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Malalai Joya e la libertà del popolo afghano

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Victoria Donda, giovane deputato della sinistra argentina, cresciuta da coppia fedele al regime «Sono la voce dei desaparecidos in Parlamento»


■ Un cappotto blu elettrico e una borsetta a tracolla, di pelle nera, borchiata.
Capelli perfettamente lisciati. Baci,abbracci e sorrisi aperti, da cui si intravede un apparecchio ortodontico, molto adolescenziale. Victoria Donda sembra una ragazzina che torna a casa dagli amici, dopo una lunga assenza. Invece, è alla Casa delle Culture di Roma, per parlare della situazione della sinistra argentina e del suo incarico di deputato del Congresso di Buenos Aires e di presidente della Commissione per i diritti umani. Fin qui, nulla di eccezionale, se non per la sua giovane età, 33 anni. La particolarità è in un altro numero, il 78, la posizione che ha nella lista dei figli ritrovati in Argentina. Questo vuol dire che Victoria Donda è una dei tanti hijos de desaparecidos che durante gli anni della sanguinosa dittatura sono stati portati via ai legittimi genitori, prigionieri politici. Solo sei anni fa, grazie a un esame del Dna e all’instancabile ricerca delle «Nonne di Plaza de Mayo», il vaso di Pandora è stato scoperchiato, trasformando Raul e Graciela, i suoi genitori di sempre, in apropriadores e cioè quelle coppie fedeli al regime che accettavano di crescere come propri i figli dei desaparecidos. Analìa (questo il nome che le era stato dato) è tornata Victoria. Gli elementi del dramma, o della tragedia greca, non mancano, eppure a sentirla parlare spiazza. «Per me la famiglia sono tutti. Non necessariamente la famiglia biologica o quella adottiva, ma sono le persone con le quali hai dei legami, che hai attorno. Sono gli amici, i miei compagni, il fidanzato». Ma ha cercato di recuperare le relazioni che le erano state negate?
«Sì, certo. Ora ho mia nonna che vive a Toronto con cui ho instaurato un buon rapporto. Purtroppo, lei è malata e a causa di questo le cose sono un po’ più difficili. A Toronto ho anche tre zii, che sono i fratelli di mia mamma, e poi da pochissimo ho recuperato il rapporto con mia sorella biologica».
Ironia della sorte, lei fa politica da molti anni, prima ancora di sapere che stava portando avanti la battaglia dei suoi genitori. I suoi miti sono Castro, Guevara, Chavéz, Morales. È cambiato qualcosa nel suo modo di fare politica? /strong> «Sì, perché sento maggiore responsabilità adesso. Sento di rappresentare anche la loro lotta. Per me la politica è militanza, non è una carriera. Io vivo la politica come una passione. Adesso sono parlamentare e pretendo di rappresentare al meglio questo ruolo, nel futuro non so cosa accadrà, non mi pongo degli obiettivi personali in questo senso, saranno i miei compagni a decidere quale sarà il ruolo migliore per me per portare avanti i nostri progetti. L’obiettivo che mi pongo, invece, riguarda la mia laurea in giurisprudenza, che spero di prendere quest’anno».
La questione della dittatura militare è una ferita ancora viva in Argentina.
«Sì. L’attuale governo sta facendo molto,molto più di altri. È questo governo infatti che ha preso la decisione politica di portare avanti un percorso che si basa su tre pilastri: verità, memoria e giustizia, per mettere sul tavolo tutto quello che è successo durante quegli anni e chiudere un capitolo così doloroso».
Il libro in cui spiega la sua storia si intitola «Il mio nome è Vittoria». Chi è Vittoria? «Vittoria è una donna che viva la politica come una scelta di vita. Non esistono due dimensioni distinte. La politica è la mia vita. Io sono la stessa persona che va in Parlamento, che scende in piazza o che si prepara a casa prima di andare a ballare». Cosa significa questo libro? «Per me questo libro ha due significati:uno è strettamente personale ed è un modo per riconciliarmi col mio passato; l’altro è il valore di testimonianza storica e collettiva. È anche un modo per accontare la mia storia. A chi mi chiederà ancora di me, dirò: “leggete il libro”
. Questa è la mia storia”». href=”https://rightstories.files.wordpress.com/2010/04/donda8.jpg”><img src="https://rightstories.files.wordpress.com/2010/04/donda8.jpg&quot; alt="" title="donda[8]" width="420" height="454" class="aligncenter size-full wp-image-439"
Antonella Vicini
L’Eco di Bergamo, 30 marzo 2010.

