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«In Iran soffocate le voci di dissenso» Lahidj, vice presidente della FIDH

Nei giorni scorsi, la International Federation for Human Rights (FIDH), attiva dal 1922 in tutto il mondo nel campo dei diritti umani, ha lanciato un allarme sul numero degli arresti in Iran dall’inizio delle proteste: circa 2000. Il vice presidente della FIDH e presidente dell’Iranian League for the Defence of Human Rights (LDDHI), Karim Lahidj racconta cosa sta accadendo in Iran.

«La situazione è drammatica. La popolazione ilahidji k5-1raniana è stata presa in ostaggio di un regime autoritario, dai suoi agenti e dai servizi segreti che rispondono con una repressione violenta alle richieste di trasparenza e di democrazia. La società civile viene messa a tacere: i difensori dei diritti umani sono scomparsi e i cittadini normali sono vittime di arresti arbitrari».

Scendendo più nel dettaglio e parlando di numeri.
«In Iran c’è un clima di terrore, perché il regime porta avanti i suoi obiettivi politici soffocando le voci di dissenso. Le libertà fondamentali sono ampiamente ignorate e le manifestazioni di protesta a Teheran, e nelle altre città, vengono represse col sangue. Più di 2000 persone sono state arrestate e sono attualmente detenute. Secondo Reporters sans Frontieres, al momento, sarebbero circa 34 i giornalisti in prigione. I Basiji hanno preso il sopravvento sulle forze di sicurezza e esercitano le funzioni di Stato con arresti e raid nelle case».

Chi è responsabile di questo?
«È ovvio che il regime e la Guida Suprema in persona abbiano deciso di imporre l’elezione di Ahmadinejad agli iraniani, senza considerare la conseguente perdita di credibilità e di legittimità. Queste elezioni sono state segnate dalla frode e dalla repressione violenta. Il Consiglio dei Guardiani, da parte sua, ha accettato un riconteggio parziale solo per mantenere la facciata. Non potrebbe nascere un governo legittimo da queste elezioni e, dal momento che loro lo sanno bene, hanno incaricato la famosa milizia Basiji di eliminare le voci di dissenso e le proteste».

Chi, invece, esegue gli ordini?
«I Guardiani della Rivoluzione, la polizia e i Basiji si dividono la responsabilità di repressione e violazioni dei diritti umani. Loro agiscono durante le dimostrazioni e conducono raid notturni, terrorizzando la popolazione».

Oltre agli attivisti, chi è stato arrestato?
«Naturalmente gli attivisti, gli avvocati nel campo dei diritti umani, i giornalisti e le figure prominenti nel fronte dell’opposizione sono stati il bersaglio principale. Ogni cittadino che proclama il rispetto dei propri diritti, per le strade, attraverso internet o i social network rischia di essere arrestato. Il Ministero dell’Informazione in Iran, infatti, riesce ad identificare con successo chiunque sfidi le autorità».

Alcune persone che vivono in Iran hanno raccontato di maltrattamenti nei confronti di chi è stato arrestato…
«Conoscendo il modo in cui sono stati trattati gli attivisti nelle prigioni iraniane nel passato, non mi sorprenderei se queste accuse fossero vere. Le Nazioni Unite hanno chiesto già da tempo alla FIDH di fare dei controlli in loco, ma l’Iran non coopera. I casi di tortura sono stati ampiamente documentati, già prima dell’attuale ondata di repressione, e probabilmente continueranno in futuro».

Antonella Vicini

(Il Tempo O5/07/2009)

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12 giugno 2009: La sfida di Teheran

