Posts Tagged 'corteo'

Corteo contro il Razzismo – Roma 17 ottobre

No al razzismo, No al pacchetto (In)Sicurezza, No ai respingimenti in mare, No ai rimpatri forzati e alle deportazioni dei migranti, No ai Centri di identificazione e di espulsione, No alle discriminazioni e No alle violazioni dei diritti umani nel nostro paese.

Grazie agli organizzatori, perchè oggi a Roma ho visto un’Italia diversa, ho visto migliaia di studenti e migranti marciare e ballare insieme. E ho pensato che questa è la Capitale dello Stato multiculturale in cui voglio vivere.

Grazie agli immigrati sans papiers e senza identità di Rosarno e di Caserta. Ai richiedenti asilo in attesa a S. Anna di Crotone. Grazie a tutti gli immigrati che oggi erano in piazza e per le strade. Perchè loro sono gli unici che stanno davvero mettendo in gioco le loro vite per cambiare il mondo.

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Assisi e Roma per Gaza

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Chiedevano giustizia, anzi Giustizia. Sotto lo stesso cielo. Come diceva uno striscione ad Assisi. La città della marcia per la pace vestita di un velo di nebbia, che la rendeva forse più vicina all’aria di Gaza, ma di sicuro mai cupa quanto una città ininterrottamente sotto le bombe per tre settimane.
Così la processione di bandiere arcobaleno sembrava smarrita, incerta, attutita in un passo lieve, mentre arrivava alla sua meta: la basilica di San Francesco, solida pietra chiara che punta al cielo, riferimento certo in mezzo alla nebbia.
A Roma invece il cielo era terso, l’aria pungente, il tramonto limpido e netto. Il crepuscolo ha accolto il corteo all’arrivo su via dei Fori Imperiali e ne ha reso più accesi i colori. Anche qui la pietra è maestosa e lo scenario rende qualunque protesta solenne.
Assisi e Roma, due luoghi simbolo per l’Italia e per il mondo. Il 17 gennaio prestati a chi gridava ‘basta’ alla violazione della vita.
Una protesta raccolta quella umbra, più arrabbiata quella nella capitale. Con i cartelli sulle spalle che invitavano a boicottare i prodotti israeliani riconoscibili dalle prime cifre del codice a barre (729), cifre insanguinate disegnate sulla schiena dei manifestanti di Assisi. O con bambolotti in croce e orsacchiotti insanguinati, bambini che urlavano al megafono ‘Bush, Barak assassini’ e fotografie della Livni e di Barak che bruciavano sotto al cartello stradale di ‘Via del Tempio della Pace’ a Roma.
La marcia laica nella città di San Francesco è finita davanti alla basilica del poverello di Assisi.
Il corteo politico, civile, ma anche partitico e sindacale di Roma ha avuto il suo momento clou nella preghiera islamica spontanea davanti al Colosseo.
Perché, se la guerra di Gaza è un conflitto politico e non religioso, con fredde motivazioni elettorali e non di ‘fede’, tuttavia, quando non sembrano esserci azioni politiche ‘capaci’, ‘efficaci’, ‘sensate’ che prevalgano sulla ‘ragione armata’, in tanti si rivolgono a Dio.

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Si sono rivolti al cielo, per ‘restare umani’. Così i due cortei, coscientemente o no, hanno cercato anche al di fuori e al di sopra della terra quella responsabilità per i destini del mondo che solo a noi esseri umani appartiene.
Nella ricerca di Giustizia e nel disperato tentativo di trasformare l’inferno in paradiso, il dolore in rispetto per l’altro, i luoghi hanno un senso profondo. Innanzitutto la Basilica, edificio dove duemila anni fa i romani già amministravano la giustizia e vi tenevano riunioni pubbliche. I cristiani ne fecero la casa della volontà divina per i secoli a venire. Quella di Assisi sorge dove fu sepolto il santo della fratellanza e della non violenza. Sulla collina inferiore della città, che era il Collis Inferni, dove venivano interrati i ‘senza legge’, i condannati, gli ultimi. Dopo San Francesco, quello divenne il Collis paradisi.
Anche il Colosseo nacque come arena di morte, divenne poi per i cristiani il luogo sacro in memoria dei martiri, e infine il monumento della Via Crucis. Negli ultimi anni è stato illuminato a sostegno dell’impegno italiano per la moratoria dell’Onu contro la pena di morte. Si è ‘acceso’ come simbolo di vittoria quando per un qualsiasi condannato la pena di morte veniva commutata in ergastolo. All’interno del Colosseo, nel 2002, alti dirigenti israeliani e palestinesi si sono stretti la mano e le fiaccolate per le torri gemelle e in ricodo della strage di bambini nella scuola di Beslan si sono concluse proprio lì davanti.
Ecco perché quei due cortei del 17 gennaio erano importanti: marciavano sulle strade della storia e dello spirito universale.

