Posts Tagged 'immigrazione'

Londra, il governo ai giudici: non accettate ricorsi in extremis contro i rimpatri forzati in Iraq

10/06/2010

12.48

OLTRECONFINE


The Guardian (Uk). Una lettera dei legali del Ministero del Tesoro all’Alta Corte sollecita i magistrati a rifiutare qualunque tentativo legale di evitare l’espulsione a Baghdad con i voli Frontex. Proteste dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati

ROMA – Il governo britannico ha chiesto ai giudici dell’Alta Corte di non accettare ricorsi dell’ultimo minuto contro l’espulsione e il rimpatrio di profughi iracheni che “interrompano o ritardino” i voli Frontex per Baghdad. Il quotidiano “The Guardian” ha rivelato stralci di una lettera degli avvocati del Ministero del Tesoro indirizzata ai giudici dell’Alta Corte. Le motivazioni addotte dal governo di David Cameron sono “la complessità, la fattibilità e i costi” dei charter organizzati da Frontex, l’agenzia europea delle frontiere. Questi voli speciali per riportare in Iraq i richiedenti asilo rifiutati fanno tappa infatti in diversi paesi europei, come Svezia e Olanda, prima di fare scalo nel Regno Unito. Il 9 giugno è partito il secondo volo di iracheni rimpatriati a Baghdad, con a  bordo 10 persone. Un altro charter è previsto per il 16 giugno con 40 espulsi dalla Gran Bretagna. Il ministro per l’Immigrazione Damian Green ha detto che queste sono le procedure standard usate in altri 16 voli precedenti diretti nel Nord dell’Iraq. Il primo charter per Baghdad  finì in farsa lo scorso ottobre, quando nella capitale irachena fu impedito di sbarcare a 34 delle 44 persone a bordo, in quanto si trattava di Curdi iracheni, rispediti in Gran Bretagna.  I dettagli degli ‘accordi speciali’ che reggono le operazioni di espulsione verso l’Iraq, resi noti per la prima volta dal Guardian, hanno provocato la reazione di molti avvocati esperti di immigrazione, associazioni come la Federazione Internazionale dei rifugiati Iracheni (Ifir) e la rete “Stop the deportation”.  La politica di David Cameron si è attirata anche le critiche dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati che si è schierato contro il rimpatrio forzato in un paese dove la violenza continua. Il premier David Cameron ha difeso le sue scelte in un question time in Parlamento, affermando che “uomini e donne britannici coraggiosi hanno combattuto e sono morti per rendere l’Iraq più sicuro”.
The Guardian, Regno Unito, 9 giugno 2010 – Vai all’articolo

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Rosarno, LA SICUREZZA FA AFFARI

casa del centro di Rosarno affittata a braccianti africani - aprile 2010

15 TERRITORI – IL MANIFESTO
28.04.2010

* APERTURA | di Raffaella Cosentino, Antonello Mangano – ROSARNO
altra italia – DOPO LA CACCIA AL NERO I PROGETTI A SEI ZERI

Fiumi di denaro per progetti sui migranti, pochissimo per risolvere l’emergenza alloggi durante la raccolta delle clementine. La Rognetta, luogo simbolo dello schiavismo nella piana di Gioia Tauro, diventerà una piazza con mercato settimanale, parcheggi e un campo da tennis. Nel frattempo alcune centinaia di immigrati sono rientrati e vivono dispersi nelle campagne, in condizioni peggiori di prima. E per l’autunno si prepara una nuova emergenza

Chiusa la stagione della raccolta delle arance, a Rosarno si apre quella dei fiumi di denaro pubblico in nome della “sicurezza”. Progetti a sei zeri nati con le due rivolte degli africani che a dicembre 2008 e a gennaio 2010 crearono attenzione sulle condizioni miserevoli dei braccianti stagionali. Soldi che arrivano in un territorio dominato dalle ‘ndrine dei Pesce e dei Bellocco con il comune sciolto per infiltrazioni mafiose. La misura è stata anche prorogata di altri sei mesi per le stesse motivazioni, il pericolo di inquinamento delle istituzioni da parte della ‘ndrangheta. I tre milioni di euro in arrivo dal ministero dell’Interno erano saltati fuori già alla fine della caccia ai neri che è stata la vergogna dell’Italia nel mondo. Finanziamenti elargiti una manciata di giorni prima della guerriglia urbana dei rosarnesi contro i lavoratori africani che per la seconda volta in due anni si erano ribellati alla violenza delle ‘ndrine.
In comune c’è un’attività febbrile di studi di fattibilità, progettazioni, consultazioni per presentare progetti sui migranti dalle finalità più varie. Corsi di formazione per istruire gli africani nella raccolta di clementine e agrumi, avviamento al lavoro nei campi, laboratori, esposizioni e perfino un “albergo diffuso” su tutta la Piana di Gioia Tauro. Salta all’occhio la sproporzione tra il volume dei finanziamenti e il numero di alloggi previsti per gli immigrati, considerato che l’emergenza umanitaria che vivono ogni inverno duemila braccianti stagionali stranieri è dovuta in gran parte ai tuguri in cui alloggiano. Secondo quanto afferma il commissario Rosario Fusaro, tra un anno, quando sarà costruito il centro polifunzionale da due milioni di euro, nell’annessa foresteria dormiranno 60 immigrati.
Il commissario non sa dire sulla base di quali criteri verranno scelti i lavoratori a cui dare un tetto, a parte il possesso del permesso di soggiorno. Ma la prossima stagione agrumaria inizia a ottobre. Quindi in attesa della foresteria, tra poco il comune presenterà un progetto con moduli abitativi prefabbricati in comodato gratuito da parte del Viminale. Non oltre 150 posti letto, per i quali i migranti pagheranno un canone minimo, gestito dal comune in partnership con associazioni non meglio specificate, tra cui dovrebbero esserci anche i gesuiti. Tutti alloggi riservati a chi è in regola con il permesso di soggiorno.

