Posts Tagged 'donne afghane'

Malalai Joya e la libertà del popolo afghano

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Afghanistan, la violenza e i sogni delle donne. Il futuro “rosa”

HERAT – Farida vuole fare l’insegnante e come lei Shafiqa, Rohsana e Anitha. E così la maggior parte delle sue compagne di classe. Una classe gremita, composta da una cinquantina di bambine, di età diverse, tutte con la divisa d’ordinanza: velo in testa, possibilmente bianco, e manto alla iraniana, scuro.

Libri nuovi forniti dall’Unicef e qualche zainetto all’occidentale, dono della cooperazione italiana e del Provincial Reconstruction team che nel 2009 ha inaugurato questa la nuova scuola di Herat, un istituto molto grande e superaffollato che ospita, dice il direttore dell’istituto, dodici mila studenti dai 6 ai 18 anni suddivisi in tre turni al giorno. Basta fare la classica domanda di rito, «cosa volete fare da grandi?», che il coro si leva unanime: «l’insegnante». Perché? «Vogliamo educare gli altri bambini; ci piace molto saper leggere e scrivere». Questa è la risposta dell’Afghanistan post 9/11 e delle nuove generazioni nate dopo il 2001 che non hanno mai conosciuto, se non forse nei racconti, il divieto di studiare imposto dai talebani alle donne e le discriminazioni dei mujahidin.

Eppure nell’Afghanistan di oggi, a otto anni dall’inizio di Enduring Freedom e della missione Nato, l’alfabetizzazione per le bambine è un obiettivo che stenta ancora a decollare, come tutte le altre questioni che riguardano l’integrazione delle donne nella società civile, nonostante alcuni passi avanti siano stati fatti, soprattutto nella grandi città. Ma l’Afghanistan non è solo Herat o Kabul, dove prima delle presidenziali in parlamento, fra l’altro, si discuteva ancora di una legge sul diritto di famiglia che offre all’uomo la possibilità di decidere del destino della proprie moglie, se non abbastanza condiscendente in tema di «doveri coniugali».

Secondo Nasima Rahmani, coordinatrice del programma ActionAid per i diritti delle donne in Afghanistan, «l’accesso all’istruzione è diventato più facile», anche se ancora oggi «meno di un terzo degli iscritti a scuola in Afghanistan è donna». E nel sud del Paese, zona roccaforte dei taliban dove gli alleati faticano vistosamente ad andare avanti, «solo il 3% delle ragazze va a scuola». Basti pensare che, soltanto lo scorso agosto, nel bel mezzo di una campagna che inneggiava ai progressi ottenuti durante la presidenza Karzai, molte delle giovani che presiedevano i seggi femminili, nella capitale, hanno raccontato chiaramente di essersi imbattute nel forte disagio della famiglia di origine per aver partecipato attivamente al voto. Najila si è recata alle urne e si è offerta come scrutatrice, ma non tutte le sue coetanee hanno potuto farlo. «A volte è tuo padre che decide per te e, un po’ per paura, un po’ perché sono cose da uomini».

C’è poi chi, come Mariam, venticinque anni, detenuta nella prigione femminile di Herat insieme a sua sorella, per essere stata denunciata dal padre per comportamenti licenziosi, dell’insegnamento sta facendo la sua attuale ragione di vita. Da quanto è stata condannata alla reclusione, ogni giorno, offre lezioni di inglese alle sua compagne: apprendere è un privilegio, ancora di più se il luogo in cui questo avviene sono le aule di un carcere. Mariam è timida, ma ha il piglio deciso e, superate le resistenze iniziali, parla, parla in una lingua che non è la sua e che sono in poche a conoscere in un Paese dove solo il 18/20 percento circa (i dati variano a seconda delle fonti) delle ragazze sa leggere e scrivere nella propria lingua madre. «Non so cosa farò quando uscirà di qua – dice, ma di sicuro – dalla mia famiglia non voglio tornare. Dio mi aiuterà». Inshallah.

Antonella Vicini
per IL TEMPO

Ong afghane contro gli aiuti: “Non vanno al paese e aumentano la corruzione”

28/01/2010
14.43
COOPERAZIONE

Sette delegate della società civile in rappresentanza di 80 organizzazioni umanitarie guidate da donne lanciano l’allarme sulla destinazione degli aiuti: “solo il 5% va ai progetti per le donne”. Selay Ghaffar di Hawca: “le nostre vite sempre a rischio”.

