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…E LE FEMMINISTE PIEGANO MAHMOUD su IL RIFORMISTA

Piccolo conflitto di civiltà sulla pratica sciita del matrimonio temporaneo. Ahmadinejad vuole una nuova codificazione misogina, ma le donne alzano la testa.

Si chiama muta’h in arabo e sigheh in persiano, ma la sostanza non cambia. Il matrimonio temporaneo sciita assolve, in tutti e due i casi, alcune importanti funzioni sociali nel mondo islamico: permette la prostituzione e offre a giovani, donne separate o vedove la possibilità di vivere la propria sessualità senza vincoli apparenti. Per un’ora oppure novantanove anni. Il tempo non è importante, quello che conta è che ci sia stato un contratto, anche verbale, e che l’uomo offra la classica “dote” alla donna. Nella Repubblica islamica dell’Iran a volte bastano poche banconote. “Mille tuman (circa 1 euro, ndr)” e, si legge su un blog specializzato in materia, “quando il mio ex ragazzo mi ha chiesto di rimetterci insieme ci siamo sposati per la durata di un giorno”.
Questa soluzione in equilibrio tra i limiti della sharī‘a, che svincola lui da obblighi nei con fronti della donna e permette a lei di continuare a essere indipendente, sta animando il dibattito politico in Iran, facendo segnare un piccolo gol ai gruppi di attiviste in rosa. Proprio mentre l’opinione pubblica internazionale si mobilita per Sakineh Mohammadi Ashtiani, condannata alla lapidazione per adulterio.
Un disegno di legge, già introdotto nel 2007 dal presidente Mahmoud Ahmadinejad, sta cercando infatti di trasformare in prassi ben codificata il matrimonio temporaneo, incontrando però sul suo cammino le ostilità delle femministe. Insieme a loro i riformisti, alcuni religiosi e una parte della società civile che vedono nella sigheh soltanto una forma di prostituzione legalizzata o a un escamotage per permettere ai mariti di avere diverse amanti, senza che la moglie possa opporsi, né vedersi riconosciuto il diritto al divorzio. Ciò che fa discutere della Legge di Protezione della Famiglia, ferma in parlamento, è in particolare la presenza di una clausola che facilita questa pratica, eliminando l’onere della dote e della registrazione. Il 19 agosto scorso, Zahra Rahnavard, moglie di Mir-Hossein Mousavi, ha chiesto al Majlis di cancellare dalla sua agenda la norma per “il bene delle famiglie”, sottolineando come i riferimenti coranici alla poligamia siano stati male interpretati; mentre per la giornalista e attivista iraniana Asieh Amini “tutti gli articoli del disegno di legge rafforzano le disparità giuridiche che di fatto discriminano le donne in Iran”.
La sigheh, in realtà, è una pratica già resa legale dall’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani e dall’ayatollah Khomeini, durante il conflitto contro l’Iraq; un modo per prendersi cura delle famiglie rimaste orfane di figure maschili. Ma adesso riceve un certo rigetto sociale perché il Corano specifica che l’uomo che ha più di una moglie deve assicurare loro lo stesso trattamento: “non potrete mai essere equi con le vostre mogli anche se lo desiderate. Non seguite perciò la vostra inclinazione fino a lasciarne una come in sospeso”, si legge in una delle sure.
Ahmadinejad sta riportando in Parlamento la proposta proprio mentre a livello internazionale infuria la polemica per la condanna a morte di Sakineh e per le dichiarazioni di Carla Bruni, definita “prostituta” dal quotidiano conservatore Kayhan, mettendo così in evidenza ancora una volta le forti contraddizione interne alla Repubblica islamica e rischiando di infastidire il suo elettorato tradizionalista. Il presidente spera forse di poter ottenere un’approvazione facile facile, di fronte a una camera dominata dai suoi, anche se alla fine della scorsa settimana questo stesso parlamento ha bloccato quella parte della legge che più aveva fatto arrabbiare le donne e cioè il paragrafo 21, relativo alla registrazione dei matrimoni temporanei.

