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Oltre l’inverno. A Roma, a Cagliari e a Locri il documentario che racconta la lotta contro la ‘ndrangheta di Liliana Carbone

di Raffaella Cosentino
Sabato 9 ottobre alle 21 due proiezioni concomitanti, a Roma con gli autori allo Spazio daSud (via Gentile Da Mogliano 170, zona Pigneto) e a Cagliari nell’ambito della rassegna Maya Film Festival, festival di cinema indipendente cofinanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali in collaborazione con l’Actor Center di Roma per la direzione artistica di Michael Margotta. Nel capoluogo sardo, al termine di una sei giorni di proiezioni, il regista Massimiliano Ferraina parteciperà all’incontro con gli autori, tra i quali Marco Amenta, regista di ‘Il Fantasma di Corleone’ su Bernardo Provenzano, e Rina Amato con il documentario ‘Cessarè’ sulla storia di Rocco Gatto a Gioiosa Jonica. L’8 ottobre prima proiezione di ‘Oltre l’inverno’ a Locri, nei luoghi in cui è stato girato, durante la manifestazione ‘Storie di vita’ alla cooperativa sociale Mistya, con la partecipazione di associazioni e gruppi impegnati sul territorio, come gli artisti di strada della ‘Gurfata’, la cui esibizione chiude il documentario. ‘Oltre l’inverno’ ha vinto il premio speciale fuori concorso al Gaiart and Video International Festival e la Ginestra d’Argento, sezione “contro la mafia movie” (parimerito con Cessarè) al quinto festival di Carlopoli (Cz).

Il Docu-Film ‘Oltre l’inverno’.

Una maestra che sfida la ‘ndrangheta. La violenza che scompagina in modo drammatico la vita di una famiglia. La resistenza quotidiana di Liliana Carbone all’oppressione mafiosa. Sono i temi al centro del documentario indipendente “Oltre l’inverno”, realizzato da tre giovani autori catanzaresi: Massimiliano Ferraina (regista), Claudia Di Lullo (dialoghista) e Raffaella Cosentino (giornalista freelance). Trenta minuti di immagini che si concentrano sui gesti quotidiani di mamma Carbone a Locri. Momenti carichi di ritualità e di significati perché esprimono il dramma di aver perso un figlio di 30 anni ucciso dalla ‘ndrangheta e il bisogno di andare ‘oltre’, di mantenere viva l’attenzione allargando il campo rispetto alla vicenda personale.

Liliana Esposito Carbone è una maestra elementare di Locri e ha visto uccidere suo figlio nel cortile di casa in un agguato la sera del 17 settembre 2004. Massimiliano stava rientrando con suo fratello da una partita di calcetto. Le ferite gravi riportate nell’agguato non gli hanno risparmiato 7 giorni di agonia prima di spegnersi in ospedale. E’ morto il 24 settembre di sei anni fa, esattamente nel giorno del compleanno di sua madre. Quel giorno segna il passaggio del testimone. A chi ha ucciso per affossare la verità in una tomba, Liliana risponde diventando uno straordinario megafono per chiedere giustizia, non solo per suo figlio ma per tutti i ragazzi e i bambini di Locri. E’ superfluo dire che Massimiliano era incensurato, amava il calcio. Aveva fondato una piccola cooperativa. Aveva una vita normale. Un giovane calabrese che aveva deciso di restare nella sua terra. La sua fine è ancora avvolta dal mistero. Il tribunale di quella città e i suoi inquirenti non hanno saputo dare una verità giudiziaria alla mamma di Massimiliano, perché la sua famiglia trovasse il conforto della giustizia giusta. Raccontare il caso Carbone è difficile perché non esiste una sentenza da riportare nelle cronache, una risposta a chi si chiede perché tanta violenza su un giovane al di fuori da qualunque contesto criminale. Una storia piena di buchi e di colpevoli reticenze.