C’è chi lo ha definito Super Friday, guardando al Super Tuesday statunitense. È indubbio cheDSC_0032 il venerdì elettorale in Iran, il decimo dalla nascita della Repubblica islamica, abbia portato con sè qualcosa di grande. A partire dai numeri. Più di quarantasei milioni gli iraniani con dirtto di voto; quasi quarantaseimila le urne elettorali in tutto il Paese, un’affluenza che, stando al Ministero dell’Interno, ha superato il 70 per cento. Dalla mattina alle 8, ieri, fuori dai seggi, costituti da scuole, moschee, banche e postazioni mobili, si sono formate lunghe file che hanno costretto il Comitato speciale per le elezioni a rimandare di volta in volta la chiusura delle urne. Tra i primi a votare i quattro candidati: il presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad; l’ex primo ministro, Mir-Hossein Moussavi, accompagnato dalla immancabile moglie con cui si è presentato mano nella mano; l’ex speaker del Majlis Mehdi Karroubi e il segretario del Consiglio degli esperti, capo storico dei Guardiani della Rivoluzione, Mohsen Rezaei. Insieme a loro, il presidente del Parlamento e la Guida Suprema Ali Khamanei, il quale ha lanciato un appello alla partecipazione, chiedendo di votare la persona «migliore e più competente». «Chiamo tutta la popolazione iraniana a esercitare il diritto di voto e a giocare il loro ruolo determinante nella scelta della più alta carica politica del Paese», ha sottolineato l’ayatollah Khamanei, evitando quella presa di posizione che gli era stata chiesta, invece, da Hashemi Rafsanjani. Nei giorni precedenti al voto sui telefonini cellulari erano circolati sms che raccomandavano ai sostenitori di Moussavi di non recare con sé nessun segnale distintivo, come nastrini verdi, spillette e simili, che potessero far intuire le loro intenzioni di voto. Alcuni messaggi consigliavano anche di portare una penna per il timore che quelle fornite ai seggi fossero cancellabili. Una serie di accorgimenti al fine di evitare i brogli che, nelle precedenti elezioni, potrebbero aver aiutato il presidente in carica ad ottenere la poltrona che ora cerca di difendere. Da ieri mattina, però, le linee telefoniche quasi bloccate hanno impedito ulteriori comunicazioni. Secondo alcDSC_0642uni si tratterebbe di una precisa strategia governativa per frenare nuovi tam tam su cui il Ministero delle Telecomunicazioni ha annunciato che verrà fatta chiarezza. Gli sms hanno rappresentato, in queste settimane, una forma di comunicazione al di fuori dei canali ufficiali molto intensa e difficilmente controllabile con cui i sostenitori di Moussavi, e non solo, hanno monitorato le affermazioni di Ahmadinejad e si sono dati appuntamento nelle principali piazze della città. Anche ieri sera avevano in programma di riunirsi sotto il Ministero dell’Interno, ma la pioggia e i controlli di polizia intensificati non hanno facilitato i loro progetti. Agli allarmi su eventuali brogli, ha fatto eco nei giorni scorsi il Comitato speciale per elezioni, assicurando che tutto si sarebbe svolto sotto gli occhi di osservatori imparziali, grazie anche alla presenza di rappresentanti esterni, uno per ogni candidato, in 368 seggi. Nel corso di un’intervista, però, Moussavi ha denunciato che ad alcuni suoi rappresentati è stato impedito di fare ingresso nei seggi. Poco prima, dal quartier generale dello stesso candidato e da quello di Karroubi era giunta la notizia della fine delle schede elettorali, ancor prima che finissero le operazioni di voto, in alcune località fuori Teheran e nel sud della capitale, a Shahre Rey. Per votare in Iran basta presentarsi ad uno dei tanti seggi distribuiti un po’ ovunque nelle città e registarsi lasciando la propria impronta digitale. Non esistono cabine elettorali chiuse. Il voto è un momento comunitario, a partire dalle file – una per gli uomini e una per le donne – durante le quali gli elettori continuano a scambiarsi le impressioni dell’ultimo minuto, fino all’atto del voto che avviene nella stessa stanza in cui si è ritirata la scheda, poggiati su un tavolo insieme ad altri elettori e scambiandosi le penne all’occorrenza. In questo contesto un controllo capillare delle operazioni di voto sembra difficile. I risultati dovrebbero arrivare già nella serata di oggi, ventiquattro ore dopo la chiusura dei seggi. Ma già ieri sera c’è stata la corsa alla proclamazione: a seggi ancora aperti Moussavi dichiarava d’aver ottenuto il 65% dei voti, mentre l’agenzia di stampa ufficiale Irna annunciava la vincita di Ahmadinejad. A notte inoltrata la commissione elettorale iraniana ha affermato che, con quasi la metà delle schede scrutinate, il presidente Ahmadinejad risultava vincitore nelle elezioni presidenziali con circa due terzi dei voti. Un distacco spiegato, in quel momento dagli osservatori esteri, con il fatto che a essere scrutinate per prime fossero le schede di collegi in aree rurali, dove l’attuale capo dello stato Ahmadinejad è considerato più forte di Mousavi. Questi, a metà dello spoglio, era accreditato del 30% dei voti. Un risultato immediatamente contestato. Nella centrale Piazza Fatimi si sono subito registrati i primi tafferugli tra la polizia e i sostenitori di Moussavi.

di Antonella Vicini

segnali segreti fuori le urne..sud di Teheran

segnali segreti fuori le urne..sud di Teheran

(Il Tempo, 13/06/2009)

9 giugno 2009… – 3 al voto

DSC_0460Finiti i confronti televisivi, in Iran le ultime parole di questa campagna elettorale sono rimaste alle piazza e alle citta’ di provincia, battute a tappeto dagli avversari di Ahmadinejad.