Londra – Mentre la diplomazia internazionale si riunisce nella capitale inglese per finanziare con un fondo internazionale il piano di riconciliazione con i Talebani decido da Karzai e dagli Stati Uniti, le sole donne afghane presenti alla conferenza internazionale criticano la politica degli aiuti attuata dalla comunità internazionale. “Gli aiuti non stanno andando all’Afghanistan, ritornano indietro ai paesi ‘donatori’ attraverso gli stipendi corrisposti ai militari e ai contractors per la sicurezza”, denuncia Washma Frogh, esponente dell’Afghan women network, presente alla Conferenza di Londra. “E’ davvero frustrante che niente sia cambiato per noi dopo 8 anni di guerra”, dice a margine dell’incontro parlando della situazione delle donne a Kabul e nel resto del Paese. Sotto accusa il sistema dei Prt (Provincial reconstruction team), con i militari che si occupano direttamente della ricostruzione attraverso attività Cimic, di cooperazione civile e militare. “I Prt non sono adeguati alla ricostruzione, non conoscono i veri bisogni della gente e le persone li rifiutano perchè li vedono come soldati, inoltre la qualità dell’aiuto è davvero bassa”. E sulla corruzione dilagante, l’attivista afghana è lapidaria: “Il 70% del budget governativo viene dall’estero, dunque devo dire che l’aiuto internazionale ha creato maggiore corruzione”.

Sono sette le delegate della società civile che tra poco presenteranno un documento al vertice dei 60 paesi ospitato alla Lancaster House. Le attiviste dell’Afghan Women Network rappresentano 80 organizzazioni non governative guidate da donne in Afghanistan, di cui 20 più grandi e il resto titolari di piccoli progetti. Tutte operano in una situazione di grave pericolo. “Le nostre vite sono a rischio per due motivi – denuncia Selay Ghaffar dell’ong ‘Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan’ – la società civile ancora non accetta il nostro ruolo e non abbiamo un sostegno reale da parte della comunità internazionale. Basti pensare che solo il 5-7% degli aiuti è diretto a progetti per le donne, noi pensiamo dovrebbe essere almeno il 20-25%”.

Aumento degli aiuti internazionali per lo sviluppo economico oltre alla sicurezza da un lato e lotta alla corruzione del regime politico attualmente al potere sono due dei focus del vertice ospitato dal primo ministro inglese Gordon Brown. Due giorni fa, otto organizzazioni umanitarie impegnate nel Paese, Oxfam, Actionaid, Afghanaid, Care Afghanistan, Christian Aid, Trocaire, Concern e il Consiglio norvegese per i rifugiati (Nrc), hanno diramato un documento che denuncia la ‘militarizzazione’ degli aiuti. Rivolgendosi agli oltre 60 ministri degli Esteri partecipanti all’incontro di oggi, le Ong si sono espresse contro “l’utilizzo da parte delle forze militari internazionali degli aiuti come arma non letale”, con azioni umanitarie e militari di breve respiro che “forniscono una soluzione più temporanea che duratura” e sono “motivate dagli interessi politici dei donatori” e da obiettivi di sicurezza a breve termine. (vedi lanci successivi)(rc)

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La beffa di Londra. Benefici ai talebani che rinunciano alla guerriglia, le donne afghane: “Siamo disorientate”

28/01/2010
16.27
COOPERAZIONE

Poco spazio alla società civile alla Conferenza internazionale di Londra sull’Afghanistan. Il network delle ong femminili presenta un documento. Tra le richieste: destinare il 25% dei fondi che arrivano a Kabul per migliorare la condizione femminile

LONDRA – Vorrebbero avere voce in capitolo ed essere considerate parte degli attori in gioco sullo scacchiere afghano. Ma hanno avuto solo venti minuti di tempo per presentare le loro proposte. E’ quanto la Conferenza internazionale sull’Afghanistan ha concesso a un’unica rappresentante di circa 80 ong, voce della società civile afghana. “Siamo davvero confuse, disorientate. La guerra del 2001 è stata fatta per eliminare i Talebani e ora gli si danno soldi per riportarli al governo. Il ritorno dei Talebani non dovrebbe essere nemmeno in discussione”. E’ quanto affermano le delegate afghane a margine del vertice, individuando “nella concessione degli aiuti occidentali la principale causa della guerra e del ritorno degli insorti”. In queste ore alla Lancaster House si sta presentando al mondo il sostegno Nato al piano di riconciliazione proposto dal presidente afghano Hamid Karzai in accordo con l’amministrazione statunitense di Barack Obama. Soldi e posti di lavoro dal mondo occidentale ai Talebani che rinunciano alla guerriglia. Una strategia economica di maggiori aiuti che affiancherà l’arrivo di altri trentamila soldati statunitensi e di ulteriori contingenti dei loro alleati. Secondo quanto ha scritto il quotidiano inglese Telegraph, i piani delle potenze occidentali e la exit strategy dal pantano di Kabul prevedono di pagare 12.500 combattenti talebani dandogli lavoro e convincendoli a entrare nelle forze di sicurezza afghane.

