Posts Tagged 'Iran'

…E LE FEMMINISTE PIEGANO MAHMOUD su IL RIFORMISTA

Piccolo conflitto di civiltà sulla pratica sciita del matrimonio temporaneo. Ahmadinejad vuole una nuova codificazione misogina, ma le donne alzano la testa.

Si chiama muta’h in arabo e sigheh in persiano, ma la sostanza non cambia. Il matrimonio temporaneo sciita assolve, in tutti e due i casi, alcune importanti funzioni sociali nel mondo islamico: permette la prostituzione e offre a giovani, donne separate o vedove la possibilità di vivere la propria sessualità senza vincoli apparenti. Per un’ora oppure novantanove anni. Il tempo non è importante, quello che conta è che ci sia stato un contratto, anche verbale, e che l’uomo offra la classica “dote” alla donna. Nella Repubblica islamica dell’Iran a volte bastano poche banconote. “Mille tuman (circa 1 euro, ndr)” e, si legge su un blog specializzato in materia, “quando il mio ex ragazzo mi ha chiesto di rimetterci insieme ci siamo sposati per la durata di un giorno”.
Questa soluzione in equilibrio tra i limiti della sharī‘a, che svincola lui da obblighi nei con fronti della donna e permette a lei di continuare a essere indipendente, sta animando il dibattito politico in Iran, facendo segnare un piccolo gol ai gruppi di attiviste in rosa. Proprio mentre l’opinione pubblica internazionale si mobilita per Sakineh Mohammadi Ashtiani, condannata alla lapidazione per adulterio.
Un disegno di legge, già introdotto nel 2007 dal presidente Mahmoud Ahmadinejad, sta cercando infatti di trasformare in prassi ben codificata il matrimonio temporaneo, incontrando però sul suo cammino le ostilità delle femministe. Insieme a loro i riformisti, alcuni religiosi e una parte della società civile che vedono nella sigheh soltanto una forma di prostituzione legalizzata o a un escamotage per permettere ai mariti di avere diverse amanti, senza che la moglie possa opporsi, né vedersi riconosciuto il diritto al divorzio. Ciò che fa discutere della Legge di Protezione della Famiglia, ferma in parlamento, è in particolare la presenza di una clausola che facilita questa pratica, eliminando l’onere della dote e della registrazione. Il 19 agosto scorso, Zahra Rahnavard, moglie di Mir-Hossein Mousavi, ha chiesto al Majlis di cancellare dalla sua agenda la norma per “il bene delle famiglie”, sottolineando come i riferimenti coranici alla poligamia siano stati male interpretati; mentre per la giornalista e attivista iraniana Asieh Amini “tutti gli articoli del disegno di legge rafforzano le disparità giuridiche che di fatto discriminano le donne in Iran”.
La sigheh, in realtà, è una pratica già resa legale dall’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani e dall’ayatollah Khomeini, durante il conflitto contro l’Iraq; un modo per prendersi cura delle famiglie rimaste orfane di figure maschili. Ma adesso riceve un certo rigetto sociale perché il Corano specifica che l’uomo che ha più di una moglie deve assicurare loro lo stesso trattamento: “non potrete mai essere equi con le vostre mogli anche se lo desiderate. Non seguite perciò la vostra inclinazione fino a lasciarne una come in sospeso”, si legge in una delle sure.
Ahmadinejad sta riportando in Parlamento la proposta proprio mentre a livello internazionale infuria la polemica per la condanna a morte di Sakineh e per le dichiarazioni di Carla Bruni, definita “prostituta” dal quotidiano conservatore Kayhan, mettendo così in evidenza ancora una volta le forti contraddizione interne alla Repubblica islamica e rischiando di infastidire il suo elettorato tradizionalista. Il presidente spera forse di poter ottenere un’approvazione facile facile, di fronte a una camera dominata dai suoi, anche se alla fine della scorsa settimana questo stesso parlamento ha bloccato quella parte della legge che più aveva fatto arrabbiare le donne e cioè il paragrafo 21, relativo alla registrazione dei matrimoni temporanei.

Antonella Vicini
IL RIFORMISTA, 2 settembre 2010

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Intervista a Scotti: Il TNP e le prospettive di revisione

Denuclearizzazione possibile? per ‘Theorema’


Roma- Teheran: Duello a distanza?