Testo di Raffaella Cosentino

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Roma 17 gennaio. I had a dream

Roma. Foto di Antonella Vicini

Roma. Foto di Antonella Vicini


Bambina comunità palestinese. Roma. Foto di Antonella Vicini

Bambina comunità palestinese. Roma. Foto di Antonella Vicini


Avevo il sogno di vedere sventolare solo bandiere palestinesi alla manifestazione nazionale svoltasi oggi a Roma; una marea di bandiere della Palestina.
Invece, come temevo, troppi vessilli di gruppi e gruppuscoli; troppa autoreferenzialità e autopromozione, passata anche per i tentativi di vendere i propri fogli di partito.

Un gruppo di artisti di strada suona “Bella Ciao”. La stessa canzone che parte dal camion che guida il corteo. “Ai giornalisti che mi hanno chiesto se questa manifestazione è bipartisan– grida una voce dagli altoparlanti – noi rispondiamo “NO”, questa manifestazione è partigiana”.

La causa della Palestina, come tutte le cause giuste che hanno a che fare con il rispetto dei Diritti Umani, con la Legalità, con l’Umanità– come ci ricorda ogni giorno Vittorio Arrigoni dalla Striscia di Gaza: Restiamo umani!– è e dovrebbe essere di tutti. Per questo avrei voluto vedere solo bandiere della Palestina: nessun partito, nessuna sigla. Nessuna faziosità, purtroppo, tutta italiana.

E non avrei voluto vedere neanche bambini usati come strumento, urlare, fomentati ed eccitati dalla presenza di noi testimoni che un po’ vigliaccamente li fotografiamo, il loro odio, la loro rabbia per la morte di altri bambini come loro, vittime di un gioco incomprensibile.

Vic.

Speranze. Roma. Foto di Antonella Vicini

Speranze. Roma. Foto di Antonella Vicini

Miserie Nostrane. Roma. Foto di Antonella Vicini

Miserie Nostrane. Roma. Foto di Antonella Vicini

Sabato 17 gennaio. In attesa di un’onda d’urto

Orami da alcuni giorni a Roma, come nel resto d’Italia, si stanno susseguendo manifestazioni a sostegno del popolo palestinese, in segno di protesta per la violenta e incessante aggressione militare israeliana che dal 27 dicembre scorso sta martoriando la Striscia di Gaza.

Difficile tenere il polso della situazione in tutto il Paese per valutare la reale cassa di risonanza di questi eventi, ma qui, nella Capitale, quello che si nota è che troppo spesso alle buone intenzioni non corrisponde un’altrettanta capacità organizzativa o, comunque, la possibilità di trasformare la propria voce in urla.

Di questo impegno sembra sia rimasto ben poco: un po’ per la frequenza di queste manifestazioni; un po’ per la connotazione politica che rischia di divenire, anche involontariamente, una discriminante; un po’ per la stessa frammentazione interna ad una certa area; un po’ per la non curanza dei media ‘distratti’ a disinformare; un po’ per la pioggia che così come non smette di disturbare non ha neanche la forza di lavare via tutto questo sangue.

Sabato sarà la volta di un evento unico, nazionale, che mi auguro dia quel segnale di unità al di là delle bandiere, dei colori, dei vessilli, e che crei una vera e propria onda capace di propagare questo grido di PACE nel nostro vicino Oriente, prestando voce a chi non ne ha più.

