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Irregolare il 95% dei lavoratori extracomunitari nelle campagne calabresi

Oltre 9.000 extracomunitari irregolari sfruttati come ‘manodopera necessaria’. I numeri dietro il caso Rosarno. La denuncia nelle stime del primo rapporto dell’Istituto nazionale di economia agraria. Violati i diritti umani. Monnanni (Unar): “tutti sanno e tutti tacciono”.

Roma – Sfruttamento massiccio di immigrati disperati e senza permesso di soggiorno nelle aziende agricole per le raccolte stagionali. Forza lavoro indispensabile e a basso costo, reclutata in nero, che non ha accesso alle cure mediche e vive in condizioni disumane. Come a Rosarno e in tanti altri angoli bui della Calabria. Si stima che nel 2007 gli extracomunitari impiegati nell’agricoltura in tutta la regione siano stati circa 9.350. Di questi, il 95% lavora senza contratto, in genere soggetto allo schiavismo del caporalato. E’ il quadro desolante fornito dal primo rapporto dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria (Inea) dal titolo: Gli immigrati nell’agricoltura italiana. Dal 1989 al 2007, gli stranieri utilizzati in agricoltura in Italia sono aumentati di oltre 7 volte, passando da 23.000 ad oltre 172.000, su un milione di occupati in totale. A livello nazionale, una caratteristica costante del lavoro agricolo è la stagionalità della prestazione. Anche nelle altre regioni del Paese gli stranieri lavorano nel settore agricolo per brevi periodi, dai 15 giorni ai 3- 6 mesi, ma solo in Calabria si registra la quasi totalità di lavoro nero. Al contrario, nel resto d’Italia cresce la percentuale degli stranieri assunti con contratti: la media nazionale degli irregolari è scesa al 30% e nel nord si arriva appena al 10-15%.

A rendere più cupa la fotografia del lavoro agricolo nella regione è la discrepanza tra i dati ufficiali e la realtà. Per raccontare il fenomeno dello sfruttamento degli stranieri nelle campagne, l’indagine dell’Inea affianca ai dati ufficiali dell’ Inps, dell’ Istat e dei ministeri del Lavoro e dell’Interno, informazioni basate su interviste a testimoni privilegiati, tra cui associazioni, sindacati, immigrati, imprenditori agricoli, Prefetture e Questure. “Secondo i dati ufficiali, pochi stranieri regolarizzati hanno uno sbocco lavorativo in agricoltura” spiega Giuliana Paciola, della sede regionale Inea Calabria. Gli stranieri residenti nella regione al 2007 sono più di 35 mila. Sempre secondo le statistiche ufficiali, la maggiorparte, circa settemila persone, è occupato nell’assistenza agli anziani e sono soprattutto donne dell’Est. “Al contrario le stime Inea ci dicono che gli immigrati in Calabria impiegati prevalentemente in agricoltura sono sempre più numerosi e con condizioni di vita e di lavoro preoccupanti”, prosegue Paciola. Non sono tutti stagionali, ci sono anche gli assunti nelle aziende zootecniche per l’allevamento. Pure per i regolari, la situazione non è limpida: vengono denunciati all’Inps con il numero minimo delle giornate (102) e invece lavorano tutto l’anno integrando il reddito con l’indennità di disoccupazione. Il salario non è quello sindacale e per le donne è addirittura inferiore.

Diritti umani negati per la fetta più consistente di manodopera straniera. Sono nomadi all’interno della regione. Si spostano da una zona all’altra inseguendo le raccolte stagionali di agrumi, olive, uva e patate. Le aree più interessate dal fenomeno sono la Piana di Gioia Tauro, quella di Sibari e la Piana di Cirò e Crotone, ma anche zone interne coma la Sila. “Gli stranieri sono necessari e complementari alla manodopera locale, non rubano il lavoro a nessuno, anzi le raccolte stagionali, intensive e per brevi periodi, non possono essere soddisfatte dalla manodopera familiare neanche nelle aziende più piccole”, spiega ancora la curatrice del rapporto Inea per il caso Calabria. Questo anche a causa dell’invecchiamento degli agricoltori. Il 51% delle aziende calabresi ha un conduttore ultrasessantenne.

