Posts Tagged 'lavoro nero'

Marocchino pestato a sangue a Cassibile

5/05/2010

10.56
IMMIGRAZIONE
L’aggressione è avvenuta ieri sulla via Nazionale, nel quartiere siracusano noto per il fenomeno del caporalato nella raccolta stagionale delle patate L’uomo è stato accerchiato da un gruppo di italiani mentre camminava a piedi, insultato e preso a calci

Via Nazionale, Cassibile (Sr)

Cassibile (Sr) – Aggressione razzista a Cassibile. Un bracciante stagionale marocchino di trent’anni è stato accerchiato e poi pestato a sangue con calci e pugni da un gruppo di italiani. Il grave episodio di violenza razziale è avvenuto ieri sulla via Nazionale, nel quartiere siracusano noto per il fenomeno del caporalato nella raccolta stagionale delle patate. A darne notizia oggi è il quotidiano locale “La Sicilia”. Secondo quanto riportato dalla testata siciliana, l’uomo stava camminando a piedi sulla strada principale di Cassibile quando è stato bloccato da un gruppo di uomini che gli ha sbarrato la via. Dopo averlo insultato ripetutamente, gli aggressori gli hanno impedito di fuggire e si sono scagliati contro il marocchino con violenza. La vittima ha solo cercato di difendersi riparandosi dai colpi con le mani. L’intervento verbale di altri residenti, che hanno urlato e chiesto aiuto, ha fermato e fatto allontanare gli aggressori. Il ragazzo marocchino, lasciato dolorante e sanguinante sull’asfalto, è stato soccorso da un’unità del 118, chiamata dai passanti. Il lavoratore maghrebino è stato medicato al Pronto Soccorso e dimesso. Nel frattempo gli aggressori hanno fatto perdere le loro tracce.

E’ il primo episodio di violenza per le strade contro gli immigrati a Cassibile dall’inizio dell’anno. Ma il quartiere siracusano non è nuovo ai pestaggi. In passato altre aggressioni si erano verificate a causa dell’intolleranza di una parte dei residenti verso i lavoratori stagionali stranieri, una parte dei quali sono alloggiati in una tendopoli gestita dalla Croce Rossa. (rc)

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Cassibile, i residenti non vogliono la tendopoli dei braccianti

04/05/2010

10.19
IMMIGRAZIONE
Ancora alta tensione per la tendopoli che ospita 130 braccianti stagionali con il permesso. Il coordinamento del primo maggio: “Si chiede regolarità per il posto letto ma non ci sono tutele sindacali”

tendopoli Croce Rossa vicino l'uscita dell'autostrada

CASSIBILE (RS) – Il primo maggio migrante a Cassibile ha raccolto associazioni antirazziste da quasi tutta la Sicilia ma la gente del paese non ha partecipato. Come a Rosarno, anche nel quartiere siracusano noto per il fenomeno degli stagionali immigrati che arrivano a centinaia ogni primavera per raccogliere le patate, la festa del lavoro dedicata ai diritti dei migranti è stata disertata dai residenti. A dare una valutazione sulla convivenza tra italiani e braccianti africani è Giampaolo Crespi, un commerciante originario di Busto Arsizio che vive da vent’anni a Cassibile dove gestisce un negozio di alimentari frequentato dai migranti. Crespi fa parte del coordinamento che ha organizzato un primo maggio migrante a Cassibile con aderenti tra i quali la Rete antirazzista catanese, la confederazione Cobas di Siracusa e Catania, l’Arci di Messina, i Laici missionari comboniani di Palermo, l’associazione Siqillyàh e tante realtà del siracusano e di altre province. Obiettivo: “costruire una campagna di rilievo nazionale a difesa dei diritti dei migranti stagionali in Sicilia dopo i terribili giorni di Rosarno”. L’iniziativa ha avuto luogo nell’istituto comprensivo “Falcone Borsellino” di Cassibile, con musiche, balli, prodotti biologici, banchetti informativi e la proiezione del documentario “La terra (E)Strema” con gli autori Enrico Montalbano e Angela Giardina.

