Posts Tagged 'daSud'

Oltre l’inverno. A Roma, a Cagliari e a Locri il documentario che racconta la lotta contro la ‘ndrangheta di Liliana Carbone

di Raffaella Cosentino
Sabato 9 ottobre alle 21 due proiezioni concomitanti, a Roma con gli autori allo Spazio daSud (via Gentile Da Mogliano 170, zona Pigneto) e a Cagliari nell’ambito della rassegna Maya Film Festival, festival di cinema indipendente cofinanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali in collaborazione con l’Actor Center di Roma per la direzione artistica di Michael Margotta. Nel capoluogo sardo, al termine di una sei giorni di proiezioni, il regista Massimiliano Ferraina parteciperà all’incontro con gli autori, tra i quali Marco Amenta, regista di ‘Il Fantasma di Corleone’ su Bernardo Provenzano, e Rina Amato con il documentario ‘Cessarè’ sulla storia di Rocco Gatto a Gioiosa Jonica. L’8 ottobre prima proiezione di ‘Oltre l’inverno’ a Locri, nei luoghi in cui è stato girato, durante la manifestazione ‘Storie di vita’ alla cooperativa sociale Mistya, con la partecipazione di associazioni e gruppi impegnati sul territorio, come gli artisti di strada della ‘Gurfata’, la cui esibizione chiude il documentario. ‘Oltre l’inverno’ ha vinto il premio speciale fuori concorso al Gaiart and Video International Festival e la Ginestra d’Argento, sezione “contro la mafia movie” (parimerito con Cessarè) al quinto festival di Carlopoli (Cz).

Il Docu-Film ‘Oltre l’inverno’.

Una maestra che sfida la ‘ndrangheta. La violenza che scompagina in modo drammatico la vita di una famiglia. La resistenza quotidiana di Liliana Carbone all’oppressione mafiosa. Sono i temi al centro del documentario indipendente “Oltre l’inverno”, realizzato da tre giovani autori catanzaresi: Massimiliano Ferraina (regista), Claudia Di Lullo (dialoghista) e Raffaella Cosentino (giornalista freelance). Trenta minuti di immagini che si concentrano sui gesti quotidiani di mamma Carbone a Locri. Momenti carichi di ritualità e di significati perché esprimono il dramma di aver perso un figlio di 30 anni ucciso dalla ‘ndrangheta e il bisogno di andare ‘oltre’, di mantenere viva l’attenzione allargando il campo rispetto alla vicenda personale.

Liliana Esposito Carbone è una maestra elementare di Locri e ha visto uccidere suo figlio nel cortile di casa in un agguato la sera del 17 settembre 2004. Massimiliano stava rientrando con suo fratello da una partita di calcetto. Le ferite gravi riportate nell’agguato non gli hanno risparmiato 7 giorni di agonia prima di spegnersi in ospedale. E’ morto il 24 settembre di sei anni fa, esattamente nel giorno del compleanno di sua madre. Quel giorno segna il passaggio del testimone. A chi ha ucciso per affossare la verità in una tomba, Liliana risponde diventando uno straordinario megafono per chiedere giustizia, non solo per suo figlio ma per tutti i ragazzi e i bambini di Locri. E’ superfluo dire che Massimiliano era incensurato, amava il calcio. Aveva fondato una piccola cooperativa. Aveva una vita normale. Un giovane calabrese che aveva deciso di restare nella sua terra. La sua fine è ancora avvolta dal mistero. Il tribunale di quella città e i suoi inquirenti non hanno saputo dare una verità giudiziaria alla mamma di Massimiliano, perché la sua famiglia trovasse il conforto della giustizia giusta. Raccontare il caso Carbone è difficile perché non esiste una sentenza da riportare nelle cronache, una risposta a chi si chiede perché tanta violenza su un giovane al di fuori da qualunque contesto criminale. Una storia piena di buchi e di colpevoli reticenze.