La crisi tra Iran e comunità internazionale rischia di avere ripercussioni anche sui rapporti storicamente buoni tra Italia e Repubblica Islamica. E i recenti episodi di cronaca mostrano già l’esistenza di qualche spaccatura

L'ambasciatore iraniano in Italia Ali Hosseinia di qualche spaccatura

“Alta tensione tra Italia e Iran”. Così titolavano alcune testate all’inizio del mese di marzo alla notizia dell’arresto

di due iraniani, nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza su un presunto traffico di armi

attraverso il nostro Paese -e altre nazioni- destinate alla Repubblica Islamica. “Operazione Sniper” (dall’inglese “cecchino”) è il nome in codice di un lavoro iniziato nel giugno 2009 che ha portato all’emissione di nove ordinanze di custodia cautelare e all’arresto anche di cinque cittadini italiani, accusati di “associazione a delinquere finalizzata all’illecita esportazione di armi e sistemi di armamento verso l’Iran, in violazione del vigente embargo internazionale, con l’aggravante della transnazionalità”, recita un comunicato del Comando provinciale di Milano delle Fiamme Gialle.

Un atto che ha suscitato enorme risonanza a livello mediatico anche perché le manette sono scattate per il corrispondente della tv di stato iraniana Irib, Hamid Masoumi Nejad, accreditato in Italia da più di dieci anni e molto conosciuto nell’ambiente giornalistico della Capitale per un’attività professionale intensa e frenetica. Epilogo più che prevedibile della vicenda è stata l’immediata convocazione dell’ambasciatore italiano a Teheran, Alberto Bradanini, seguita da pesanti affermazioni delle autorità iraniane nei confronti del governo italiano. Il presidente del Parlamento iraniano, l’ex capo negoziatore per il nucleare Ali Larijani, ha parlato sen

za mezzi termini di “un piano infantile dell’esecutivo italiano” che “riporta in menteuna scena di satira politica più che una realtà e sta mettendo a repentaglio la sua fama sotto il profilo politico”, mentre il capo della diplomazia iraniana, Manouchehr Mottaki, molto più seccamente, ha condannato l’azione giudiziaria italiana come “una decisione irrazionale e un gesto politicamente immaturo e ridicolo”. Laconica la replica del ministro degli Esteri Franco Frattini: “reazione iraniana scomposta”. Ma il caso Sniper è soltanto l’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso riempitosi progressivamente, grazie al distillare costante di frizioni e botta-risposta a distanza, che negli ultimi mesi sembravano preannunciare un imminente scontro diplomatico, la cui sintesi si ritrova nel titolo di un articolo in lingua italiana della Irib, successivo agli arresti: “Una nuova messa in scena made in Italy contro la Repubblica islamica dell’Iran”.

Difficile ricordare un periodo più teso tra Roma e Teheran, il cui rapporto, fino a un paio di anni fa, era considerato così stabile da far ipotizzare l’ingresso italiano nel gruppo dei 5+1, all’interno del Palazzo di Vetro, per rendere più agevoli le negoziazioni sul nucleare, in virtù delle ottime relazioni commerciali e della vicinanza culturale fra i due Paesi. Ma allora non c’era ancora stata la cancellazione della visita in Iran del titolare della Farnesina, lo scorso 21 maggio, né il rifiuto di Teheran di partecipare al vertice del G8 svoltosi a L’Aquila, a giugno, e neppure le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in Israele sulla necessità di “ impedire e sconfiggere i disegni pericolosi del regime iraniano”. Anche in questo caso, Bradanini aveva ricevuto le proteste ufficiali del ministero degli Esteri per le parole pronunciate dal premier italiano e sempre lui era stato spettatore di una manifestazione di protesta di fronte all’edificio consolare di Neauphle Le Chateau Ave, a colpi di slogan quali “Morte a Berlusconi” e “Morte all’Italia”. Situazioni non nuove nelle vie di Teheran che, però, nella maggior parte dei casi, hanno sempre riguardato Stati Uniti e Gran Bretagna.

In attesa di ulteriori evoluzioni, nel campo italiano sembra essere stata scelta la strategia del silenzio diplomatico. Anche questo è un indizio della difficoltà di mantenere gli equilibri in un momento in cui anche l’Eni, per mezzo del suo amministratore delegato, Paolo Scaroni, ha annunciato che non saranno rinnovati contratti con l’Iran e che verranno rispettati i soli impegni presi nel 2000 e nel 2001. Eppure, a sentire Mohammad Ali Hosseini, l’ambasciatore iraniano da poco insediatosi a Roma, “le relazioni fra i due Paesi continuano a basarsi su una consonanza geografica, culturale e storica”, ed è con l’Italia che la Persia ha avuto “i legami più stretti fra tutti i Paesi europei”. Ma è questo uso del passato prossimo che fa riflettere, così come la sottolineatura che la Repubblica islamica sta portando avanti una serie di sforzi per “mantenere, anzi, incrementare, queste relazioni, a prescindere dallo schieramento politico che guida l’Italia”.

