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Storie di donne. La Shoah e le guerre di oggi viste da Daisy Nathan

“A più di sessant’anni di distanza la guerra non posso ancora dimenticarla”. Eppure, Daisy Nathan, 103 anni compiuti da poco nella sua casa vicino Porta Pia, ne ha vissute di esperienze. Ebrea di nascita. Atea di fatto. “Forse un Dio c’è- dice dubbiosa- ma fa tante robe storte”. L’Italia della dittatura fascista e delle leggi razziali vissuta sulla propria pelle. La guerra il solco più profondo. Anche ora che un secolo è passato sotto i suoi occhi e che la vita sembra essersi divertita a farle incontrare la storia ad ogni passo. Ma non augura a nessuno di vivere così a lungo. “ Troppi ricordi dolorosi”. E certezze non ce ne sono, a vent’anni come a cento. Abita a Roma da settant’anni, ma pensa in triestino. Nata nella città austro-ungarica del primo Novecento, Daisy il melting pot, il miscuglio di culture, ce l’ha nel Dna. Padre ebreo di origini afgane, suddito inglese nato a Bombay, madre triestina e oggi nipoti sparsi per il mondo, da Edimburgo al Giappone. Ha sposato Ettore Margadonna, autore del film “Pane, amore e fantasia”. Con il marito si è trasferita nella capitale. Era il 1937. Poi il gran conflitto, e la doppiezza di un Paese che ha mandato a morte nei campi di concentramento suo fratello Arturo; ma che le ha anche salvato la vita grazie a “tante bravissime persone”. La vita di Arturo Nathan è finita a Bergen Belsen e a Biberach, deportato dopo il confino nelle Marche. Nonostante Nathan fosse un noto pittore surrealista, amico di Giorgio De Chirico e di Umberto Saba. Spinto verso l’arte come terapia antidepressiva da Edoardo Weiss, primo allievo di Freud. A Roma, durante la guerra, la situazione si fa difficile per Daisy. Lei ebrea, il marito antifascista. “Una volta sono venuti i tedeschi. Perquisivano le case, portavano via gli uomini. Mio marito si era nascosto in una botola nel pavimento. Per fortuna conoscevo bene il tedesco e mi hanno creduto quando ho detto che era andato a combattere per il duce”. Scappare, nascondersi diventa la regola. “Avevamo un’amica antifascista, a sua volta amica di un poliziotto alla questura fascista. Grazie alle sue soffiate riuscivamo a fuggire. Io, mio marito, con due bimbi piccoli e 40 bottiglie di acqua minerale. Delle famiglie ci nascondevano in casa loro. Come quella di Anna Proclemer, attrice che è stata anche compagna di Albertazzi. Era molto pericoloso nascondere ebrei e antifascisti. Eppure io ho trovato aiuto, sempre.” L’amicizia è per Daisy l’unica ancora di salvataggio nelle tempeste dell’esistenza. La guerra la più grande catastrofe. “ Colpisce tutti. Colpevoli e Innocenti. Guardi cosa succede in Libano e in Medio-Oriente”. E sulla Giornata della Memoria: “perchè ricordare solo gli ebrei e non anche rom, omosessuali e malati di mente finiti nei lager?”. Ancora tanti interrogativi. “Quello che mi stupisce di più è il cambiamento sociale che c’è stato nei miei cent’anni”. Negli occhietti vispi ancora le immagini della Trieste asburgica. Una città vivissima e internazionale, che lei scandalizzò sposando un abruzzese. Un terrone per i triestini del tempo. A lei e “alle sue domande lunghe un secolo”, l’amica scrittrice Susanna Tamaro ha dedicato il libro “Ascolta la mia voce”.

Autore:
Raffaella Cosentino

nota:questo è il resoconto di una chiacchierata avuta con Daisy quando aveva appena compiuto 101 anni. Lo scorso 16 gennaio ne ha festeggiati 103.

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