Ong afghane contro gli aiuti: “Non vanno al paese e aumentano la corruzione”

28/01/2010
14.43
COOPERAZIONE

Sette delegate della società civile in rappresentanza di 80 organizzazioni umanitarie guidate da donne lanciano l’allarme sulla destinazione degli aiuti: “solo il 5% va ai progetti per le donne”. Selay Ghaffar di Hawca: “le nostre vite sempre a rischio”.

Londra – Mentre la diplomazia internazionale si riunisce nella capitale inglese per finanziare con un fondo internazionale il piano di riconciliazione con i Talebani decido da Karzai e dagli Stati Uniti, le sole donne afghane presenti alla conferenza internazionale criticano la politica degli aiuti attuata dalla comunità internazionale. “Gli aiuti non stanno andando all’Afghanistan, ritornano indietro ai paesi ‘donatori’ attraverso gli stipendi corrisposti ai militari e ai contractors per la sicurezza”, denuncia Washma Frogh, esponente dell’Afghan women network, presente alla Conferenza di Londra. “E’ davvero frustrante che niente sia cambiato per noi dopo 8 anni di guerra”, dice a margine dell’incontro parlando della situazione delle donne a Kabul e nel resto del Paese. Sotto accusa il sistema dei Prt (Provincial reconstruction team), con i militari che si occupano direttamente della ricostruzione attraverso attività Cimic, di cooperazione civile e militare. “I Prt non sono adeguati alla ricostruzione, non conoscono i veri bisogni della gente e le persone li rifiutano perchè li vedono come soldati, inoltre la qualità dell’aiuto è davvero bassa”. E sulla corruzione dilagante, l’attivista afghana è lapidaria: “Il 70% del budget governativo viene dall’estero, dunque devo dire che l’aiuto internazionale ha creato maggiore corruzione”.

Sono sette le delegate della società civile che tra poco presenteranno un documento al vertice dei 60 paesi ospitato alla Lancaster House. Le attiviste dell’Afghan Women Network rappresentano 80 organizzazioni non governative guidate da donne in Afghanistan, di cui 20 più grandi e il resto titolari di piccoli progetti. Tutte operano in una situazione di grave pericolo. “Le nostre vite sono a rischio per due motivi – denuncia Selay Ghaffar dell’ong ‘Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan’ – la società civile ancora non accetta il nostro ruolo e non abbiamo un sostegno reale da parte della comunità internazionale. Basti pensare che solo il 5-7% degli aiuti è diretto a progetti per le donne, noi pensiamo dovrebbe essere almeno il 20-25%”.

Aumento degli aiuti internazionali per lo sviluppo economico oltre alla sicurezza da un lato e lotta alla corruzione del regime politico attualmente al potere sono due dei focus del vertice ospitato dal primo ministro inglese Gordon Brown. Due giorni fa, otto organizzazioni umanitarie impegnate nel Paese, Oxfam, Actionaid, Afghanaid, Care Afghanistan, Christian Aid, Trocaire, Concern e il Consiglio norvegese per i rifugiati (Nrc), hanno diramato un documento che denuncia la ‘militarizzazione’ degli aiuti. Rivolgendosi agli oltre 60 ministri degli Esteri partecipanti all’incontro di oggi, le Ong si sono espresse contro “l’utilizzo da parte delle forze militari internazionali degli aiuti come arma non letale”, con azioni umanitarie e militari di breve respiro che “forniscono una soluzione più temporanea che duratura” e sono “motivate dagli interessi politici dei donatori” e da obiettivi di sicurezza a breve termine. (vedi lanci successivi)(rc)

