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Faith Come Sakineh, ma l’Italia l’ha espulsa

22/11/2010 13.49 IMMIGRAZIONE
Nessuna notizia della ragazza rimpatriata in Nigeria. Rischia la pena di morte

È calato il silenzio sul caso di Faith Aiworo, espulsa senza esaminare la richiesta d’asilo. Aveva ucciso un uomo per difendersi da una violenza sessuale ed era fuggita in Italia. L’avvocato: “Farò ricorso a Strasburgo”

ROMA – Dopo che l’Italia ha rispedito in Nigeria Faith Aiworo, non si hanno più notizie della ragazza di 23 anni espulsa a luglio dal Centro di identificazione e di espulsione di Bologna. Letteralmente sparita nel nulla. Il suo avvocato Alessandro Vitale e le associazioni umanitarie hanno lanciato ripetuti appelli perché nel suo paese Faith rischia la pena di morte. Ma finora nemmeno l’ambasciata italiana in Nigeria ha mai risposto al Consiglio italiano per i rifugiati che aveva sollecitato mesi fa la nostra rappresentanza diplomatica a interessarsi del caso per capire dove fosse stata portata la ragazza e spingere per un suo rientro in Italia. Faith Aiworo era fuggita dalla Nigeria spinta dalla sua famiglia, dopo essere stata rilasciata su cauzione per aver ucciso un uomo che aveva tentato di stuprarla. “Il timore è che la famiglia facoltosa dell’uomo possa influenzare il fragile sistema giuridico nigeriano attribuendole un omicidio volontario invece di una legittima difesa” spiega Shukri Said, attivista e giornalista, fondatrice dell’osservatorio Migrare. Said chiede “un intervento del ministro degli Esteri Frattini perché il caso non è stato né risolto, né chiarito e, nonostante sia calato il silenzio su questo problema, noi non ci siamo arresi”.

L’avvocato Alessandro Vitale minaccia un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché Faith è stata imbarcata sul volo Frontex per il rimpatrio, nonostante quel giorno stesso fosse stata presentata la richiesta di asilo politico. Vitale ha incontrato per la prima volta Faith Aiworo nel Cie di Bologna, dove la ragazza era stata portata lo scorso 30 giugno. Nel capoluogo emiliano era stata di nuovo vittima di un tentativo di violenza sessuale da parte di un altro nigeriano e la polizia era accorsa su segnalazione dei vicini di casa, allarmati dalle urla. Ma gli agenti hanno arrestato anche la vittima dell’abuso perché non aveva ottemperato a precedenti decreti di espulsione. Per Vitale è stata una lotta contro il tempo, in 20 giorni ha dovuto ricostruire il passato della sua assistita, che non aveva mai chiesto asilo e non parlava l’italiano. “I documenti richiesti agli avvocati in Nigeria tardavano ad arrivare, perché, fiutato il bisogno urgente che ne avevamo, al fidanzato di Faith è stato chiesto di pagare per avere le informazioni”, spiega il legale. Anche avere la firma della ragazza sulla richiesta di asilo è stato complicato perché lei era nel Cie.

“La richiesta d’asilo può essere espressa in qualsiasi forma e la persona non può essere espulsa – continua Vitale – saputo che la stavano portando via, ho contattato la questura di Bologna per segnalare che stavano facendo un’espulsione illegittima e ho inviato la richiesta di asilo via fax alle polizie di frontiera degli aeroporti di Bologna e di Fiumicino”. Questi sono “comportamenti illegali” secondo l’avvocato perché “questo modo di fare viola costantemente l’art.3 della convenzione europea dei diritti dell’uomo che impedisce il rimpatrio se c’è il rischio di torture o della pena di morte”. Vitale aggiunge che “solo ottenendo una condanna dell’Italia alla Corte europea per i diritti dell’uomo sarà possibile coinvolgere le istituzioni per sapere dove e come sta la ragazza”. Intanto si sono perse le tracce anche del fidanzato nigeriano di Faith, che era l’unico contatto di Vitale. Potrebbe essere tornato in Africa per cercare la ragazza. Il 15 settembre c’è stata l’udienza al Giudice di Pace sul ricorso al decreto di espulsione ma ancora non è stata emessa la sentenza. In caso di pronuncia negativa, Vitale farà ricorso a Strasburgo. Faith è stata espulsa così velocemente che neanche una richiesta di permesso temporaneo per motivi di giustizia, come persona offesa e unica testimone del tentato stupro, ha avuto modo di essere esaminata dalla procura di Bologna. Ora si teme che lei venga impiccata. (raffaella cosentino)
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Joy esce dal Cie. Aveva denunciato la tratta e un ispettore di polizia per tentato stupro

17/06/2010

13.30

Dopo un anno passato tra Cie e carcere e aver rischiato il rimpatrio, è stata trasferita in una località protetta la  nigeriana che durante un’udienza accusò un ispettore capo di polizia di avere tentato di violentarla nel Centro di identificazione e di espulsione di via Corelli a Milano

