Posts Tagged 'guerra'

Costa d’Avorio, violenze fomentate dai ‘media dell’odio’

Il consiglio di sicurezza dell`Onu chiede la fine della diffusione di informazioni che incitano alla violenza da parte dell`emittente RTI

Allarme del Consiglio di Sicurezza dell`Onu per i “media dell`odio` in Costa D`Avorio. L`organismo internazionale ha esortato a smettere di diffondere “false informazioni` dirette a incitare la violenza etnica. “I membri del Consiglio di sicurezza dell`Onu hanno fortemente condannato e chiesto lo stop immediato dell`uso dei media, specialmente Radiodiffusion Television Ivoirienne (RTI) per propagare informazioni false che incitano all`odio e alla violenza anche contro le Nazioni Unite` è il testo di una dichiarazione letta alla stampa durante un incontro da parte di Mirsada Colakovic, l`ambasciatore Onu per la Bosnia.

Secondo l`Onu le violenze in Costa D`Avorio hanno già mietuto oltre 200 vittime da quando è esploso il conflitto presidenziale tra Laurent Gbagbo e Alassane Ouattara. Le violenze etniche hanno ucciso 33 persone e 75 sono rimaste ferite solo la scorsa settimana nella città occidentale di Duekoue.
(raffaella cosentino)

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Dietro front con le bombe avanti con gli istruttori. Il nostro Afghanistan, per Il Riformista

Appena ventiquattro ore dopo i funerali dei quattro alpini uccisi nella valle del Gullistan, un nuovo attacco contro i militari italiani in Afghanistan. Questa volta senza vittime. Per altri sei soldati della coalizione internazionale, in altre zone del Paese, invece, non c’è stato nulla da fare.
“Più noi siamo presenti, più abbiamo successi, più forte è la reazione”. Sono queste le parole con le quali il ministro della Difesa Ignazio La Russa spiega il crescere delle tensioni sul fronte afghano, nel corso di un’intervista televisiva rilasciata poco dopo aver riferito al Senato sull’impegno nazionale all’interno della missione Isaf.
Trentacinque minuti è durata la sua informativa, il tempo di pronunciare quella data che era stata già annunciata nei giorni scorsi, a caldo, e cioè il 2011. Entro il 2011 i militari italiani potrebbero aver iniziato quel passaggio di responsabilità alle autorità afghane che è poi l’obiettivo finale di tutti gli alleati. Questo non significa, ha sottolineato La Russa, la fine della missione che per gli Stati Uniti proseguirà almeno fino 2013. Decisioni del genere si prendono, infatti, in ambito internazionale e se ne potrebbe discutere già oggi durante il vertice dei ministri Nato a Bruxelles. Quello che si sa sin da ora è che in campo italiano potrebbe cambiare il tipo di impegno, passando alle due ultime fasi della missione, cioè quelle di transizione e di rischieramento, che vedono l’Ana (Afghan National Army) e l’Anp (Afghan National Police) sempre più padrone del proprio territorio. A questo serve, infatti, l’addestramento delle forze afghane portato avanti da anni dai Carabinieri all’interno della Nato Training Mission. Stando al ministro della Difesa italiana, il Regional Command West, cioè la zona sotto responsabilità italiana che si identifica con la provincia di Herat, sarebbe una di quelle regioni in cui l’opera di stabilizzazione potrebbe avvenire più velocemente che altrove.