Liliana Carbone non ha risparmiato risorse personali e forze fisiche nella ricerca della verità. Né si è preoccupata di esporsi ai rischi delle ritorsioni, dell’isolamento e della calunnia. Una vicenda che tira in ballo connivenze e omertà , visto che a Locri non si uccide senza il coinvolgimento di killer delle cosche o senza l’assenzo della ‘ndrangheta. Una storia che finora insegna che si può uccidere impunemente. Ma anche che non si può mettere a tacere la verità a fucilate. Perché dopo Massimiliano, c’è Liliana e dopo di lei ci siamo noi che continueremo a raccontare la sua lotta, perchè è la battaglia di tutti coloro che non si rassegnano, che non si chiudono nella paura e nel silenzio. Liliana ha fatto del dolore una battaglia civile. E in terra di ‘ndrangheta se chiedi a testa alta il rispetto dei tuoi diritti di cittadina, di madre, di maestra, chiedi di cambiare le cose. La rivendicazione individuale diventa una causa collettiva. Oltre l’inverno vuole combattere l’idea che ci sono “pezzi di paese dati per persi” dai giornali e dai politici.

“ Nella vita personale e nella società ci sono periodi che assomigliano molto all’inverno- dice il regista Massimiliano Ferraina – Come nel ciclo delle stagioni l’inverno si trasforma in primavera così nella vita personale e nella società è necessaria una trasformazione. Quando ho incontrato per la prima volta Liliana Carbone, sono rimasto colpito dalla forza e dall’energia con cui questa donna portava avanti la sua richiesta di giustizia. Subito si rimane colpiti dai suoi argomenti mai banali e dalle citazioni letterarie, dalla capacità di analisi non comune e dal suo desiderio di trasformazione. Nessuno può comprendere il dolore di una madre per la perdita del figlio e altrettanto difficile è comprendere una lotta che spinge oltre i valori di una società che spesso pigramente rimane legata a disvalori che considera immutabili”. Su come vincere questa sottocultura mafiosa gli autori del documentario vogliono offrire spunti di riflessione. Un’intenzione che Liliana Carbone ben sintetizza nella frase:“Perché non c’è una evoluzione, che è già una forma di trasformazione, qui da noi? Perché per cambiare qualcosa c’è bisogno di vincere l’assuefazione e l’immobilismo, quella forma di conservazione che ci fa pensare di rischiare la nostra sicurezza ”. Oltre l’inverno racconta la ‘ndrangheta come un’immane sofferenza sociale, in cui le donne hanno un ruolo di primo piano, sia le donne di mafia che trasmettono i disvalori alle nuove generazioni, sia le donne che incoraggiano il cambiamento, offrendo per questo ideale la loro stessa vita. “L’esperienza più significativa è stata quella di vedere una mamma, che lotta senza tregua per proteggere la memoria di suo figlio- commenta Claudia Di Lullo – è la storia umana di Liliana che ha catturato la mia attenzione. La sua tenacia, il suo coraggio. Un prezioso incoraggiamento per tutte le donne calabresi”.

http://www.oltrelinverno.blogspot.com/

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OLTRE L’INVERNO, il documentario indipendente che racconta la resistenza alla ‘ndrangheta di una donna di Locri. Sostienila organizzando una proiezione

Guarda il Trailer su http://www.oltrelinverno.blogspot.com/

Liliana Carbone è una maestra elementare di Locri. E’ la mamma di Massimiliano, un ragazzo di 30 anni ucciso nel cortile di casa sua a colpi di arma da fuoco. Qualcuno gli ha sparato nascosto dietro un muretto di cemento la sera del 17 settembre del 2004. Massimiliano stava rientrando a casa con suo fratello da una partita di calcetto. Le ferite gravi riportate nell’agguato non gli hanno risparmiato 7 giorni di agonia prima di spegnersi in ospedale. E’ superfluo dire che Massimiliano era incensurato, amava il calcio, era un ragazzo di Locri. Aveva fondato una piccola cooperativa. Aveva una vita normale. Massimiliano Carbone era un giovane calabrese che aveva deciso di restare nella sua terra, era un italiano, un europeo. La sua fine è ancora avvolta dal mistero. A 6 anni dalla morte, non esiste una verità giudiziaria da riportare nelle cronache, da spiegare a chi si chiede perché. Non ha un volto, né un nome il sicario che ha posto fine ai suoi giorni.