ROMA – Joy, l’ex prostituta nigeriana che ha denunciato un tentativo di stupro nel Cie di Milano da parte di un ispettore di polizia, ha ottenuto il permesso di soggiorno secondo quanto previsto dall’art.18 perché ha denunciato anche la rete dei suoi sfruttatori. Joy è dunque uscita dal Cie di Modena dove era detenuta ed è stata trasferita in una località segreta perché è entrata in un percorso di “protezione sociale”. Come previsto nei casi delle vittime di tratta, la ragazza vivrà in una casa protetta per due anni e accederà a un percorso di borse lavoro per il reinserimento sociale. Anche la sua amica e compagna di cella nel Cie, Hellen, che aveva confermato le accuse di Joy nei confronti dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso, ha ottenuto il permesso di soggiorno. Nel caso di Hellen la commissione territoriale ha concesso l’asilo politico. Lo status di rifugiata di solito non viene accordato alle donne nigeriane, in questo caso si è tenuto conto della particolare complessità della situazione e della storia personale di Hellen rispetto alle minacce dei trafficanti. E’ quanto ha reso noto la cooperativa sociale “Be Free”, contro tratta, violenze e discriminazioni, che gestisce uno sportello per le donne vittime di tratta nel Cie di Ponte Galeria a Roma. Il caso è stato seguito in squadra con gli avvocati dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione). A mobilitarsi per Joy ed Hellen anche le reti antirazziste e il gruppo “noinonsiamocomplici”. Un movimento di sole donne che a Redattore sociale dichiara: “hanno allungato la detenzione nei Cie a sei mesi con il pacchetto sicurezza sull’onda mediatica degli stupri commessi dagli stranieri, ora in nome della nostra sicurezza, si agisce così nei confronti delle donne straniere molestate nei centri di identificazione e di espulsione. Una storia paradigmatica, ma per proteggere Joy lei non deve diventare un simbolo”.

L’incubo giudiziario di Joy inizia un anno fa in una città della Lombardia, a giugno del 2009, quando viene fermata al supermercato per un controllo dei documenti e trasferita al Cie di via Corelli a Milano. Qui, ad agosto del 2009 scoppia una rivolta contro la proroga della detenzione a sei mesi appena entrata in vigore con il pacchetto sicurezza. Per quella rivolta, Joy ed Hellen vengono processate per direttissima assieme ad altre due donne nigeriane, Debby e Priscilla, e a cinque uomini di varie nazionalità. Durante l’udienza, Joy accusa pubblicamente l’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso di molestie sessuali, cioè di aver tentato di usarle violenza all’interno del Centro di identificazione e di espulsione. Hellen conferma le accuse della sua compagna di stanza ed entrambe vengono denunciate per calunnia. Nel frattempo arriva la condanna a sei mesi di carcere per la rivolta di agosto e finiscono tutte in carcere, da cui escono a febbraio, scontata la pena. A quel punto Joy rientra nel Cie, questa volta a Modena e a marzo viene trasferita a Ponte Galeria, in attesa di un imminente rimpatrio su un volo Frontex, nonostante fossero già state avviate le procedure per l’art.18. Grazie alle mobilitazioni anche internazionali attorno al caso, il rimpatrio è stato bloccato e ora Joy è uscita dal circuito Cie – carcere – Cie. Ma la vicenda giudiziaria non si è conclusa, perché restano in piedi sia il procedimento per la tentata violenza sessuala subita sia le indagini per identificare gli sfruttatori della prostituzione che Joy ha denunciato secondo le modalità previste dall’art.18.

“Se la vicenda di Joy non fosse diventata “pubblica”, dando vita a mobilitazioni di piazza in tante città italiane, molto probabilmente sarebbe già stata rimpatriata” scrive il gruppo “noinonsiamocomplici” sul blog del movimento. Intanto sono state trasferite dal Cie di Corso Brunelleschi a Torino, dove erano state traferite dopo i 6 mesi in carcere, le altre due donne nigeriane coinvolte nella rivolta di agosto a Milano, Debby e Priscilla. Sono dirette a Ponte Galeria per il rimpatrio in Nigeria. In loro sostegno, gli attivisti hanno indetto una manifestazione di protesta per oggi alle 14 a Torino, davanti all’ingresso del Cie in via Mazzarello. Una seconda protesta per chiedere la chiusura dei Cie con un corteo è prevista per sabato 19 giugno alle 15.30 a Modena. (rc)

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Crotone, Cie chiuso per i danni delle rivolte

09/06/2010

12.30

IMMIGRAZIONE

Una delle palazzine del Cie di Sant'Anna sfondata a colpi di rete dai detenuti

Il Centro di identificazione ed espulsione di Crotone in ristrutturazione dopo una grave rivolta. Era successo anche a Caltanissetta, chiuso a novembre. Da Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto immigrati trasferiti anche a Lamezia, uno dei peggiori secondo Msf

