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Assisi e Roma per Gaza

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Chiedevano giustizia, anzi Giustizia. Sotto lo stesso cielo. Come diceva uno striscione ad Assisi. La città della marcia per la pace vestita di un velo di nebbia, che la rendeva forse più vicina all’aria di Gaza, ma di sicuro mai cupa quanto una città ininterrottamente sotto le bombe per tre settimane.
Così la processione di bandiere arcobaleno sembrava smarrita, incerta, attutita in un passo lieve, mentre arrivava alla sua meta: la basilica di San Francesco, solida pietra chiara che punta al cielo, riferimento certo in mezzo alla nebbia.
A Roma invece il cielo era terso, l’aria pungente, il tramonto limpido e netto. Il crepuscolo ha accolto il corteo all’arrivo su via dei Fori Imperiali e ne ha reso più accesi i colori. Anche qui la pietra è maestosa e lo scenario rende qualunque protesta solenne.
Assisi e Roma, due luoghi simbolo per l’Italia e per il mondo. Il 17 gennaio prestati a chi gridava ‘basta’ alla violazione della vita.
Una protesta raccolta quella umbra, più arrabbiata quella nella capitale. Con i cartelli sulle spalle che invitavano a boicottare i prodotti israeliani riconoscibili dalle prime cifre del codice a barre (729), cifre insanguinate disegnate sulla schiena dei manifestanti di Assisi. O con bambolotti in croce e orsacchiotti insanguinati, bambini che urlavano al megafono ‘Bush, Barak assassini’ e fotografie della Livni e di Barak che bruciavano sotto al cartello stradale di ‘Via del Tempio della Pace’ a Roma.
La marcia laica nella città di San Francesco è finita davanti alla basilica del poverello di Assisi.
Il corteo politico, civile, ma anche partitico e sindacale di Roma ha avuto il suo momento clou nella preghiera islamica spontanea davanti al Colosseo.
Perché, se la guerra di Gaza è un conflitto politico e non religioso, con fredde motivazioni elettorali e non di ‘fede’, tuttavia, quando non sembrano esserci azioni politiche ‘capaci’, ‘efficaci’, ‘sensate’ che prevalgano sulla ‘ragione armata’, in tanti si rivolgono a Dio.

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Si sono rivolti al cielo, per ‘restare umani’. Così i due cortei, coscientemente o no, hanno cercato anche al di fuori e al di sopra della terra quella responsabilità per i destini del mondo che solo a noi esseri umani appartiene.
Nella ricerca di Giustizia e nel disperato tentativo di trasformare l’inferno in paradiso, il dolore in rispetto per l’altro, i luoghi hanno un senso profondo. Innanzitutto la Basilica, edificio dove duemila anni fa i romani già amministravano la giustizia e vi tenevano riunioni pubbliche. I cristiani ne fecero la casa della volontà divina per i secoli a venire. Quella di Assisi sorge dove fu sepolto il santo della fratellanza e della non violenza. Sulla collina inferiore della città, che era il Collis Inferni, dove venivano interrati i ‘senza legge’, i condannati, gli ultimi. Dopo San Francesco, quello divenne il Collis paradisi.
Anche il Colosseo nacque come arena di morte, divenne poi per i cristiani il luogo sacro in memoria dei martiri, e infine il monumento della Via Crucis. Negli ultimi anni è stato illuminato a sostegno dell’impegno italiano per la moratoria dell’Onu contro la pena di morte. Si è ‘acceso’ come simbolo di vittoria quando per un qualsiasi condannato la pena di morte veniva commutata in ergastolo. All’interno del Colosseo, nel 2002, alti dirigenti israeliani e palestinesi si sono stretti la mano e le fiaccolate per le torri gemelle e in ricodo della strage di bambini nella scuola di Beslan si sono concluse proprio lì davanti.
Ecco perché quei due cortei del 17 gennaio erano importanti: marciavano sulle strade della storia e dello spirito universale.

Testo di Raffaella Cosentino

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Assisi.Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

Assisi. Foto di Elisa Natalucci

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Locri. Il coraggio di una madre

Locri. Dopo l’uccisione del figlio, una maestra elementare trasforma il dolore in denuncia
Liliana Carbone, il coraggio di una madre
Nella Locride quarantotto omicidi negli ultimi quattro anni. L’80 per cento è rimasto impunito