Liliana Carbone non ha risparmiato risorse personali e forze fisiche nella ricerca della verità. Né si è preoccupata di esporsi ai rischi delle ritorsioni, dell’isolamento e della calunnia. Una vicenda che tira in ballo connivenze e omertà , visto che a Locri non si uccide senza il coinvolgimento di killer delle cosche o senza l’assenzo della ‘ndrangheta. Una storia che finora insegna che si può uccidere impunemente. Ma anche che non si può mettere a tacere la verità a fucilate. Perché dopo Massimiliano, c’è Liliana e dopo di lei ci siamo noi che continueremo a raccontare la sua lotta, perchè è la battaglia di tutti coloro che non si rassegnano, che non si chiudono nella paura e nel silenzio. Liliana ha fatto del dolore una battaglia civile. E in terra di ‘ndrangheta se chiedi a testa alta il rispetto dei tuoi diritti di cittadina, di madre, di maestra, chiedi di cambiare le cose. La rivendicazione individuale diventa una causa collettiva. Oltre l’inverno vuole combattere l’idea che ci sono “pezzi di paese dati per persi” dai giornali e dai politici.

“ Nella vita personale e nella società ci sono periodi che assomigliano molto all’inverno- dice il regista Massimiliano Ferraina – Come nel ciclo delle stagioni l’inverno si trasforma in primavera così nella vita personale e nella società è necessaria una trasformazione. Quando ho incontrato per la prima volta Liliana Carbone, sono rimasto colpito dalla forza e dall’energia con cui questa donna portava avanti la sua richiesta di giustizia. Subito si rimane colpiti dai suoi argomenti mai banali e dalle citazioni letterarie, dalla capacità di analisi non comune e dal suo desiderio di trasformazione. Nessuno può comprendere il dolore di una madre per la perdita del figlio e altrettanto difficile è comprendere una lotta che spinge oltre i valori di una società che spesso pigramente rimane legata a disvalori che considera immutabili”. Su come vincere questa sottocultura mafiosa gli autori del documentario vogliono offrire spunti di riflessione. Un’intenzione che Liliana Carbone ben sintetizza nella frase:“Perché non c’è una evoluzione, che è già una forma di trasformazione, qui da noi? Perché per cambiare qualcosa c’è bisogno di vincere l’assuefazione e l’immobilismo, quella forma di conservazione che ci fa pensare di rischiare la nostra sicurezza ”. Oltre l’inverno racconta la ‘ndrangheta come un’immane sofferenza sociale, in cui le donne hanno un ruolo di primo piano, sia le donne di mafia che trasmettono i disvalori alle nuove generazioni, sia le donne che incoraggiano il cambiamento, offrendo per questo ideale la loro stessa vita. “L’esperienza più significativa è stata quella di vedere una mamma, che lotta senza tregua per proteggere la memoria di suo figlio- commenta Claudia Di Lullo – è la storia umana di Liliana che ha catturato la mia attenzione. La sua tenacia, il suo coraggio. Un prezioso incoraggiamento per tutte le donne calabresi”.

http://www.oltrelinverno.blogspot.com/

Annunci

Matite contro la mafia, Giuseppe Fava e I Siciliani diventano un fumetto

04/06/2010

16.10

MAFIE

“Pippo Fava, lo spirito di un giornale” è stato presentato alla Fnsi nell’ambito delle iniziative contro il ddl Alfano. Abbate, simbolo dei giornalisti minacciati al Sud: “Con le intercettazioni scoperte le azioni della mafia contro di me”

Roma – Una finestra verso i giovani per raccontare a fumetti la storia dell’antimafia e di chi ha dato la vita per opporsi alle cosche, non perché fosse un eroe, ma solo facendo quotidianamente il proprio mestiere. Esce il secondo volume delle graphic novel nate dalla collaborazione dei reporter di daSud onlus con la casa editrice Round Robin. “Pippo Fava, lo spirito di un giornale” del giornalista Luigi Politano e del disegnatore Luca Ferrara segue il primo volume della collana “Per amore del mio popolo” su don Peppe Diana, ucciso dal clan dei casalesi. 70 tavole illustrate raccontano la storia di Giuseppe Fava, direttore del giornale antimafia “I Siciliani”,assassinato a Catania dalla mafia il 5 gennaio del 1984, con contributi scritti, tra gli altri, di Riccardo Orioles, Claudio Fava (figlio del giornalista ucciso) e Roberto Morrione.