ROMA – Cie chiusi per i gravi danneggiamenti causati dalle rivolte. Immigrati reclusi per sei mesi in strutture spesso inadeguate da cui cercano di evadere con gesti eclatanti. Ma tutto accade nel silenzio generale della stampa, della politica, dei sindacati e delle organizzazioni umanitarie. Già due centri di identificazione e di espulsione sono stati chiusi perché resi inagibili dalle rivolte dei detenuti. Dopo il caso a novembre 2009 del Cie Pian del Lago di Caltanissetta, a fine aprile è stata la volta del Cie di Sant’Anna, all’interno dell’ex base dell’aeronautica nel comune di Isola di Capo Rizzuto (Kr).  “In seguito alla rivolta degli stranieri, il centro è stato chiuso per svolgere i necessari lavori strutturali”, afferma Maria Antonia Spartà, Vicequestore aggiunto a Crotone e dirigente dell’ufficio immigrazione. “Dovrebbe riaprire a Settembre – spiega Spartà – nel frattempo gli immigrati sono stati trasferiti nei Cie di Torino, Bari e Lamezia”. Quello di Lamezia, insieme a Trapani, è secondo Medici Senza Frontiere un luogo al di fuori degli standard minimi di vivibilità in cui non c’è rispetto della dignità umana. Dopo il rapporto pubblicato a febbraio scorso dall’Ong, il Viminale si è impegnato a chiudere entrambi per la fine dell’anno.

Il buco nel muro esterno provocato da una rivolta dei detenuti

Di chiusura per “lavori di ristrutturazione” parla l’avvocato Pasquale Ribecco, legale delle Misericordie d’Italia, ente gestore del Cara-Cie di Sant’Anna. Nel Cie di Crotone erano detenuti circa 50 immigrati. Redattore Sociale aveva visitato il centro a fine marzo, due settimane prima della rivolta. La tensione era già alle stelle, con gli stranieri che avevano sfondato un muro esterno di una delle due palazzine del Cie scagliandovi contro le reti dei letti per disperazione. Gli agenti di polizia in servizio e il personale lamentavano continue distruzioni da parte dei detenuti. L’agitazione aveva raggiunto il picco massimo per i sei mesi di trattenimento decisi con il pacchetto sicurezza. Pochi giorni dopo il nostro reportage, una grave rivolta con violenti disordini ha portato il Coisp, Sindacato indipendente di polizia, a definire il Cie gestito dalle Misericordie “una bomba a tempo pronta a esplodere e da disinnescare al più presto”. A chiedere la chiusura del Centro era da mesi il segretario generale del Coisp, Franco Maccari. “Un mostro che non dovrebbe esistere” aveva detto Maccari al termine di una visita al Cda, Cie Cara di Sant’Anna lo scorso autunno. La situazione del centro veniva definita “la piu’ critica, sia sotto il profilo della pericolosità, sia per le condizioni igienico-sanitarie”. Venivano segnalati casi di Tubercolosi, scabbia e malattie infettive.

“Carenze fortissime, che tra l’altro troviamo inspiegabili a fronte dei cospicui finanziamenti elargiti a chi gestisce l’accoglienza degli immigrati e la manutenzione del centro, che presenta tra l’altro gravissime carenze strutturali” afferma il Coisp sul suo sito.
Durante i disordini di aprile, sono rimasti feriti due uomini della Polizia e due della Guardia di Finanza, con prognosi dai quattro ai sette giorni. Due tunisini di 23 e 32 anni e un marocchino di 30 anni sono stati arrestati dagli agenti di Polizia in quanto promotori della rivolta. Nel corso della protesta, gli stranieri detenuti hanno danneggiato le strutture, lanciato pietre, calcinacci e pezzi di marmo contro il personale in servizio di vigilanza. Alcuni immigrati sono saliti sul tetto dell’edificio e da lì hanno scaraventato pietre e vari oggetti. Altri si sono aggrappati alla rete di recinzione cercando di sfondarla per fuggire. Alla rivolta è seguito un sopralluogo nel Cie del prefetto Mario Morcone, prima che passasse dal Dipartimento per l’immigrazione del ministero dell’Interno alla guida dell’Agenzia per i beni confiscati. Dopo la visita del rappresentante del Viminale è arrivata la decisione di chiudere completamente la struttura, dove erano già in corso i lavori di ristrutturazione per rendere agibili tutti e quattro i moduli che la costituiscono. L’obiettivo era quello di allargare i posti dai 50 disponibili fino a 124. Tutto doveva essere pronto per fine aprile. Al contrario, per quella data il Cie è stato chiuso. (rc)

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Nel documentario “Niguri” gli stranieri del centro di Sant’Anna

09/06/2010

12.34

IMMIGRAZIONE

Un’opera sociale del regista indipendente Antonio Martino, originario del quartiere. Una denuncia contro il razzismo e contro i meccanismi disumani dei centri d’accoglienza per migranti