Come in molte altre realtà del sud in cui imperano il caporalato e lo sfruttamento dei braccianti agricoli immigrati, Crespi si è trovato solo nella sua battaglia per i diritti sul lavoro. “Diciamo che i commenti al bar non erano buoni e che altre persone più ricettive non si espongono per paura del giudizio dei compaesani”, racconta nella sua casa sulla via Nazionale di Cassibile. Il paese, circa 4 mila abitanti, si sviluppa lungo la strada statale che negli anni è stata teatro del reclutamento della manodopera africana da parte dei caporali e anche di scontri ed episodi di tensione. Molti di questi scaturivano dal fatto che i braccianti stranieri andassero a lavarsi nella fontana pubblica al ritorno dal lavoro nei campi. Ad acuire i dissapori in passato, anche le leggende metropolitane su donne che sarebbero state violentate o molestate dagli immigrati. Voci rivelatesi prive di fondamento.

“Qui nessuno si sente razzista, eppure secondo la gente del posto gli africani devono venire a lavorare ma non si devono vedere” spiega il commerciante. Un atteggiamento che spiega come ogni anno l’installazione di una tendopoli del ministero dell’Interno gestita dalla Croce Rossa per alloggiare i braccianti stranieri diventi il pomo della discordia. In un articolo pubblicato a marzo dal quotidiano “La Sicilia”, con il titolo “Non siamo razzisti, ma niente tendopoli”, il segretario del locale circolo del Pd, Orazio Musumeci, dichiarava: “La tendopoli se la facciano le associazioni umanitarie a Siracusa, noi la gente a bivaccare qui non la vogliamo”. E ancora: “Così si danneggia la nostra economia turistica: la gente non viene neanche a mangiare una pizza”. Anche quest’anno la prefettura aveva siglato un protocollo con i produttori agricoli che impegnava le aziende a preoccuparsi di trovare un alloggio ai lavoratori. Ma non è andato a buon fine.

Crespi ricorda la lunga querelle sulla tendopoli. “Nel 2005 ci fu la prima e poi venne trasformata in Cpt. Nel 2007 ne venne fatta una a Cassibile, nel 2008 per le proteste fu spostata ad Avola, che è a 16 chilometri per cui furono gli immigrati a disertarla per la distanza. L’anno scorso non è stata fatta, adesso ce n’è una difronte all’uscita dell’autostrada”. Nel documento affisso dalle associazioni per il primo maggio a Cassibile si legge: “da anni si aspettano le ultime settimane per provvedere a un’accoglienza sempre d’emergenza e per i regolari, addirittura l’anno scorso neanche quella e quest’anno solo per 130 migranti; una regolarità pretesa per offrire loro un posto letto, ma ignorata quando si tratta delle garanzie contrattuali e delle tutele sindacali”. (rc)

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Cassibile, con la crisi aumenta il ricatto del caporalato

04/05/2010

10.18
IMMIGRAZIONE

Nessuna tutela in più dopo Rosarno: sono sempre i caporali a gestire il lavoro, che scarseggia. Il racconto dei braccianti: sono meno di 500 tra marocchini, sudanesi, somali ed eritrei, temono gli italiani e hanno paura di denunciare

campo di patate a Cassibile

CASSIBILE (SR) – Già da un mese si raccolgono le patate a Cassibile, ma il lavoro per i braccianti stagionali quest’anno scarseggia. E’ diminuito drasticamente per la crisi, non si trovano compratori. Solo chi ha contratti con le grandi aziende riesce a piazzare gli ortaggi sul mercato. Condizioni che aumentano il potere dei caporali. Sono ancora loro a decidere chi lavora, per quanto tempo e per quale cifra. Nonostante gli arresti di Rosarno, nel siracusano il potere di ricatto dei caporali, soprattutto sugli immigrati irregolari è sempre forte. La giornata lavorativa inizia alle sei del mattino e si conclude, dopo otto ore, alle 14. La paga è intorno ai 45 euro. “Cinque euro li trattiene il capo marocchino che ti fa lavorare mentre lui ti controlla tutto il giorno. In più devi dargli tre euro per portarti sul furgone fino ai campi – racconta un bracciante marocchino a Redattore Sociale – devi stare zitto sennò non lavori. Schiena bassa e non puoi dire niente anche quando ti fa stare ore in più senza pagarti. Vorrei denunciarlo ai carabinieri ma ho paura”.