Antonella Vicini
IL RIFORMISTA, 2 settembre 2010

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Malalai Joya e la libertà del popolo afghano

Sgomberiamo il campo dai pregiudizi. Pillola Ru 486: metodo sicuro, sotto controllo

Intervista Alessandra Graziottin*

La prima questione è: come agisce la pillola?

L’RU 486 è un anti-ormone (il Mifepristone, ndr), un antiprogestinico, che va a impedire tutte le azioni del progesterone.
La prima azione del progesterone, in condizioni fisiologiche , è quella di creare un utero in grado di accogliere un uovo fecondato, rendendo biologicamente “accogliente l’endometrio, ossia la mucosa che riveste lo strato interno dell’utero e che si sfalda ad ogni mestruazione, se non c’è stata fecondazione . La seconda è quella di tenere rilassata la muscolatura dell’utero, il miometrio, durante la gravidanza. La terza è quella di far crescere tutte le strutture deputate a nutrire l’utero, ad esempio i vasi sanguigni.
Diciamo, quindi, che il progesterone è amico della gravidanza perché modifica l’utero in modo tale che diventi un contenitore estremamente accogliente per l’uovo fecondato. Con la RU 486 noi blocchiamo tutti questi processi.

Tra le obiezioni che si fanno in Italia all’uso della pillola ci sono quelle relative ad alcuni decessi registrati nel mondo. Cosa ne pensa?
Prima di tutto chi parla di questi morti non ha esaminato la casistica, perché fra i decessi ci sono anche uomini. Questo farmaco, infatti, può avere anche molte altre indicazioni, per esempio perfino nel morbo di Cushing che non risponda alle terapie convenzionali Andando a bloccare i recettori per il progesterone potrebbe svolgere, inoltre , anche un’azione antineoplastica. Quando si citano queste morti bisogna, essere molto cauti. Se si considera questo dato in modo corretto ci si accorge che non è stato dimostrato un rapporto diretto di causa- effetto fra l’utilizzo di questa sostanza e gli eventi avversi riportati. Questo è un punto molto delicato e molto importante. Anche una sola morte sarebbe un evento grave, ma nel caso della Ru 486 non è stato dimostrato questo rapporto di causalità.
Questo farmaco è in uso da 20 anni nella maggior parte dei Paesi del mondo e i dati della sorveglianza dopo l’immissione sul mercato (“post marketing surveillance”) sono estremamente rassicuranti. Se ci fossero stati dei problemi seri questo farmaco sarebbe stato ritirato dal commercio, come è successo recentemente per altri farmaci.

Quindi è una tecnica sicura?
Sì, è sicura, al punto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha incluso Miprepristone e Misoprostol tra i farmaci essenziali. Basti pensare chel’RU 486 è stato utilizzato da oltre seicentomila donne in Europa e da tre milioni in Cina, con un’efficacia media del 95,5 %. Gli effetti collaterali che si riscontrano si sovrappongono a quelli che si hanno di solito in presenza di un aborto spontaneo, come dolori di varia gravità dovuti alle contrazioni dell’utero quando espelle un embrione e un sacco amniotico non più vitali o una variabile perdita di sangue. Vanno tuttavia ben considerate le controindicazioni relative all’uso del secondo farmaco, la prostaglandina (tra cui le allergie alle prostaglandine o l’asma grave).
L’aborto medico è una tecnica sicura, ma va effettuata all’interno delle indicazioni raccomandate delle quali l’aspetto principe è il tempo. La massima efficacia di azione si ha, infatti, nelle fasi iniziali della gravidanza, dalla quarta alla settima settimana.