Da dormitorio a mercato
La Rognetta, un tempo fabbrica di trasformazione del succo d’arancia, poi rudere senza tetto in cui d’inverno si riparavano tra gli stenti almeno 400 africani in gran parte francofoni, è stato uno dei luoghi simbolo dello schiavismo della Piana. Prima che le ruspe la buttassero giù, era la casa senza elettricità e senz’acqua degli africani di Rosarno. Proprio di fronte alla scuola media “Scopelliti-Green”. Sotto gli occhi di tutti, si riempiva di fantasmi dalla pelle nera a ottobre per svuotarsi a marzo. È l’unico dei dormitori lager a essere stato completamente demolito. Il primo a essere sgomberato dalle forze dell’ordine la sera dell’8 gennaio sotto la pressione delle ronde e delle barricate armate dei rosarnesi. Il primo luogo da cui dare un segnale alla popolazione locale e da cui i neri dovevano sparire per sempre. Ma il suo destino era già segnato. Meno di un mese prima, a dicembre, il ministero dell’Interno aveva approvato un progetto comunale di riqualificazione urbana per la sicurezza del territorio. L’area diventerà una piazza con un anfiteatro che ospiterà un mercato settimanale con box per i vigili, parcheggi e anche un pallone tensostatico con all’interno un campo da tennis. Costo dell’operazione: 930 mila euro.
Il progetto esecutivo è in fase di approvazione e presto andrà a gara. L’altro intervento già finanziato dal Viminale per due milioni di euro con i fondi del Pon Sicurezza, obiettivo 2.5 per il riutilizzo dei beni confiscati, è un centro polifunzionale con la foresteria per soli 60 stranieri regolari. Dovrebbe sorgere tra un anno all’interno dell’ex cementificio Beton Medma, un bene confiscato ai clan D’Agostino e Bellocco. Ci sarà un edificio su due piani, da costruire ex novo, con posti letto, sale comuni e strutture per la formazione professionale dei braccianti agricoli. «Tutte iniziative presentate al ministero all’inizio del 2009 – racconta Fusaro – per individuare un centro per l’accoglienza e la formazione, per affrontare l’emergenza umanitaria, progetti nati dopo la manifestazione pacifica degli africani di dicembre 2008 per il ferimento di due loro compagni da parte di un giovane di Rosarno». Chiarita l’origine, vale a dire la richiesta del rispetto dei diritti umani da parte degli africani, quale sarà il risultato? A lavorare sui progetti in corso saranno tutte imprese locali.
«Ci saranno sicuramente un indotto e una forte ricaduta per l’occupazione di Rosarno» evidenzia il commissario. E questi sono solo gli appalti certi. Perché ci sono almeno altri due grossi progetti allo studio. Il primo da presentare sempre al ministero di Roberto Maroni per la ristrutturazione di un vecchio cinema di proprietà comunale per farne un centro di aggregazione per stranieri con laboratori artigianali e sale espositive. Al momento si trova in fase di approvazione preliminare da parte della prefettura di Reggio Calabria. L’altro, di cui si sta studiando la fattibilità con la Provincia, eventuale ente capofila, è per un sistema di “albergo diffuso” su tutta la Piana. Allo stato dei fatti, sembra una soluzione che richiede molto tempo e tanti soldi. Si devono individuare gli immobili, ristrutturarli e darli in gestione. Inoltre, per ora, solo i comuni di Rosarno, Galatro e San Ferdinando si sono resi disponibili.

demolita la Rognetta, quest'area diventerà un mercato

gli ultimi oggetti personali dei braccianti lasciati tra cumuli di macerie

Che fine ha fatto la task force?
Stando così le cose, in autunno l’emergenza abitativa per gli stagionali rischia di ripresentarsi. «Devono muoversi anche gli altri comuni, Rosarno non può risolvere un problema che è di tutta la Piana», sostiene ancora il commissario Rosario Fusaro. Un’intesa con la Compagnia del Gesù maturata lo scorso autunno per realizzare un villaggio da 500 posti su un’area del comune è stata congelata dai fatti di gennaio. «Quello che è successo l’abbiamo visto tutti, ma perché è successo qualcuno l’ha capito?» si chiede il componente della commissione straordinaria che guida il comune dal 2008. Troppi africani tutti insieme in un posto non ci devono stare. Non solo e non tanto per non creare ghetti. Infatti questa linea è quella seguita a Rosarno dopo gli scontri che hanno spazzato via migliaia di stagionali di pelle nera in soli tre giorni. I braccianti schiavi sono tornati alla spicciolata già a partire dalla settimana seguente alla rivolta. Circa 400 persone, anche i media li hanno notati. Ma vivono in case fatiscenti del paese a gruppi di dieci, pagando cinquanta euro di affitto a testa più le utenze.
O dispersi nelle campagne, adesso davvero invisibili e difficili da raggiungere per chi volesse monitorare la situazione. Si incontrano per le strade in bicicletta o nelle agenzie di money transfer. Tanti sono senegalesi che arrivano dal nord Italia, dove, dicono, non c’è più lavoro. La fine della raccolta li porterà in altre campagne del sud. E quando i sindacati marceranno per il primo maggio a Rosarno, la maggioranza degli africani non ci sarà. Ma il fatto che i proprietari terrieri li abbiano richiamati per lavorare in nero, nonostante le indicazioni della task force di Maroni, e che siano stati lasciati fare dalle istituzioni e dalla ‘ndrangheta, conferma che gli stranieri sono indispensabili all’agricoltura della zona. Per giustificare i corsi di formazione in raccolta degli agrumi, Fusaro dice: «L’avviamento al lavoro lo faranno le istituzioni e questo dovrebbe incidere sul caporalato». Tuttavia è evidente che le dinamiche di caporalato sono legate a un problema di sottosviluppo dell’economia agrumaria con le arance pagate ai produttori appena sei centesimi al chilo. «La politica agricola così com’è strutturata non ha sviluppo – ammette in un secondo momento Fusaro – abbiamo ampiamente segnalato questo aspetto agli europarlamentari venuti in visita a Rosarno, alle commissioni parlamentari e alla task force del ministro Roberto Maroni».

vestititi da lavoro e stivali sul balcone dell'alloggio dei braccianti agricoli senegalesi