Lo scorso 7 aprile, Hosseini ha voluto conoscere i rappresentanti della stampa italiana e, durante un incontro informale presso la sua residenza, ha sottolineato alcune questioni importanti.

“Abbiamo un buon terreno di lavoro per quel che riguarda questioni bilaterali, regionali, ma anche internazionali, come la lotta al terrorismo, al traffico di droga, alla criminalità organizzata; la gestione di problematiche come quella afghana e mediorientale. E speriamo che alcuni episodi non possano deteriorare i rapporti”, ha detto. Gli episodi sono quelli ricordati finora, l’arresto di Hamid Masoumi Nejad in primis che nelle parole dell’ambasciatore diventa “un sicuro fraintendimento che ci auguriamo sarà presto chiarito”.

Il concetto ricorrente nelle affermazioni dell’ex vice ministro degli Esteri iraniano è quello di dialogo: “necessità di comunicare”, “sottolineare le somiglianze piuttosto che le divergenze,” “colmare le distanze”. Eppure, c’è uno spettro che continua da aggirarsi: “le posizioni negative creano un clima buio e nell’oscurità la ruota della diplomazia fatica a girare”.

di Antonella Vicini per “Theorema”, tutti i diritti a

La favola dell’accoglienza che si può…Il volo

Doveva essere un cortometraggio, una sorta di “esperimento” di nove minuti, invece, come spesso capita con l’arte, i personaggi hanno preso per mano l’autore e l’hanno condotto in un “volo” di ventinove minuti lungo i percorsi tortuosi della propria storia.
L’autore in questo caso si chiama Wim Wenders e i personaggi hanno nomi come Rahmatullah, Mohammed o come Dimitrije, Abeba e Helen. Sono tutti quegli immigrati, rifugiati, profughi arrivati sulla costa ionica al termine di viaggi lunghissimi, duranti in alcuni casi anni, che hanno trovato a Riace, Badolato, Caulonia, una nuova casa. “Il volo” di Wenders racconta proprio questo, la favola dell’accoglienza, dell’integrazione che si può, nonostante a pochi chilometri da lì la cronaca ci abbia raccontato una realtà completamente diversa. Eppure, è dal 1997 che proprio lì curdi, iracheni, iraniani, afghani, africani fuggiti dalla propria patria sono stati integrati nella società civile, grazie alla lungimiranza delle amministrazioni locali, e hanno un lavoro ed un’abitazione laddove, un tempo, erano partite migliaia di persone a causa delle invasioni turche e, negli anni più recenti, i fenomeni migratori verso il nord Italia avevano provocato un forte impoverimento demografico ed economico. Un fatto di cronaca che è divenuto prima un racconto, quasi fiabesco nella fantasia di Eugenio Melloni, e poi un film in cui Salvatore Fiore interpreta l’ultimo bambino del villaggio e Ben Gazzarra e Nicola Zingaretti, rispettivamente il sindaco e il prefetto, gestiscono la folla di disperati appena sbarcati, che agli occhi del piccolo protagonista appaiono soltanto dei potenziali compagni di gioco.

