verso di lui, diventando aggressivo dopo la rivolta degli africani. “Avevo saputo che tutti i neri dovevano andare via da Rosarno, temevo per la mia vita e gli ho chiesto di pagarmi il secondo mese e farmi partire, ma lui non ha voluto”. Inizia una specie di trattativa. “Gli ho detto di darmi solo 250 euro, perché avevo urgenza di mandare i soldi alla mia famiglia in Ghana, la mia vita era più importante e volevo scappare”. Secondo il racconto di Joseph, il datore di lavoro rifiuta più volte di pagarlo e alla fine gli consegna solo 150 euro, di cui cento euro false. A quel punto, Joseph, una volta arrivato a Rosarno per le arance, è fuggito e ha raggiunto la stazione del treno. “Andando a lavorare a Rosarno ho perso – commenta – perché ho speso 25 euro di treno per andare e altrettante per tornare, altri dieci euro li ho pagati a chi mi ha trasportato dalla stazione alla fabbrica e venti euro per comprare una bombola di gas per prepararmi da mangiare alla fabbrica”. Ora non gli resta nulla, se non cento euro false. “Arrivato a Castel Volturno ho scoperto che i soldi erano falsi – dice – qui per fortuna un italiano buono di Marano, per cui ho lavorato in passato, mi ha aiutato. Gli ho raccontato che venivo da Rosarno e mi ha dato da mangiare”. (rc)
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Volontari dell’Operazione Colomba a Castel Volturno: “Specchio dell’Italia”

16/02/2010
13.53
IMMIGRAZIONE
Marco Ramigni ed Erica Scalfi sono il primo presidio italiano del corpo non violento di pace dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Tra le attività un doposcuola con i comboniani e una scuola di calcetto

Castel Volturno – Dal Nord-est a Castel Volturno per capire cosa succede in terra dei casalesi e aiutare a ridurre la violenza e creare momeni di condivisione tra italiani e immigrati. Marco Ramigni ed Erica Scalfi sono due giovani partiti da Padova e da Trento, che hanno dato la disponibilità a vivere sulla via Domiziana per almeno un anno. Volontari, non retribuiti, solo con le spese coperte per vitto, alloggio e trasporti. Sono loro il primo presidio italiano dell’Operazione Colomba, un corpo non violento di pace dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi. L’Operazione Colomba è nata nel 1992 da alcuni obiettori di coscienza sull’esperienza della guerra nella ex-Jugoslavia. Da allora, i volontari hanno vissuto accanto ai rifugiati, promuovendo il dialogo tra persone divise dai conflitti in Sierra Leone (1997), in Kossovo e Albania (dal 1998), a Timor Est (1999), in Chiapas-Messico (1998-2002), in Cecenia-Russia (2000-2001), nella Repubblica Democratica del Congo (2001) e nella Striscia di Gaza in Israele-Palestina (dal 2002) e in Nord Uganda (dal 2005).

Marco è stato nei territori palestinesi, Erica ha prestato la sua opera in Kossovo. “L’immigrazione e il pacchetto sicurezza hanno coinciso con l’apertura della prima presenza in Italia – spiega Ramigni – per questo c’è stato un viaggio esplorativo a marzo qui a Castel Volturno e poi io mi sono trasferito stabilmente da luglio scorso”. Vivere con le vittime delle guerre e come loro, nelle stesse condizioni quotidiane, con un atteggiamento di ‘equi-vicinanza’ alle parti in conflitto per sviluppare una proposta neutrale non violenta. E’ questa la ‘mission’ dei volontari sparsi in tutto il mondo. Ma farlo in Italia è, paradossalmente, più difficile. “Per noi riuscire a capire veramente come vive un immigrato senza permesso di soggiorno è complicato perché noi abbiamo i documenti – dice Erica – è un territorio pieno di problematicità. Non solo violenza e camorra, come si è visto dalla strage del commando dei casalesi nel settembre del 2008, ma anche abusivismo e questione ambientale sono decisivi”. Uno dei pilastri dell’attività è la condivisione dei disagi prima della mediazione. Atteggiamento che, ad esempio, ha portato ottimi risultati nel presidio in Kossovo tra serbi e kossovari albanesi, fino a permettere a entrambi di uscire dalle rispettive enclave. “Ma qui davvero ci sentiamo stranieri”, dicono.