I vecchi fondi, chi ben comincia…
Intanto, con i primi 200 mila euro mandati dal ministro Maroni a maggio dell’anno scorso, sono stati comprati dalla ditta Tubes di Polistena 15 servizi igienici. Sono moduli bagno-container con doccia che potrebbero essere allacciati alla rete idrica e fognaria. Costo totale: 132 mila euro. Rosarno, ente capofila per l’emergenza immigrazione, dopo gli incontri con gli altri comuni coinvolti, Gioia Tauro, San Ferdinando e Rizziconi, è riuscita a fare un bando in extremis a metà dicembre per non perdere il finanziamento che scadeva a fine 2009. Il risultato è che giacciono inutilizzati nell’area industriale di Gioia Tauro perché sono arrivati troppo tardi, a fine gennaio, quando ormai le baraccopoli erano sparite. Avrebbero dovuto sostituire i bagni chimici che sono stati noleggiati da aprile a dicembre del 2009 al costo complessivo di altri 29 mila euro.

Memoria
Per velocizzare i tempi e per far sì che tutto sia realizzato prima della prossima stagione agrumaria molti interventi saranno avviati con affidamenti fiduciari, in quanto al di sotto del limite fissato per legge. Ma siamo a Rosarno, e basta guardarsi intorno per trovare i segni dello spreco del denaro pubblico, per esempio la vasta area industriale fantasma oppure i ruderi degli edifici destinati a sontuosi progetti industriali e diventati rifugi per sans papiers. La “Cartiera” era teoricamente un edificio destinato alla produzione di moduli per telescriventi, ma nei fatti è stata una casa da incubo per i lavoratori stranieri per una quindicina d’anni. I progetti risalgono al 2007, quando con un solenne protocollo alla Prefettura di Reggio Calabria si decise di trasformarla in centro d’aggregazione sociale (cosa mai avvenuta, la Cartiera fu mestamente sgomberata la scorsa estate in seguito a un incendio). Ora si ricomincia. Da queste parti pure un riot dagli echi planetari può trasformarsi in una richiesta di finanziamenti.

Crotone senza misericordia

FUORIPAGINA IL MANIFESTO
07/04/2010

In visita nel Cie calabrese. Dove sono rinchiusi molti migranti «italiani», come il «marocchino di Isola Capo Rizzuto», un ambulante nel nostro paese da oltre 25 anni che tutti conoscevano, fermato perché vendeva cd falsi. Con loro un pugno di vittime della «caccia al nero» di Rosarno e 700 aspiranti rifugiati nel vicino centro per richiedenti asilo, soprattutto kurdi, afghani e iracheni. Le storie e la vita all’interno del centro di detenzione per immigrati più grande d’Europa

* | Raffaella Cosentino

Cinque mesi di reclusione nel centro di identificazione e di espulsione di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto hanno cancellato la speranza dagli occhi verdi di Maher. Ventitrè anni, tunisino. Dell’Italia ha visto solo il Cie. È finito dentro appena ha messo piede in Europa. A novembre del 2009, due giorni dopo lo sbarco in Sicilia. Ha pagato duemila euro per regalarsi questo incubo. Per arrivare sull’altra sponda del Mediterraneo passando dalla Libia. Maher ha rifiutato di chiedere asilo politico. Il suo sogno è andare in Germania dal fratello maggiore, che vive lì da quasi vent’anni. Il nostro paese doveva essere solo un luogo di transito. «Il mio programma è svanito – dice a testa bassa – anche moralmente non ho più forza. Mi sembra tutto un’illusione». Poche parole in arabo, pronunciate a stento con l’aiuto della mediatrice culturale. Un breve incontro dopo una lunga attesa. La richiesta alla prefettura di Crotone per visitare il Cie di Isola Capo Rizzuto è datata 29 settembre 2009. Tanti mesi per avere l’ok del ministero dell’Interno. Ci vengono concesse quattro ore. Tre delle quali le passiamo nel centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), scortati da un coordinatore e da un poliziotto. Negli ultimi preziosi sessanta minuti riusciamo a visitare il Cie. La prima cosa che chiediamo è di raccogliere le storie di alcuni immigrati reclusi. Ci assicurano che è possibile. Prima però bisogna parlare con la direttrice del centro, con il coordinatore, con l’assistente legale e con la mediatrice culturale. Visitiamo con la direttrice il cortile esterno dei due edifici che costituiscono il Cie, ma la polizia non ci permette di avvicinarmi a nessuno. «Potrebbero scoppiare dei disordini, il nostro lavoro qui è già abbastanza difficile» è la motivazione che danno. Non si può entrare nei dormitori. Al ritorno, per il poliziotto responsabile della sicurezza il nostro tempo è scaduto, dobbiamo andarcene. Solo dopo proteste e molte insistenze, ci permettono di incontrare Maher. Hanno scelto lui «perché è uno dei più tranquilli». Il ragazzo arriva nell’ufficio della direzione molto scosso. Trema di paura. Il suo disagio aumenta davanti alle nostre domande. Sa che ha davanti una giornalista ma per lui sono soprattutto una donna sconosciuta. L’ennesimo trauma dopo il viaggio che l’ha catapultato dalla Tunisia non in Europa, come pensava, ma in una dimensione senza tempo, di cui non comprende le regole. I giorni devono sembrare interminabili per un ragazzo che quasi non ha ancora la barba e condivide gli spazi di reclusione con altri 47 immigrati di diverse nazionalità, tanti con precedenti penali per spaccio e furto. L’orizzonte quotidiano sono due alte recinzioni. Una è in ferro. L’altra è un muro di cemento. In mezzo c’è un cortile presidiato dalle camionette delle forze dell’ordine. Due palazzine verdi, un tempo alloggi della vecchia base dell’aeronautica militare, poi cpt. Chiuse a maggio 2007 dal Viminale, abbandonate e infine riaperte d’urgenza il 20 febbraio 2009 per trasferirci parte degli immigrati dopo la rivolta e l’incendio nel Cie di Lampedusa.