“L’idea”, spiega Claudio Gabriele, produttore insieme alla Technos di Mauro Baldanza, alle Edizioni musicali Borgatti, alla Regione Calabria e alla Lilliwood, responsabili della stereoscopia,
“nasce da una sfida, quella di coniugare i film in 3D con l’autorialità, perché finora nessun autore si era mai cimentato con la stereoscopia. Questo tipo di film era riservato ”.
“Mauro Baldanza mi chiese se volevo partecipare alla riunione di un’associazione europea sulla stereoscopia e io, che conosco Wenders da “Al di là delle nuvole”, ho avuto la sfacciataggine di proporre a lui questo progetto”.
“La scelta del racconto di Melloni è stata casuale”, interviene Baldanza.
“Dopo l’incontro con Wenders – prosegue- lessi questa storia e mi piacque. Non c’è una ragione politica. È un racconto molto semplice che si basa su un ragionamento altrettanto semplice: della gente ha bisogno di case e ci sono delle case che hanno bisogno di gente. È una questione di logica. Basta fare 2+2”.
Al di là delle intenzioni iniziali, vicende simili hanno un potenziale di denuncia innato, tanto che, come sottolinea Gabriele, “all’improvviso è successo qualcosa di magico”.
Che cosa? “Incontrando i bambini, i rifugiati, siamo venuti in contatto con realtà devastanti. Una bella mattina, io e Wim avevamo appuntamento sul set, alle 7, per girare. Stavamo prendendo il caffè quando mi ha detto: ho fatto una rivoluzione. Io ho tremato perché sapevo che non avrei potuto dire di no, ma i soldi erano già finiti. Wim mi ha chiuso dentro il cinemobile, mi ha messo il suo computer sulle ginocchia e mi ha lasciato leggere quello che aveva scritto durante la sua notte insonne; una notte in cui racconta di essersi reso conto che, dopo aver parlato con alcuni bambini, il racconto del film era diventato per lui irrilevante rispetto a quelle esperienze vissute. Sento l’esigenza di cambiare rotta e di rendere centrale la realtà, disse”.
Il volo è diventato, così, una sorta di denuncia?
“Quella è una conseguenza”, prosegue Gabriele, “la cosa importante è l’onesta intellettuale di un uomo che ha capito che doveva raccontare attraverso le parole e le esperienze di queste persone, fuggite dai loro paesi d’origine per persecuzioni religiose, per le guerre, per la povertà. Ed ecco che il film è cambiato. Ed è cambiato in meglio”.
“Il volo”, visto l’argomento ha ricevuto anche il patrocinio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR).
“Siamo convinti”, sottolinea Baldanza, “che quando vedranno l’opera saranno molto soddisfatti”.
“Siamo ora a qualche ora dalla fine, al taglio del nastro”, ricorda Claudio Gabriele.
Wenders è a Roma, con la sua squadra, ma non parla del lavoro non ancora finito. Fa capolino, saluta, un sorriso e se ne va. Quello che pensa lo mostreranno le sue inquadrature e del resto già lo ha detto, a Berlino, in occasione del ventesimo anniversario del crollo del muro: “la vera utopia
non è la caduta del muro, ma quello che è stato realizzato in alcun paesi della Calabria”.

di Antonella Vicini per Altri http://www.altri.info/

Foto: gentile concessione della produzione.

L’onda è donna

peacereporter.it
30/07/2009

Neda è divenuta il simbolo della ribellione in Iran. L’anima della protesta è femminile

scritto per noi da
Antonella Vicini

I palazzoni, alti e in cemento armato; il cielo mai limpido per via dello smog; un traffico che trasforma le strade in un enorme flipper, con biglie che schizzano impazzite da un angolo all’altro della città: Teheran toglie il fiato. Soffoca. Così come soffoca l’idea di un Paese in cui le donne sono obbligate a coprire il capo e le parti del corpo che più tradiscono la femminilità, da quando, nel 1979, la rivoluzione islamica ha sovvertito il potere occidentalista dello scià Reza Pahlavi.

Contrariamente a quanto si possa pensare, però, la realtà della Repubblica Islamica va ben oltre un chador nero, caratterizzata da un grande dinamismo del sesso debole, nonostante le innegabili limitazioni. Il 65 percento degli studenti ammessi alle università è,DSC_0457 infatti, costituito da ragazze; le stesse giovani donne che nei giorni della cosiddetta “onda verde” sono scese in piazza, insieme ai loro coetanei uomini, per manifestare contro il risultato delle elezioni presidenziali. E Neda Agha-Soltan, la ventiseienne uccisa nel corso di una manifestazione da un colpo sparato con tutta probabilità da un miliziano Basij, è diventata simbolo, oltre che delle proteste contro il regime, anche di un attivismo al femminile, molto spesso messo in secondo piano di fronte agli stereotipi del roosari o del manto.