In mancanza di altre piste giudiziarie, l’unico particolare di rilievo, l’unica traccia resta quella indicata da sua madre Liliana in tutte le occasioni pubbliche e istituzionali. Massimiliano aveva amato una donna già sposata, una vicina di casa. Dalla relazione è nato un bambino. Liliana Carbone ha usato tutti i suoi risparmi e tutte le sue risorse fisiche, spirituali e culturali per andare alla ricerca della verità. Per dire che la sola esistenza di Massimiliano ne faceva un testimone scomodo. Per urlare che non si può morire così in un paese civile. Dopo anni, il test del Dna e i giudici hanno riconosciuto a Massimiliano la paternità del bambino. Resta chiaro per chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire che a Locri non si uccide senza l’assenzo della ‘ndrangheta, senza il coinvolgimento di killer delle cosche, senza le armi e la mentalità delle ‘ndrine. Quella di Massimiliano potrebbe essere una storia come tante nella Locride, un delitto impunito, senza colpevoli, senza giustizia. Quella di Liliana non è una storia uguale alle altre. E’ lei la nostra differenza di calabresi che non si rassegnano, che non si chiudono nella paura e nel silenzio. Che lottano contro l’omertà, nonostante le cronache raccontino spesso il contrario. Liliana ha fatto del dolore una battaglia civile. E in terra di ‘ndrangheta se chiedi a testa alta il rispetto dei tuoi diritti di cittadina, di madre, di maestra, chiedi di cambiare le cose. La rivendicazione individuale diventa una causa collettiva. Perché qualunque delitto impunito pesa inesorabilmente sul futuro di tutta la comunità. Non solo la comunità dei locresi o dei calabresi, ma anche sulla comunità internazionale. Perché la ‘ndrangheta, temuta multinazionale dei traffici illeciti, ha la testa decisionale ancora in Calabria ed è su questa impunità che fonda il suo potere. Non lasciamo sola Liliana.L’isolamento espone al rischio di ritorsioni. Combattiamo l’idea che ci sono ‘pezzi di paese dati per persi’ dai giornali e dai politici. Come fare? Ospita nella tua città, nel tuo quartiere, nella tua scuola, una proiezione dei documentario indipendente “Oltre L’Inverno” per raccontare la storia di Liliana Carbone ai tuoi amici. Contribuisci a fare conoscere questo caso perchè quello che succede a Locri “interessa anche a te”. Organizzati e ricostruisci la memoria di questa Italia che non ha bisogno di eroi, ma solo di vivere con onestà.

Per organizzare una proiezione, contatta gli autori all’indirizzo di posta elettronica: oltrelinverno@gmail.com

Autori:

Massimiliano Ferraina – documentarista

Claudia Di Lullo – dialoghista

Raffaella Cosentino – giornalista freelance (Redattore Sociale/Il Manifesto)

Consulta anche il blog del documentario: http://www.oltrelinverno.blogspot.com

Evento contro la ‘ndrangheta a Catanzaro in ricordo di Peppe Valarioti e Massimiliano Carbone

Caffè delle Arti, domenica due appuntamenti su Giuseppe Valarioti e  Massimiliano Carbone. Saranno presentati un libro e un documentario

Per i 30 anni dalla morte di Giuseppe Valarioti la programmazione del Caffè delle Arti al Centro polivalente di via Fontana Vecchia – servizio attivato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Catanzaro – ospiterà domenica 13, con inizio alla ore 21.00, una manifestazione in omaggio al politico ucciso negli anni ’80. La serata del Caffè delle Arti prevede la presentazione di un libro inchiesta e di un documentario realizzati da giovani autori calabresi. Il primo per ricordare il movimento antimafia degli anni Settanta con la vicenda di Giuseppe Valarioti a Rosarno. Il secondo per dare una testimonianza attuale di resistenza civile all’oppressione mafiosa, con la storia di Liliana Carbone, madre coraggio di Locri.

Domenica 13 giugno, con una serata dedicata all’impegno contro la ‘ndrangheta, il Caffè delle Arti di Catanzaro ospiterà la presentazione del libro “Il caso Valarioti – Così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”, Round Robin Editrice, dei giornalisti Danilo Chirico e Alessio Magro. Nel corso della serata sarà proiettato in anteprima anche il documentario indipendente “Oltre l’inverno”, che ricostruisce la battaglia quotidiana della maestra elementare Liliana Carbone per chiedere giutizia e verità sull’omicidio del figlio Massimiliano, ucciso nel 2004 in un agguato a Locri all’età di 30 anni. Al dibattito interverranno gli scrittori Alessio Magro, Danilo Chirico e Mauro Minervino, il caporedattore di Ansa Calabria Filippo Veltri. Saranno presenti anche gli autori del documentario: il regista catanzarese Massimiliano Ferraina, la sceneggiatrice Claudia Di Lullo e la giornalista Raffaella Cosentino (Redattore Sociale/Il Manifesto).