Vic

Fermare la guerra a Gaza è possibile

da electronicintifada.net

da electronicintifada.net

Gaza in questo momento è il buco nero del mondo. Proprio nei giorni in cui ricorderemo il baratro della Shoah.
Non riesco a smettere di pensare che i 1.050 morti di oggi (finora) sono il frutto mostruoso della barbarie di ieri, che ancora riesce a figliare dolore, violenza e oscurità.
Che possiamo fare?

“Far capire agli altri la verità non è una cosa facile. Richiede la perseveranza necessaria per irrigare un deserto. Mentre si annaffia la sabbia alla propria destra, quella a sinistra si è già asciugata, e quando si annaffia a sinistra, si asciuga la sabbia a destra. La cosa importante è continuare a innaffiare con instancabile pazienza […] Analogamente, senza pazienza non si può cambiare il modo di vedere altrui”. (D. Ikeda, la nuova rivoluzione umana,vol.11).

Quello che possiamo fare è conoscere il presente, conoscere la storia e capire la responabilità di ogni uomo nei confronti della comunità umana che lo ospita.
A questo fine, segnalo alcuni eventi in programma, all’insegna della partecipazione alla gestione del mondo.

1) Corteo nazionale a Roma per fermare la guerra a Gaza. Sabato 17 gennaio Partenza da piazza Vittorio ore 15.30

2) Sabato 17 gennaio 2009
ore 10.00
Tutti ad Assisi
per la pace in Medio Oriente

Fermare la guerra a Gaza è possibile!
Rompiamo il silenzio dell’Italia

Non vogliamo essere complici della guerra ma costruttori di pace!

In nome dei diritti umani e della legalità internazionale,
rompiamo il silenzio e gridiamo insieme: “Fermatevi! Fermiamola!”

I promotori dell’Appello “Dobbiamo fare la nostra scelta”
Tavola della Pace, Coordinamento Nazionale Enti Locali per la pace e i diritti umani, Acli, Agesci, Arci, Articolo 21, Cgil, Pax Christi, Libera – Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie, Legambiente, Associazione delle Ong italiane, Beati i Costruttori di pace, Emmaus Italia, CNCA, Gruppo Abele, Cipsi, Banca Etica, Volontari nel Mondo Focsiv, Centro per la pace Forlì/Cesena, Lega per i diritti e la liberazione dei popoli (prime adesioni)
http://www.perlapace.it

E per chi vive a Roma e dintorni…
è possibile usufruire di un autobus gratuito per andare ad Assisi
PARTENZA ORE 7.00 DA ZAGAROLO (RM)
PRENOTAZIONI:
ELISA: 3286818623

3) International Solidarity Movement-Italia – Forumpalestina

Seminario internazionale

La guerra israelo-occidentale contro Gaza

Roma 24 gennaio 2009 Università “La Sapienza” – Piazzale Aldo Moro 5 – Roma

Sala Corrado Gini della Facoltà di Scienze Statistiche (in attesa di conferma)

Per partecipare al seminario è necessario iscriversi inviando una email a: lazio@ism-italia.it con nome, cognome, eventuale organizzazione o associazione di appartenenza.

“Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo.”

a cura di ISM-Italia

Torino, 12 gennaio 2009

3. Relatori e relatrici
Diana Carminati, professore associato di Storia dell’Europa contemporanea presso l’Università di Torino sino al 2004. Ha lavorato dall’inizio degli anni ’90 all’interno della rete italiana delle Donne in nero contro la guerra, nei Balcani e negli ultimi cinque anni in Palestina/Israele seguendo progetti internazionali (con OMS e Comune di Torino) con i Centri delle donne di Haifa e Gaza che si occupano di violenza contro le donne.

Sergio Cararo, giornalista, è direttore di Radio Città Aperta e del periodico «Contropiano».

Giulietto Chiesa, giornalista professionista, è stato corrispondente da Mosca per l’Unità e La Stampa, oltre che per il TG5, il TG1 e il TG3.
Nel 2004 è stato eletto deputato del Parlamento europeo per la lista “Di Pietro – Occhetto, società civile”, nella circoscrizione Nord-Ovest (Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria).