E i posti aumentano
Le Misericordie d’Italia, che gestiscono il Cara da anni, hanno coordinato la riapertura nella fase di emergenza e poi formalizzato la gestione anche del Cie vincendo il bando del 26 maggio 2009. I due edifici sono divisi in un totale di quattro moduli. Al momento sono in corso i lavori di ristrutturazione. Una volta completati a fine aprile, i posti aumenteranno fino a 124. Se davvero i detenuti dovessero più che raddoppiare, la situazione potrebbe sfuggire di mano. Già così la tensione è alle stelle come la disperazione. La testimonianza inequivocabile dell’emergenza umanitaria e psicologica è uno squarcio di diversi metri nel muro esterno della prima palazzina. Un buco enorme fatto dai reclusi sbattendo contro la parete i letti e le reti metalliche a ripetizione fino a spaccare diverse file di mattoni. «Ogni giorno è una guerra, abbiamo scontri, feriti, moduli smontati, atti di autolesionismo» è lo sfogo di un poliziotto. Il coordinatore Salvatore Petrocca, delle Misericordie, vuole precisare che «non ci sono stati veri e propri tafferugli». Ma poi ammette: «Le persone soffrono e sfasciano tutto. Ad esempio le televisioni, ne abbiamo cambiate 17 in poco tempo». Al Cie di Sant’Anna le cose sono peggiorate dopo il pacchetto sicurezza. Lo dicono tutti quelli che ci lavorano. «Sei mesi sono troppi per l’identificazione. Gli immigrati accettano perfino l’idea della reclusione ma non così a lungo» racconta Auatif, mediatrice culturale marocchina. «I maggiori dissensi li abbiamo avuti quando sono entrati in vigore i 180 giorni, i detenuti non riescono a capire le ragioni di questa norma» afferma anche la direttrice Rosa Viola.

Gli immigrati di Rosarno
In un anno dall’apertura, fino a marzo scorso, 631 persone sono state detenute nel Cie di Sant’Anna. Storie diverse, ma una costante: la maggioranza è in Italia da almeno dieci anni. Immigrati italiani. «Il marocchino di Isola Capo Rizzuto», un venditore ambulante da 25 anni in paese e conosciuto da tutti, si è fatto tre mesi in carcere. Ha raccontato di essere stato fermato dopo un controllo perché vendeva cd falsi. Un sessantenne, i cui figli già sposati vivono a Isola. È potuto uscire solo per motivi di salute. Con l’intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 5 giorni. Ci sono poi sei immigrati trasferiti da Rosarno ai primi di gennaio dalle forze dell’ordine nei giorni della “caccia al nero” con i fucili a pallini. Lavoratori stagionali sfruttati per 25 euro nella raccolta delle arance, presi di mira da attacchi razzisti e sfuggiti agli agguati delle ‘ndrine con lo sgombero da parte degli agenti. Una pulizia etnica che ha segnato per sempre la vergogna dell’Italia nel mondo. In carcere non ci sono gli aguzzini, bensì le vittime. Reato commesso: avevano tutti a carico una precedente espulsione. Tre di loro sono richiedenti asilo. Vengono da Liberia, Burkina Faso ed Etiopia. «Con a carico un’espulsione, pur non avendo mai fatto prima la domanda per lo status di rifugiato, devono stare nel Cie» spiega l’avvocato Francesco Vizza. La commissione territoriale deciderà entro la settimana. Altri tre, due mauritani e un maliano, avevano già avuto la richiesta di asilo rifiutata proprio dalla questura di Crotone. «Non possono ripeterla perché non ci sono fatti nuovi» sostiene ancora l’assistente legale del centro. Un iter che contrasta con le richieste per il permesso di soggiorno ai migranti di Rosarno portate avanti da mesi dalle associazioni antirazziste con sit in e proteste come quella delle “arance insanguinate” davanti al Senato.

Da sette mesi senza fondi
Il centro di Sant’Anna è il più grande d’Europa, con circa 1500 posti. A dieci anni dalla sua apertura, la maggior parte degli immigrati dorme ancora nei containers con i servizi igienici in comune. Era una base dell’aeronautica militare, oggi contiene il Cie, il Cara e il Centro di accoglienza. In attesa della decisione della commissione territoriale per l’asilo ci sono al momento 700 aspiranti allo status di rifugiato. Ognuno di loro costa 28,88 euro al giorno alle casse dello stato. Sono oltre ventimila euro al giorno in totale. «Una miseria, una delle rette più basse in Italia. Riusciamo ad andare avanti solo perché si lavora su grossi numeri – afferma la direttrice del Cara, Liberata Parisi – sono sette mesi che il ministero dell’Interno non salda i conti del finanziamento che abbiamo vinto come ente gestore con il bando per il 2009-2012». Soldi che non arrivano neanche per il Cie, nonostante la proroga della permanenza a sei mesi. «Paghiamo i fornitori facendo mutui e prestiti» dice ancora Parisi. Per avere un’idea dei costi di questa gigantesca macchina che ruota attorno all’immigrazione e ai permessi di soggiorno, bisogna calcolare che in media ogni richiedente asilo rimane dai quattro ai sei mesi prima di avere il responso della commissione, i cui uffici sono all’interno del centro. A riprova che i respingimenti in mare non risolvono il problema, a Crotone ci sono ancora 100 nuovi ingressi al mese. Cambiano le rotte, è diversa l’umanità in fuga che arriva. Non più africani passati dalla Libia ma soprattutto kurdi, afghani e iracheni che transitano dal confine nord est dell’Italia. Amir è un kurdo iraniano arrivato fino a Bari in un camion. È fermo a Sant’Anna da quattro mesi. Hamidullah ha ancora la famiglia a Kandahar. Suo padre ha messo insieme quello che aveva per farlo partire. Afghanistan, Turchia, Serbia, Ungheria il suo tragitto. Un altro afghano dice di avere «forse 30 anni». In Ungheria è stato fermato e deportato indietro in Serbia. Da lì è arrivato a Patrasso e poi sotto un camion in Italia. Anche lui quattro mesi a Sant’Anna in un container. Sono tutti dublinanti e la loro situazione giuridica è ancora più complessa.
Gli alloggi in cemento hanno solo 256 posti, costruiti nel 2008. La precedenza va a chi sta nel centro da più tempo, ai bambini e alle 30 donne, di cui una decina incinta. I minori hanno anche pochi mesi di età. Per gestire la convenzione e tutti i servizi previsti serve un piccolo esercito. Tra gli altri, ci sono assistenti sociali, psicologi, educatrici, mediatori culturali, istruttori isef per le attività sportive, esperti per la banca dati informatizzata. In totale sono impiegati con contratti a tempo e interinali 150 lavoratori delle Misericordie di Isola Capo Rizzuto. A loro vanno aggiunti 70 lavoratori del comune che gestisce i servizi di pulizia e di manutenzione. Militari, carabinieri e poliziotti per la sicurezza. Il personale sanitario dell’Asp di Crotone per l’infermeria in servizio 24 ore. Una vera fabbrica di posti di lavoro con un indotto ‘prezioso’ in un’area tra le più povere d’Italia, ad altissima disoccupazione. Costi destinati ad aumentare ancora con i lavori in corso per rafforzare la recinzione esterna e per ristrutturare e ampliare i posti delle due palazzine del Cie.