ROMA – Un documentario sui meccanismi che generano il razzismo, sull’incomprensione del diverso e sul sistema fallimentare dei centri di accoglienza per migranti e richiedenti asilo. Niguri – Stranieri a Sant’Anna produzione indipendente del regista Antonio Martino squarcia il velo del silenzio sugli episodi di intolleranza quotidiana che accadono nel quartiere Sant’Anna di Isola Caporizzuto accanto al centro per immigrati più grande d’Europa. Ospitata in un’ex base dell’aeronautica militare, la struttura ha quasi 1500 posti e contiene all’interno il centro d’accoglienza, il Cara per i richiedenti asilo e il Centro di identificazione e di espulsione. Un ex Cpt che da oltre dieci anni si occupa per lo Stato italiano di gestire l’emergenza immigrazione. In cui nell’estate del 2008 arrivarono oltre duemila persone dagli sbarchi a Lampedusa. “Un’invasione” raccontano i titoli dei giornali e i comitati dei residenti. Una struttura che risucchia soldi pubblici e offre occupazione alla popolazione locale ma in cui ancora la maggiorparte degli immigrati vivono nei containers. Martino conosce bene la realtà di questo angolo di profondo sud che è il luogo in cui è nato. Dopo esperienze internazionali di documentarista sociale, da Chernobyl alla Romania e riconoscimenti prestigiosi come il premio produzione al Premio Ilaria Alpi per il suo lavoro sui bambini nelle fogne di Bucarest, il filmmaker ha voluto raccontare quella che per lui è stata l’esperienza più difficile.

Il documentario si sviluppa attraverso una serie di interviste a camera fissa per entrare nelle storie e nella psicologia dei protagonisti di un dramma umano che, sembra avvertire l’autore con questo lavoro, rischia da un momento all’altro di precipitare in una tragedia. Sant’Anna è il buco nero tra Lampedusa e Rosarno. La telecamera spazia su tutti gli attori del conflitto sociale in atto. Operatori del centro Sant’Anna, istituzioni locali, residenti e richiedenti asilo stranieri. “La maggiorparte della popolazione italiana è razzista, qui a Crotone non possiamo parlare con nessuno per la strada, viviamo isolati” racconta un ragazzo tunisino. “Non sappiamo chi sono, da dove vengono” dicono gli abitanti del quartiere. Martino riesce a descrivere in modo chiaro i complessi meccanismi della richiesta di asilo e della valutazione della commissione territoriale, la struttura di accoglienza e quello che succede alla fine del percorso. La gioia dei pochi fortunati che ottengono il permesso umanitario o l’asilo politico. Le sacche di disperazione di chi viene rifiutato. Nella parte finale del documentario si vede un barcone abbandonato nel porto di Crotone, diventato la casa galleggiante di un gruppo di afghani. Davanti alla telecamera si appellano alle convenzioni e agli organismi internazioni per i diritti umani. “Qualcuno può aiutarci?” chiedono ripetutamente. La loro umanità si scontra con la diffidenza e l’ignoranza della popolazione locale, che non capisce le storie di questa gente arrivata da paesi lontanissimi con un carico di disperazione e di povertà. Ma anche con tanti sogni per una vita migliore. Afghani, iracheni, maghrebini, africani subsahariani. Per la gente di Sant’Anna sono tutti, indistintamente, “Niguri”. E così il meccanismo di decostruzione dello stereotipo razzista passa per la messa in ridicolo dei vecchi abitanti che parlano in dialetto. Ma anche attraverso il ricordo delle storie di emigranti del quartiere che mezzo secolo fa raccontano di essere stati i “niguri” della Germania, dove andavano per cercare lavoro. Il passato e il presente si sfiorano, convivono sullo stesso fazzoletto di terra, ma non si toccano. Come nella scena in cui si vedono due africani che cercano vestiario in un cassonetto della spazzatura, nell’indifferenza dei passanti. (rc)

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Crotone senza misericordia

FUORIPAGINA IL MANIFESTO
07/04/2010

In visita nel Cie calabrese. Dove sono rinchiusi molti migranti «italiani», come il «marocchino di Isola Capo Rizzuto», un ambulante nel nostro paese da oltre 25 anni che tutti conoscevano, fermato perché vendeva cd falsi. Con loro un pugno di vittime della «caccia al nero» di Rosarno e 700 aspiranti rifugiati nel vicino centro per richiedenti asilo, soprattutto kurdi, afghani e iracheni. Le storie e la vita all’interno del centro di detenzione per immigrati più grande d’Europa