Infatti nei tanti mesi trascorsi a Castel Volturno hanno cercato di comprendere il contesto in cui si sviluppa tanta violenza e hanno stretto legami con le altre realtà già operative. Dal Centro Caritas Fernandes, all’associazione Jerry Essan Masslo, dedicata all’attivista immigrato sudafricano ucciso a Villa Literno nel 1989 durante una rapina, dopo aver cercato rifugio in Italia dal regime di apartheid sudafricano. I volontari dell’Operazione Colomba partecipano alle attività del coordinamento antirazzista casertano e tutti i mercoledì vanno all’ex canapificio a Caserta per l’assemblea del movimento migranti e rifugiati. Da tempo aiutano i padri Comboniani alla Casa del Bambino per il doposcuola ai figli degli immigrati. Si tratta di una struttura colorata e accogliente che stride con il paesaggio grigio della via Domiziana. La Casa del bambino è uno specchio della variegata realtà migratoria presente in zona. Dai figli degli africani senza permesso di soggiorno, a quelli di famiglie integrate e residenti sul territorio da anni. Alcuni di questi ragazzi e ragazze frequentano le scuole superiori, anche i licei e si prestano a fare il doposcuola ai più piccoli. Ma ci sono pure donne africane che portano i bambini legati sulla schiena come nelle loro culture tradizionali.

“La difficoltà qui è proprio leggere la realtà, perché non c’è un conflitto esploso ad alta intensità, ci sono tanti conflitti a bassa intensità che si intrecciano tra loro. E non solo gli immigrati sono le vittime. Anche tanti italiani qui sono da annoverare tra chi subisce il degrado dell’inquinamento e della violenza”. Le parole di Marco Ramigni, dopo tanti mesi trascorsi in un territorio così diverso dal suo, la dicono tutta sul bisogno di un cambiamento innanzitutto culturale a Castel Volturno. Conoscere le persone una a una, al di là della maschera del problema sociale che le investe. Hanno anche seguito gli africani fino a Rosarno lo scorso dicembre, verificando di persona il loro dramma umanitario. E’ questa la pratica dell’azione non violenta messa in atto dai luogotenenti dell’ ‘esercito disarmato’. La loro esperienza viene raccontata sul sito di Operazione Colomba. “Castel Volturno non è un caso particolare, è uno specchio dell’Italia, per vedere tutta la polvere che finisce sotto il tappeto di casa nostra”, scrivono. Non un pezzo d’Africa in Italia, ma un concentrato dei nostri problemi, amplificati alla massima potenza: disoccupazione giovanile all’80%, inquinamento, un intero villaggio abusivo, il famoso Villaggio Coppola, costruito distruggendo parte della Pineta.

Nel tentativo di creare spazi di dialogo, i volontari dell’Operazione Colomba hanno lanciato l’iniziativa di una scuola di calcetto per i bambini immigrati e italiani, che è partita ieri all’interno del centro Fernandes della Caritas. Intanto cercano anche di coinvolgere giovani locali e di allargare la cerchia dei volontari. Servono volontari a breve termine cioè da uno a tre mesi di disponibilità che saranno formati con un corso di cinque giorni. Ma anche giovani disposti a fermarsi uno due anni, per i quali esiste un corso di formazione di lungo periodo. “E’ richiesto di credere nella non violenza”, spiegano. Unico requisito per lavorare per la pace in terra di camorra. (RAFFAELLA COSENTINO) (vedi lancio successivo)
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