il cancello del centro di Sant'Anna sulla statale jonica 106


difronte all'ingresso le scritte di protesta sul muro della stazione ferroviaria

l'entrata del Cie


le due palazzine che compongono il Cie con le recinzioni


lo squarcio nel muro fatto dai reclusi a fine marzo 2010m


il Cara all'interno


i containers in cui dormono oltre 400 richiedenti asilo

Passaggio a Sud – Pensieri per uscire dalla crisi

Quattro giorni di libri, film, fotografie, testimonianze, assemblee, dibattiti

25/28 febbraio 2010

Spazio daSud

Via Gentile da Mogliano, 170 – Pigneto – Roma

Giovedì 25 febbraio – ore 19,30

Crisi e giustizia – Le mafie del Sud e la Quinta Mafia nel Lazio

Il libro. “Ius Sanguinis” di Paola Bottero

Il film. “La guerra di Mario” di Vincenzo Caricari

La testimonianza Mario Congiusta, presidente ass. Gianluca Congiusta

L’inchiesta. La quinta mafia di Alessio Magro

Venerdì 26 febbraio ore 20,30

Crisi e democrazia

Il fumetto. Anteprima della graphic novel sulla storia del giornalista Pippo Fava della collana Libeccio di daSud e Round Robin Editrice

L’evento. Roma si mobilita per il No Mafia day a Reggio Calabria: incontro con i promotori della manifestazione nazionale del 13 marzo

L’assemblea. Dal Caso Calabria al No Mafia day: Rosarno, Ponte, Bombe, Elezioni Regionali

Incontro con Claudio Fava

Sabato 27 febbraio 2010 ore 20,30

Crisi ed emergenza

Quando la storia d’Italia si scrive in deroga a legalità e trasparenza

Il libro. “Potere assoluto – La protezione civile al tempo di Bertolaso” con Emanuele Bonaccorsi
Le videoinchieste. Anteprima di “Comando e controllo” (sul terremoto in Abruzzo) con Alberto Puliafito
e “I furbetti della vasca” (sui mondiali di nuoto a Roma) con Vittorio Romano

Le immagini. “C.a.s.e.” – Proiezione degli scatti di Arianna Catania e Pietro Guglielmino

Le testimonianze.
I comitati aquilani raccontano – con Angelo Venti, Antonio Musella / No discarica Chiaiano

Domenica 28 febbraio 2010 ore 19

Crisi e identità – Da Rosarno a Roma. E ritorno. Verso il primo marzo nella Capitale

Il concerto. Musiche migranti per raccontare il sud e la contaminazione delle identità

Nino Foresteri unplugged

Il racconto. Come nasce e cresce un progetto musicale, la musica come spazio di intercultura.

Il dossier. Arance insanguinate di daSud e Stopndrangheta.it

Da giovedì 25 a domenica 28 dalle 17

La mostra. “Per amore del mio popolo” – il fumetto su Don Peppe Diana

Tutte le sere cenaperitivo

Raccolta fondi in beneficienza per i lavoratori migranti di Rosarno che vivono a Roma

Volontari dell’Operazione Colomba a Castel Volturno: “Specchio dell’Italia”

16/02/2010
13.53
IMMIGRAZIONE
Marco Ramigni ed Erica Scalfi sono il primo presidio italiano del corpo non violento di pace dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Tra le attività un doposcuola con i comboniani e una scuola di calcetto

Castel Volturno – Dal Nord-est a Castel Volturno per capire cosa succede in terra dei casalesi e aiutare a ridurre la violenza e creare momeni di condivisione tra italiani e immigrati. Marco Ramigni ed Erica Scalfi sono due giovani partiti da Padova e da Trento, che hanno dato la disponibilità a vivere sulla via Domiziana per almeno un anno. Volontari, non retribuiti, solo con le spese coperte per vitto, alloggio e trasporti. Sono loro il primo presidio italiano dell’Operazione Colomba, un corpo non violento di pace dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi. L’Operazione Colomba è nata nel 1992 da alcuni obiettori di coscienza sull’esperienza della guerra nella ex-Jugoslavia. Da allora, i volontari hanno vissuto accanto ai rifugiati, promuovendo il dialogo tra persone divise dai conflitti in Sierra Leone (1997), in Kossovo e Albania (dal 1998), a Timor Est (1999), in Chiapas-Messico (1998-2002), in Cecenia-Russia (2000-2001), nella Repubblica Democratica del Congo (2001) e nella Striscia di Gaza in Israele-Palestina (dal 2002) e in Nord Uganda (dal 2005).