Il guadagno dei caporali, in gran parte marocchini, si basa non solo sulla ‘quota’ di cinque euro al giorno chiesta a ciascun lavoratore per la chiamata e sui tre euro per il trasporto. Siccome il proprietario terriero usa il caporale come intermediario e corrisponde a lui la paga per tutta la squadra, il ‘capo’ cerca di usare un numero inferiore di braccianti, facendoli lavorare per un numero maggiore di ore. In questo modo il caporale trattiene anche una parte dei soldi versati dall’imprenditore agricolo italiano. Un sistema conosciuto in zona, che trova conferma sia dal racconto di Giampaolo Crespi, commerciante di Cassibile, sia dal testimone intervistato da Redattore Sociale. Si tratta di un cittadino marocchino in Italia dal 1999 che vive a Cassibile nella tendopoli allestita dal ministero dell’Interno e gestita dalla Croce Rossa per 130 migranti in regola con il permesso di soggiorno. Quando non è stagione di patate, il ragazzo vive in una casa di un comune del ragusano pagando 150 euro con un coinquilino.

Le denunce sul caporalato e sulla quota degli 8 euro (cinque più tre) per lavorare sono anche apparse sul quotidiano La Sicilia due settimane fa, ma per il momento nulla è cambiato a Cassibile. Anche la situazione con gli italiani resta tesa. Se n’è accorto subito Jamal, un ventiseienne sudanese che vive nella tendopoli della Croce Rossa. Per lui è la prima volta in Sicilia. Parla un buon italiano, è arrivato a Lampedusa nel 2005 dopo un salvataggio in mare da parte di un peschereccio italiano. Ha il permesso di soggiorno per lavoro. Sei mesi fa è stato licenziato da una fabbrica di Terni dove faceva il saldatore da due anni. Non gli è rimasto che tentare la strada delle campagne per sopravvivere. E’ andato in Puglia prima, a Cassibile poi. “Rimango fino ad agosto – dice – ma qui non è un buon posto per noi, alla gente non piacciono i neri. In paese non vado a piedi, ho paura dei ragazzi con gli scooter che ci tirano addosso le pietre. La spesa vado a farla in macchina, usiamo l’auto anche per andare a lavoro, dividiamo la benzina”. I sudanesi sono tanti e mediamente ben organizzati. Qualcuno, come Hassan, era a Rosarno durante gli scontri di gennaio. Alla ‘fabbrica’, l’oleificio Opera Sila di Gioia Tauro, lui e altri giovani fuggiti dalla guerra in Sudan, si erano attrezzati con una tenda e l’antenna televisiva satellitare. Da lì è stato portato dalla polizia al Cara di Crotone e poi è finito con altri a Cassibile. Dice che tornerebbe nel suo paese, “se non ci fosse la guerra laggiù…”

Nella tendopoli accanto all’uscita dell’autostrada ci sono anche somali ed eritrei. Ma non tutti hanno trovato posto sui 130 disponibili e presto esauriti. Così, regolari senza un tetto e irregolari, dormono nelle campagne in vecchi casolari abbandonati, senza servizi igienici. In uno di questi rifugi, a poco distanza dalla tendopoli, abitano 40 sudanesi. Aiya racconta che ci sono 4 stanze più una sala grande dove stanno in 15. A differenza degli altri braccianti che prendono 45 euro al giorno, Aiya dice che a lui ne danno appena 25-30 per otto ore di lavoro a raccogliere patate.

Il quadro della presenza migrante nella zona è completato da circa duecento marocchini che vivono stabilmente a Cassibile e hanno anche una moschea. Una comunità ben radicata sul territorio, ma non integrata. Iniziano a lavorare già a novembre per la semina delle patate. Non c’è una cifra certa, in totale non dovrebbero superare le 500 persone i braccianti immigrati nell’area. “I grossi produttori non hanno interesse a fare lavorare gli operai in nero – spiega Crespi – il problema è andare a vedere cosa succede quando le grosse aziende comprano la merce dai piccoli produttori. Manca un controllo dei sindacati e dell’ispettorato del lavoro sui campi più piccoli”. (vedi lancio successivo) (rc)

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“Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. L’indagine dell’Oim

27/04/2010

17.26
IMMIGRAZIONE

Sfruttamento della manodopera straniera a Castel Volturno: 15 euro per 11 ore di lavoro. 500 nigeriane vittime della tratta. “Potenziare i controlli”