“Se opereremo in concordia, se metteremo in campo le risorse, se daremo sostegno, vicinanza alle nostre forze armate, se non ci intestardiremo in discussioni sterili”, ha sottolineato.
Del tutta secondaria, invece, la polemica dei giorni scorsi sulla possibilità di armare i caccia AMX utilizzati in teatro. “L’Italia è l’unico Paese a disporre di aerei non armati di bombe” ha detto La Russa, aggiungendo che da tempo i nostri militari chiedono di poter armare i loro velivoli. Nonostante questo, il capo della Difesa pare non voler minare il consenso attorno alla missione con una decisione che considera comunque “giusta, legittima, importante”, ma che potrebbe “mettere a rischio questo spirito comune di sostegno ai nostri militari”. Anche questa, eventualmente, sarà una questione da discutere tra gli alleati, forse a Lisbona durante il Vertice Nato di novembre, durante il quale si traccerà una sorta di road map per il disimpegno delle truppe dall’Afghanistan a partire dal 2014. A parlare di date e di uscita dal Paese è questa volta il ministro degli Esteri Franco Frattini, intervenendo alla presentazione di “Una radio per l’Afghanistan, un progetto di Rai e Cooperazione italiana, a cui ha collaborato anche l’Interprete Internazionale, che punta alla distribuzione di piccole radio a dinamo e a pannello solare nei villaggi afghani più remoti. La radio è lo strumento di informazione più diffuso in Afghanistan e in questo modo si vuole permettere all’emittente ERTV, che trasmette in Dari e Pashto, di portare avanti programmi di informazione e di educazione scolastica anche laddove raggiungere le scuole è più pericoloso e difficile. Si tratta di un altro passo avanti verso la cosiddetta afghanizzazione del Paese che, secondo il presidente Hamid Karzai, passa anche attraverso la reintegrazione e la riconciliazione. Da qui la scelta degli Stati Uniti di eliminare dalla black list dell’Onu 47 nomi legati ai talebani. Un’iniziativa sostenuta anche dall’Italia ma con qualche remora. “Abbiamo sempre sostenuto che i talebani non sono tutti uguali”, ha dichiarato Frattini. “Sostengo l’idea del Pentagono e degli Stati Uniti per una riconciliazione ancora più aperta verso coloro che sono disponibili verso di noi, ma coloro che sparano sui nostri soldati non sono riconciliabili”.
Il capo della Farnesina sembra rispondere alle indiscrezioni diffuse nei giorni scorsi dal Washington Post e dal Guardian sui negoziati che sarebbero in corso tra il governo di Kabul, la shura di Quetta e la rete di Haqqani, un gruppo considerato anche più pericoloso di quello che fa capo al mullah Omar, e che proprio per questo Karzai sta cercando di portare dalla sua parte.
Antonella Vicini
IL RIFORMISTA (14-10-2010)

