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STORIE DA UN EX-AMBASCIATA Roma: le testimonianze dei rifugiati somali a Via dei Villini

Il 21 dicembre scorso Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha rivolto un appello alle istituzioni (Comune, Provincia, Regione, Ministero dell’Interno) affinché si individuassero con urgenza soluzioni di accoglienza dignitose e percorsi di integrazione per i numerosi rifugiati somali costretti a vivere in condizioni disumane presso l’ex-ambasciata somala di Via dei Villini a Roma. In un edificio fatiscente, infestato dai topi e sprovvisto dei servizi più elementari (luce, riscaldamento, bagni, servizi igienici) continuano a vivere ammassate 140 persone allo stremo, tutte in possesso di un regolare permesso di soggiorno per protezione internazionale.
A un mese di distanza, in attesa che arrivino soluzioni concrete ( vedi documentazione fotografica sulla situazione attuale STORIE DA UN EX-AMBASCIATA), MEDU continua l’azione di supporto socio-sanitario ai rifugiati attraverso la propria unità mobile. Le operatici e gli operatori di Medici per i Diritti Umani hanno inoltre iniziato a raccogliere le testimonianze dei pazienti e degli altri rifugiati. Oltre l’anamnesi medica, storie di vita indispensabili per comprendere il disagio e la sofferenza di persone che, private di ogni prospettiva di integrazione, combattono quotidianamente per conservare la propria dignità. Testimonianze utili – forse – a far si che questa vicenda non torni ad essere una storia dimenticata di esclusione.

La storia di A.
A. ha meno di trent’anni e ci racconta la sua storia un martedì sera. Siamo con l’unità mobile di Medici per i Diritti Umani davanti all’ex ambasciata somala, nell’esclusivo quartiere a ridosso di Porta Pia. Dopo la visita medica trova del tutto naturale la nostra richiesta di ascoltare e raccogliere la sua testimonianza. A. è un fiume di parole, ma il ritmo del suo narrare è lento, placido. Sembra aver raccontato cento volte la sua storia a sé stesso e mai a nessun altro.
Vengo dalla Somalia, Mogadiscio. Lì facevo il giornalista radio televisivo. Ero un corrispondente, poi…Da venti anni in Somalia si combatte una guerra civile iniziata nel ‘90-‘91. Anche molti miei amici erano giornalisti ma poi con la guerra e la violenza non si poteva più parlare, non si poteva più scrivere la verità. Molti giornalisti sono stati uccisi. Per questo sono fuggito dalla Somalia. Sono stato minacciato di morte perché dicevo la verità. Si, solo per questo sono fuggito. A Mogadiscio avevo tutto ciò di cui avevo bisogno, solo la paura mi ha fatto andare via e ora qui non ho niente. Quando ti chiamano ti uccidono di sicuro.
Ho lasciato la Somalia a novembre del 2007. Lì ci sono i miei genitori, mio fratello , mia sorella e mia moglie. O meglio, quella che era mia moglie perché quando sono venuto qui abbiamo divorziato. Come potevamo restare insieme? Io non posso tornare in Somalia e lei non può venire qui. Quando chiamo a casa mi dicono che la situazione è sempre peggiore, che uccidono sempre di più, ogni giorno. Ci sono persone che si fanno esplodere per strada…La mia famiglia ora vive a circa trenta chilometri da Mogadiscio. Lì è meno pericoloso, c’è meno violenza.
Sono fuggito all’improvviso, verso il confine con l’Etiopia. Allora i miei genitori hanno venduto la casa dove vivevano per pagare il mio viaggio. Non avevo documenti perché non esisteva un governo in Somalia, per questo ho dovuto pagare moltissimi soldi per ottenere il passaporto. Dall’Etiopia sono andato in Sudan e poi in Libia. Ho impiegato tre mesi, ma appena arrivato i soldati libici mi hanno arrestato perché allora non avevo ancora i documenti. Sono stato in carcere sette mesi. Il carcere in Libia è duro, durissimo. Non hai un letto, si dorme sul pavimento, si mangia una volta al giorno e spesso picchiano con i manganelli. Sono riuscito ad uscire dal carcere solo pagando mille dollari al comandante dei soldati e sono fuggito in fretta verso l’Italia perché se fossi rimasto lì e mi avessero messo di nuovo in prigione, non ne sarei più uscito. Sono venuto in barca con altre 140 persone. Una sola barca, tre giorni e tre notti nel Mediterraneo. Poi la barca ha iniziato a spaccarsi, allora ci siamo spogliati e abbiamo cercato di tappare le crepe con i nostri vestiti…perché la vita è importante, si…
In Sudan e Libia abbiamo attraversato 3000 chilometri di deserto. Se si fermava la macchina, morivamo tutti, tutti.