Flavia Donati medico, psichiatra e psicoanalista SPI, lavora come psichiatra e psicoanalista e collabora a interventi di emergenza e di supporto nell’ ambito di progetti ONU.

Angelo d’Orsi, allievo di Norberto Bobbio, è professore di Storia del pensiero politico all’Università di Torino. Ha promosso la costituzione dell’associazione culturale per il diritto alla storia, “Historia Magistra” (www.historiamagistra.com). Ha fondato il FestivalStoria di cui è direttore (www.festivalstoria.org).

Recentemente ha promosso l’ Appello del mondo intellettuale italiano contro l’aggressione israeliana a Gaza, vedi http://www.historiamagistra.it. Per aderire: info@historiamagistra.it
precisando la collocazione professionale e la sede.

Giorgio S. Frankel si occupa di Medio Oriente, petrolio e industria aerospaziale. Giornalista professionista.

Vladimiro Giacché si è laureato e perfezionato in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa. È autore di volumi e saggi di argomento filosofico ed economico, fra i quali: nel 2005 per Deriveapprodi “Escalation. Anatomia della guerra infinita (con A. Burgio e M. Dinucci) e nel 2008 “La fabbrica del falso – Strategie della menzogna nella politica contemporanea”.

Karma Nabulsi è docente a contratto di scienze politiche al St. Edmund Hall, Oxford, e lettore presso il Department of Politics and International Relations a Oxford. Dal 1977 al 1990 è stata rappresentante dell’OLP presso le Nazioni Unite, nonché a Beirut, Tunisi e nel Regno Unito. È stata consulente specializzata della Commissione d’Inchiesta Parlamentare britannica sui rifugiati palestinesi (e del suo rapporto, Right of Return, pubblicato nel 2000). Attualmente è impegnata in un progetto di ricerca collettivo finanziato dall’Unione Europea, con sede presso il Nuffield College, sui campi profughi palestinesi e le comunità in esilio.

Ilan Pappe è professore all’Università di Exeter dopo essere stato costretto a lasciare il Dipartimento di scienze politiche dell’Università di Haifa per i suoi scritti storici e per le sue posizioni politiche. Ha sostenuto tra i primi, con Tanya Reinhart, il boicottaggio accademico delle università israeliane. E’ presidente dell’Emil Touma Institute for Palestinian Studies, Haifa. Autore di numerose pubblicazioni tra le quali “Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli”, Einaudi 2005 e “La pulizia etnica della Palestina”, Fazi Editore 2008. Suoi saggi sono stati pubblicati in due lavori collettanei,curato il primo insieme a Jamil Hilal, “Parlare con il nemico – Narrazioni palestinesi e israeliane a confronto”, Bollati Boringhieri 2004 e “Palestina quale futuro? La fine della soluzione dei due stati”, Jacabook 2007. Articoli e informazioni si possono trovare sul sito http://www.ilanpappe.org.

Biancamaria Scarcia Amoretti è ordinario di Islamistica presso la Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università La Sapienza di Roma.

Alfredo Tradardi, nato nel 1936, ingegnere, ha lavorato dal 1960 al 1991 alla Olivetti di Ivrea. E’ stato assessore alla cultura nel Comune di Ivrea nel ‘77 – ’79 e nel ’92 – ’93. E’ uno dei soci fondatori della associazione culturale itàca (www.frammenti.it). Dall’inizio del 2002 segue il problema palestinese. All’inizio del 2006 ha promosso la costituzione di ISM-Italia, gruppo di supporto dell’International Solidarity Movement (ISM) palestinese, del quale è uno dei coordinatori.
Ufficio stampa e informazioni

Ufficio stampa e informazioni Christian Tinazzi cristiantinazzi@hotmail.com +3

Informazioni Alfredo Tradardi alfredo.tradardi@frammenti.it

Infine, ricordando che la giornata della memoria in ricordo delle vittime dell’olocausto era stata istituita per non dimenticare, affinchè l’orrore che è stato non si ripeta mai più…

a Zagarolo, comune sulla via Prenestina a pochi chilometri da Roma:

4) Le Giornate della Memoria

Zagarolo 22-28 Gennaio 2009

per info, il programma è sul sito del comune www.comunedizagarolo.it

Autore: Raffaella Cosentino

Roma, catena umana per Gaza

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci

Diamo una mano alla pace: l’11 gennaio centinaia di persone al Circo Massimo per fermare la guerra.