foto di A. Vicini

Kosovo, nel centro Caritas rinascono le speranze delle nuove generazioni

Un asilo, una sala informatica, una palestra e una ludoteca: a Peja la Caritas di Venezia ha costruito un luogo dove accogliere i ragazzi, puntando su formazione e integrazione. Scambi con gli italiani

Un asilo, una sala informatica, una palestra e una ludoteca. Questa è la fotografia del Centro giovanile Atë Lorenc Mazrreku di Peja, un centro che soddisfa le esigenze di un migliaio di ragazzi kosovari (e non solo) e che dal 2002 sta vivendo una nuova stagione grazie all’impegno della Caritas di Venezia.
Territorio ancora conteso, pur avendo dichiarato l’indipendenza dalla Serbia nel 2008, il Kosovo continua a essere una zona di traffici illeciti molto battuta: esseri umani, armi e droghe che si spostano verso l’Europa. Peja (Pec per i serbi), una delle municipalità della regione, sembra ormai aver reagito agli anni bui della guerra e dei conflitti inter-etnici, ma molto resta da fare soprattutto con i giovani.
“La Caritas – spiega Engelbert Zefaj, uno dei responsabili del centro- è qui dal 1999. All’inizio è intervenuta a tamponare le emergenze. Poi la situazione si è stabilizzata e ha avviato l’opera di ricostruzione post bellica”. Prima le abitazioni per 150 famiglie, metà cattoliche e metà musulmane, poi l’attenzione alle problematiche giovanili: istruzione, occupazione, diritti negati. Per questo è stata costruito un luogo in grado di accogliere i ragazzi della municipalità di Peja, per tenerli il più possibile lontano dalla strada. “Abbiamo lavorato anche a campagne di sensibilizzazione su temi come l’uso di droghe, alcol e sulla prostituzione. Adesso stiamo facendo pressione sul comune per far applicare delle norme varate negli anni scorsi in tema di diritti dei minori”. Si tratta di un modo di “combinare lavoro e volontariato,” assicura Engelbert.
Come? Da un lato si fa informazione su problematiche che li riguardano, dall’altro si fa formazione professionale. “Presentiamo i nostri progetti alle agenzie nazionali e internazionali (UNHCR, UNDP, World Bank) che stanziano fondi. In questo modo, negli ultimi cinque anni abbiamo formato oltre 400 giovani, 150 dei quali hanno trovato lavoro”. Si tratta per la maggior parte di kosovari albanesi, molti dei quali musulmani.
Altra parola d’ordine, dopo formazione, è integrazione.
Il centro è impegnato con i campi scuola estivi che per due mesi (luglio e agosto) accolgono 150 bambini, di tutte le etnie, religioni e comunità, dai 6 ai 14 anni. Con loro ci sono una ventina di giovani volontari, tutti di Peja.
Uno dei campi si trova nella valle di Rugova, un imponente paesaggio boscoso, dove si erge una chiesetta cattolica costruita da poco, simbolo della cooperazione fra diversi donatori. L’acquedotto è frutto dell’impegno della Chiesa tedesca e della Kec, la società elettrica kosovara, i bagni e le recinzioni sono opera della Caritas veneziana; la strada per arrivare su, che passa in mezzo alla montagna, è stata costruita dai militari italiani della Kfor.
Dal 23 agosto al 3 settembre a Peja arriverà anche un gruppo di giovani di Porto Marghera, accompagnati da don Luca Biancafior, vice direttore della Caritas, che saranno ospitati da famiglie kosovare. “Questi scambi avvengono, ormai, da dieci anni: un anno i ragazzi italiani vengono accolti qui da noi e l’anno dopo accade il contrario. È un modo per conoscerci, per vincere molti pregiudizi, scambiare le nostre culture. E per i nostri giovani è un modo di portare qui ciò che imparano altrove”, conclude Engelbert. (Antonella Vicini)

© Copyright Redattore Sociale

INTERVISTA a Madame Dobrilla, portavoce del Patriarcato di Pec. L’indipendenza del Kosovo è un nodo tutto ancora da sciogliere. Su EDB

Guerra all’informazione

Mercoledì 24 marzo 2010

ore 12, Associazione Stampa Romana, piazza della Torretta 36, Roma

“La prima vittima di una guerra è sempre la verità”

L’Associazione Stampa Romana promuove un incontro sullo stato dell’informazione di guerra e la presentazione di un documentario con le testimonianze dei giornalisti che hanno lavorato nella striscia di Gaza.

‘Gaza: guerra all’informazione’

– Durante l’operazione militare israeliana Piombo fuso hanno perso la vita in sei, per mostrare al mondo la guerra che Israele non voleva venisse raccontata. Negli stessi giorni sono stati coinvolti, subendo intimidazioni anche fisiche, nei regolamenti di conti interni tra i partiti rivali Fatah e Hamas. Ma anche oggi, che il conflitto è terminato, i giornalisti palestinesi denunciano meno libertà e maggiori controlli. Perché, che sia condotta da Israele, Hamas o Fatah, a Gaza la guerra all’informazione continua –

Nel dibattito a seguire: come si lavora in aree di crisi? Quali sono le difficoltà di chi fa e riceve informazione? Dalla Palestina al Libano, da Israele all’Iran

Interverranno:
Annamaria Selini, giornalista freelance, autrice del documentario
Paolo Butturini, segretario di Stampa Romana
Natalia Marra, presidente della Consulta Freelance
Giuliano Gallo, inviato del Corriere della Sera
Antonella Vicini, giornalista freelance
Modera: Cristiano Tinazzi, direttore della rivista ‘Altri’

Intervista a Malalai Joya per Il Riformista

Afghanistan, la violenza e i sogni delle donne. Il futuro “rosa”

HERAT – Farida vuole fare l’insegnante e come lei Shafiqa, Rohsana e Anitha. E così la maggior parte delle sue compagne di classe. Una classe gremita, composta da una cinquantina di bambine, di età diverse, tutte con la divisa d’ordinanza: velo in testa, possibilmente bianco, e manto alla iraniana, scuro.