Così siamo arrivati in Sicilia, a Pozzallo, dove ci hanno preso le impronte digitali e poi trasferito per sei mesi in un centro in Sicilia in attesa dei documenti. Dopo sei mesi ho ottenuto la protezione sussidiaria (permesso di soggiorno per protezione internazionale, ndr) e mi hanno mandato via dal centro. Era il maggio 2009. E’ così che sono arrivato qui, a Roma, nell’ambasciata. Ma qui è impossibile vivere. Appena ho visto le condizioni ho chiamato la mia famiglia che mi ha mandato dei soldi e sono partito per la Svezia dove sono rimasto per sei mesi. Lì le condizioni sono molto migliori. Ti danno da mangiare e un posto dove dormire. Stavo anche imparando la lingua ma poi hanno scoperto che avevo le impronte in Italia e mi hanno rimandato indietro (il Regolamento di Dublino, in vigore nei paesi dell’Ue, stabilisce che si può richiedere asilo una sola volta e che è il primo paese europeo in cui si entra a dover vagliare la domanda, ndr). Tornato in Italia, sono subito ripartito per la Finlandia. Non potevo restare in queste condizioni e poi dovevo lavorare per mandare soldi alla mia famiglia che ha speso tutto per me. In Finlandia mi davano 500 dollari al mese, molti, no? Lì la vita era molto, molto migliore. Dopo sei mesi però hanno scoperto di nuovo che avevo le impronte qui e mi hanno detto: “Tu sei Dublino”…e di nuovo mi hanno mandato in Italia. Dopo altri due mesi in Italia, sono ripartito. Olanda questa volta, ma ero malato, avevo una fistola e mi hanno operato d’urgenza. Poi sono rimasto altri sei mesi in un centro ma anche in Olanda hanno scoperto le mie impronte, mi hanno arrestato e sono stato un mese in carcere e quando mi hanno liberato mi hanno rimandato qui. Era il 23 dicembre 2010 quando sono arrivato, solo 19 giorni fa. Ora ho deciso di restare qui, devo restare per forza qui. Non mi muoverò più. Ora ho vissuto tutti i problemi di essere un Dublino e non me ne andrò più. Ora basta. Se potessi, tornerei a casa, se ci fosse la pace, ma la pace non c’è.
Qui nell’ambasciata, di notte non riesco a dormire. Penso, penso, penso sempre…non si fermano mai i pensieri. Penso sempre a questa vita difficile , al mio futuro, ogni giorno e ogni notte, ma penso che qui il mio futuro non esiste. Io ora sto studiando l’italiano. Già lo parlo un po’ e capisco tutto perché l’ho studiato in Somalia. Se avessi una casa, un posto dove stare, sono sicuro che potrei ottenere tutto….

La storia di I.
Gennaio, ex-ambasciata di Via dei Villini. E’ già notte e un gruppo di rifugiati ha appena terminato una giornata di lavoro per ripulire di ingombri alcuni locali dell’edificio, per rendere un po’ meno invivibile questo posto. Ci troviamo in una delle disastrate sale che doveva essere luogo di rappresentanza diplomatica; forse lo studio stesso dell’ambasciatore. I. ci accoglie con amicizia insieme ad altri ragazzi offrendoci le seggiole meno mal ridotte. Accanto a lui O. ha appena ottenuto un appuntamento al centro diabetologico del policlinico Umberto in seguito alle indicazione dell’unità mobile. O. è affetto da diabete scompensato ed è iperteso. Nonostante sia titolare di un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria non è ancora iscritto al servizio sanitario nazionale poiché non sapeva di averne diritto. In un’atmosfera surreale, illuminati da un’unica candela, I. ci racconta la sua storia.