A Roma una catena umana per Gaza

Automobilisti distratti: lite con alcuni manifestanti per passare al semaforo

Arriviamo a fatica a Piazza San Marco. La catena umana è già partita, diretta a passo lento verso il Circo Massimo e la sede della Fao. Ancora più affannosamente la raggiungiamo all’altezza della bocca della verità. Mi porto addosso il peso dei resoconti sui giornali e delle immagini che documentano il massacro di Gaza. E forse di più mi tormenta ciò che non ho visto. Gaza è off limits. Mi hanno bendato e non posso vedere cosa succede. Mi hanno legato le mani e non posso agire. Mi hanno chiuso la bocca togliendomi la capacità di raccontare e di capire, perché io forse non ho un lessico abbastanza forbito, ma davvero scavando nella memoria mi pare di non riuscire a trovare nel vocabolario un termine adatto a descrivere quello che sta succedendo. “Massacro”, “guerra”, “strage”, “conflitto”: sono parole abusate, svuotate dalla ripetizione nel cicaleccio mediatico. Dobbiamo inventare vocaboli nuovi e più atroci? Quelli vecchi mi sembrano freddi, scollegati da quel sentimento caldo di ingiustizia, impotenza e rabbia che ha occupato il mio cuore dal momento in cui le prime bombe sono piombate su Gaza.
L’inferno deve essere così. Una scatola chiusa, con dentro migliaia di esseri umani, bombardata da tre direzioni: cielo, terra e mare. Operazione Piombo fuso. Per una volta hanno chiamato le cose con il loro nome. Non come la missione ‘Pace in Galilea’ che nel 1982 significò : invasione militare del sud del Libano. Non come Bush che trasformò ‘shock and awe’ , colpisci e terrorizza, in Iraqi freedom. Ma ritorna l’accostamento assurdo di parole opposte: è una guerra d’attacco per difesa, per difendere i civili israeliani dal terrorismo, dai razzi di Hamas.
Ci hanno piombato il cuore con una colata d’odio proprio al passaggio dal 2008 al 2009, quando avevamo bisogno di speranza per voltare pagina dopo un anno segnato dalla crisi economica e ambientale. L’alba del nuovo anno è stata affogata nel sangue umano. I botti veri sono stati quelli di un orrore senza fine.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci

Il diritto alla sicurezza umana e la responsabilità di proteggerla. Da qualche parte, nelle scartoffie, l’Onu ha scritto che questo principio esiste e va tutelato. In questi giorni sempre l’Onu ci dice che in un edificio sono stati reclusi 110 palestinesi e il giorno dopo bombardati dall’esercito israeliano, con almeno 30 morti ammazzati.
Ora abbiamo 900 morti palestinesi in sole due settimane di guerra, di cui 300 sono bambini, e migliaia di feriti. Anche alcuni soldati israeliani hanno perso la vita negli attacchi.
Potevo esserci nata io a Gaza. Potevo essere una bambina palestinese di sei anni. Potevo essere morta dissanguata per la strada per la mancanza di soccorsi. O spappolata in casa da un ordigno venuto giù dal cielo.
Quando penso così, ho il fiato della morte sul collo e mi è difficile andare a una manifestazione per la pace tra israeliani e palestinesi senza sentire il peso insostenibile della retorica. Funzionano in questo modo oggi i messaggi di morte rivolti al mondo, dagli eserciti o dai terroristi, dai governi che decidono le guerre a tavolino o dai kamikaze. Ti uccidono la speranza dentro. Ma se non ti lasci ammazzare anche a distanza col telecomando mediatico, ti alzi e vai a dire la tua. E scopri che ci sono altri che la pensano come te. Che non si auto-assolvono. Che si sentono coinvolti e capaci di lanciare un contro-messaggio…