Marco è stato nei territori palestinesi, Erica ha prestato la sua opera in Kossovo. “L’immigrazione e il pacchetto sicurezza hanno coinciso con l’apertura della prima presenza in Italia – spiega Ramigni – per questo c’è stato un viaggio esplorativo a marzo qui a Castel Volturno e poi io mi sono trasferito stabilmente da luglio scorso”. Vivere con le vittime delle guerre e come loro, nelle stesse condizioni quotidiane, con un atteggiamento di ‘equi-vicinanza’ alle parti in conflitto per sviluppare una proposta neutrale non violenta. E’ questa la ‘mission’ dei volontari sparsi in tutto il mondo. Ma farlo in Italia è, paradossalmente, più difficile. “Per noi riuscire a capire veramente come vive un immigrato senza permesso di soggiorno è complicato perché noi abbiamo i documenti – dice Erica – è un territorio pieno di problematicità. Non solo violenza e camorra, come si è visto dalla strage del commando dei casalesi nel settembre del 2008, ma anche abusivismo e questione ambientale sono decisivi”. Uno dei pilastri dell’attività è la condivisione dei disagi prima della mediazione. Atteggiamento che, ad esempio, ha portato ottimi risultati nel presidio in Kossovo tra serbi e kossovari albanesi, fino a permettere a entrambi di uscire dalle rispettive enclave. “Ma qui davvero ci sentiamo stranieri”, dicono.

Infatti nei tanti mesi trascorsi a Castel Volturno hanno cercato di comprendere il contesto in cui si sviluppa tanta violenza e hanno stretto legami con le altre realtà già operative. Dal Centro Caritas Fernandes, all’associazione Jerry Essan Masslo, dedicata all’attivista immigrato sudafricano ucciso a Villa Literno nel 1989 durante una rapina, dopo aver cercato rifugio in Italia dal regime di apartheid sudafricano. I volontari dell’Operazione Colomba partecipano alle attività del coordinamento antirazzista casertano e tutti i mercoledì vanno all’ex canapificio a Caserta per l’assemblea del movimento migranti e rifugiati. Da tempo aiutano i padri Comboniani alla Casa del Bambino per il doposcuola ai figli degli immigrati. Si tratta di una struttura colorata e accogliente che stride con il paesaggio grigio della via Domiziana. La Casa del bambino è uno specchio della variegata realtà migratoria presente in zona. Dai figli degli africani senza permesso di soggiorno, a quelli di famiglie integrate e residenti sul territorio da anni. Alcuni di questi ragazzi e ragazze frequentano le scuole superiori, anche i licei e si prestano a fare il doposcuola ai più piccoli. Ma ci sono pure donne africane che portano i bambini legati sulla schiena come nelle loro culture tradizionali.

“La difficoltà qui è proprio leggere la realtà, perché non c’è un conflitto esploso ad alta intensità, ci sono tanti conflitti a bassa intensità che si intrecciano tra loro. E non solo gli immigrati sono le vittime. Anche tanti italiani qui sono da annoverare tra chi subisce il degrado dell’inquinamento e della violenza”. Le parole di Marco Ramigni, dopo tanti mesi trascorsi in un territorio così diverso dal suo, la dicono tutta sul bisogno di un cambiamento innanzitutto culturale a Castel Volturno. Conoscere le persone una a una, al di là della maschera del problema sociale che le investe. Hanno anche seguito gli africani fino a Rosarno lo scorso dicembre, verificando di persona il loro dramma umanitario. E’ questa la pratica dell’azione non violenta messa in atto dai luogotenenti dell’ ‘esercito disarmato’. La loro esperienza viene raccontata sul sito di Operazione Colomba. “Castel Volturno non è un caso particolare, è uno specchio dell’Italia, per vedere tutta la polvere che finisce sotto il tappeto di casa nostra”, scrivono. Non un pezzo d’Africa in Italia, ma un concentrato dei nostri problemi, amplificati alla massima potenza: disoccupazione giovanile all’80%, inquinamento, un intero villaggio abusivo, il famoso Villaggio Coppola, costruito distruggendo parte della Pineta.

Nel tentativo di creare spazi di dialogo, i volontari dell’Operazione Colomba hanno lanciato l’iniziativa di una scuola di calcetto per i bambini immigrati e italiani, che è partita ieri all’interno del centro Fernandes della Caritas. Intanto cercano anche di coinvolgere giovani locali e di allargare la cerchia dei volontari. Servono volontari a breve termine cioè da uno a tre mesi di disponibilità che saranno formati con un corso di cinque giorni. Ma anche giovani disposti a fermarsi uno due anni, per i quali esiste un corso di formazione di lungo periodo. “E’ richiesto di credere nella non violenza”, spiegano. Unico requisito per lavorare per la pace in terra di camorra. (RAFFAELLA COSENTINO) (vedi lancio successivo)
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Castel Volturno, centro Caritas “Fernandes”: “Siamo un capro espiatorio”

16/02/2010
14.44
IMMIGRAZIONE

Dopo le petizioni per chiudere la struttura di accoglienza, il direttore Casale parla di strumentalizzazioni elettorali sul problema degli africani per sviare dal racket dello sfruttamento, dall’abusivismo edilizio e dal giro d’affari degli affitti

Castel Volturno – “Fare la guerra agli africani è un’ingiustizia oltre che una stupidità, qui si risolve il problema recuperando l’ambiente, riscattando il territorio, per gli italiani e per gli stranieri”. Antonio Casale, direttore del centro Caritas “Fernendes” di Castel Volturno parla apertamente. “Con una popolazione di diecimila immigrati su ventimila abitanti italiani, se gli africani dovessero essere tutti delinquenti, qui sarebbe un bronx, invece tutto sommato si vive tranquillamente”, continua. Il centro che dirige da quando è stato inaugurato nel 1996 è prima di tutto un simbolo a Castel Volturno. Da ex casa mare per minori orfani gestita dai frati e poi abbandonata, nei primi anni Ottanta l’edificio era diventato un dormitorio degradato e senza servizi igienici per i primi africani arrivati in zona. Dopo lo sgombero delle forze dell’ordine, divenne un centro privato della Caritas della diocesi di Capua. Rispetto alle migliaia di africani che vivono nelle case abusive affittate in nero, al Fernandes l’ospitalità riguarda un numero esiguo di persone: 60 posti letto a rotazione per circa due mesi, occupati da ghanesi, ivoriani, togolesi, nigeriani, maliani, burkinabè. Altri cinque posti sono riservati alle donne e c’è una mensa aperta a 150 persone a pranzo e a cena. Con quattro operatori assunti e venti volontari, medici, avvocati e immigrati, il Fernandes è il centro di raccordo di tutte le attività dell’associazionismo di Castel Volturno, dagli ambulatori medici con i dottori dell’associazione Jerry Masslo due volte a settimana ai convegni sul tema migratorio. Anche per questo viene continuamente preso di mira a ogni tornata elettorale da petizioni e campagne per farlo chiudere. Nel comune commissariato si vota a marzo per eleggere il sindaco.