* | Raffaella Cosentino

Cinque mesi di reclusione nel centro di identificazione e di espulsione di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto hanno cancellato la speranza dagli occhi verdi di Maher. Ventitrè anni, tunisino. Dell’Italia ha visto solo il Cie. È finito dentro appena ha messo piede in Europa. A novembre del 2009, due giorni dopo lo sbarco in Sicilia. Ha pagato duemila euro per regalarsi questo incubo. Per arrivare sull’altra sponda del Mediterraneo passando dalla Libia. Maher ha rifiutato di chiedere asilo politico. Il suo sogno è andare in Germania dal fratello maggiore, che vive lì da quasi vent’anni. Il nostro paese doveva essere solo un luogo di transito. «Il mio programma è svanito – dice a testa bassa – anche moralmente non ho più forza. Mi sembra tutto un’illusione». Poche parole in arabo, pronunciate a stento con l’aiuto della mediatrice culturale. Un breve incontro dopo una lunga attesa. La richiesta alla prefettura di Crotone per visitare il Cie di Isola Capo Rizzuto è datata 29 settembre 2009. Tanti mesi per avere l’ok del ministero dell’Interno. Ci vengono concesse quattro ore. Tre delle quali le passiamo nel centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), scortati da un coordinatore e da un poliziotto. Negli ultimi preziosi sessanta minuti riusciamo a visitare il Cie. La prima cosa che chiediamo è di raccogliere le storie di alcuni immigrati reclusi. Ci assicurano che è possibile. Prima però bisogna parlare con la direttrice del centro, con il coordinatore, con l’assistente legale e con la mediatrice culturale. Visitiamo con la direttrice il cortile esterno dei due edifici che costituiscono il Cie, ma la polizia non ci permette di avvicinarmi a nessuno. «Potrebbero scoppiare dei disordini, il nostro lavoro qui è già abbastanza difficile» è la motivazione che danno. Non si può entrare nei dormitori. Al ritorno, per il poliziotto responsabile della sicurezza il nostro tempo è scaduto, dobbiamo andarcene. Solo dopo proteste e molte insistenze, ci permettono di incontrare Maher. Hanno scelto lui «perché è uno dei più tranquilli». Il ragazzo arriva nell’ufficio della direzione molto scosso. Trema di paura. Il suo disagio aumenta davanti alle nostre domande. Sa che ha davanti una giornalista ma per lui sono soprattutto una donna sconosciuta. L’ennesimo trauma dopo il viaggio che l’ha catapultato dalla Tunisia non in Europa, come pensava, ma in una dimensione senza tempo, di cui non comprende le regole. I giorni devono sembrare interminabili per un ragazzo che quasi non ha ancora la barba e condivide gli spazi di reclusione con altri 47 immigrati di diverse nazionalità, tanti con precedenti penali per spaccio e furto. L’orizzonte quotidiano sono due alte recinzioni. Una è in ferro. L’altra è un muro di cemento. In mezzo c’è un cortile presidiato dalle camionette delle forze dell’ordine. Due palazzine verdi, un tempo alloggi della vecchia base dell’aeronautica militare, poi cpt. Chiuse a maggio 2007 dal Viminale, abbandonate e infine riaperte d’urgenza il 20 febbraio 2009 per trasferirci parte degli immigrati dopo la rivolta e l’incendio nel Cie di Lampedusa.

E i posti aumentano
Le Misericordie d’Italia, che gestiscono il Cara da anni, hanno coordinato la riapertura nella fase di emergenza e poi formalizzato la gestione anche del Cie vincendo il bando del 26 maggio 2009. I due edifici sono divisi in un totale di quattro moduli. Al momento sono in corso i lavori di ristrutturazione. Una volta completati a fine aprile, i posti aumenteranno fino a 124. Se davvero i detenuti dovessero più che raddoppiare, la situazione potrebbe sfuggire di mano. Già così la tensione è alle stelle come la disperazione. La testimonianza inequivocabile dell’emergenza umanitaria e psicologica è uno squarcio di diversi metri nel muro esterno della prima palazzina. Un buco enorme fatto dai reclusi sbattendo contro la parete i letti e le reti metalliche a ripetizione fino a spaccare diverse file di mattoni. «Ogni giorno è una guerra, abbiamo scontri, feriti, moduli smontati, atti di autolesionismo» è lo sfogo di un poliziotto. Il coordinatore Salvatore Petrocca, delle Misericordie, vuole precisare che «non ci sono stati veri e propri tafferugli». Ma poi ammette: «Le persone soffrono e sfasciano tutto. Ad esempio le televisioni, ne abbiamo cambiate 17 in poco tempo». Al Cie di Sant’Anna le cose sono peggiorate dopo il pacchetto sicurezza. Lo dicono tutti quelli che ci lavorano. «Sei mesi sono troppi per l’identificazione. Gli immigrati accettano perfino l’idea della reclusione ma non così a lungo» racconta Auatif, mediatrice culturale marocchina. «I maggiori dissensi li abbiamo avuti quando sono entrati in vigore i 180 giorni, i detenuti non riescono a capire le ragioni di questa norma» afferma anche la direttrice Rosa Viola.