Faezeh, la politica e lo sport

Per le donne che aspirano “ad essere coinvolte in molti settori della vita pubblica e politica”, in Iran, “ci sono tetti invisibili, ma invalicabili”, spiega Faezeh Hashemi Rafsanjani, figlia dell’ex presidente Ali Akbar Rafsanjani ed esponente del fronte riformista che ha sostenuto Mir Hossein Mousavi alle discusse presidenziali di giugno. Faezeh è impegnata politicamente dai primi anni Novanta e, nelle scorse settimane, si è guadagnata un breve arresto per il cognome che porta e per essersi messa alla guida di alcune proteste di piazza.
“Gli iraniani sono andati al voto pieni di entusiasmo e voglia di decidere per il proprio futuro, ma, nonostante la maggioranze cercasse un cambiamento, le loro speranze sono state deluse e un altro nome è uscito fuori dalle urne”.
E sempre lei, che nel 1991 ha fondato la IFWS, Federazione Islamica Donne nello Sport, perché, a causa delle restrizioni in tema di abbigliamento, per le atlete islamiche era complicato “partecipare alle competizioni internazionali”.
“Abbiamo deciso, così, di affermare che lo sport è importante per gli uomini quanto per le donne, anzi, di più per le donne, il cui corpo ha una certa responsabilità”. Nel giro di alcuni anni, l’associazione che ha sede a Teheran, ma raccoglie 54 Paesi in cui si professa l’Islam, ha organizzato 4 edizioni di giochi internazionali, più una serie di tornei tra le nazioni, e ha portato le donne iraniane alle Olimpiadi di Pechino, dove “hanno vinto in alcune discipline, come il tiro con l’arco”. Faezeh Hashemi ha il piglio deciso di chi combatte con convinzione le proprie battaglie, ma non rinnega il suo mondo, le sue tradizioni, il suo Paese. Nasconde, infatti, il capo e il corpo, minuto e atletico, sotto un chador nero, da cui spuntano pantaloni bianchi e scarpe da ginnastica.
L’islam non pone restrizioni in tema di sport, anzi, prosegue, “consiglia fortemente alle donne praticarlo. Anche nei testi sacri se ne parla”. Il problema, il più del volte, è rappresentato dagli uomini e dalle interpretazioni che fanno del Corano e noi, conclude, “non dobbiamo mai smettere di fare pressione”.

Con il naso all’insù

“La Sheherazade Media International è una società fondata nel 2002, che si occupa di produzione e distribuzione di documentari su scala internazionale”.
A parlare è Katayoon Shahabi, presidente e madre di questa creatura che sforna prodotti in cui si parla della società iraniana, come Nose, iranian style (che affronta il tema della diffusione della rinoplastica tra i giovani), ma anche la questione dei rifugiati afgani in Iran (My little country) o delle donne palestinesi (Maria’s Grotto). È una mattina di giugno. Teheran è ancora scossa dai risultati delle ultime elezioni e dalle intense manifestazioni che invadono le piazze.
“Questa volta la situazione mi sembra diversa, la gente sa cosa vuole e sembra determinata ad andare avanti”, afferma.
“Quello che possiamo fare noi è continuare a pensare al futuro e lavorare, giorno per giorno”. Lavorare in un settore del genere, in un ruolo che solitamente spetta agli uomini, è complicato ovunque per le donDSC_0389ne, “ancora di più in Iran, dove ci sono spazi oltre i quali non si riesce ad andare; progredire”.
“Nei settori privati, non governativi”, prosegue Katayoon, “la situazione è, tuttavia, meno difficile”.
“Io ho avuto modo di viaggiare molto all’estero per il mio lavoro e molti si stupiscono che io viva qui e non abbia scelto di risiedere fuori. In realtà, le donne da noi cercano di fare molto, in vari settori, anche se non abbiamo modo di mostrarlo all’esterno”.

Maral, il rock e la canzone per Neda

C’è, invece, chi per lavorare deve andare periodicamente fuori dal proprio Paese. Per poi ritornare.
“Naturalmente io ho pensato di abbandonare l’Iran, ma non è quello che voglio”, esordisce Maral, ventiquattro anni, sopracciglia e naso all’occidentale e un piercing, fatto in Turchia, tra il labbro inferiore e il mento. Lei è una cantante di musica pop-rock che, nonostante il divieto di suonare questo genere di musica, ha deciso di portare avanti la sua passione. Ma con dei limiti.
“Se dovessi andarmene via da qui per il mio lavoro non lo farei. Non perché ami particolarmente l’Iran, ma perché qui c’è la mia famiglia e la mia famiglia è la cosa più importante”.
Il suo sogno le è costato un arresto e tre giorni di detenzione, in una prigione vicino Karaj, poco fuori Teheran, per essere stata sorpresa con gli altri componenti della band, The plastic wave, durante un concerto clandestino.
“Ci hanno accusato di fare musica satanista e ci hanno portato via. Ma, in quel momento, ho potuto capire quanto tengo a questo lavoro e quanto sarei pronta a rischiare di nuovo”.
Il rischio le piace. “Sono stata due settimane a Kabul, lo scorso settembre, per suonare con una band afgana, ma non ho avuto paura. È stata una nuova esperienza e anchDSC_0485e se non è un posto sicuro, è stato eccitante”.
“A me piace correre rischi”, continua. E, infatti, si fa fotografare senza velo, jeans attillati e conottierina nera.
Non ha paura neanche di mettersi contro il regime. Una delle canzoni incisa, in farsi, la sua lingua, pochi giorni prima del voto del 12 giugno, s’intitola proprio Azadi, cioè Libertà. Un’altra, più recente, è Neda, ed è uno struggente omaggio all’eroina di questa onda verde, giovane come lei, che come lei studiava musica, prima di vedere cancellare in un attimo i propri sogni.