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci


Cinque dita per dire basta al massacro di Gaza. Anzi dieci dita, quelle di due mani che si stringono contro l’odio e le divisioni. Guanti nei guanti per vincere il gelo di questo gennaio che però ha regalato una domenica mattina piena di luce, con il sole forte e il cielo terso.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci

Calore e colore per la pace. Fasciati nelle bandiere arcobaleno, con le biciclette, i bambini nel passeggino, i palloncini, qualche bandiera palestinese e diverse kefiah al collo. Palestinesi, ebrei, cattolici, buddisti, attivisti e semplici cittadini e cittadine, di tutte le età, insieme a formare una catena umana, una serpentina irregolare lunga alcune centinaia di persone.
Ci sono mani assassine, che imbracciano un mitra, che pilotano un caccia militare da cui piovono bombe, che firmano ordini di attacco con una costosa Montblanc, su una scrivania di legno laccato dentro un ufficio ai piani alti di un ministero arrogante, che decide sulla vita e sulla morte di tanta gente. Mani insensate quanto la disperazione, che si fanno saltare in aria con un detonatore, affogando il futuro in una lunga scia di sangue.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci


Eppure, sono sempre di più le mani che costruiscono il dialogo. “I pacifisti sono la maggioranza nel mondo” ricorda don Tonino dell’Olio, di Libera, all’arrivo al Circo Massimo. Tuttavia, “in questo conflitto, i pacifisti hanno perso completamente la parola”, dice Ali Rashid, ex vice-ambasciatore della Palestina a Roma. C’è anche il gruppo ‘ebrei contro l’occupazione’, che si è costituito nel 2002 dopo la seconda intifada. La portavoce Marina Del Monte, pronuncia queste parole: “ebraismo e israele non sono la stessa identica cosa e ci sono anche quegli israeliani che combattono quotidianamente per il loro diritto al dissenso”. Uno striscione raccoglie i pacifisti targati facebook. Un attore legge una lettera di un soldato israeliano che rifiuta la guerra. Poi l’adunata, non molto numerosa, si scioglie. Ognuno prende le vie assolate della capitale.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci


Noi ritorniamo al punto di partenza. Piazza San Marco. Di fronte, al museo del Vittoriano c’è la mostra sulle leggi razziali del 1938 “Una tragedia italiana”. In fondo è cominciato tutto da lì. Le persecuzioni degli ebrei e la shoah. L’incapacità del mondo occidentale di proteggerli e la compensazione del dopoguerra, con la concessione di costituire in Palestina lo Stato di Israele. Da allora, sessantuno anni di guerre. All’interno del museo c’è la riscostruzione dei binari di Auschwitz e ammassate nella penombra le valige di chi è ‘passato per il camino’, le fotografie straziate dei sommersi, dei bimbi che non sono mai tornati, delle famiglie sterminate; i giornali con gli ebrei demonizzati e le campagne d’odio. Vedendo tutto questo, leggendo la storia, dovresti capire il presente. E invece ti risulta ancora più incomprensibile. Come può, un popolo che ha l’orrore ancora tatuato sulla pelle dei suoi anziani, avere un governo che agisce con tanta violenza? Ma, in fondo, forse è il fiore d’odio dell’olocausto che alla fine sta dando ancora i suoi mostruosi frutti. Il cervello, se lo metti in funzione, ti dice che anche questa volta la colpa originaria è dell’occidente, è nostra. Di nuovo la storia si ripete: non stiamo facendo niente. Mi torna in mente una scena di qualche ora prima. A via dei Cerchi, con il verde brillante del prato del Circo Massimo sullo sfondo, la maggiorparte dei manifestanti aveva attraversato l’incrocio. Stava sfilando la coda del corteo. Gli automobilisti bloccati al semaforo suonavano i clacson davanti a vigili urbani e carabinieri impegnati a dirigere il traffico. Una signora bionda è scesa dalla macchina, avvicinandosi al vigile: “ma non si può interrompere la catena e farci passare?” chiedeva. C’è stato un alterco tra automobilisti e manifestanti. Gli uni non capivano le ragioni degli altri. La Capitale è distratta, Gaza è lontana e per molti non vale l’attesa a un semaforo di domenica mattina.

Testo di Raffaella Cosentino


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