Temendo di essere scambiate come merce sul tavolo della ‘reintegrazione’ dei Talebani per restaurare la sicurezza nel Paese, l’avanguardia civile delle donne afghane ha presentato una lista di punti per indicare le priorità nella stabilizzazione del governo di Kabul. “Il governo e la comunità internazionale – scrivono le Ong – devono assicurare e monitorare i diritti delle donne in tutte le iniziative di riconciliazione nazionale così che lo status delle donne non sia svenduto in un piano a breve-termine per ottenere stabilità”. Le richieste si articolano su tre istanze: sicurezza, sviluppo e politiche internazionali. “Le donne pagano il prezzo più alto per la recrudescenza della violenza” si legge nel documento, teso “ a proteggere i risultati ottenuti dal 2001”. La rete delle ong femminili chiede l’applicazione della risoluzione 1325 del consiglio di Sicurezza dell’Onu e la piena partecipazione delle donne alle decisioni politiche e al processo di pacificazione. “La sicurezza richiede più della stabilizzazione militare – dice ancora la nota – serve protezione delle forze di polizia, libertà di movimento e accesso ai servizi di base, assistenza sanitaria e legale, istruzione, acqua pulita; un cambiamento sociale ampio nella vita pubblica e privata; stupri tra le mura domestiche, abusi in famiglia e violenze contro le donne sono esarcebati dal conflitto e sono le principali cause di insicurezza per la vita delle donne”. Sul versante della sicurezza, si chiede una rappresentanza femminile almeno al 25% in tutte le fasi del processo di pace e nel Consiglio di Sicurezza nazionale del Presidente Karzai. Un’altra proposta è quella di recrutare donne afghane per i servizi di sicurezza, nella polizia nazionale e tra i peacekeepers internazionali.
Una richiesta importante arriva per quanto concerne gli aiuti. “Dovrebbero essere monitorati per vedere se sono efficaci nel promuovere l’uguaglianza di genere. I Donatori dovrebbero assicurare che almeno il 25% dei fondi sia dedicato specificamente alla parità femminilie”. Se la situazione delle donne in Afghanistan non cambierà, non ci sarà pace per il Paese e non si arresterà il traffico di esseri umani che coinvolge tantissimi minori soli nei loro viaggi ‘up to Europe’. E’ la risposta delle rappresentanti afghane ai piani messi in atto dalle diplomazie occidentali anche in loro nome ma senza consultarle. (raffaella cosentino)
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Conferenza di Londra. Fiducia a Karzai e riconciliazione

Da quest’anno sicurezza alle forze afghane ma per controllare tutto il Paese ci vorranno almeno cinque anni. Sostegno militare e aiuti internazionali per altri dieci anni.

Un tipico cielo plumbeo, compatto, spezzato solo delle pale degli elicotteri che sorvolano ritmicamente le zone più centrali, per motivi di sicurezza. Questa è Londra, nel giorno della Conferenza sull’Afghanistan. Una città distratta, come cornice di un appuntamento senza troppi scossoni. L’esito di questa giornata era stato annunciato da giorni e Karzai, del resto, lo aveva chiesto da mesi. Unione Europea, Stati Uniti e Onu hanno ufficialmente aperto ai talebani, quelli moderati, «persone facili da dividere», perchè, secondo il premier britannico Gordon Brown, avrebbero «le ragioni più disparate per prendere parte alla insurrezione». Eppure, la sensazione è che ci sia poco spazio per l’ottimismo, nonostante Hillary Clinton abbia voluto chiarire che «non si tratta di una exit strategy».

Difficile distinguere quali siano gli estremisti e i moderati, spiega bene Selay Gheffar, dell’Hawca (Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan), presente a Londra, con altre donne, come rappresentante della società civile per portare avanti richieste in un mini summit a latere che si svolge mentre, nella sala stampa, due ufficiali Isaf si aggirano per spiegare ai giornalisti le mille difficoltà sul terreno per sconfiggere i talebani. Nell’edificio a pochi passi da Buckingham Palace, dove sono radunate le delegazioni di circa settanta Paesi, la parola che si pronuncia di più è «unità», per realizzare quella transizione che dovrebbe iniziare già a partire dal 2010. Anche se, le forze di sicurezza afghane non saranno in grado di prendere il controllo delle aree più difficili del Paese prima di cinque anni, ha ammesso Karzai, sottolineando che l’aiuto straniero, inteso non solo in termini economici, sarà necessario per altri dieci o quindici anni.

L’obiettivo della comunità internazionale, ricorda Brown sulla scia della dottrina Mc Chrystal, è quella di sconfiggere gli estremisti non solo sul campo, ma anche «nelle menti e nei cuori della gente». Vietato nominare il termine «fallimento» o fuga: Hamid Karzai è il nuovo deus ex machina. Prossimo appuntamento tra qualche mese a Kabul per valutare la realizzazione dei suoi sei obiettivi: reintegrazione e riconciliazione, governance, sicurezza, lotta alla corruzione, sviluppo economico e cooperazione regionale.

Il Tempo
Antonella Vicini

29/01/2010


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