Sono soprattutto marocchini, tunisini, senegalesi, ghanesi, maliani a lavorare nelle campagne dall’alba al tramonto, prelevati direttamente sulla strada o nei ricoveri di fortuna dai caporali. “In genere i caporali sono calabresi – continua Paciola – e spesso la paga è corrisposta a loro. Si stanno sviluppando anche network di sfruttamento diversi in cui i caporali sono stranieri che fanno questo lavoro da più anni e con più esperienza”. Dal rapporto Inea emerge che in regioni come il Piemonte e la Toscana ha vinto l’opera di dissuasione e di sanzione condotta dalle autorità contro il lavoro nero, con i controlli nelle campagne battute a tappeto dalle forze dell’ordine. Una politica regionale e sindacale attenta ha portato alla regolarizzazione degli immigrati e ad accordi per corsi di formazione direttamente nei paesi di origine, come la Romania e l’Albania. “In Calabria l’immigrazione non è stata né prevista, né programmata. Il modello calabrese è spontaneo, nonostante il costante aumento di immigrati residenti – conclude Giuliana Paciola – c’è scarsa attenzione del potere politico, la società civile risponde meglio con 164 organismi che hanno sportelli e corsi per gli stranieri”. Le fa eco Massimiliano Monnanni, direttore generale dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali Unar del Dipartimento Pari opportunità: “Un caso come quello della Calabria rappresenta la situazione in cui tutti sanno e tutti tacciono, nessuno denuncia”.

Steve, David, i volti dei ragazzi dell’Africa nera che alloggiavano nell’ex cartiera di Rosarno e che ancora affollano le baracche della Piana di Gioia Tauro. Hanno dai 20 ai 35 anni. A dicembre dell’anno scorso marciarono per protesta fino al municipio della città. Due di loro erano stati feriti per la strada in un agguato. Roberto Saviano e tanti altri commentatori hanno ricordato che quella è stata la prima rivolta spontanea contro la ‘ndrangheta in tanti anni. A guidarla, africani senza diritti della Piana. Le storie e le vite reali dietro i numeri del rapporto Inea.

Raffaella Cosentino pubblicato a dicembre 2009 su Il quotidiano della Calabria

Castel Volturno, la paura degli africani per i blitz delle forze dell’ordine

16/02/2010
12.15
IMMIGRAZIONE

Dopo Rosarno si sono intensificati i controlli verso gli irregolari. Autobus fermati per chiedere i documenti, retate: i racconti degli immigrati e delle associazioni. Viaggio sulla Domiziana, tra business degli alloggi e caporalato

CASTEL VOLTURNO – Blitz delle forze dell’ordine, controlli sui documenti, retate alla ricerca degli stranieri senza permesso di soggiorno. Le operazioni contro gli irregolari intensificate dopo i fatti di Rosarno. Autobus di linea fermati per controllare i documenti dei passeggeri, tra cui ci sono molti lavoratori stagionali africani. Operazioni anche nelle case private in cui alloggiano, spesso in nero, gli africani. Sono le testimonianze frequenti che si raccolgono in questi giorni sulla via Domiziana. Con la statale 18 degli scontri della Piana di Gioia Tauro e la 106 jonica dell’esodo dei rifugiati del Cara di Sant’Anna a Crotone, un’altra strada dei fantasmi con la pelle nera. Ma qui gli invisibili sono una moltitudine. Un vero popolo che nessuno sa quantificare. Si stima dai seimila ai tredicimila senza permesso di soggiorno, spalmati su 27 chilometri di Domiziana. Un nome arrivato dall’antica roma degli imperatori che fa a pugni con il degrado ambientale e sociale di oggi nell’area di Castel Volturno. L’abusivismo edilizio, l’inquinamento dei fiumi e della costa, lo strapotere dei clan della camorra hanno reso questi luoghi una polveriera dell’ennesima guerra tra poveri. Hanno paura gli africani di Castel Volturno. Basta parlare con loro alla fermata degli autobus per sentire le storie dei blitz continui delle pattuglie. Testimonianze raccolte frequentemente da tante associazioni di volontariato e di assistenza legale che prestano la loro opera in zona. Ma anche dall’ex Canapificio di Caserta, ai cui sportelli si rivolgono migliaia di immigrati e rifugiati. Tantissimi hanno raccontato degli autobus di linea fermati per strada dalle forze dell’ordine per controllare chi è senza documenti. Questo soprattutto spaventa gli stranieri, perché, dicono, non era mai successo prima.