«In Iran soffocate le voci di dissenso» Lahidj, vice presidente della FIDH

Nei giorni scorsi, la International Federation for Human Rights (FIDH), attiva dal 1922 in tutto il mondo nel campo dei diritti umani, ha lanciato un allarme sul numero degli arresti in Iran dall’inizio delle proteste: circa 2000. Il vice presidente della FIDH e presidente dell’Iranian League for the Defence of Human Rights (LDDHI), Karim Lahidj racconta cosa sta accadendo in Iran.

«La situazione è drammatica. La popolazione ilahidji k5-1raniana è stata presa in ostaggio di un regime autoritario, dai suoi agenti e dai servizi segreti che rispondono con una repressione violenta alle richieste di trasparenza e di democrazia. La società civile viene messa a tacere: i difensori dei diritti umani sono scomparsi e i cittadini normali sono vittime di arresti arbitrari».

Scendendo più nel dettaglio e parlando di numeri.
«In Iran c’è un clima di terrore, perché il regime porta avanti i suoi obiettivi politici soffocando le voci di dissenso. Le libertà fondamentali sono ampiamente ignorate e le manifestazioni di protesta a Teheran, e nelle altre città, vengono represse col sangue. Più di 2000 persone sono state arrestate e sono attualmente detenute. Secondo Reporters sans Frontieres, al momento, sarebbero circa 34 i giornalisti in prigione. I Basiji hanno preso il sopravvento sulle forze di sicurezza e esercitano le funzioni di Stato con arresti e raid nelle case».

Chi è responsabile di questo?
«È ovvio che il regime e la Guida Suprema in persona abbiano deciso di imporre l’elezione di Ahmadinejad agli iraniani, senza considerare la conseguente perdita di credibilità e di legittimità. Queste elezioni sono state segnate dalla frode e dalla repressione violenta. Il Consiglio dei Guardiani, da parte sua, ha accettato un riconteggio parziale solo per mantenere la facciata. Non potrebbe nascere un governo legittimo da queste elezioni e, dal momento che loro lo sanno bene, hanno incaricato la famosa milizia Basiji di eliminare le voci di dissenso e le proteste».

Chi, invece, esegue gli ordini?
«I Guardiani della Rivoluzione, la polizia e i Basiji si dividono la responsabilità di repressione e violazioni dei diritti umani. Loro agiscono durante le dimostrazioni e conducono raid notturni, terrorizzando la popolazione».

Oltre agli attivisti, chi è stato arrestato?
«Naturalmente gli attivisti, gli avvocati nel campo dei diritti umani, i giornalisti e le figure prominenti nel fronte dell’opposizione sono stati il bersaglio principale. Ogni cittadino che proclama il rispetto dei propri diritti, per le strade, attraverso internet o i social network rischia di essere arrestato. Il Ministero dell’Informazione in Iran, infatti, riesce ad identificare con successo chiunque sfidi le autorità».

Alcune persone che vivono in Iran hanno raccontato di maltrattamenti nei confronti di chi è stato arrestato…
«Conoscendo il modo in cui sono stati trattati gli attivisti nelle prigioni iraniane nel passato, non mi sorprenderei se queste accuse fossero vere. Le Nazioni Unite hanno chiesto già da tempo alla FIDH di fare dei controlli in loco, ma l’Iran non coopera. I casi di tortura sono stati ampiamente documentati, già prima dell’attuale ondata di repressione, e probabilmente continueranno in futuro».

Antonella Vicini

(Il Tempo O5/07/2009)


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