Gli immigrati di Rosarno
In un anno dall’apertura, fino a marzo scorso, 631 persone sono state detenute nel Cie di Sant’Anna. Storie diverse, ma una costante: la maggioranza è in Italia da almeno dieci anni. Immigrati italiani. «Il marocchino di Isola Capo Rizzuto», un venditore ambulante da 25 anni in paese e conosciuto da tutti, si è fatto tre mesi in carcere. Ha raccontato di essere stato fermato dopo un controllo perché vendeva cd falsi. Un sessantenne, i cui figli già sposati vivono a Isola. È potuto uscire solo per motivi di salute. Con l’intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 5 giorni. Ci sono poi sei immigrati trasferiti da Rosarno ai primi di gennaio dalle forze dell’ordine nei giorni della “caccia al nero” con i fucili a pallini. Lavoratori stagionali sfruttati per 25 euro nella raccolta delle arance, presi di mira da attacchi razzisti e sfuggiti agli agguati delle ‘ndrine con lo sgombero da parte degli agenti. Una pulizia etnica che ha segnato per sempre la vergogna dell’Italia nel mondo. In carcere non ci sono gli aguzzini, bensì le vittime. Reato commesso: avevano tutti a carico una precedente espulsione. Tre di loro sono richiedenti asilo. Vengono da Liberia, Burkina Faso ed Etiopia. «Con a carico un’espulsione, pur non avendo mai fatto prima la domanda per lo status di rifugiato, devono stare nel Cie» spiega l’avvocato Francesco Vizza. La commissione territoriale deciderà entro la settimana. Altri tre, due mauritani e un maliano, avevano già avuto la richiesta di asilo rifiutata proprio dalla questura di Crotone. «Non possono ripeterla perché non ci sono fatti nuovi» sostiene ancora l’assistente legale del centro. Un iter che contrasta con le richieste per il permesso di soggiorno ai migranti di Rosarno portate avanti da mesi dalle associazioni antirazziste con sit in e proteste come quella delle “arance insanguinate” davanti al Senato.

Da sette mesi senza fondi
Il centro di Sant’Anna è il più grande d’Europa, con circa 1500 posti. A dieci anni dalla sua apertura, la maggior parte degli immigrati dorme ancora nei containers con i servizi igienici in comune. Era una base dell’aeronautica militare, oggi contiene il Cie, il Cara e il Centro di accoglienza. In attesa della decisione della commissione territoriale per l’asilo ci sono al momento 700 aspiranti allo status di rifugiato. Ognuno di loro costa 28,88 euro al giorno alle casse dello stato. Sono oltre ventimila euro al giorno in totale. «Una miseria, una delle rette più basse in Italia. Riusciamo ad andare avanti solo perché si lavora su grossi numeri – afferma la direttrice del Cara, Liberata Parisi – sono sette mesi che il ministero dell’Interno non salda i conti del finanziamento che abbiamo vinto come ente gestore con il bando per il 2009-2012». Soldi che non arrivano neanche per il Cie, nonostante la proroga della permanenza a sei mesi. «Paghiamo i fornitori facendo mutui e prestiti» dice ancora Parisi. Per avere un’idea dei costi di questa gigantesca macchina che ruota attorno all’immigrazione e ai permessi di soggiorno, bisogna calcolare che in media ogni richiedente asilo rimane dai quattro ai sei mesi prima di avere il responso della commissione, i cui uffici sono all’interno del centro. A riprova che i respingimenti in mare non risolvono il problema, a Crotone ci sono ancora 100 nuovi ingressi al mese. Cambiano le rotte, è diversa l’umanità in fuga che arriva. Non più africani passati dalla Libia ma soprattutto kurdi, afghani e iracheni che transitano dal confine nord est dell’Italia. Amir è un kurdo iraniano arrivato fino a Bari in un camion. È fermo a Sant’Anna da quattro mesi. Hamidullah ha ancora la famiglia a Kandahar. Suo padre ha messo insieme quello che aveva per farlo partire. Afghanistan, Turchia, Serbia, Ungheria il suo tragitto. Un altro afghano dice di avere «forse 30 anni». In Ungheria è stato fermato e deportato indietro in Serbia. Da lì è arrivato a Patrasso e poi sotto un camion in Italia. Anche lui quattro mesi a Sant’Anna in un container. Sono tutti dublinanti e la loro situazione giuridica è ancora più complessa.
Gli alloggi in cemento hanno solo 256 posti, costruiti nel 2008. La precedenza va a chi sta nel centro da più tempo, ai bambini e alle 30 donne, di cui una decina incinta. I minori hanno anche pochi mesi di età. Per gestire la convenzione e tutti i servizi previsti serve un piccolo esercito. Tra gli altri, ci sono assistenti sociali, psicologi, educatrici, mediatori culturali, istruttori isef per le attività sportive, esperti per la banca dati informatizzata. In totale sono impiegati con contratti a tempo e interinali 150 lavoratori delle Misericordie di Isola Capo Rizzuto. A loro vanno aggiunti 70 lavoratori del comune che gestisce i servizi di pulizia e di manutenzione. Militari, carabinieri e poliziotti per la sicurezza. Il personale sanitario dell’Asp di Crotone per l’infermeria in servizio 24 ore. Una vera fabbrica di posti di lavoro con un indotto ‘prezioso’ in un’area tra le più povere d’Italia, ad altissima disoccupazione. Costi destinati ad aumentare ancora con i lavori in corso per rafforzare la recinzione esterna e per ristrutturare e ampliare i posti delle due palazzine del Cie.

il cancello del centro di Sant'Anna sulla statale jonica 106


difronte all'ingresso le scritte di protesta sul muro della stazione ferroviaria

l'entrata del Cie


le due palazzine che compongono il Cie con le recinzioni


lo squarcio nel muro fatto dai reclusi a fine marzo 2010m


il Cara all'interno


i containers in cui dormono oltre 400 richiedenti asilo

A ISOLA CAPO RIZZUTO È GUERRA CON I «NIGRI»