L’evento è stato organizzato con la collaborazione di alcune associazioni di giovani: Confine Incerto di Catanzaro, daSud Onlus di Reggio Calabria e Metasud di Soverato.  I casi Valarioti e Carbone sono le storie di due trentenni assassinati dalla ‘ndrangheta. Peppe perché a 25 anni aveva scelto consapevolmente la strada dell’impegno politico contro le ‘ndrine, Massimiliano semplicemente perché viveva una vita normale e onesta in un contesto pervaso dalla violenza mafiosa. Due omicidi senza colpevoli. Due nomi dimenticati che il silenzio ha ucciso per la seconda volta. Dopo le celebrazioni dell’11 giugno a Rosarno, nel trentennale della morte anche il capoluogo riporta in vita la memoria di Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese. Il giovane professore e segretario della sezione del Pci di Rosarno è stato ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980 dopo la vittoria alle elezioni amministrative. Il libro di Alessio Magro e Danilo Chirico ricostruisce la lunga vicenda giudiziaria sul primo omicidio politico della nuova ‘ndrangheta, che tre decenni fa entrò nei gangli del potere. L’ incontro sarà un’occasione aperta per discutere anche della fase delicata che vive oggi la Calabria. Il 2010 si è aperto con la rivolta dei migranti di Rosarno contro la violenza delle ‘ndrine. Nei mesi seguenti una scia di omicidi ha insanguinato la zona jonica catanzarese e l’alta locride. Una nuova guerra di ‘ndrangheta che ha fatto contare già 8 morti in 11 mesi, a partire dall’omicidio di Vincenzo Varano a Isca sullo Ionio a luglio del 2009 fino a quello di Giovanni Bruno a Vallefiorita a metà maggio.

Locri, la famiglia Carbone restituisce i certificati elettorali per la quarta volta

17/03/2010
13.14
MAFIE

La protesta motivata in una lettera al prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta: “Da 5 anni e 6 mesi nessuna giustizia”. Massimiliano Carbone, 30 anni, imprenditore incensurato fu ucciso a Locri nel 2004, un delitto rimasto impunito

LOCRI (Rc) – A cinque anni e mezzo dall’agguato in cui perse la vita Massimiliano Carbone, 30 anni, imprenditore incensurato, la sua famiglia restituisce per la quarta volta i certificati elettorali al prefetto, denunciando la mancanza di riposte giudiziarie per un delitto rimasto impunito. “Per coerenza di una determinazione molto sofferta – scrive Liliana Carbone , mamma di Massimiliano – rinuncio consapevolmente ad esercitare i miei doveri e i miei diritti di cittadina italiana in occasione delle elezioni Regionali”. Liliana Esposito Carbone è impegnata da anni in una battaglia civile solitaria, condotta in tutte le piazze e presso ogni istituzione locale e nazionale, per chiedere che gli assassini di suo figlio e di tanti giovani della Locride abbiano un volto e un nome. Dallo scorso settembre va in giro per la città con la foto di suo figlio attaccata al collo e in passato ha messo in atto proteste eclatanti, come quella di incatenarsi davanti al tribunale.