Tornare ogni giorno a casa. Nel luogo che dicono essere il più sicuro. Tornarci sempre, dopo il lavoro, dopo la spesa e ricordare che lì hanno ammazzato tuo figlio. Sapere che quel delitto non ha avuto giustizia. A più di tre anni di distanza, non ci sono colpevoli. Nelle orecchie, invece, c’è ancora il suono cupo, sordo e terribile della tragedia. Gli spari e poi un rumore di passi, simili a quelli di un assassino che si allontana correndo sulle sterpaglie. Per colpire non visto, il cecchino si è nascosto dietro un muretto. La verità prende forma in una frase appena balbettata, che muore in gola: <> . Ancora pochi passi e il ragazzo sarebbe stato al sicuro, dentro il portone, ma i proiettili sapevano correre più veloci di lui. Quella sera, il ragazzo di Locri si è fermato sui gradini dell’ingresso, per sempre. Da lì Liliana Carbone è dovuta passare migliaia di volte, perché quella è ancora la sua casa, ma suo figlio non c’è più. Era il 24 settembre del 2004 quando Massimiliano Carbone, 30 anni, si spegneva in ospedale dopo una settimana di agonia per le ferite riportate nell’agguato sotto la sua abitazione. Era il giorno del compleanno della sua mamma. Lo racconta lei stessa, in una sera d’inverno, percorrendo la strada fatta per l’ultima volta da Massimiliano prima di morire. Poche centinaia di metri che portano dal campo sportivo di Locri fino al palazzo dove ancora vivono i Carbone. Un quartiere all’apparenza tranquillo, come ce ne sono tanti nei paesi e nelle cittadine calabresi, nate senza servizi e piani regolatori. Strade anonime che si incrociano tra edifici grigi, nude mura di cemento senza intonaco esterno. La via è dissestata, non c’è l’ asfalto ma ci sono tante pozzanghere e fango. <>, commenta amara Liliana, mentre indica il muretto di un metro e mezzo che fu trincea per il cecchino, appostato per colpire a morte Massimiliano, appena rientrato insieme al fratello da una partita di calcetto. <>. E’ intelligente, arguta, appassionata Liliana. Una madre coraggio sostenuta da una fiamma interiore che non l’abbandona, dall’obiettivo di vedere in manette la mano che ha spezzato la vita di suo figlio. E’ un fiore all’occhiello per la Calabria, da portare sul cuore, come fa lei con la fotografia del suo Massimiliano. Così, con la foto del figlio sul petto, si presentò a Roma nel 2006 per incontrare il ministro della Giustizia Clemente Mastella e il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero. Con lei c’era Mario Congiusta, papà di Gianluca, un altro imprenditore trentenne ucciso a Siderno il 24 maggio 2005. Dopo proteste e scioperi della fame, i Congiusta hanno avuto una risposta dai tutori della legge. In Corte d’Assise a Locri è in corso il processo che vede tra gli imputati Tommaso Costa, capoclan dell’omonima ‘ndrina di Siderno. Sarebbe stato lui il presunto mandante dell’omicidio di Congiusta, ordinato perché il giovane avrebbe cercato di aiutare il padre della sua fidanzata, un altro imprenditore sidernese, Antonio Scarfò, cui era stato chiesto il pizzo dalle cosche locali. Mario Congiusta e Liliana Carbone hanno percorso insieme la strada della denuncia attraverso due siti internet: http://www.gianlucacongiusta.org e wwww.massimilianocarbone.org. La rete li ha fatti uscire dal silenzio, rompendo il muro della dimenticanza, quella che più di tutto uccide per sempre i loro cari. Dalla protesta virtuale sono passati a quella reale, dalla piazza online alle strade della Locride. Nel primo anniversario del delitto Fortugno, entrambi scrissero lettere al capo del governo, Romano Prodi, atteso a Locri per la commemorazione ufficiale. Parole pesanti come macigni che fecero scalpore, tanto da essere rilanciate dai principali organi di stampa nazionali. Congiusta invitava Prodi a portare almeno un fiore sulla tomba dei loro figli. Liliana Esposito Carbone si univa all’appello, scrivendo: <>. In quei giorni, il suo caso ebbe grande attenzione pubblica. Uscì persino fuori dai confini di una regione da cui lo Stato appare un’entità sfocata, distratta e lontana. Poi nulla più. Le sue domande sono rimaste senza risposta. Le sue richieste di verità e giustizia sono ancora inevase. Ma lei non si è fermata. Ha dato vita a gesti di protesta eclatanti. <>, racconta con la voce rotta dall’emozione. E’ scesa in piazza a Locri per le manifestazioni del primo maggio. E’ rimasta per giorni seduta sulle scale del tribunale per chiedere giustizia. Il volto di Massimiliano sempre accanto, nel ritratto stretto tra le mani. A questo punto entra in scena l’ultimo protagonista della vicenda, forse il più importante: la comunità, i locresi. Come in un coro da tragedia greca, le voci indistinte si fanno insistenti, arrivano gli attacchi e le accuse di essere una “infame” . Non sono piaciute ai suoi concittadini le denunce aperte di Liliana, che ha fatto subito nome e cognome di colui che ritiene essere l’assassino del figlio: un vicino di casa dei Carbone. All’origine dell’omicidio vi sarebbe
dell’ astio personale, ma il crimine è frutto di una mentalità e di un contesto mafiosi, quindi è un delitto di mafia. Questo sostiene una tesi in scienze forensi, discussa con il noto criminologo, prof. Francesco Bruno, dal titolo: “Reportage criminologico – Alla fine dell’Italia anche un bacio fa rumore”. Una versione ufficiale fornita dagli inquirenti ancora non c’è. Il caso è stato archiviato da più di un anno. L’uccisione di Massimiliano Carbone è a tutt’oggi un delitto impunito. Un destino comune a tanti altri omicidi nella Locride. In poco più di 4 anni, dal settembre 2004 a oggi, ci sono stati quarantotto morti ammazzati e due scomparsi, Renato Vettrice e Cosimo Martelli (forse casi di lupara bianca), su un territorio che conta appena 140mila abitanti. Quasi un morto al mese. Solo in otto casi sono stati arrestati i presunti assassini, mentre l’80 per cento dei delitti è rimasto impunito. Liliana Carbone è una maestra elementare. <>. La sua più grande amarezza è però dover constatare che a Locri c’è ancora chi considera legittimo risolvere le controversie a colpi di lupara. <>, denuncia, <>. Anche questa è mafia. Vivere in un contesto in cui quella ‘fuoriposto’, ‘scomoda’, ‘sbagliata’ è lei, che ha scelto di spezzare il muro di silenzio dell’omertà con la denuncia e di trasformare il dolore in partecipazione civile.

Testo di Raffaella Cosentino


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