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I TRENTA CAMPI LIBICI PIENI DI MERCE DI SCAMBIO su IL RIFORMISTA

Censimento impossibile; non esistono dati ufficiali; spesso dei detenuti non viene neanche chiesta l’identità

Cinque miliardi di euro l’anno per “fermare l’immigrazione clandestina” e impedire che l’Europa diventi Africa. È questo il prezzo che secondo Muammar Gheddafi dovrebbe pagare il Vecchio Continente perché la Jamahiryia non apra le porte dei suoi campi di detenzione sovraffollati. Il leader libico gioca col ruolo del suo Paese, definito nel rapporto della missione Frontex del maggio- giugno 2007, “un luogo di transito dal Nord Africa per l’Italia, Malta e il resto dell’UE”. Ma, secondo questo stesso rapporto, “la Libia è anche chiaramente un paese di destinazione per la migrazione illegale” e un polo di attrazione “per la manodopera straniera”.
Anche per questa ragione centinaia di migranti, partendo dall’Africa subasahariana, affrontano viaggi che possono durare fino a sei mesi, per arrivare laddove il rischio di essere trasferiti nei campi di detenzione è altissimo. Ma, nella maggior parte dei casi, coloro che si sottopongono a una simile via crucis fuggono da guerre e da persecuzioni politiche. L’approdo è quasi sempre la Libia dove ad attenderli ci sono poliziotti o agenti locali che fanno il resto. Non esistono dati, né testimonianze ufficiali di ciò che avviene una volta che si entra nel circuito della legalità libica. Esistono solo resoconti di chi quest’esperienza l’ha vissuta o di chi è riuscito a fotografarla, come fa il sito Fortresse Europe che dal 2006 racconta ogni giorno le rotte dell’emigrazione: “ammassati uno sull’altro. A terra vedo degli stuoini e qualche lercio materassino in gommapiuma. Sui muri qualcuno ha scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia”.
Secondo Frontex, “le condizioni di queste strutture possono essere descritte come rudimentali e prive dei servizi di base”. Al di là delle perifrasi utilizzate nei rapporti ufficiali, i campi di detenzione appaiono come vere e proprie prigioni; terra di nessuno, se per nessuno si intende il diritto e la legalità internazionali. Le forze di polizia libiche che li gestiscono sono accusati spesso di violenze sui detenuti (l’ultimo episodio che ha suscitato polemiche riguarda i 400 eritrei reclusi e infine rilasciati), ma tutto questo è difficilmente provabile. Ai delegati dell’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati, non è concesso l’ingresso e l’attività di monitoraggio è resa ancora più difficile dalla recente decisione delle autorità libiche di chiudere l’ufficio dell’Alto Commissariato che ha sede a Tripoli. L’organizzazione continua a seguire dei progetti insieme all’ong libica International Organisation for Peace Care and Relief (IOPCR) che, invece, ha diritto di accesso.
Ancora più difficile farne una mappatura e soprattutto censire le persone che vi sono detenute, visto che non sempre si procede alle identificazioni.
Chi li ha visitati ne ha contati una trentina, sparsi per tutto il paese. Sebha, Zlitan, Misratah. Brak, Ganfuda, Marj, Khums, Garabulli e Bin Ulid; sono solo alcuni. Concentrati per lo più sulla costa, “ci sono dei veri e propri centri di raccolta, come quelli di Sebha, Zlitan, Zawiyah, Kufrah e Misratah, dove vengono radunati i migranti e i rifugiati arrestati durante le retate o alla frontiera. Poi ci sono strutture più piccole, come quelle di Qatrun, Brak, Shati, Ghat, Khums, dove gli stranieri sono detenuti per un breve periodo prima di essere inviati nei centri di raccolta. E poi ci sono le prigioni: Jadida, Fellah, Twaisha, Ain Zarah”, racconta Gabriele Del Grande sul sito Fortresse Europe. Queste ultime sono prigioni comuni, nelle quali esistono delle aree dedicate agli stranieri privi di documenti. Quel che è certo è che non esiste un tempo massimo di permanenza, come nei Cie italiani, e che la situazione è peggiorata da quando ha avuto inizio la politica dei respingimenti. Stando all’ultimo rapporto del Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR), almeno 1300 immigrati e rifugiati sono stati ricondotti dallo Stretto di Sicilia alla Libia, da maggio ad ottobre 2009, senza fare alcuna distinzione di nazionalità, genere, età e stato fisico. Una situazione che ha favorito una gestione irregolare, tanto che non mancano testimonianze di vere e proprie cessioni di essere umani immessi poi nelle rotte della prostituzione. Gli immigrati rispediti indietro finiscono per ingolfare stanze, già colme, che stipano anche 50/60 persone in 12/13 metri quadri. A Zliten ne sono detenuti 233; circa 600 a Sebha; 394 a Ganfuda. È la merce di scambio che Gheddafi pare voglia usare con l’Europa, Italia soprattutto.