E’ stato presentato nella sala Tobagi della Federazione nazionale della stampa italiana nell’ambito del calendario di eventi della Fnsi contro il ddl Alfano. “Un giornale come I Siciliani con la legge sulle intercettazioni sarebbe fuori legge” ha dichiarato Claudio Fava. “Grazie alle intercettazioni la magistratura e le forze dell’ordine sono arrivate prima che la mafia compiesse azioni contro di me” ha detto il giornalista Lirio Abbate, presente per ricordare che ancora oggi in Italia ci sono tantissimi cronisti che pagano per avere raccontato verità nascoste o semplicemente per il lavoro che fanno. “Quello che succedeva al tempo di Fava e di mio fratello Giovanni succede ancora oggi in Calabria, in Sicilia e in Campania, dove la grande informazione si gira dall’altra parte”, ha sottolineato Alberto Spampinato direttore di Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio della Fnsi e dell’ordine dei giornalisti sui cronisti minacciati dalle mafie. “In Italia sono almeno 50 – ha detto Spampinato – la situazione più grave è in Calabria, dove abbiamo registrato 16 colleghi intimiditi in 4 anni, 8 nell’ultimo anno di cui 6 in sole tre settimane”.

Giuseppe Fava, personaggio scomodo e controcorrente, è stato ricordato nei tanti interventi. “Il suo giornale non aveva alle spalle un editore, né un partito, quindi dava fastidio perché era un uomo libero che voleva fare il suo mestiere fino in fondo senza piegarsi al sistema” ha detto la figlia Elena.  Per Nando Dalla Chiesa, “ Fava era un intellettuale di rottura, poliedrico, capace di produrre teatro, libri e giornalismo”. Roberto Morrione, presidente di Libera Informazione, ha sottolineato che il fondatore dei Siciliani “si è rivolto direttamente e indirettamente ai giovani, come Don Diana a Casal Di Principe, con insegnamenti contro il potere e contro le mafie, per questo il linguaggio del fumetto è adatto a raccontarlo”.  Enrico Fierro, del Fatto Quotidiano, si è soffermato sul suo valore di esempio per chi fa lo stesso mestiere: “ha insegnato a una generazione di giornalisti quello che si doveva fare nel Sud”.

L’iniziativa “Matite contro la mafia” non sarà l’ultima. “Parleremo anche di Giancarlo Siani, di Natale De Grazia e delle navi dei veleni, di Jerry Masslo” ha annunciato Raffaele Lupoli per l’associazione daSud riguardo ai prossimi fumetti della serie. L’idea è quella di legare un linguaggio accessibile ai giovani con temi importanti per raccontare i territori. L’associazione Stampa Romana ha acquistato 500 copie del volume da diffondere nelle scuole. “Questo lavoro è un omaggio al giornalismo italiano, purtroppo proprio Catania ha dimenticato uno dei suoi figli migliori e uno degli esempi più alti di giornalismo nel nostro paese” ha concluso Luigi Politano, co-autore che ha raccolto le testimonianze per scrivere il racconto. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

“MODENA CITY RAMBLERS” PER ROSARNO

MARTEDI 23 FEBBRAIO ORE 20 E 30
SPAZIO DASUD

Reading e sound insieme a Franco D’Aniello

Accompagnamento musicale Gianluca Spirito dei Ned Ludd

Diretta web a partire dalle 20 e 30 sul sito nella sezione live

Spazio daSud – via Gentile da Mogliano 170 – Pigneto Roma
http://www.dasud.itinfo@dasud.it – facebook: daSud onlus – tel. 06. 83603427

Una mobilitazione nazionale a Rosarno dietro lo striscione censurato


Dossier “Arance insanguinate”. Una grande protesta civile che unisca cittadini calabresi, associazioni antirazziste, movimento antimafia, forze politiche e sindacali, la chiesa e il volontariato. Associazione daSud: “La ‘ndrangheta protagonista dei fatti