© Copyright Redattore Sociale

«In Iran soffocate le voci di dissenso» Lahidj, vice presidente della FIDH

Nei giorni scorsi, la International Federation for Human Rights (FIDH), attiva dal 1922 in tutto il mondo nel campo dei diritti umani, ha lanciato un allarme sul numero degli arresti in Iran dall’inizio delle proteste: circa 2000. Il vice presidente della FIDH e presidente dell’Iranian League for the Defence of Human Rights (LDDHI), Karim Lahidj racconta cosa sta accadendo in Iran.

«La situazione è drammatica. La popolazione ilahidji k5-1raniana è stata presa in ostaggio di un regime autoritario, dai suoi agenti e dai servizi segreti che rispondono con una repressione violenta alle richieste di trasparenza e di democrazia. La società civile viene messa a tacere: i difensori dei diritti umani sono scomparsi e i cittadini normali sono vittime di arresti arbitrari».

Scendendo più nel dettaglio e parlando di numeri.
«In Iran c’è un clima di terrore, perché il regime porta avanti i suoi obiettivi politici soffocando le voci di dissenso. Le libertà fondamentali sono ampiamente ignorate e le manifestazioni di protesta a Teheran, e nelle altre città, vengono represse col sangue. Più di 2000 persone sono state arrestate e sono attualmente detenute. Secondo Reporters sans Frontieres, al momento, sarebbero circa 34 i giornalisti in prigione. I Basiji hanno preso il sopravvento sulle forze di sicurezza e esercitano le funzioni di Stato con arresti e raid nelle case».

Chi è responsabile di questo?
«È ovvio che il regime e la Guida Suprema in persona abbiano deciso di imporre l’elezione di Ahmadinejad agli iraniani, senza considerare la conseguente perdita di credibilità e di legittimità. Queste elezioni sono state segnate dalla frode e dalla repressione violenta. Il Consiglio dei Guardiani, da parte sua, ha accettato un riconteggio parziale solo per mantenere la facciata. Non potrebbe nascere un governo legittimo da queste elezioni e, dal momento che loro lo sanno bene, hanno incaricato la famosa milizia Basiji di eliminare le voci di dissenso e le proteste».

Chi, invece, esegue gli ordini?
«I Guardiani della Rivoluzione, la polizia e i Basiji si dividono la responsabilità di repressione e violazioni dei diritti umani. Loro agiscono durante le dimostrazioni e conducono raid notturni, terrorizzando la popolazione».

Oltre agli attivisti, chi è stato arrestato?
«Naturalmente gli attivisti, gli avvocati nel campo dei diritti umani, i giornalisti e le figure prominenti nel fronte dell’opposizione sono stati il bersaglio principale. Ogni cittadino che proclama il rispetto dei propri diritti, per le strade, attraverso internet o i social network rischia di essere arrestato. Il Ministero dell’Informazione in Iran, infatti, riesce ad identificare con successo chiunque sfidi le autorità».

Alcune persone che vivono in Iran hanno raccontato di maltrattamenti nei confronti di chi è stato arrestato…
«Conoscendo il modo in cui sono stati trattati gli attivisti nelle prigioni iraniane nel passato, non mi sorprenderei se queste accuse fossero vere. Le Nazioni Unite hanno chiesto già da tempo alla FIDH di fare dei controlli in loco, ma l’Iran non coopera. I casi di tortura sono stati ampiamente documentati, già prima dell’attuale ondata di repressione, e probabilmente continueranno in futuro».