IL MANIFESTO – 15 TERRITORI
26.02.2010

* APERTURA | di Raffaella Cosentino – S. ANNA DI ISOLA CAPO RIZZUTO (KR)
altra italia –
Centro AD ALTA TENSIONE

In provincia di Crotone, sorge il centro per richiedenti asilo più grande d’Europa. Una convivenza difficile in una piccola contrada. Tra disoccupazione, babele delle lingue, violenze e razzismo, rischia di esplodere un altro caso Rosarno

Autobus di linea che non si fermano se alla piazzola ci sono immigrati. Ancora discriminazioni stile Alabama degli anni Cinquanta , questa volta nel quartiere Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto. A ridosso dell’ex aeroporto militare oggi Cara – Cie (Centro di accoglienza per richiedenti asilo e Centro di identificazione e di espulsione). Dopo la tragedia degli africani della Piana di Gioia Tauro, si squarcia il velo su altri episodi di razzismo, altre Rosarno. Sempre nel ventre molle di un Calabria in cui lo Stato e l’Europa sembrano solo giganti lontanissimi. Un territorio calabrese disagiato che l’assenza delle istituzioni ha trasformato in una polveriera di incidenti e gravi episodi di intolleranza tra italiani e immigrati. Dopo la Statale 18 della Piana, teatro degli scontri e dei linciaggi degli africani delle clementine, è di nuovo una strada a raccontare l’esodo degli stranieri: la 106 jonica, la «via della morte» per i tanti incidenti automobilistici fatali. E’ stato proprio il doppio investimento di un richiedente asilo somalo, la sera del 17 ottobre scorso (mentre a Roma si svolgeva il grande corteo antirazzista), travolto da due diversi pirati della strada, a fare emergere il comportamento razzista degli autisti. Le testimonianze di tanti immigrati, tra cui l’interprete somalo della questura, sono state raccolte da Antonio Anastasi del «Quotidiano della Calabria». Il cronista ha raccontato che nei mesi scorsi gli autobus non si fermavano nel tratto da Sant’Anna a Isola Capo Rizzuto, costringendo i richiedenti protezione umanitaria ad andare a piedi per 10 chilometri su una statale buia e senza marciapiedi, percorsa dalle auto a velocità elevata. «E’ una tratta non servita dai bus navetta del Cara, che arrivano solo a Crotone», spiega Anastasi. Grazie alle sue denunce, ora gli autobus della ditta Romano si fermano. «Si configurava un’interruzione di pubblico servizio, ma la direzione delle autolinee ha richiamato gli autisti con un atto ufficiale, minacciando provvedimenti disciplinari», dice ancora Anastasi che ha raccolto sia le lamentele dei passeggeri per comportamenti indecorosi degli immigrati, sia i racconti degli stranieri sui tanti gesti razzisti di cui sono vittime sui bus. Da chi si tura il naso a chi apre il finestrino «per non sentire la puzza dello straniero».
Ma a Sant’Anna basta parlare con gli abitanti per capire che cova una rabbia pericolosa. Alimentata da incomprensione, paura, assenza delle istituzioni. I residenti si barricano in casa perché si sentono minacciati dalla presenza massiccia di gente povera e straniera. Centinaia di richiedenti asilo che di giorno vanno alla fermata dell’autobus o a comprare da mangiare in un piccolo negozio di alimentari. In autunno raccolgono lumache e le vendono sul ciglio della 106. Parcheggiati per mesi in attesa che la commissione territoriale esamini la loro richiesta di protezione umanitaria. Eccoli di nuovo sulle strade della Calabria «i nigri» (così li chiamano tutti a Sant’Anna). A 200 chilomentri da Rosarno, anche qui i cittadini si sentono «abbandonati dalle istituzioni». Mal sopportano «l’invasione degli stranieri» che dal 2007 possono possono entrare e uscire liberamente dal Centro.
Dopo la chiusura della Pertusola e della Montedison a metà degli anni Novanta, il Centro di Sant’Anna, attivo dal 1999, è diventato la nuova «fabbrica», la più grossa fonte di occupazione di tutta la provincia. Centinaia di posti di lavoro gestiti dalle Misericordie d’Italia, sede di Isola Capo Rizzuto. Il quartiere ha fame di lavoro, ma si sente esasperato. Non capisce le storie, le culture e le differenze di gente che viene dall’Iraq, dall’Afghanistan, dalla Turchia, dall’Africa. Che non parla italiano, come a S.Anna non parlano inglese o francese. «Dovremmo fare come a Rosarno, quando escono, i negri, sono pericolosi», dice Pasquale Pullano, idraulico di mezza età. Racconta che sono entrati in casa e hanno rubato la borsa a sua moglie. Motivi di tensione costante sono le violazioni della proprietà con i piccoli furti di abiti stesi ad asciugare in giardino. «Erano in cinque, sono dovuto scappare sennò gli dovevo sparare», esclama. Parole pesanti che sono di casa al circolo Uisp in piazzetta, dove si radunano i residenti. Gianfranco