Reggio Calabria – Una mobilitazione nazionale verso Rosarno, dietro lo striscione censurato “Speriamo un giorno di poter dire: c’era una volta la mafia”. Dalla Piana di Gioia Tauro a Roma e ritorno. Una grande protesta civile che unisca cittadini calabresi, associazioni antirazziste, movimento antimafia, forze politiche e sindacali, la chiesa e il volontariato. A lanciare la proposta è il documento di analisi “Arance Insanguinate – Dossier Rosarno”, presentato dall’associazione calabrese antimafie daSud onlus. L’iniziativa parte da un editoriale dell’ex sindaco Giuseppe Lavorato, dal titolo “Rosarnesi aprite gli occhi: è la ‘ndrangheta che ci infanga”, con un appello alla maggioranza onesta del paese. L’analisi dell’ex primo cittadino racconta del crollo del mercato agricolo dagli anni Settanta in poi, causa dei meccanismi di sfruttamento. Dalla caduta del prezzo delle arance sul mercato europeo per l’ingresso di altri paesi produttori alle politiche errate che hanno incentivato le truffe, alla mancanza di controlli e allontanamento violento dei commercianti onesti che compravano gli agrumi a un prezzo equo per i produttori. “Con intimidazioni e minacce li allontanò la ‘ndrangheta per rimanere unica acquirente e imporre un prezzo sempre più basso al produttore – scrive Lavorato – E nel corso degli anni si è impossessata di tutta la filiera agricola. Dalle campagne ai mercati: deruba tutti”.

Il dossier è “Un punto di partenza per ricordare e per capire che a macchiare l’immagine di Rosarno non sono i media, ma le cosche della ‘ndrangheta”, dice il giornalista Danilo Chirico. Una raccolta di documenti a sostegno di una mobilitazione per affermare che anche Rosarno fa parte dell’Europa, che non può esistere “un pezzo di territorio off limits e non attraversabile”. All’insegna di un concetto semplice che nella provincia di reggio Calabria si scontra con il muro dell’omertà: “Le strade e le piazze di Rosarno sono territorio libero in un paese libero”. L’associazione sottolinea che “la deportazione di una razza in stile Shoah è qualcosa di grave che non ha paragoni in Italia”. Da oltre un mese, la sede romana di daSud è aperta a un’assemblea permanente con associazioni, partiti, movimenti, centri sociali, artisti per tenere alta l’attenzione sul caso. Tutta la campagna ha preso il nome “Arance insanguinate”, da un sit in di protesta contro il ministro dell’Interno Roberto Maroni davanti al senato.

“La ‘ndrangheta è stata protagonista dei fatti di Rosarno. Chi lo nega è in malafede o non capisce nulla di ciò che accade in Calabria – dicono Celeste Costantino e Danilo Chirico – La ‘ndrangheta ha stracciato la democrazia: è questo che rende Rosarno un caso nazionale”. Secondo gli attivisti antimafie, le cosche hanno guidato la ‘caccia al negro’ “e la manifestazione del comitato civico, nella quale non ha avuto cittadinanza lo striscione antimafia degli studenti, ne è solo una conferma”. Per questo l’associazione di calabresi emigrati, ha riportato in piazza a Roma lo stesso striscione. E daSud smentisce chi dice che a Rosarno il razzismo non c’entra. La verità non sono “venti anni di accoglienza”, ma venti anni di soprusi, come emerge dall’inchiesta di daSud, che afferma: “Il razzismo c’è , è forte e rappresenta la benzina su cui divampa il fuoco della subcultura mafiosa”. (rc)
© Copyright Redattore Sociale

Il doppio volto di Rosarno: razzismo mafioso e il volontariato che accoglie

15/02/2010
14.58
IMMIGRAZIONE
Dossier “Arance insanguinate”. Già alla fine degli anni Novanta i migranti si appellavano al sindaco: “Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricita’”

Reggio Calabria – Dal dossier Arance Insanguinate emerge anche il doppio volto di Rosarno. Violenza xenofoba da un lato, reazioni del volontariato laico e cattolico dall’altro. L’impegno di pochi volontari per l’accoglienza dei migranti che ad ogni stagione invernale arrivavano a raccogliere le clementine della Piana. “Rosarno è anche tra i primissimi paesi calabresi ad avere progettato politiche di sostegno ai migranti già nel 1995”, si legge nel documento. Nel 1994 viene eletto sindaco di Rosarno Peppino Lavorato, comunista da sempre impegnato nella lotta alle cosche. Lavorato mostra sensibilità umana e istituzionale verso gli immigrati. Le ‘ndrine non tardano a presentare il conto. La notte di Capodanno lanciano un’offensiva a colpi di mitragliatore contro il Comune e gli edifici scolastici. La risposta è una festa dei popoli che dal 6 gennaio del 1995, per tutti gli anni del doppio mandato del sindaco Lavorato, ogni Epifania distribuirà pasti caldi agli immigrati sulla piazza intitolata al giovane dirigente comunista Giuseppe Valarioti, trucidato dalla ‘ndrangheta a Rosarno nel 1980.