ROMA – “Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. E’ quanto afferma l’Oim, l’ Organizzazione internazionale per le migrazioni, che ha presentato un rapporto sulle condizioni di sfruttamento dei migranti a Castel Volturno. Nel casertano l’Oim è presente con il progetto “Praesidium”, finanziato dal Ministero dell’Interno. Nel dossier si evidenzia come lo sfruttamento lavorativo di manodopera immigrata riguarda tutti i migranti, sia quelli in regola con il permesso di soggiorno che quelli senza documenti. Da quanto emerge dal rapporto, i controlli delle autorità si limitano a verificare la regolarità della presenza dello straniero sul territorio italiano, senza influenzare le condizioni di sfruttamento sul lavoro di cui è vittima la manodopera straniera.
“Nonostante il fatto che la zona di Castel Volturno sia nota per la diffusione del lavoro irregolare sia nel settore dell’agricoltura sia in quello dell’edilizia – afferma Simona Moscarelli, esperto legale dell’Oim – è da sottolineare come i controlli da parte delle istituzioni locali sulle condizioni lavorative dei migranti debbano essere necessariamente potenziati”.
“E’ fondamentale che durante tali controlli – spiega la Moscarelli – le forze dell’ordine operanti non si limitino alla mera verifica della situazione di irregolarità dei migranti ma approfondiscano le situazioni di grave sfruttamento lavorativo degli stessi, assicurando una forma di protezione ai casi più vulnerabili o a coloro che sono disponibili a collaborare e denunciare gli sfruttatori alle autorità, ad esempio tramite il rilascio del permesso di soggiorno per protezione sociale”
Il rapporto dell’Oim identifica 3 gruppi di migranti costretti a lavorare in situazioni degradanti e insicure: i cittadini sub-sahariani impiegati nel settore agricolo ed edilizio, i cittadini maghrebini ed egiziani che lavorano per lo più nella raccolta delle fragole nell’agricoltura, i cittadini indiani e pakistani, i più invisibili, che vengono impiegati nelle aziende bufaline in virtù della particolare attenzione e dedizione che prestano, per motivi religiosi, alla cura del bestiame.
Ricevono dai 15 ai 35 euro per una giornata lavorativa di undici ore. “Non mancano casi in cui i migranti non vengano pagati per il lavoro svolto, nonché casi in cui – alla richiesta dei pagamenti dovuti – subiscano minacce e violenze da parte dei propri datori di lavoro”, si legge nel dossier.
Un’altra grave forma di sfruttamento è quello sessuale. Nell’area, secondo l’Oim, ci sono anche circa 500 donne nigeriane vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. “La maggior parte di loro è arrivata nel 2008 sbarcando a Lampedusa. Diversa è la situazione delle cittadine straniere nigeriane arrivate nel 2009. Sembra infatti che, chiusa la rotta di Lampedusa, i trafficanti si siano già riorganizzati e che la maggioranza delle donne arrivi ora in aereo, con visto di ingresso regolare anche se spesso con un passaporto di un’altra persona”, spiega l’Ong. (rc)

Irregolare il 95% dei lavoratori extracomunitari nelle campagne calabresi

Oltre 9.000 extracomunitari irregolari sfruttati come ‘manodopera necessaria’. I numeri dietro il caso Rosarno. La denuncia nelle stime del primo rapporto dell’Istituto nazionale di economia agraria. Violati i diritti umani. Monnanni (Unar): “tutti sanno e tutti tacciono”.

Roma – Sfruttamento massiccio di immigrati disperati e senza permesso di soggiorno nelle aziende agricole per le raccolte stagionali. Forza lavoro indispensabile e a basso costo, reclutata in nero, che non ha accesso alle cure mediche e vive in condizioni disumane. Come a Rosarno e in tanti altri angoli bui della Calabria. Si stima che nel 2007 gli extracomunitari impiegati nell’agricoltura in tutta la regione siano stati circa 9.350. Di questi, il 95% lavora senza contratto, in genere soggetto allo schiavismo del caporalato. E’ il quadro desolante fornito dal primo rapporto dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria (Inea) dal titolo: Gli immigrati nell’agricoltura italiana. Dal 1989 al 2007, gli stranieri utilizzati in agricoltura in Italia sono aumentati di oltre 7 volte, passando da 23.000 ad oltre 172.000, su un milione di occupati in totale. A livello nazionale, una caratteristica costante del lavoro agricolo è la stagionalità della prestazione. Anche nelle altre regioni del Paese gli stranieri lavorano nel settore agricolo per brevi periodi, dai 15 giorni ai 3- 6 mesi, ma solo in Calabria si registra la quasi totalità di lavoro nero. Al contrario, nel resto d’Italia cresce la percentuale degli stranieri assunti con contratti: la media nazionale degli irregolari è scesa al 30% e nel nord si arriva appena al 10-15%.