Antonella Vicini

(Il Tempo O5/07/2009)

Mostra “Costruttori di pace tra XX e XXI secolo”

Dal 16 al 20 marzo 2009
Auditorium Ennio Morricone, Facoltà di Lettere e Filosofia,
via Columbia 1
Fiducia, impegno e non violenza:
la responsabilità ai giovani per vincere sulle crisi.
L’Università di Roma “Tor Vergata” si trasforma in un’arena di Pace per una settimana. Dal 16 al 20 marzo la facoltà di Lettere e Filosofia ospiterà la mostra “Costruttori di Pace tra XX e XXI secolo”. Le strade e le esperienze di protagonisti, grandi e piccoli, del cambiamento sociale, da Gandhi a Martin Luther King, da Daisaku Ikeda ai premi Nobel per la Pace e alle persone comuni che si sono impegnate nella difesa dei diritti umani, si incontreranno grazie alle immagini e alle storie che verranno esposte all’interno dell’Auditorium “Ennio Morricone”.
I Sentieri dell’impegno, dell’accoglienza, dell’accesso equo alle risorse, dell’integrazione, dei diritti, della scienza per la pace, della convivenza sociale, del’informazione, dell’economia solidale, della creazione artistica: sono soltanto alcuni dei percorsi che verranno indicati agli studenti con l’intento di fare germogliare nel campo della conoscenza il seme dei “rivoluzionari disarmati”. “Non si vuole offrire una soluzione a scatola chiusa – affermano gli organizzatori dell’evento Marika D’Adamo e Simone Migliorato, studenti di Lettere a “Tor Vergata” – ma riaprire il dibattito su quegli uomini che hanno mostrato al mondo la potenzialità e l’importanza di non delegare ad altri davanti alle difficoltà, di ‘alzarsi da soli’ per affermare i diritti, usando tutte le risorse dell’accrescimento democratico a disposizione”.

LE TAVOLE ROTONDE
In occasione dell’apertura (16 marzo) e della chiusura (20 marzo) dell’evento, il mondo accademico e la società civile si incontrano all’Università “Tor Vergata” per affermare l’importanza del dialogo come unica chiave d’accesso a un futuro di pace. L’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, Amnesty International, Banca Etica, Onlus, esperti, docenti, studenti e giornalisti si confronteranno sui percorsi da seguire per una diffusione della cultura della non violenza, a livello individuale, locale e globale. Due le Tavole Rotonde in programma per “Costruire la Pace”: lunedì 16 marzo ore 10.00 e venerdì 20 marzo ore 16.00 (Auditorium “Ennio Morricone”, facoltà di Lettere e Filosofia).
Gli sbarchi degli immigrati a Lampedusa, le ronde e le discriminazioni degli stranieri, l’emarginazione dei rom, l’imposizione di quote nelle classi per i bambini immigrati, le guerre per accaparrarsi le risorse idriche: i relatori che partecipano al dibattito hanno, in molti casi, affrontato direttamente queste situazioni e possono indicare agli studenti percorsi alternativi al muro contro muro, senza rinunciare al dialogo.
A conclusione dell’evento, l’esibizione dei cori: Schola cantorum della Cappella di San Clemente, Coro Giovani e Coro Dante dell’Istituto buddista italiano Soka Gakkai e lo spettacolo di hip hop multietnico dell’associazione Ali Onlus (Arte, Lavoro, Integrazione).