La rivolta di Rosarno e le violenze contro i lavoratori stagionali prima e dopo le proteste, con la successiva deportazione dei migranti, hanno avuto una eco profonda anche qui. Sia per le notizie diffuse dalla televisione, sia per i racconti di tanti ragazzi in fuga che hanno trovato rifugio a Castel Volturno ospitati dai connazionali. Gli africani sono convinti che almeno dieci o quattordici di loro siano morti a Rosarno. Una leggenda metropolitana che alimenta il clima di paura in chi ha una vita totalmente precaria.

L’ american palace, Pescopagano, destra Volturno sono alcuni dei luoghi in cui abita l’esercito dei nuovi schiavi. A differenza della Piana di Gioia Tauro, sulla Domiziana non c’è un’emergenza abitativa assoluta, né una concentrazione di lavoratori stagionali nelle bidonville. Anche chi è senza permesso di soggiorno riesce ad affittare una casa. Si tratta di migliaia di villette e palazzi costruiti vicino al mare inseguendo la chimera del turismo di massa. Il miraggio del polo turistico si è infranto con la devastazione ambientale, i rifiuti, gli scarichi industriali e i traffici dei clan. Ruota dunque un grande business dietro la presenza di migliaia di africani che dormono a Castel Volturno e poi vanno a lavorare nell’hinterland Casertano, come stagionali agricoli, magazzinieri sottopagati o nei cantieri. Case fatiscenti e umide, senza riscaldamento e non ristrutturate, che altrimenti non avrebbero mercato, vengono affittate a stranieri senza permesso di soggiorno per 300 o 500 euro al mese. Un posto letto costa dai 120 ai 150 euro. Anche i commercianti guadagnano tutto l’anno per la presenza di questa popolazione ‘aggiuntiva’, non registrata dalle statistiche ufficiali che parlano di circa 23mila abitanti e duemila stranieri regolari. Tantissimi africani sono approdati nel casertano dopo la stagione degli sbarchi a Lampedusa. Altri si sono stabiliti da molti anni e hanno famiglia e bambini piccoli che frequentano le scuole. Molti non parlano la lingua italiana e sono lontanissimi dall’ integrazione. Il territorio su cui insistono le tante comunità e nazionalità è lo stesso, ma ognuno tende a fare gruppo a sé. Sono nati anche tanti piccoli negozietti africani. Alcuni sono sulla strada, altri sono spacci improvvisati nelle case in cui si concentrano gli stranieri. Ad esempio all’American Palace, un palazzone con decine di appartamenti affittati ad africani, una signora che vive in Italia da circa sei anni, con un figlio di otto, aveva aperto uno spaccio. Racconta che ha dovuto chiudere per le denunce fatte ai vigili urbani da un negoziante italiano.
Gli uomini lavorano a giornata con il caporalato. Alle quattro di mattina prendono gli autobus di linea fino alle rotonde stradali che sono fuori dal paese e che loro stessi hanno ribattezzato ‘Kalifoo Ground’, il terreno dove si trovano gli schiavi a giornata (i kalifoo). Lì ci sono i caporali ad attenderli. Va avanti così da anni, sotto gli occhi di tutti, nella terra di nessuno. E’ per questo che qui l’idea di uno sciopero il primo marzo sembra un paradosso lontano e improponibile. (raffaella cosentino)
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