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Una mobilitazione nazionale a Rosarno dietro lo striscione censurato


Dossier “Arance insanguinate”. Una grande protesta civile che unisca cittadini calabresi, associazioni antirazziste, movimento antimafia, forze politiche e sindacali, la chiesa e il volontariato. Associazione daSud: “La ‘ndrangheta protagonista dei fatti

Reggio Calabria – Una mobilitazione nazionale verso Rosarno, dietro lo striscione censurato “Speriamo un giorno di poter dire: c’era una volta la mafia”. Dalla Piana di Gioia Tauro a Roma e ritorno. Una grande protesta civile che unisca cittadini calabresi, associazioni antirazziste, movimento antimafia, forze politiche e sindacali, la chiesa e il volontariato. A lanciare la proposta è il documento di analisi “Arance Insanguinate – Dossier Rosarno”, presentato dall’associazione calabrese antimafie daSud onlus. L’iniziativa parte da un editoriale dell’ex sindaco Giuseppe Lavorato, dal titolo “Rosarnesi aprite gli occhi: è la ‘ndrangheta che ci infanga”, con un appello alla maggioranza onesta del paese. L’analisi dell’ex primo cittadino racconta del crollo del mercato agricolo dagli anni Settanta in poi, causa dei meccanismi di sfruttamento. Dalla caduta del prezzo delle arance sul mercato europeo per l’ingresso di altri paesi produttori alle politiche errate che hanno incentivato le truffe, alla mancanza di controlli e allontanamento violento dei commercianti onesti che compravano gli agrumi a un prezzo equo per i produttori. “Con intimidazioni e minacce li allontanò la ‘ndrangheta per rimanere unica acquirente e imporre un prezzo sempre più basso al produttore – scrive Lavorato – E nel corso degli anni si è impossessata di tutta la filiera agricola. Dalle campagne ai mercati: deruba tutti”.

Il dossier è “Un punto di partenza per ricordare e per capire che a macchiare l’immagine di Rosarno non sono i media, ma le cosche della ‘ndrangheta”, dice il giornalista Danilo Chirico. Una raccolta di documenti a sostegno di una mobilitazione per affermare che anche Rosarno fa parte dell’Europa, che non può esistere “un pezzo di territorio off limits e non attraversabile”. All’insegna di un concetto semplice che nella provincia di reggio Calabria si scontra con il muro dell’omertà: “Le strade e le piazze di Rosarno sono territorio libero in un paese libero”. L’associazione sottolinea che “la deportazione di una razza in stile Shoah è qualcosa di grave che non ha paragoni in Italia”. Da oltre un mese, la sede romana di daSud è aperta a un’assemblea permanente con associazioni, partiti, movimenti, centri sociali, artisti per tenere alta l’attenzione sul caso. Tutta la campagna ha preso il nome “Arance insanguinate”, da un sit in di protesta contro il ministro dell’Interno Roberto Maroni davanti al senato.

“La ‘ndrangheta è stata protagonista dei fatti di Rosarno. Chi lo nega è in malafede o non capisce nulla di ciò che accade in Calabria – dicono Celeste Costantino e Danilo Chirico – La ‘ndrangheta ha stracciato la democrazia: è questo che rende Rosarno un caso nazionale”. Secondo gli attivisti antimafie, le cosche hanno guidato la ‘caccia al negro’ “e la manifestazione del comitato civico, nella quale non ha avuto cittadinanza lo striscione antimafia degli studenti, ne è solo una conferma”. Per questo l’associazione di calabresi emigrati, ha riportato in piazza a Roma lo stesso striscione. E daSud smentisce chi dice che a Rosarno il razzismo non c’entra. La verità non sono “venti anni di accoglienza”, ma venti anni di soprusi, come emerge dall’inchiesta di daSud, che afferma: “Il razzismo c’è , è forte e rappresenta la benzina su cui divampa il fuoco della subcultura mafiosa”. (rc)
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Il doppio volto di Rosarno: razzismo mafioso e il volontariato che accoglie

15/02/2010
14.58
IMMIGRAZIONE
Dossier “Arance insanguinate”. Già alla fine degli anni Novanta i migranti si appellavano al sindaco: “Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricita’”

Reggio Calabria – Dal dossier Arance Insanguinate emerge anche il doppio volto di Rosarno. Violenza xenofoba da un lato, reazioni del volontariato laico e cattolico dall’altro. L’impegno di pochi volontari per l’accoglienza dei migranti che ad ogni stagione invernale arrivavano a raccogliere le clementine della Piana. “Rosarno è anche tra i primissimi paesi calabresi ad avere progettato politiche di sostegno ai migranti già nel 1995”, si legge nel documento. Nel 1994 viene eletto sindaco di Rosarno Peppino Lavorato, comunista da sempre impegnato nella lotta alle cosche. Lavorato mostra sensibilità umana e istituzionale verso gli immigrati. Le ‘ndrine non tardano a presentare il conto. La notte di Capodanno lanciano un’offensiva a colpi di mitragliatore contro il Comune e gli edifici scolastici. La risposta è una festa dei popoli che dal 6 gennaio del 1995, per tutti gli anni del doppio mandato del sindaco Lavorato, ogni Epifania distribuirà pasti caldi agli immigrati sulla piazza intitolata al giovane dirigente comunista Giuseppe Valarioti, trucidato dalla ‘ndrangheta a Rosarno nel 1980.