Mousavi e la moglie Zahra hanno raggiunto il Lorestan, nel nord ovest, supportati dall’ex presidente Khatami ad Isfahan, mentre il conservatore Mohsen Rezai si e’ spostato da Ahvaz, in Khuzestan, a Shiraz.

Le regole elettorali impongono che da oggi cali il silenzio su questa accesa competizione, fino alla chiusura delle urne. Stessa regola per i media a cui gia’ da alcuni giorni e’ stato proibito di fare propaganda pro o contro i candidati, mentre ieri il Consiglio dei Guardiani ha fatto appello agli osservatori elettorali di restare neutrali. Accorgimenti che non sono riusciti a mettere a tacere le voci di dissenso nei confronti dell’attuale presidente, soprattutto da parte dei giovani sostenitori di Mir Hossein Moussavi, in giro per il centro della capitale fino a notte fonda affollano, addobbati di verde e urlanti “Ahmadi Bye Bye” o “Morte al governo che inganna il popolo”. Anche ieri, la città e’ rimasta bloccata, dal vecchio aeroporto Meharabad fino a Azadi Square e Enghelab Square, luoghi simbolo della Rivoluzione islamica.

Ma non c’e aggressivita’ negli atteggiamenti di chi scende in piazza a Teheran,  piuttosto voglia di sfogare il malcontento trattenuto in questi quattro anni, in un momento in cui alla polizia o ai gruppi paramilitari e’ stato chiesto di lasciare la briglia piu’ sciolta. Incidenti, invece, potrebbero essere avvenuti a Shiraz, ma, come spesso accade in Iran, e’ difficile avere notizie certe.

La rivalita’, che nelle strade ha assunto una forma quasi carnevalesca, ha un significato ben piu’ serio tra le alte sfere e tra gli stessi i contendenti.

Le pesanti accuse di Ahmadinejad dei giorni scorsi hanno spinto, infatti, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani (ex presidente dal 1989 al 1997 e attualmente a capo del Consiglio per i pareri di Conformita’, che dirime le controversie tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani, e membro del Consiglio degli Esperti, nonche’ uno degli uomini piu’ ricchi in Iran) a scrivere, martedi, una lettera aperta all’ayatollah Ali Khamanei, chiedendogli di esprimerDSC_0434dsi in merito al quadro politico attuale, prima del voto.

Rasfanjani, che insieme a Mohammad Khatami appoggia Moussavi, ha definito le affermazioni del presidente in carica “infondate e irresponsabili”, richiamando alla memoria gli stessi atteggiamenti dei gruppi  anti-rivoluzionari tra il 1978 e il 1979.

La scelta di tirare in ballo Khamanei rappresenta un gesto dal valore politico piuttosto chiaro se si considera che il leader iraniano e’ uno degli sponsor, forse non troppo convinto, di Ahamdinejad e che queste elezioni vanno interpretate  anche come una lotta per la spartizione del potere fra due personaggi storici nella Repubblica islamica, ai vertici del Paese sin dai tempi di Khomeini, e cioe’ proprio Ali Khamanei e Hashemi Rasfanjani.

Ma il timore della perdita di sostegno da parte della Guida Suprema non ha convinto Ahmadinejad a moderare i toni, al punto che ieri, nel corso dell’ultimo discorso pubblico all’universita’ Sharif di Teheran, ha alzato nuovamente il tiroDSC_0426d.

“Nessuno ha il diritto di insultare il presidente e loro lo hanno fatto. Questo e’ un crimine e la punizione dovrebbe essere la prigione”, ha dichiarato, senza mezzi termini, in merito alle smentite dei suoi dati relativi all’economia che gli sono fruttate non poche critiche dagli avversari e una serie di caricature per le strade che lo ritraggono come un Pinocchio che non sa far di conto.

di Antonella Vicini (Il Tempo 10/06/2009)


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