Fino a pochi anni fa vivevo nel mio paese, la Somalia, nella città di Mogadiscio, anche se non sono nato lì ma in una piccola città che si chiama Baardheere. Poi dal 1988 la mia famiglia si è trasferita a Mogadiscio.
Nel 2006 è iniziata la guerra tra il governo e le corti islamiche, l’UCI (Unione delle Corti Islamiche, ndr). Ancora non c’era Al Shabaab (“La Gioventù”, gruppo insurrezionale islamico comparso dopo la sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche da parte del Governo Federale di transizione, ndr). Poi sono entrati in Somalia anche i soldati Etiopi. In questo momento venivano uccise molte persone, la guerra peggiorava. Io mi trovavo con la mia famiglia a Mogadiscio; volevamo andare via, avevamo troppa paura. Io ho pensato di fuggire in Italia dove sono arrivato a febbraio del 2008. Sono partito dal mio Paese in macchina fino al confine con l’Etiopia, poi in pullman fino ad Addis Abeba. Sono stato lì due mesi e poi ho preso un altro pullman fino al confine con il Sudan. Molte persone pagano tanti soldi per arrivare in Sudan, io no, sono andato in pullman ma poi dal confine ho camminato, da solo, per undici giorni, mi davano da mangiare delle persone che incontravo, dei contadini…
Dopo undici giorni sono arrivato ad Al Kadarif e ci sono restato 7 giorni. Poi ho preso un altro pullman fino a Kartoum e da lì c’è il deserto. Ho pagato molti soldi per attraversare il deserto per nove giorni. Ho iniziato la traversata il 28 dicembre quindi ho passato il primo gennaio nel deserto, con il sole, senza acqua. Abbiamo passato l’anno nuovo nella sabbia. Qualcuno cadeva dalla macchina, qualcuno veniva buttato, qualcuno moriva e poi nel deserto vedevamo tante persone morte di sete o lasciate nel deserto… tante.
Non c’è acqua. Quella che c’è sulla macchina finisce subito e dopo quelli che guidano ti danno massimo mezzo bicchiere d’acqua al giorno. Se la macchina si ferma o si rompe, la gente muore nel deserto. Altre volte quando si svegliano la mattina non c’è più la macchina e allora restano lì finché muoiono. Ci sono etiopi, somali… .Noi siamo rimasti gli ultimi quattro giorni senza mangiare.
Il 9 gennaio sono arrivato a Tripoli, in Libia, poi il 21 febbraio ho provato ad attraversare il mare, ma il motore della barca si è rotto e siamo rimasti in mare 5 giorni. Sono morte 5 persone, una ragazza e quattro ragazzi…abbiamo dovuto lasciarli in mare. Avevo pagato 1000 dollari e mi sono ritrovato di nuovo in Libia dove sono riuscito a scappare ai soldati. Siamo tornati vicino Tripoli e dopo due giorni ho ritentato la via del mare pagando di nuovo. Un giorno del febbraio 2008 alle 10 di sera sono entrato a Lampedusa, per fortuna. Sono rimasto lì 5 giorni e poi ci hanno mandato al CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo, ndr) di Crotone dove sono rimasto sei mesi fino ad agosto quando mi hanno dato la protezione sussidiaria.
