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Libano: Il Paese più inquieto per ora resta calmo, per Il Riformista

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Scatto dal Libano

Villaggio di Frun. Cerimonia di consegna di un generatore elettronico donato dallesercito italiano. Foto di Raffaella Cosentino

Villaggio di Frun. Cerimonia di consegna di un generatore elettronico donato dall'esercito italiano. Foto di Raffaella Cosentino


Ricordo del Sud del Libano da embedded con i militari italiani dell’operazione Leonte, nella missione Unifil2


Dana dagli occhi vispi, scuri, ritagliati come due mandorle all’insù nel viso costretto nel velo. A undici anni ha le idee chiare: diventerà una giornalista per raccontare la verità sul suo Libano. Parla veloce in inglese perché sa che il tempo non le basterà per chiedere tutto quello che vorrebbe. La sua faccetta sorridente buca il ricordo. Chiudere gli occhi e ripensare al sud del Libano vuol dire sentire lei, il suo entusiasmo e il suo desiderio di giustizia più forti delle gigantografie dei martiri di Hezbollah, che tappezzano le strade a casa del ‘Partito di dio’.

Sui gommoni Unifil a Naqoura. Foto di Raffaella Cosentino

Sui gommoni Unifil a Naqoura. Foto di Raffaella Cosentino

A sud di Beirut, varcato il fiume Litani, il viaggio nel cuore dell’operazione ‘Leonte’ si snoda su un fazzoletto di terra lungo meno di 40 Km. La nostra meta non è Tiro, la città dei fenici che scorgiamo da lontano stesa al sole sulle acque trasparenti del Mediterraneo. Andiamo a Tibnin, a circa 110 chilometri da Beirut. E’ il quartier generale del settore ovest, dove la Brigata Garibaldi svolge con professionalità il suo lavoro in mezzo a un nulla fatto di colline brulle, punteggiate di villaggi grigi e anonimi che sembrano senza storia. Li attraversiamo scortati da mezzi blindati su cui torreggiano bersaglieri con il mitra puntato. Le misure di sicurezza sono d’obbligo per l’esercito. Per un giornalista, però, questo vuol dire sentirsi a disagio, invadente. Provare imbarazzo perchè la colonna armata di cui facciamo parte manda in tilt il traffico in un piccolo centro, dove è sabato sera, con i negozi aperti sulla via principale e le ragazze, sempre velate, che passeggiano tenendosi a braccetto.
Facciamo su e giù per ore sulle strade sconnesse. I 34 giorni di guerra dell’estate 2006 hanno distrutto 600 km di strade, 73 ponti e l’aeroporto Rafik Hariri di Beirut. Il sistema viario messo in ginocchio a poco a poco viene ricostruito, ma i collegamenti sono ancora tortuosi. Ciò che un conflitto lascia dietro di sé, la crudeltà delle bombe a grappolo, che trasformano i campi in una roulette con la morte, seminandoli di piccoli ordigni inesplosi, ci si para davanti assieme al coraggio degli sminatori del genio militare italiano. Dopo mesi di lavoro sotto un sole cocente, vestendo tute protettive claustrofobiche, tanto pesanti da rendere difficoltoso il passo, stanno per restituire a un agricoltore la sua chance per il futuro: un bananeto bonificato dalle bombe.
Le ferite dei bombardamenti sono visibili, quelle di decenni di guerre sono sicuramente nell’anima del popolo libanese. Non c’è stato tempo per condividere la sofferenza, per saziare la nostra fame di contatto vero con la popolazione. Rimane la sensazione di guardare dall’alto di una collina e vedere l’erba del vicino israeliano sempre più verde. Di là campi arati e fertili, di qua sassi, pietre e wadi, profonde insenature nel terreno.

Al gate di Ras Naqoura, unico passaggio tra Israele e Libano. Foto di Raffaella Cosentino

Al gate di Ras Naqoura, unico passaggio tra Israele e Libano. Foto di Raffaella Cosentino

Il presidio italiano sulla Blue Line. Foto di Raffaella Cosentino

Il presidio italiano sulla Blue Line. Foto di Raffaella Cosentino

‘Blue Line’ è un nome color del cielo per chiamare la serie di 198 bidoni con la scritta UN che divide il territorio libanese da quello israeliano, che delimita la fine di un mondo e l’inizio di un altro. Quei paletti dipinti di blu non sembrano abbastanza solidi per fare da spartiacque tra la paura armata di Israele e quella del mondo arabo. Trasmettono l’idea che tutto il Libano sia un confine incerto che nessuno voleva tracciare, incancrenito dalle guerre, paralizzato nella sua danza immobile ma sempre sul punto di esplodere.
L’occasione di dare una sbirciatina al futuro del popolo libanese viene dalla Civil military cooperation, attività chiave per i militari italiani, a sostegno dei civili e del consenso necessario a una forza di interposizione. Incrociando gli sguardi curiosi dei bambini all’orfanotrofio di Tibnin si può guardare negli occhi e nel cuore di Dana. È lì che si vedono le opportunità negate da decenni di conflitti, è lì che prende forma una sensazione dal sapore amaro, che in una guerra bambini e giornalisti non siano poi così lontani, entrambi pedine di un gioco più grande di loro.
Testo di Raffaella Cosentino

Foto di Raffaella Cosentino

Foto di Raffaella Cosentino


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