A rendere più cupa la fotografia del lavoro agricolo nella regione è la discrepanza tra i dati ufficiali e la realtà. Per raccontare il fenomeno dello sfruttamento degli stranieri nelle campagne, l’indagine dell’Inea affianca ai dati ufficiali dell’ Inps, dell’ Istat e dei ministeri del Lavoro e dell’Interno, informazioni basate su interviste a testimoni privilegiati, tra cui associazioni, sindacati, immigrati, imprenditori agricoli, Prefetture e Questure. “Secondo i dati ufficiali, pochi stranieri regolarizzati hanno uno sbocco lavorativo in agricoltura” spiega Giuliana Paciola, della sede regionale Inea Calabria. Gli stranieri residenti nella regione al 2007 sono più di 35 mila. Sempre secondo le statistiche ufficiali, la maggiorparte, circa settemila persone, è occupato nell’assistenza agli anziani e sono soprattutto donne dell’Est. “Al contrario le stime Inea ci dicono che gli immigrati in Calabria impiegati prevalentemente in agricoltura sono sempre più numerosi e con condizioni di vita e di lavoro preoccupanti”, prosegue Paciola. Non sono tutti stagionali, ci sono anche gli assunti nelle aziende zootecniche per l’allevamento. Pure per i regolari, la situazione non è limpida: vengono denunciati all’Inps con il numero minimo delle giornate (102) e invece lavorano tutto l’anno integrando il reddito con l’indennità di disoccupazione. Il salario non è quello sindacale e per le donne è addirittura inferiore.

Diritti umani negati per la fetta più consistente di manodopera straniera. Sono nomadi all’interno della regione. Si spostano da una zona all’altra inseguendo le raccolte stagionali di agrumi, olive, uva e patate. Le aree più interessate dal fenomeno sono la Piana di Gioia Tauro, quella di Sibari e la Piana di Cirò e Crotone, ma anche zone interne coma la Sila. “Gli stranieri sono necessari e complementari alla manodopera locale, non rubano il lavoro a nessuno, anzi le raccolte stagionali, intensive e per brevi periodi, non possono essere soddisfatte dalla manodopera familiare neanche nelle aziende più piccole”, spiega ancora la curatrice del rapporto Inea per il caso Calabria. Questo anche a causa dell’invecchiamento degli agricoltori. Il 51% delle aziende calabresi ha un conduttore ultrasessantenne.

Sono soprattutto marocchini, tunisini, senegalesi, ghanesi, maliani a lavorare nelle campagne dall’alba al tramonto, prelevati direttamente sulla strada o nei ricoveri di fortuna dai caporali. “In genere i caporali sono calabresi – continua Paciola – e spesso la paga è corrisposta a loro. Si stanno sviluppando anche network di sfruttamento diversi in cui i caporali sono stranieri che fanno questo lavoro da più anni e con più esperienza”. Dal rapporto Inea emerge che in regioni come il Piemonte e la Toscana ha vinto l’opera di dissuasione e di sanzione condotta dalle autorità contro il lavoro nero, con i controlli nelle campagne battute a tappeto dalle forze dell’ordine. Una politica regionale e sindacale attenta ha portato alla regolarizzazione degli immigrati e ad accordi per corsi di formazione direttamente nei paesi di origine, come la Romania e l’Albania. “In Calabria l’immigrazione non è stata né prevista, né programmata. Il modello calabrese è spontaneo, nonostante il costante aumento di immigrati residenti – conclude Giuliana Paciola – c’è scarsa attenzione del potere politico, la società civile risponde meglio con 164 organismi che hanno sportelli e corsi per gli stranieri”. Le fa eco Massimiliano Monnanni, direttore generale dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali Unar del Dipartimento Pari opportunità: “Un caso come quello della Calabria rappresenta la situazione in cui tutti sanno e tutti tacciono, nessuno denuncia”.

Steve, David, i volti dei ragazzi dell’Africa nera che alloggiavano nell’ex cartiera di Rosarno e che ancora affollano le baracche della Piana di Gioia Tauro. Hanno dai 20 ai 35 anni. A dicembre dell’anno scorso marciarono per protesta fino al municipio della città. Due di loro erano stati feriti per la strada in un agguato. Roberto Saviano e tanti altri commentatori hanno ricordato che quella è stata la prima rivolta spontanea contro la ‘ndrangheta in tanti anni. A guidarla, africani senza diritti della Piana. Le storie e le vite reali dietro i numeri del rapporto Inea.

Raffaella Cosentino pubblicato a dicembre 2009 su Il quotidiano della Calabria


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