E cosa pensa delle modalità di prescrizione che sono state individuate dall’Aifa?
Visto il clima che si respira in Italia rispetto a questo tema, ritengo saggio che l’RU486 venga somministrata in ambiente ospedaliero, ma con l’assoluta libertà della donna di tornare a casa dopo aver ricevuto la prescrizione e con la possibilità del medico di seguirla qualora si verifichino quegli eventi che possono complicare anche un aborto spontaneo.
Se, invece, noi adottiamo la misura, assolutamente atipica per una prescrizione farmacologia, che obbliga al ricovero ci troviamo dinnanzi una situazione paradossale perché il ricovero coatto si fa solo in casi psichiatrici. Inoltre, qualora la donna decidesse di firmare la cartella e di uscire, assumendosi la responsabilità di ciò che succederà, i medici non avrebbero più l’obbligo di seguirla. La cosa più intelligente sarebbe la prescrizione in ambito ospedaliero, con la libertà della donna di andare tranquillamente a casa, tornando in ospedale per i controlli programmati e con la possibilità di consultare il medico in qualunque situazione in cui se ne verifichi la necessità. Obbligando la donna al ricovero, invece, si adotta una misura ancora più aggressiva che nell’interruzione chirurgica.

Prof. ssa Alessandra Graziottin, medico, specialista in Ginecologia-Ostetricia e Oncologia, Psicoterapeuta in Sessuologia.
http://www.fondazionegraziottin.org

Antonella Vicini per Il Welfare dell’Italia

Intervista a Malalai Joya per Il Riformista

Afghanistan, la violenza e i sogni delle donne. Il futuro “rosa”

HERAT – Farida vuole fare l’insegnante e come lei Shafiqa, Rohsana e Anitha. E così la maggior parte delle sue compagne di classe. Una classe gremita, composta da una cinquantina di bambine, di età diverse, tutte con la divisa d’ordinanza: velo in testa, possibilmente bianco, e manto alla iraniana, scuro.

Libri nuovi forniti dall’Unicef e qualche zainetto all’occidentale, dono della cooperazione italiana e del Provincial Reconstruction team che nel 2009 ha inaugurato questa la nuova scuola di Herat, un istituto molto grande e superaffollato che ospita, dice il direttore dell’istituto, dodici mila studenti dai 6 ai 18 anni suddivisi in tre turni al giorno. Basta fare la classica domanda di rito, «cosa volete fare da grandi?», che il coro si leva unanime: «l’insegnante». Perché? «Vogliamo educare gli altri bambini; ci piace molto saper leggere e scrivere». Questa è la risposta dell’Afghanistan post 9/11 e delle nuove generazioni nate dopo il 2001 che non hanno mai conosciuto, se non forse nei racconti, il divieto di studiare imposto dai talebani alle donne e le discriminazioni dei mujahidin.

Eppure nell’Afghanistan di oggi, a otto anni dall’inizio di Enduring Freedom e della missione Nato, l’alfabetizzazione per le bambine è un obiettivo che stenta ancora a decollare, come tutte le altre questioni che riguardano l’integrazione delle donne nella società civile, nonostante alcuni passi avanti siano stati fatti, soprattutto nella grandi città. Ma l’Afghanistan non è solo Herat o Kabul, dove prima delle presidenziali in parlamento, fra l’altro, si discuteva ancora di una legge sul diritto di famiglia che offre all’uomo la possibilità di decidere del destino della proprie moglie, se non abbastanza condiscendente in tema di «doveri coniugali».

Secondo Nasima Rahmani, coordinatrice del programma ActionAid per i diritti delle donne in Afghanistan, «l’accesso all’istruzione è diventato più facile», anche se ancora oggi «meno di un terzo degli iscritti a scuola in Afghanistan è donna». E nel sud del Paese, zona roccaforte dei taliban dove gli alleati faticano vistosamente ad andare avanti, «solo il 3% delle ragazze va a scuola». Basti pensare che, soltanto lo scorso agosto, nel bel mezzo di una campagna che inneggiava ai progressi ottenuti durante la presidenza Karzai, molte delle giovani che presiedevano i seggi femminili, nella capitale, hanno raccontato chiaramente di essersi imbattute nel forte disagio della famiglia di origine per aver partecipato attivamente al voto. Najila si è recata alle urne e si è offerta come scrutatrice, ma non tutte le sue coetanee hanno potuto farlo. «A volte è tuo padre che decide per te e, un po’ per paura, un po’ perché sono cose da uomini».