Libri nuovi forniti dall’Unicef e qualche zainetto all’occidentale, dono della cooperazione italiana e del Provincial Reconstruction team che nel 2009 ha inaugurato questa la nuova scuola di Herat, un istituto molto grande e superaffollato che ospita, dice il direttore dell’istituto, dodici mila studenti dai 6 ai 18 anni suddivisi in tre turni al giorno. Basta fare la classica domanda di rito, «cosa volete fare da grandi?», che il coro si leva unanime: «l’insegnante». Perché? «Vogliamo educare gli altri bambini; ci piace molto saper leggere e scrivere». Questa è la risposta dell’Afghanistan post 9/11 e delle nuove generazioni nate dopo il 2001 che non hanno mai conosciuto, se non forse nei racconti, il divieto di studiare imposto dai talebani alle donne e le discriminazioni dei mujahidin.

Eppure nell’Afghanistan di oggi, a otto anni dall’inizio di Enduring Freedom e della missione Nato, l’alfabetizzazione per le bambine è un obiettivo che stenta ancora a decollare, come tutte le altre questioni che riguardano l’integrazione delle donne nella società civile, nonostante alcuni passi avanti siano stati fatti, soprattutto nella grandi città. Ma l’Afghanistan non è solo Herat o Kabul, dove prima delle presidenziali in parlamento, fra l’altro, si discuteva ancora di una legge sul diritto di famiglia che offre all’uomo la possibilità di decidere del destino della proprie moglie, se non abbastanza condiscendente in tema di «doveri coniugali».

Secondo Nasima Rahmani, coordinatrice del programma ActionAid per i diritti delle donne in Afghanistan, «l’accesso all’istruzione è diventato più facile», anche se ancora oggi «meno di un terzo degli iscritti a scuola in Afghanistan è donna». E nel sud del Paese, zona roccaforte dei taliban dove gli alleati faticano vistosamente ad andare avanti, «solo il 3% delle ragazze va a scuola». Basti pensare che, soltanto lo scorso agosto, nel bel mezzo di una campagna che inneggiava ai progressi ottenuti durante la presidenza Karzai, molte delle giovani che presiedevano i seggi femminili, nella capitale, hanno raccontato chiaramente di essersi imbattute nel forte disagio della famiglia di origine per aver partecipato attivamente al voto. Najila si è recata alle urne e si è offerta come scrutatrice, ma non tutte le sue coetanee hanno potuto farlo. «A volte è tuo padre che decide per te e, un po’ per paura, un po’ perché sono cose da uomini».

C’è poi chi, come Mariam, venticinque anni, detenuta nella prigione femminile di Herat insieme a sua sorella, per essere stata denunciata dal padre per comportamenti licenziosi, dell’insegnamento sta facendo la sua attuale ragione di vita. Da quanto è stata condannata alla reclusione, ogni giorno, offre lezioni di inglese alle sua compagne: apprendere è un privilegio, ancora di più se il luogo in cui questo avviene sono le aule di un carcere. Mariam è timida, ma ha il piglio deciso e, superate le resistenze iniziali, parla, parla in una lingua che non è la sua e che sono in poche a conoscere in un Paese dove solo il 18/20 percento circa (i dati variano a seconda delle fonti) delle ragazze sa leggere e scrivere nella propria lingua madre. «Non so cosa farò quando uscirà di qua – dice, ma di sicuro – dalla mia famiglia non voglio tornare. Dio mi aiuterà». Inshallah.

Antonella Vicini
per IL TEMPO


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