Antonella Vicini

IL RIFORMISTA, 1 sett. 2010.

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INTERVISTA A LAURA BOLDRINI PER IL RIFORMISTA: L’UNHCR E I RAPPORTI CON LA LIBIA

A piazza Farnese il funerale laico dei migranti morti in mare

Mentre il dittatore libico Muammar Gheddafi è accolto con tutti gli onori a Palazzo Chigi da Silvio Berlusconi, a Roma la manifestazione di protesta ”Io non respingo” con canti, poesie e testimonianze. Denunciati i lati oscuri del trattato Italia-Libia: deportazioni, lager, compravendita di esseri umani

Asmerom Tecleab, come dice il suo nome, viene da Asmara. “Vorrei dire tante cose ma non ho le parole”, si scusa. Non conosce bene la nostra lingua. Solo 8 mesi di italiano alle spalle non bastano per raccontare quanto è pericolosa la Libia e quanta paura fa il mare. “Viaggio”, “sepoltura”, “ritorno”, “morte”, “speranza”:di questo parlano le voci che si levano nel crepuscolo di piazza Farnese. Canti, poesie, letture di attori e di migranti si alternano tra le due fontane e il palazzo maestoso che dà il nome alla piazza. Una cornice solenne per un funerale laico. Così la protesta delle associazioni – Fortress Europe, Asinitas onlus, gli autori di “Come un uomo sulla terra”, e le scuole di italiano per stranieri della capitale – per chiedere a Italia e Libia il rispetto dei diritti umani passa per il rito collettivo del ricordo dei morti in mare. Degli annegati privati del nome e dei documenti, ingoiati dal Mediterraneo senza tombe e senza una parola pubblica a commemorarli. “Quante stelle sono cadute?” recita un cartellone. Mostra una barca in mare tra l’Africa e l’Italia, carica di profughi sotto un cielo di stelle cadenti. Il disegno nasce dalle parole di Asmeron, scritte nel suo italiano semplice per la scuola di Asinitas. Un ventottenne eritreo con una laurea in matematica che a Roma non vale nulla. Asmeron il rifugiato politico, insegnante nella sua vita passata, che ora non trova lavoro. Racconta alla piazza una leggenda del suo popolo: quando cade una stella si dice che qualcuno stia morendo. E allora per ogni tragedia del mare il cielo è illuminato “con la luce di tutti quelli che hanno perso la vita”, dice ai manifestanti seduti in semicerchio attorno a lui.