C’è poi chi, come Mariam, venticinque anni, detenuta nella prigione femminile di Herat insieme a sua sorella, per essere stata denunciata dal padre per comportamenti licenziosi, dell’insegnamento sta facendo la sua attuale ragione di vita. Da quanto è stata condannata alla reclusione, ogni giorno, offre lezioni di inglese alle sua compagne: apprendere è un privilegio, ancora di più se il luogo in cui questo avviene sono le aule di un carcere. Mariam è timida, ma ha il piglio deciso e, superate le resistenze iniziali, parla, parla in una lingua che non è la sua e che sono in poche a conoscere in un Paese dove solo il 18/20 percento circa (i dati variano a seconda delle fonti) delle ragazze sa leggere e scrivere nella propria lingua madre. «Non so cosa farò quando uscirà di qua – dice, ma di sicuro – dalla mia famiglia non voglio tornare. Dio mi aiuterà». Inshallah.

Antonella Vicini
per IL TEMPO

la diffcile situazione delle donne in Afghanistan

Antonella Vicini
GRAZIA dic 2009

L’onda è donna

peacereporter.it
30/07/2009

Neda è divenuta il simbolo della ribellione in Iran. L’anima della protesta è femminile

scritto per noi da
Antonella Vicini

I palazzoni, alti e in cemento armato; il cielo mai limpido per via dello smog; un traffico che trasforma le strade in un enorme flipper, con biglie che schizzano impazzite da un angolo all’altro della città: Teheran toglie il fiato. Soffoca. Così come soffoca l’idea di un Paese in cui le donne sono obbligate a coprire il capo e le parti del corpo che più tradiscono la femminilità, da quando, nel 1979, la rivoluzione islamica ha sovvertito il potere occidentalista dello scià Reza Pahlavi.

Contrariamente a quanto si possa pensare, però, la realtà della Repubblica Islamica va ben oltre un chador nero, caratterizzata da un grande dinamismo del sesso debole, nonostante le innegabili limitazioni. Il 65 percento degli studenti ammessi alle università è,DSC_0457 infatti, costituito da ragazze; le stesse giovani donne che nei giorni della cosiddetta “onda verde” sono scese in piazza, insieme ai loro coetanei uomini, per manifestare contro il risultato delle elezioni presidenziali. E Neda Agha-Soltan, la ventiseienne uccisa nel corso di una manifestazione da un colpo sparato con tutta probabilità da un miliziano Basij, è diventata simbolo, oltre che delle proteste contro il regime, anche di un attivismo al femminile, molto spesso messo in secondo piano di fronte agli stereotipi del roosari o del manto.

Faezeh, la politica e lo sport

Per le donne che aspirano “ad essere coinvolte in molti settori della vita pubblica e politica”, in Iran, “ci sono tetti invisibili, ma invalicabili”, spiega Faezeh Hashemi Rafsanjani, figlia dell’ex presidente Ali Akbar Rafsanjani ed esponente del fronte riformista che ha sostenuto Mir Hossein Mousavi alle discusse presidenziali di giugno. Faezeh è impegnata politicamente dai primi anni Novanta e, nelle scorse settimane, si è guadagnata un breve arresto per il cognome che porta e per essersi messa alla guida di alcune proteste di piazza.
“Gli iraniani sono andati al voto pieni di entusiasmo e voglia di decidere per il proprio futuro, ma, nonostante la maggioranze cercasse un cambiamento, le loro speranze sono state deluse e un altro nome è uscito fuori dalle urne”.
E sempre lei, che nel 1991 ha fondato la IFWS, Federazione Islamica Donne nello Sport, perché, a causa delle restrizioni in tema di abbigliamento, per le atlete islamiche era complicato “partecipare alle competizioni internazionali”.
“Abbiamo deciso, così, di affermare che lo sport è importante per gli uomini quanto per le donne, anzi, di più per le donne, il cui corpo ha una certa responsabilità”. Nel giro di alcuni anni, l’associazione che ha sede a Teheran, ma raccoglie 54 Paesi in cui si professa l’Islam, ha organizzato 4 edizioni di giochi internazionali, più una serie di tornei tra le nazioni, e ha portato le donne iraniane alle Olimpiadi di Pechino, dove “hanno vinto in alcune discipline, come il tiro con l’arco”. Faezeh Hashemi ha il piglio deciso di chi combatte con convinzione le proprie battaglie, ma non rinnega il suo mondo, le sue tradizioni, il suo Paese. Nasconde, infatti, il capo e il corpo, minuto e atletico, sotto un chador nero, da cui spuntano pantaloni bianchi e scarpe da ginnastica.
L’islam non pone restrizioni in tema di sport, anzi, prosegue, “consiglia fortemente alle donne praticarlo. Anche nei testi sacri se ne parla”. Il problema, il più del volte, è rappresentato dagli uomini e dalle interpretazioni che fanno del Corano e noi, conclude, “non dobbiamo mai smettere di fare pressione”.