IL PROGRAMMA

LUNEDI’ 16 MARZO

L. Rino Caputo, preside Facoltà di Lettere e Filosofia
Renato Lauro, Rettore dell’Università Roma “Tor Vergata”

Laura Boldrini, rappresentante dell’UNHCR – United Nations High
Commettee for Refugees
«Il sentiero dell’accoglienza per i rifugiati»

Marta Arkerdar e Francesco Santangelo
membri della Consulta Giovanile Interreligiosa
«Il sentiero del dialogo fra giovani di fedi diverse»

Nunzia Marciano, preside della Scuola elementare “Carlo Pisacane” di Roma
«Il sentiero dell’integrazione multietnica»

Paolo Carsetti, Luca Falloni e Simona Savini,
rappresentanti di Geologia Senza Frontiere onlus
«Il sentiero dell’accesso equo alle risorse»

Interviene e coordina Marcello Massenzio, docente di Storia
delle Religioni, Università di Roma “Tor Vergata”

VENERDI’ 20 MARZO ore 16.00

Raffaella Cosentino
giornalista, «Raccontare la pace: Il sentiero dell’informazione al servizio
del dialogo»

Danilo Bruschetti studente della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e
Naturali, Università di Roma “Tor Vergata”
«Il sentiero della scienza per la pace: la scelta di Joseph Rotblat»

Teresa Campi, docente di Diritti umani
«Il sentiero dell’Educazione alla non violenza»

Stefano Pratesi vicepresidente di Amnesty International – Italia
«Il sentiero della tutela dei diritti dell’uomo»

Paolo Ciani Comunità di Sant’Egidio
«Il sentiero della convivenza sociale»

Andrea Baranes Fondazione culturale Responsabilità Etica di Banca Etica
«Il sentiero dell’economia solidale»

Esibizione musicale dei Cori polifonici
Schola cantorum della Cappella di San Clemente
Coro Giovani dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai
Coro Dante dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai
Spettacolo di danza dei ragazzi dell’Associazione Ali Onlus

Roma 17 gennaio. I had a dream

Roma. Foto di Antonella Vicini

Roma. Foto di Antonella Vicini


Bambina comunità palestinese. Roma. Foto di Antonella Vicini

Bambina comunità palestinese. Roma. Foto di Antonella Vicini


Avevo il sogno di vedere sventolare solo bandiere palestinesi alla manifestazione nazionale svoltasi oggi a Roma; una marea di bandiere della Palestina
.
Invece, come temevo, troppi vessilli di gruppi e gruppuscoli; troppa autoreferenzialità e autopromozione, passata anche per i tentativi di vendere i propri fogli di partito.

Un gruppo di artisti di strada suona “Bella Ciao”. La stessa canzone che parte dal camion che guida il corteo. “Ai giornalisti che mi hanno chiesto se questa manifestazione è bipartisan– grida una voce dagli altoparlanti – noi rispondiamo “NO”, questa manifestazione è partigiana”.

La causa della Palestina, come tutte le cause giuste che hanno a che fare con il rispetto dei Diritti Umani, con la Legalità, con l’Umanità– come ci ricorda ogni giorno Vittorio Arrigoni dalla Striscia di Gaza: Restiamo umani!– è e dovrebbe essere di tutti. Per questo avrei voluto vedere solo bandiere della Palestina: nessun partito, nessuna sigla. Nessuna faziosità, purtroppo, tutta italiana.

E non avrei voluto vedere neanche bambini usati come strumento, urlare, fomentati ed eccitati dalla presenza di noi testimoni che un po’ vigliaccamente li fotografiamo, il loro odio, la loro rabbia per la morte di altri bambini come loro, vittime di un gioco incomprensibile.

Vic.

Speranze. Roma. Foto di Antonella Vicini

Speranze. Roma. Foto di Antonella Vicini

Miserie Nostrane. Roma. Foto di Antonella Vicini

Miserie Nostrane. Roma. Foto di Antonella Vicini

Roma, catena umana per Gaza

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci

Diamo una mano alla pace: l’11 gennaio centinaia di persone al Circo Massimo per fermare la guerra.