“Siamo un capro espiatorio per le continue sottoscrizioni contro il centro – dice Casale – il problema dell’immigrazione qui è stato strumentalizzato politicamente. Si cavalca la paura della gente e l’oggettiva difficoltà di convivenza dicendo che ci sono tutti questi immigrati perché c’è il centro di accoglienza”. Il direttore spiega che “si gioca addirittura sulla confusione con il centro di accoglienza statale, ex cpa, cara. La gente di Castel Volturno è convinta che lo Stato porti qui gli immigrati di proposito”. Secondo Casale, è più facile prendere di mira la Caritas: “Così si sposta l’attenzione dai fitti e dallo sfruttamento sul lavoro, senza ledere gli interessi di nessuno. Se un politico dicesse: dobbiamo buttare giù tutte le case abusive e fare pagare le tasse a chi affitta, non lo voterebbe nessuno”.

Così Antonio Casale risponde alla petizione popolare per liberare Caserta dagli immigrati lanciata a gennaio dall’ex sindaco Antonio Scalzone, del Pdl. “Noi, come gli immigrati, siamo vissuti come un corpo estraneo – continua il dirigente – non abbiamo collaborazione locale, l’aiuto viene sempre dall’esterno. Il comune non si fa carico degli immigrati, soffre solo la presenza. Le istituzioni e le persone del posto rimuovono il problema, non lo gestiscono”. Eppure il business che c’è dietro la presenza degli africani è sotto gli occhi di tutti. “Qui c’è un turismo molto popolare d’estate, proveniente dai quartieri poveri napoletani. Ma questa massa di stranieri assicura un indotto tutto l’anno, ai commercianti e ai proprietari di casa”. Tuttavia il problema è diverso nella percezione degli abitanti. “L’idea diffusa è che il degrado del territorio sia dipeso dagli stranieri. E’ ovvio che è il contrario, ci sono gli stranieri perché il territorio è degradato”, spiega ancora Casale.

L’elemento distintivo è la facilità di trovare casa. Abitazioni, seconde case per il mare, in cui vivono anche molti italiani disagiati, arrivati trent’anni fa dopo il terremoto di Napoli e il bradisismo di Pozzuoli. “La casa è un ammortizzatore sociale per gli africani – sostiene il direttore del Fernandes – inoltre sono senza documenti e senza diritti, quindi il vantaggio per i padroni di case è di poterli mandare via quando vogliono”. Niente accampamenti e baraccopoli, tante cattedrali nel deserto: dai campi da golf più grandi d’Europa agli Hotel di lusso. “Spaccio di droga, prostituzione e mafia nigeriana sono presenti – racconta Casale – l’integrazione difficile, i corsi d’italiano non hanno successo perché si viene solo pensando che sia un modo per uscire dalla clandestinità. La tipologia di immigrati è varia: dalle famiglie residenti alle migliaia di passaggio, rifugiati, richiedenti asilo, respinti. Siamo il frutto di problemi che stanno a monte. Va eliminata la causa del male. Qui continuiamo solo a fasciare le ferite”. (raffaella cosentino)
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A place like Rosarno

Testo di Raffaella Cosentino – Fotografie di Pasquale Andreacchio

Duecento africani senza permesso di soggiorno vivono in condizioni aberranti nella Piana di Gioia Tauro. Con la stagione degli agrumi diventano più di mille e cinquecento.  Un anno fa la loro rivolta contro la ‘ndrangheta.

Rosarno (Rc) – Lo sguardo di David rotea senza centrare il bersaglio. Mentre mi parla le sue pupille vanno da un’altra parte. Forse fino in Ghana e ritorno. Scappano lontano come la sua anima. Non solo perché gli chiedo di ricordare il suo viaggio. Ho l’impressione che per lui sia diventato un modo per cercare di allargare la realtà. Per uscire dalla sua vita senza permesso di soggiorno nella Piana di Gioia Tauro. Mi tornano in mente le parole del film ‘I Cento Passi’. Tu sei Nuddu ‘mbiscatu cu nenti. Lì era una minaccia. Qui è una tenaglia che ti prende allo stomaco. Anche i discorsi di David spaziano senza un ordine apparente. “Daina. La mia mamma si chiama così”. “Davvero sei stata a Londra? Io parlo l’inglese della Regina. Queen Elizabeth is our mother, eravamo una colonia inglese”, mi dice, con una punta di orgoglio. Gli chiedo: “Come hai saputo di Rosarno…a place like Rosarno?” Non se lo ricorda più. Forse a Napoli. O a Bari. Da qualche parte, nella geografia dell’Italia clandestina, gli hanno detto che nella Piana c’era lavoro per lui. Guardiamo insieme dall’alto la ‘Cartiera’ bruciata. Seduti sul guardrail della statale che va al porto di Gioia Tauro. Io e David J. Lui ha qualche anno più di me, 31. Era soldato ed è partito. Non voleva morire. È passato dalla Libia. Da Lampedusa. Dal Cie di Foggia. Asilo politico rifiutato.