Con il naso all’insù

“La Sheherazade Media International è una società fondata nel 2002, che si occupa di produzione e distribuzione di documentari su scala internazionale”.
A parlare è Katayoon Shahabi, presidente e madre di questa creatura che sforna prodotti in cui si parla della società iraniana, come Nose, iranian style (che affronta il tema della diffusione della rinoplastica tra i giovani), ma anche la questione dei rifugiati afgani in Iran (My little country) o delle donne palestinesi (Maria’s Grotto). È una mattina di giugno. Teheran è ancora scossa dai risultati delle ultime elezioni e dalle intense manifestazioni che invadono le piazze.
“Questa volta la situazione mi sembra diversa, la gente sa cosa vuole e sembra determinata ad andare avanti”, afferma.
“Quello che possiamo fare noi è continuare a pensare al futuro e lavorare, giorno per giorno”. Lavorare in un settore del genere, in un ruolo che solitamente spetta agli uomini, è complicato ovunque per le donDSC_0389ne, “ancora di più in Iran, dove ci sono spazi oltre i quali non si riesce ad andare; progredire”.
“Nei settori privati, non governativi”, prosegue Katayoon, “la situazione è, tuttavia, meno difficile”.
“Io ho avuto modo di viaggiare molto all’estero per il mio lavoro e molti si stupiscono che io viva qui e non abbia scelto di risiedere fuori. In realtà, le donne da noi cercano di fare molto, in vari settori, anche se non abbiamo modo di mostrarlo all’esterno”.

Maral, il rock e la canzone per Neda

C’è, invece, chi per lavorare deve andare periodicamente fuori dal proprio Paese. Per poi ritornare.
“Naturalmente io ho pensato di abbandonare l’Iran, ma non è quello che voglio”, esordisce Maral, ventiquattro anni, sopracciglia e naso all’occidentale e un piercing, fatto in Turchia, tra il labbro inferiore e il mento. Lei è una cantante di musica pop-rock che, nonostante il divieto di suonare questo genere di musica, ha deciso di portare avanti la sua passione. Ma con dei limiti.
“Se dovessi andarmene via da qui per il mio lavoro non lo farei. Non perché ami particolarmente l’Iran, ma perché qui c’è la mia famiglia e la mia famiglia è la cosa più importante”.
Il suo sogno le è costato un arresto e tre giorni di detenzione, in una prigione vicino Karaj, poco fuori Teheran, per essere stata sorpresa con gli altri componenti della band, The plastic wave, durante un concerto clandestino.
“Ci hanno accusato di fare musica satanista e ci hanno portato via. Ma, in quel momento, ho potuto capire quanto tengo a questo lavoro e quanto sarei pronta a rischiare di nuovo”.
Il rischio le piace. “Sono stata due settimane a Kabul, lo scorso settembre, per suonare con una band afgana, ma non ho avuto paura. È stata una nuova esperienza e anchDSC_0485e se non è un posto sicuro, è stato eccitante”.
“A me piace correre rischi”, continua. E, infatti, si fa fotografare senza velo, jeans attillati e conottierina nera.
Non ha paura neanche di mettersi contro il regime. Una delle canzoni incisa, in farsi, la sua lingua, pochi giorni prima del voto del 12 giugno, s’intitola proprio Azadi, cioè Libertà. Un’altra, più recente, è Neda, ed è uno struggente omaggio all’eroina di questa onda verde, giovane come lei, che come lei studiava musica, prima di vedere cancellare in un attimo i propri sogni.


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