Leone è un altro abitante. «Solo il buonsenso ci ha salvati – dice – di spunti per scontri ce ne sono stati tanti». Un’altra analogia con Rosarno, le aggressioni a una donna e a un uomo del posto a maggio del 2009. Dell’accaduto esistono due versioni. Una pro e una contro immigrati. Pare che un gruppo di stranieri abbia chiesto un passaggio in auto per uno di loro ferito. Insultati dall’uomo alla guida, si sarebbero scagliati contro il proprietario della macchina e contro una donna venuta in suo soccorso. Ma per gli abitanti c’è stata una violenza senza motivo da parte degli immigrati. I gruppi di stranieri che camminano insieme è la cosa che più spaventa il quartiere. «Hanno messo in difficoltà la nostra contrada – spiega Leone – siamo 1500 persone su 27 chilometri quadrati, quando il centro era pieno ci siamo ritrovati pari numero con loro. Abbiamo dovuto chiudere il circolo perché arrivavano ubriachi, occupavano i campetti». Al centro delle proteste anche i bivacchi e la prostituzione delle nigeriane (con i clienti calabresi) a Villa Margherita, un parco botanico. «Il giorno stesso del ferimento dei due residenti, abbiamo bloccato la 106 in modo spontaneo – racconta – fino a una telefonata del prefetto che ci rassicurava un suo intervento con il governo». Sono seguiti un consiglio comunale all’aperto in piazza a Sant’Anna con il senatore Giuseppe Esposito del Pdl e una visita del sottosegretario Nitto Palma per il governo. La promessa fatta di dimezzare gli immigrati da 1500 a 700 è stata mantenuta con la politica dei respingimenti in mare. Quella di illuminare la strada no. Avevano chiesto qualche lampione della luce per il tratto di 106 vicino all’ingresso del Cie. Ma non hanno mai avuto risposta. «E’ pericoloso, per noi e per loro – continua Leone – ci sono stati diversi feriti in incidenti dovuti al buio».
In estate ha preso forma un tentativo di avvicinamento con una festa etnica in piazza e una partita di calcio «S.Anna contro Ospiti del centro». Leone, che aveva organizzato l’iniziativa insieme al parroco, è rimasto deluso dai suoi stessi concittadini. «La contrada non ha partecipato e nemmeno gli operatori della Misericordia sono stati presenti con le loro famiglie», dice amareggiato. Ma l’insofferenza per il Centro più grande d’Europa con 1458 posti ha raggiunto anche Crotone, a 15 chilomentri di distanza. Attualmente ci sono 682 richiedenti asilo e 50 detenuti nel Cie, riaperto a febbraio 2009 dopo la rivolta e l’incendio di quello di Lampedusa. In città i richiedenti asilo andavano a fare accattonaggio. A marzo 2009 è arrivata un’ordinanza antibivacco del sindaco Peppino Vallone, che vieta anche di «mendicare con insistenza e petulanza». Nìguri, stranieri a Sant’Anna è il film documentario uscito un mese fa, di cui è autore Antonio Martino, 32 anni, film maker originario del quartiere.
Nìguri è costruito su una lunga serie di interviste «ai bianchi e ai neri», ai calabresi e agli ospiti del centro. «Non sai a chi dare ragione – spiega Martino – sono da comprendere gli abitanti che sono stati invasi e hanno visto gli aspetti peggiori della globalizzazione, ma anche questi poveri fantasmi. Molti di loro a cui non viene accordato l’asilo politico sono quella gente rifiutata che approda nella Piana di Gioia Tauro». Un film dopo la Libia delle carceri di Gheddafi e prima di Rosarno. «La tensione, nel momento clou degli sbarchi, quando nel centro c’erano 2000 persone, è stata altissima, si è sfiorato il morto», dice l’autore calabrese. Anche lui è rimasto deluso dai vicini di casa. «Ho provato a organizzare una proiezione e un dibattito nel quartiere, ma i due comitati dei cittadini non hanno risposto – racconta – è lo stesso atteggiamento di diffidenza verso ciò che non si conosce attuato nei confronti dei migranti». Luci per la strada e un proiettore in piazza. Potrebbero bastare a illuminare il buio di Sant’Anna? «L’esasperazione degli animi deriva da una visione criminogena dello straniero fomentata da un’ondata mediatica- dice Carmen Messinetti del Coordinamento migranti Cgil provinciale – unita a un approccio emergenziale del fenomeno e all’assoluta latitanza e indifferenza delle istituzioni». Secondo Messinetti: «Dopo la giusta decisione governativa di rendere liberi l’ingresso e l’uscita dal centro di accoglienza, è mancata la creazione di centri di aggregazione e culturali, di servizi – continua la sindacalista – questo ha creato un’esplosione di rabbia della popolazione, con la destra che, cavalcando l’ottica di esclusione dello straniero, ha rafforzato a Sant’Anna il bacino di voti per la vittoria alle elezioni provinciali”.


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