A Roma una catena umana per Gaza

Automobilisti distratti: lite con alcuni manifestanti per passare al semaforo

Arriviamo a fatica a Piazza San Marco. La catena umana è già partita, diretta a passo lento verso il Circo Massimo e la sede della Fao. Ancora più affannosamente la raggiungiamo all’altezza della bocca della verità. Mi porto addosso il peso dei resoconti sui giornali e delle immagini che documentano il massacro di Gaza. E forse di più mi tormenta ciò che non ho visto. Gaza è off limits. Mi hanno bendato e non posso vedere cosa succede. Mi hanno legato le mani e non posso agire. Mi hanno chiuso la bocca togliendomi la capacità di raccontare e di capire, perché io forse non ho un lessico abbastanza forbito, ma davvero scavando nella memoria mi pare di non riuscire a trovare nel vocabolario un termine adatto a descrivere quello che sta succedendo. “Massacro”, “guerra”, “strage”, “conflitto”: sono parole abusate, svuotate dalla ripetizione nel cicaleccio mediatico. Dobbiamo inventare vocaboli nuovi e più atroci? Quelli vecchi mi sembrano freddi, scollegati da quel sentimento caldo di ingiustizia, impotenza e rabbia che ha occupato il mio cuore dal momento in cui le prime bombe sono piombate su Gaza.
L’inferno deve essere così. Una scatola chiusa, con dentro migliaia di esseri umani, bombardata da tre direzioni: cielo, terra e mare. Operazione Piombo fuso. Per una volta hanno chiamato le cose con il loro nome. Non come la missione ‘Pace in Galilea’ che nel 1982 significò : invasione militare del sud del Libano. Non come Bush che trasformò ‘shock and awe’ , colpisci e terrorizza, in Iraqi freedom. Ma ritorna l’accostamento assurdo di parole opposte: è una guerra d’attacco per difesa, per difendere i civili israeliani dal terrorismo, dai razzi di Hamas.
Ci hanno piombato il cuore con una colata d’odio proprio al passaggio dal 2008 al 2009, quando avevamo bisogno di speranza per voltare pagina dopo un anno segnato dalla crisi economica e ambientale. L’alba del nuovo anno è stata affogata nel sangue umano. I botti veri sono stati quelli di un orrore senza fine.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci

Il diritto alla sicurezza umana e la responsabilità di proteggerla. Da qualche parte, nelle scartoffie, l’Onu ha scritto che questo principio esiste e va tutelato. In questi giorni sempre l’Onu ci dice che in un edificio sono stati reclusi 110 palestinesi e il giorno dopo bombardati dall’esercito israeliano, con almeno 30 morti ammazzati.
Ora abbiamo 900 morti palestinesi in sole due settimane di guerra, di cui 300 sono bambini, e migliaia di feriti. Anche alcuni soldati israeliani hanno perso la vita negli attacchi.
Potevo esserci nata io a Gaza. Potevo essere una bambina palestinese di sei anni. Potevo essere morta dissanguata per la strada per la mancanza di soccorsi. O spappolata in casa da un ordigno venuto giù dal cielo.
Quando penso così, ho il fiato della morte sul collo e mi è difficile andare a una manifestazione per la pace tra israeliani e palestinesi senza sentire il peso insostenibile della retorica. Funzionano in questo modo oggi i messaggi di morte rivolti al mondo, dagli eserciti o dai terroristi, dai governi che decidono le guerre a tavolino o dai kamikaze. Ti uccidono la speranza dentro. Ma se non ti lasci ammazzare anche a distanza col telecomando mediatico, ti alzi e vai a dire la tua. E scopri che ci sono altri che la pensano come te. Che non si auto-assolvono. Che si sentono coinvolti e capaci di lanciare un contro-messaggio…

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci


Cinque dita per dire basta al massacro di Gaza. Anzi dieci dita, quelle di due mani che si stringono contro l’odio e le divisioni. Guanti nei guanti per vincere il gelo di questo gennaio che però ha regalato una domenica mattina piena di luce, con il sole forte e il cielo terso.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci

Calore e colore per la pace. Fasciati nelle bandiere arcobaleno, con le biciclette, i bambini nel passeggino, i palloncini, qualche bandiera palestinese e diverse kefiah al collo. Palestinesi, ebrei, cattolici, buddisti, attivisti e semplici cittadini e cittadine, di tutte le età, insieme a formare una catena umana, una serpentina irregolare lunga alcune centinaia di persone.
Ci sono mani assassine, che imbracciano un mitra, che pilotano un caccia militare da cui piovono bombe, che firmano ordini di attacco con una costosa Montblanc, su una scrivania di legno laccato dentro un ufficio ai piani alti di un ministero arrogante, che decide sulla vita e sulla morte di tanta gente. Mani insensate quanto la disperazione, che si fanno saltare in aria con un detonatore, affogando il futuro in una lunga scia di sangue.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci


Eppure, sono sempre di più le mani che costruiscono il dialogo. “I pacifisti sono la maggioranza nel mondo” ricorda don Tonino dell’Olio, di Libera, all’arrivo al Circo Massimo. Tuttavia, “in questo conflitto, i pacifisti hanno perso completamente la parola”, dice Ali Rashid, ex vice-ambasciatore della Palestina a Roma. C’è anche il gruppo ‘ebrei contro l’occupazione’, che si è costituito nel 2002 dopo la seconda intifada. La portavoce Marina Del Monte, pronuncia queste parole: “ebraismo e israele non sono la stessa identica cosa e ci sono anche quegli israeliani che combattono quotidianamente per il loro diritto al dissenso”. Uno striscione raccoglie i pacifisti targati facebook. Un attore legge una lettera di un soldato israeliano che rifiuta la guerra. Poi l’adunata, non molto numerosa, si scioglie. Ognuno prende le vie assolate della capitale.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci


Noi ritorniamo al punto di partenza. Piazza San Marco. Di fronte, al museo del Vittoriano c’è la mostra sulle leggi razziali del 1938 “Una tragedia italiana”. In fondo è cominciato tutto da lì. Le persecuzioni degli ebrei e la shoah. L’incapacità del mondo occidentale di proteggerli e la compensazione del dopoguerra, con la concessione di costituire in Palestina lo Stato di Israele. Da allora, sessantuno anni di guerre. All’interno del museo c’è la riscostruzione dei binari di Auschwitz e ammassate nella penombra le valige di chi è ‘passato per il camino’, le fotografie straziate dei sommersi, dei bimbi che non sono mai tornati, delle famiglie sterminate; i giornali con gli ebrei demonizzati e le campagne d’odio. Vedendo tutto questo, leggendo la storia, dovresti capire il presente. E invece ti risulta ancora più incomprensibile. Come può, un popolo che ha l’orrore ancora tatuato sulla pelle dei suoi anziani, avere un governo che agisce con tanta violenza? Ma, in fondo, forse è il fiore d’odio dell’olocausto che alla fine sta dando ancora i suoi mostruosi frutti. Il cervello, se lo metti in funzione, ti dice che anche questa volta la colpa originaria è dell’occidente, è nostra. Di nuovo la storia si ripete: non stiamo facendo niente. Mi torna in mente una scena di qualche ora prima. A via dei Cerchi, con il verde brillante del prato del Circo Massimo sullo sfondo, la maggiorparte dei manifestanti aveva attraversato l’incrocio. Stava sfilando la coda del corteo. Gli automobilisti bloccati al semaforo suonavano i clacson davanti a vigili urbani e carabinieri impegnati a dirigere il traffico. Una signora bionda è scesa dalla macchina, avvicinandosi al vigile: “ma non si può interrompere la catena e farci passare?” chiedeva. C’è stato un alterco tra automobilisti e manifestanti. Gli uni non capivano le ragioni degli altri. La Capitale è distratta, Gaza è lontana e per molti non vale l’attesa a un semaforo di domenica mattina.

Testo di Raffaella Cosentino


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