“Come si possono fare accordi con un dittatore?”, hanno scritto altri rifugiati eritrei su un cartello. La loro nazionalità è la più diffusa tra chi ha l’asilo politico in Italia. Dal 2005 ne sono arrivati 6 mila via mare, secondo Fortress Europe. “Non si è fatto parlare il Dalai Lama alla Camera e ora si riceve Gheddafi al Senato”, dice amaro Bruno Mellano, presidente dei Radicali italiani. Sono l’unica forza politica presente in piazza con striscioni e bandiere. Mentre a poca distanza il dittatore libico è accolto con tutti gli onori a Palazzo Chigi, al sit in si vedono solo gli onorevoli Rosa Calipari e Jean Leonard Touadì del partito Democratico. Interviene Marco Pannella e dipinge un quadro a tinte fosche della situazione politica.”L’Italia dovrebbe essere democratica e non lo è, non c’è una democrazia da salvare, c’è una democrazia da creare”, afferma il leader radicale. E sul trattato con la Libia, dice: “diamo i soldi dello Stato a un dittatore fascista che da quarant’anni opprime e massacra il popolo libico al posto nostro. In questo modo finanziamo altri 40 anni di fascismo”. Anche padre Giorgio Poletti, missionario comboniano, parroco degli immigrati da 14 anni a Castelvolturno ha parole dure per gli italiani. “Abbiamo una mentalità da Deserto dei Tartari, dominata dall’egoismo, dal rifiuto dei sacrifici e dei progetti politici impegnativi”, dice. I comboniani il 20 giugno, in occasione della giornata mondiale del rifugiato, distribuiranno “i permessi di soggiorno in nome di Dio” in oltre 25 città.

Gli studenti dell’Onda promettono proteste massicce alla Sapienza, che a Gheddafi oggi ha riservato l’aula magna. Il collettivo Blackout tenterà nel pomeriggio un’incursione a Villa Doria Pamphili, dove è stata impiantata la tenda del colonnello. Continuano nei prossimi giorni le iniziative di chi ritiene il regime libico inadeguato a prendersi carico dei rifugiati. Di chi chiede una commissione d’inchiesta internazionale e la liberazione dei profughi dimenticati in fondo alle celle delle carceri in mezzo al deserto. Una lunga maratona iniziata ieri a Milano con una proiezione all’ambulatorio medico popolare e presidi davanti al consolato libico e arrivata fino a Cinisi, con un dibattito alla Casa della Memoria dedicata a Felicia e Peppino Impastato. Al centro, la manifestazione di Piazza Farnese per legare una rete di associazioni sparsa per tutto il Paese.
Deportazioni nei container, lager finanziati dall’Italia, migranti venduti dai poliziotti corrotti per 30 denari. Sono i lati oscuri del patto con Gheddafi raccontati da Gabriele del Grande. “Recentemente Amnesty ha visitato la Libia, prima c’era stato Human Rights Watch”, ha denunciato il giornalista,”In questo momento la Libia conosce una specie di apertura, si fanno entrare alcuni giornalisti per visitare alcuni campi di detenzione. Ma sono quelli “a cinque stelle”, finanziati dall’Europa. Lì si porta la stampa, a Kufrah non si porta nessuno”. (rc)

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IO NON RESPINGO

Spazio daSud
Via Gentile da Mogliano, 170 – Pigneto – Roma

VENERDI’ 12 – ORE 20,30

IO NON RESPINGO
Campagna italiana – rete Fotrtress Europe
no a Gheddafi, ai respingimenti, al Trattato Italia-Libia

daSud e Metasud nell’ambito della campagna – promossa da Fortress Europe, dall’associazione Asinitas Onlus e dagli autori del documentario “Come un uomo sulla terra” – IO NON RESPINGO contro il respingimento dei migranti e contro il Trattato Italia-Libia organizzano uno dei 77 eventi lanciati finora in tutta Italia.
Nella nostra sede proietteremo “Come un uomo sulla terra”.

Proiezione del documentario
COME UN UOMO SULLA TERRA
A seguire dibattito con Dagmawi Yimer, autore del documentario e Gabriele Del Grande, giornalista, autore del blog Fortress Europe e del libro Mamadou va a morire

in collaborazione con Metasud

http://www.dasud.itinfo@dasud.it
Spazio daSud – via Gentile da Mogliano 168/170 Pigneto – Roma – tel 0683603427


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