All’uscita del centro avevo l’indirizzo di dove avrei trovato alloggio a Roma: Via dei Villini numero 9. Allora sono venuto a Roma ma le condizioni dell’ambasciata non mi piacevano e allora ho preso il treno per Firenze dove c’era una casa dei Somali. Lì vivevano un mio amico con il padre e mi hanno consigliato di andare a cercare lavoro a Catanzaro, in un circo. Così sono partito e ho iniziato a lavorare in nero come operaio. Pulivo, sistemavo gli animali…lama, cammelli, serpenti. Ho lavorato con loro quasi 5 mesi girando per la Calabria e la Sicilia. Poi a settembre del 2008 è arrivata la mia moglie attuale. Lei era la moglie di un mio cugino che è morto e aveva già un figlio. L’hanno mandata in un centro vicino Siracusa, io andavo sempre e ci siamo sposati. Poi ha avuto il documento e siamo andati subito in Svizzera perché ora eravamo una mamma con un bambino e io …era troppo difficile vivere nel circo con la carovana. Siamo andati tutti in Svizzera in treno, fino a Zurigo dove siamo rimasti nove mesi da gennaio a settembre. Ricordo bene perché è stato un bel periodo che resta sempre nel mio cuore. Ero con la mia famiglia, mi davano un po’ di soldi, andavo sempre a scuola così speravo di trovare un lavoro, i documenti, un buon futuro e di poter vivere bene, ma poi hanno scoperto che avevamo le impronte in Italia e dicevano che non potevamo restare lì. Mia moglie in quel momento era incinta. Il mio figlio piccolo è nato lì in Svizzera.
Quando alla fine ci hanno rimandato in Italia, siamo finiti in un altro centro qui a Roma. Avevamo una stanza di tre metri e ci vivevamo in 4. Lì mangiavamo e dormivamo, ma mia moglie ha iniziato a star male per problemi psichiatrici perché lì la vita era troppo difficile, ed è stata ricoverata in ospedale. Dopo più di un mese è uscita dall’ospedale e gli assistenti sociali hanno trovato per lei un posto nell’emergenza freddo, ma di giorno doveva stare fuori e non era possibile perché doveva prendere tante medicine, stava male, non riusciva a dormire bene, a camminare, a stare seduta… e’ stato un momento difficilissimo. Io ho cercato per lei un altro centro ma era solo per la notte anche questo. Alla fine ho trovato il centro “Dono di Maria”, delle suore, dove poteva restare anche di giorno e adesso è ancora lì. Questa vita è troppo difficile, non va bene. Io da una parte, i miei figli da un’altra, mia moglie da un’altra ancora. Penso però a quelli che sono nel nostro Paese, la mia famiglia…io sono andato via sperando di trovare un futuro. Nel mio paese continuano a uccidere molte persone. Ora in Somalia la situazione è terribile.
Per le persone più povere che fuggono adesso dalla Somalia l’unica possibilità è di arrivare in Yemen attraversando il mare con dei barconi ma è molto pericoloso oppure alcuni passano dall’Egitto per arrivare in Israele ma anche qui è molto pericoloso perchè i soldati egiziani (alla frontiera del Sinai, ndr) gli sparano. La mia famiglia si aspetta che io mandi dei soldi. Dieci giorni fa è morto mio zio e mi hanno chiesto di mandare i soldi per il funerale, per comprare il riso, i cammelli…ma io come faccio? Di soldi non ne ho! Io sono l’unico in Europa. Anche per loro è difficile, ma stanno meglio di me perché loro muoiono una sola volta se li uccide un ladro o un sicario, hanno paura della morte una volta sola. Io invece sono sempre morto, anzi ora non sono né morto né vivo, sono a metà.
Adesso vorrei studiare l’italiano, cercare un lavoro. Da quattro giorni vado a scuola…è la prima volta qui in Italia. In Somalia facevo tanti lavori. Mia madre ha un negozio grande che vende tante cose, poi lavoravo come gommista, agricoltore, affittavo i camion per trasportare i prodotti nella nostra città di prima, Baardheere, dove si producono soprattutto tabacco e cipolle.
Qui nell’ambasciata la maggior parte delle persone se ne va perché qui non trovano niente…un lavoro, un corso, un posto dove stare…così vanno in altri paesi, anche se sanno che li rimanderanno indietro perché hanno le impronte qui, ma fino ad allora passeranno sei mesi e allora qui farà caldo e non sarà così duro dormire fuori…c’è un mio amico che si è bruciato le mani, 4 mesi fa, per cancellare le sue impronte così è riuscito ad andarsene e ad ottenere i documenti in un altro paese. Ora è in Svezia. Un altro, per fare questo ha perso le dita delle mani che sono andate in cancrena . Ora è in Inghilterra, ha i documenti, ma non ha più le mani.


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