Le violenze ovviamente non si fermano. A ottobre del 1996 il rinvenimento del cadavere senza volto nelle campagne di Laureana di Borrello. Nel gennaio del 1997 un raid punitivo ferisce a sprangate tre marocchini. E ancora, un’altra sparatoria il 9 novembre del 1999 lascia sul terreno tre feriti gravi. “Non tutti i rosarnesi sono razzisti e mafiosi, ma tutti i mafiosi rosarnesi sono razzisti” è il commento del giornalista Alessio Magro di daSud Onlus, a conclusione del lungo elenco di crimini contro gli africani. Tra cui le aggressioni con le spranghe in motorino agli immigrati che passano sulla via Nazionale. Ma un altro aspetto che emerge chiaramente è quello delle rivendicazioni dei migranti, stanchi di subire angherie. Negli anni si sono susseguiti gli appelli e le lettere dei lavoratori stagionali al sindaco. Già nel lontano 1999, all’indomani dell’ennesimo agguato nelle bidonville, gli africani denunciano il clima di terrore scrivendo: “ Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricità”. Il 15 novembre del 1999 il consiglio comunale vara un pacchetto di misure pro immigrati, corsi di lingue e una mensa. “Nel 2003 finisce l’era del sindaco antimafia”, conclude Magro. Il problema cresce a dismisura, il comune viene commissariato per le infiltrazioni della criminalità. Nessuno riesce a dare attenzione ai migranti, se non pochi generosi volontari e Medici senza frontiere. (vedi lanci successivi) (raffaella cosentino)
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La verità su Rosarno: i primi morti vent’anni fa

15/02/2010
14.49
IMMIGRAZIONE

Le aggressioni iniziate nel 1990 e riportate alla luce dal giornalista Alessio Magro nel dossier Arance Insanguinate di daSud Onlus. “Colpire i neri diventa un rito di iniziazione per i giovani aspiranti ‘ndranghetisti della Piana”

Reggio Calabria – Rosarno e gli immigrati africani: una scia di sangue, feriti e morti lunga vent’anni. E’ su queste vittime dimenticate che fa luce il Dossier Arance Insanguinate, pubblicato dall’associazione contro la ‘ndrangheta daSud Onlus, che dal 2005 lavora per riportare alla luce le storie delle vittime delle ‘ndrine. Si chiamavano Abdelgani Abid e Sari Mabini. Avevano vent’anni nel 1992, quando la loro vita si fermò in un agguato mafioso a Rosarno. Erano algerini. Veniva invece dalla Costa d’Avorio Mourou Kouakau Sinan, ucciso in una sparatoria due anni dopo, nel 1994. E nel 1996 un africano tra i 25 e i trent’anni viene ritrovato nelle campagne di Laureana di Borrello in avanzato stato di decomposizione. Milite ignoto di questa guerra dello sfruttamento mafioso del lavoro immigrato, per cui nessuno ha eretto un monumento. “Era un fantasma, lo è anche da morto”, scrive il giornalista calabrese Alessio Magro, autore dell’articolo “Vent’anni fa i primi morti. Dimenticati”. Il documento fa parte dell’archivio online Stopndrangheta.it e ricostruisce il passato del razzismo mafioso nella Piana di Gioia Tauro. Il dossier, presentato oggi nel palazzo della Provincia di Reggio Calabria e il 18 febbraio a Roma al Nuovo Cinema Aquila nel corso di un’assemblea cittadina verso il Primo marzo, raccoglie materiale eterogeneo, a partire dai primi articoli del 2006. Notizie, fotografie, video e approfondimenti, online e in versione cartacea, con all’interno anche i reportage di Redattore Sociale che lanciavano l’allarme sull’emergenza umanitaria di Rosarno. Il documento sarà portato oggi alla commissione parlamentare antimafia in visita nella città dello Stretto e domani a una delegazione del Parlamento europeo, che incontrerà le associazioni a Lamezia Terme.

“Le aggressioni ai neri iniziano nel 1990 – si legge nel dossier- la sera del 10 settembre a subire una gambizzazione a colpi di pistola è il giovane 28enne Mohamed El Sadki. Stessa sorte tocca un anno dopo, il 23 dicembre del ’91, all’algerino 24enne Mohammed Zerivi”. Un mese dopo, il 27 gennaio del ’92 due giovani algerini Malit Abykzinh, di 24 anni e Boumtl Rabah, di 27 anni, finiscono in ospedale. Il primo con ferite gravissime all’addome, il secondo con una mano trapassata dai proiettili. Rientrando a casa avevano sopreso dei ladri che cercavano di forzare la porta e che gli avevavo sparato contro. Furti senza logica, perché prendono di mira case poverissime, sparatorie continue verso gli ultimi arrivati, che sono i più deboli. Negli archivi è rimasta traccia degli episodi più tragici, ma tantissime altre violenze e forse altri morti mai rivendicati da nessuno, cadaveri senza identità, sono nascosti nel passato di Rosarno. E’ questa l’ipotesi che prende corpo nel dossier. “Colpire i neri diventa quasi un rito di iniziazione per i giovani aspiranti ‘ndranghetisti della Piana”.
A fine gennaio del 1992 viene arrestato un giovane rosarnese per le rapine agli africani. In paese il clima diventa ancora più difficile per gli immigrati. Nella notte dell’11 febbraio, tre algerini vengono fermati per le strade e fatti salire in auto con la promessa di un lavoro in campagna. E’ un agguato. In località Scattareggia, una zona isolata, vengono colpiti a pistolettate. Due muoiono. Si tratta di Abid e Mabini. Il terzo, un diciannovenne di nome Murad Misichesh fugge ferito al collo. Con una fucilata al petto muore Mourou Kouakau Sinan, 41 anni, ivoriano. E’ il 18 febbraio del 1994 e nella sparatoria difronte a un casolare diroccato restano feriti anche due ragazzi del Burkina Faso, Bama Moussa, di 29 anni e Homade Sare, di 31. Ancora una volta teatro dell’agguato è un rifugio di fortuna in cui dormono in 15. (vedi lancio successivo) (raffaella cosentino)
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