Le violenze ovviamente non si fermano. A ottobre del 1996 il rinvenimento del cadavere senza volto nelle campagne di Laureana di Borrello. Nel gennaio del 1997 un raid punitivo ferisce a sprangate tre marocchini. E ancora, un’altra sparatoria il 9 novembre del 1999 lascia sul terreno tre feriti gravi. “Non tutti i rosarnesi sono razzisti e mafiosi, ma tutti i mafiosi rosarnesi sono razzisti” è il commento del giornalista Alessio Magro di daSud Onlus, a conclusione del lungo elenco di crimini contro gli africani. Tra cui le aggressioni con le spranghe in motorino agli immigrati che passano sulla via Nazionale. Ma un altro aspetto che emerge chiaramente è quello delle rivendicazioni dei migranti, stanchi di subire angherie. Negli anni si sono susseguiti gli appelli e le lettere dei lavoratori stagionali al sindaco. Già nel lontano 1999, all’indomani dell’ennesimo agguato nelle bidonville, gli africani denunciano il clima di terrore scrivendo: “ Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricità”. Il 15 novembre del 1999 il consiglio comunale vara un pacchetto di misure pro immigrati, corsi di lingue e una mensa. “Nel 2003 finisce l’era del sindaco antimafia”, conclude Magro. Il problema cresce a dismisura, il comune viene commissariato per le infiltrazioni della criminalità. Nessuno riesce a dare attenzione ai migranti, se non pochi generosi volontari e Medici senza frontiere. (vedi lanci successivi) (raffaella cosentino)
© Copyright Redattore Sociale

Roma: al Pigneto 15 giorni di musica, arte e sport per gli africani di Rosarno

E’ l’iniziativa “Bloody Oranges”, i cui fondi raccolti saranno devoluti agli immigrati ospitati nei centri sociali. Anche le associazioni in campo per dare un sostegno economico per le spese legali

ROMA – Quindici giorni di musica, arte, teatro, sport e performance multiculturali in sostegno ai lavoratori africani fuggiti da Rosarno. E’ l’iniziativa culturale “Bloody Oranges” organizzata da daSud Onlus, associazione calabrese contro la ‘ndrangheta, per raccogliere fondi per gli immigrati ospitati al momento in alcuni centri sociali, nel quartiere romano del Pigneto. Il lancio ufficiale è previsto per stasera nella sede di daSud, in via Gentile da Mogliano 170, con la performance di Christian Muela che presenta il suo nuovo album, dal titolo “L’albero”. Seguiranno, fino al 28 febbraio, molti altri eventi nei locali della zona, dal Fanfulla al Dal Verme. Alle iniziative di solidarietà hanno aderito anche alcuni esponenti della band dei Modena City Ramblers, che si esibiranno nella sede dell’associazione il 23 assieme ai Ned Ludd. Musiche africane, readings, raccolte fondi con varie serate fino all’evento conclusivo: un torneo di calcetto nel VI municipio. “Calci solidali, un gol per l’accoglienza, presso l’impianto Pro-Roma calcio.

La vasta realtà associativa del Pigneto si è mobilitata per dare un sostegno economico ad alcune centinaia di immigrati provenienti dagli scontri di Rosarno, che sono stati ospitati dai movimenti di lotta per la casa, come Action o presso il centro sociale ex Snia. “Una proposta culturale e di beneficenza che serve anche a tenere alta l’attenzione sul dopo Rosarno e sulla condizione di indigenza e mancanza di diritti che si trovano a vivere gli stagionali africani fuggiti o deportati dalla Piana di Gioia Tauro”, afferma Alessio Magro, giornalista calabrese e tra i fondatori dell’associazione daSud, che cura l’archivio online “Stopndrangheta”. L’associazione ha anche curato un dossier in fase di pubblicazione dal titolo “Arance Insanguinate”, con lo stesso nome di una campagna in favore dei diritti dei migranti africani che da oltre un mese ha portato sulle piazze la protesta per il permesso di soggiorno a tutti i lavoratori stagionali vittime dello sfruttamento. (rc)

Copyright Redattore Sociale


Mail

rightstories@yahoo.it
ottobre: 2019
L M M G V S D
« Mar    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Pagine

Annunci