Le nostre strade si incrociano per qualche ora attorno al vecchio capannone. Sigillato dalle autorità dopo l’incendio del 20 luglio, dal 2003 aveva dato alloggio ai lavoratori stagionali della raccolta di agrumi. La cartiera è deserta. Si capisce subito. Non c’è più il muro di stoffa che costeggiava la strada. Erano i panni stesi ad asciugare sul fil di ferro della recinzione prospiciente. Siamo nel comune di San Ferdinando. Terra di nessuno, inferno, incubo? Non esiste una parola sola per raccontare il vortice di simboli che questi luoghi racchiudono. Relitto dell’industrializzazione abortita. Impianto sequestrato. Stabilimento che non ha mai aperto i battenti. L’hanno fatto e lasciato lì. Per sei anni è stato il rifugio di 600 africani. Soprattutto anglofoni. Ghanesi, sudanesi, nigeriani, maliani, ivoriani. Ragazzi del Togo, del Benin, del Burkina Faso. Per l’inverno tutta l’Africa si riparava in quel bunker. Senza luce. Con una ventina di bagni chimici Con fuochi e fornelli improvvisati. L’Africa delle Clementine. Sono gli agrumi della Piana. Con l’aspetto dei mandarini. Dolci come le arance. Frutti così belli e profumati che da queste parti l’aranceto lo chiamano ‘il giardino’. In Calabria sono prodotti a indicazione geografica protetta. Ma i lavoratori che le raccolgono in nero protetti non lo sono affatto. Circa 25 euro a giornata contro i 32 di un bracciante locale. Prelevati all’alba sulla strada dai piccoli proprietari terrieri, eredi dei contadini che nel dopoguerra lottarono per le terre.

L’Osservatorio Migranti stima che siano 1500 gli immigrati irregolari che ogni inverno arrivano a Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi. Tre chilometri in linea d’aria. Un ritaglio di sud agricolo schiacciato tra aree industriali semidismesse e il porto di Gioia Tauro, centro degli affari e degli appetiti dei clan. Qui si consuma lo sfruttamento dei nuovi schiavi. Manodopera a bassissimo costo che compra cibo e ricariche telefoniche nei negozietti e discount della zona. Polli e galline dagli ambulanti. Le autorità hanno fatto finta di non vedere. Ora David vive con altri ghanesi in un altro stabilimento abbandonato vicino all’inceneritore. Hanno tutti tra i venti e i trenta anni. E una storia simile. Il loro viaggio in Italia è iniziato a Lampedusa ed è finito a Rosarno. “Sono passato dal Niger, da Agadez. Ho fatto tre anni in carcere in Libia, uno in Spagna. Sono in Italia dal 2006. Ho trentadue anni e non ho niente, nemmeno una fidanzata”. Il mio interlocutore allarga le braccia, come per mostrare il vuoto che lo circonda. “I have no hope” mi dice un altro. Ha solo 20 anni. “Cosa ricordi di quando sei partito?” “I forgot”, risponde. E io penso a Primo Levi. A quando racconta dei lager e della necessità di dimenticare la vita di prima per non impazzire. Se questo è un uomo. Che vive in mezzo a discariche di rifiuti. Che si lava con una bottiglia d’acqua. Che dorme in una casa di cartone foderata di sacchi di plastica. Che deve benedire il materasso lercio perchè lo divide dal pavimento. “E’ la casa del governo”, mi dice Ahmed il marocchino alla Rognetta, un ex stabilimento di trasformazione del succo d’arancia nel cuore urbano di Rosarno . Così gli hanno risposto i sei africani che si sono presi la sua capanna mentre lui era a lavorare in Toscana. Un altro marocchino vive da due anni dentro una pompa di sollevamento dell’acqua. Alla ‘Collina’, tra gli uliveti di Rizziconi, il rifugio sono due casolari con le tegole sfondate. Tra galline, fuochi all’aperto e montagne di spazzatura. Sembra un paradosso la pena di Peppe Pugliese, dell’Osservatorio, che si affanna a dire ai ragazzi di mettere all’ombra le casse di acqua da bere che gli ha procurato. La plastica sotto il sole è tossica. Fa male alla salute.

Davanti ai ricoveri senza tetto si è seduta un’umanità calpestata. Ma non piegata. Steve, 25 anni, del Ghana: “Non c’è rispetto dei diritti umani”. Era tra gli africani che a dicembre 2008 marciarono verso il municipio di Rosarno per protestare contro il ferimento di due di loro in un agguato mafioso. A casa dei Pesce, dei Bellocco, dei Piromalli e dei Molè, nel cuore della ‘ndrangheta più sanguinaria, gli africani hanno alzato la testa contro i proiettili. Alla Rognetta sembra che la speranza non sia mai stata avvistata. Eppure all’ingresso mi accoglie un Corano. Lo sta leggendo Jabee, che arriva dalla Nuova Guinea. Prima mi dice che in famiglia sono scappati tutti dalla guerra e che la moglie è ancora nelle carceri di Gheddafi. “Riesci a telefonarle?” gli chiedo. A quel punto trema: “Non è vero, sono morti tutti, pure mio figlio di due anni”. Solo con la fede si può. Mi ringrazia per avergli parlato. Non capita tutti i giorni. Meno male che c’è l’officina di Peppe Sergi, il biciclettaio. “Quando eravamo piccoli ci aggiustava le bici gratis, ora fa lo stesso con gli africani”, dice Pugliese che mi accompagna. Al muro c’è un manifesto elettorale del Pci di trent’anni fa. Come quelli che una sera di giugno del 1980 stava attaccando per le strade di Rosarno con Peppe Valarioti. “Non mi lasciare da solo, già la mia famiglia ha paura che mi ammazzano” gli aveva detto. Era mercoledì. Il sabato seguente, all’uscita da un ristorante dopo la vittoria elettorale, il dirigente comunista Valarioti fu ucciso a colpi di lupara. Aveva trent’anni. Un delitto rimasto impunito. Io e Peppe Sergi piangiamo insieme. A place like Rosarno. E’ troppo anche per noi calabresi.

Di Raffaella Cosentino

Copyright MOSAICI – ottobre 2009

La Rognetta - esterno

 

La Rognetta - interno, rifugio-dormitorio

La Rognetta – interno

 

La Collina

La Collina all'interno

Alloggio vicino all'inceneritore dei rifiuti

La vecchia Cartiera dopo l'incendio


L'incontro con David

Io e Peppe Sergi, il biciclettaio amico di Valarioti


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