“Da 5 anni e 6 mesi nessuna Giustizia, ed invece silenzio e indifferenza dopo tante promesse di ascolto , di approfondimento, di intervento di impulso alle indagini”, denuncia la madre coraggio di Locri. A due settimane dalla tornata elettorale che dovrebbe indicare la nuova classe dirigente della Regione, rinunciando a esercitare il diritto di voto, la famiglia Carbone si esprime per bocca di Liliana, madre, nonna e maestra di Locri. “M’impongo di non indignarmi per le rapidissime ed efficienti modalità di accoglienza, da parte delle Procure, di altre istanze di Giustizia nel territorio della Locride, a fronte delle inaccettabili insufficienze investigative sulla morte violenta di mio figlio”, scrive nella lettera indirizzata al nuovo prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta. “Mi avvilisco davanti alle blandizie ipocrite di alcuni politici, e sono addolorata inoltre per la mancanza di quella carità evangelica che la chiesa locale proclama “, continua la missiva, denunciando il forte isolamento che circonda il caso Carbone e i suoi familiari, esposti nella ricerca della verità sull’omicidio di Massimiliano.
Nella lettera, Liliana Carbone ricorda che “ se la credibilità dello Stato e delle Istituzioni si difende nell’assicurare i rei alla Giustizia, queste parole dette dal Prefetto Luigi De Sena, sono rimaste fino ad oggi solo una bella grafia su carta intestata”. Massimiliano Carbone è morto a Locri il 24 settembre del 2004 per le ferite riportate una settimana prima, il 17 settembre, in un agguato al rientro nel cortile di casa, dopo una partita di calcetto. Il giovane imprenditore era incensurato. Il suo corpo fu esumato il 5 aprile del 2007 nel corso delle indagini. Il caso è stato archiviato. Una sola la pista seguita dagli inquirenti che avevavo iscritto nel registro degli indagati un vicino di casa, dalla cui moglie Massimiliano ha avuto un figlio, secondo quanto stabilito dal test del Dna e dal Tribunale dei Minori. L’uomo indagato aveva un alibi e non è stato provato un suo coinvolgimento nel delitto dalle modalità di stampo ‘ndranghetista. Il bambino vive ancora con la famiglia della madre. Nella lettera, Liliana Carbone sottolinea di chiedere giustizia anche per il nipote “bambino orfano bianco”. (raffaella cosentino)
© Copyright Redattore Sociale

Locri. Il coraggio di una madre

Locri. Dopo l’uccisione del figlio, una maestra elementare trasforma il dolore in denuncia
Liliana Carbone, il coraggio di una madre
Nella Locride quarantotto omicidi negli ultimi quattro anni. L’80 per cento è rimasto impunito

Tornare ogni giorno a casa. Nel luogo che dicono essere il più sicuro. Tornarci sempre, dopo il lavoro, dopo la spesa e ricordare che lì hanno ammazzato tuo figlio. Sapere che quel delitto non ha avuto giustizia. A più di tre anni di distanza, non ci sono colpevoli. Nelle orecchie, invece, c’è ancora il suono cupo, sordo e terribile della tragedia. Gli spari e poi un rumore di passi, simili a quelli di un assassino che si allontana correndo sulle sterpaglie. Per colpire non visto, il cecchino si è nascosto dietro un muretto. La verità prende forma in una frase appena balbettata, che muore in gola: <> . Ancora pochi passi e il ragazzo sarebbe stato al sicuro, dentro il portone, ma i proiettili sapevano correre più veloci di lui. Quella sera, il ragazzo di Locri si è fermato sui gradini dell’ingresso, per sempre. Da lì Liliana Carbone è dovuta passare migliaia di volte, perché quella è ancora la sua casa, ma suo figlio non c’è più. Era il 24 settembre del 2004 quando Massimiliano Carbone, 30 anni, si spegneva in ospedale dopo una settimana di agonia per le ferite riportate nell’agguato sotto la sua abitazione. Era il giorno del compleanno della sua mamma. Lo racconta lei stessa, in una sera d’inverno, percorrendo la strada fatta per l’ultima volta da Massimiliano prima di morire. Poche centinaia di metri che portano dal campo sportivo di Locri fino al palazzo dove ancora vivono i Carbone. Un quartiere all’apparenza tranquillo, come ce ne sono tanti nei paesi e nelle cittadine calabresi, nate senza servizi e piani regolatori. Strade anonime che si incrociano tra edifici grigi, nude mura di cemento senza intonaco esterno. La via è dissestata, non c’è l’ asfalto ma ci sono tante pozzanghere e fango. <>, commenta amara Liliana, mentre indica il muretto di un metro e mezzo che fu trincea per il cecchino, appostato per colpire a morte Massimiliano, appena rientrato insieme al fratello da una partita di calcetto. <>. E’ intelligente, arguta, appassionata Liliana. Una madre coraggio sostenuta da una fiamma interiore che non l’abbandona, dall’obiettivo di vedere in manette la mano che ha spezzato la vita di suo figlio. E’ un fiore all’occhiello per la Calabria, da portare sul cuore, come fa lei con la fotografia del suo Massimiliano. Così, con la foto del figlio sul petto, si presentò a Roma nel 2006 per incontrare il ministro della Giustizia Clemente Mastella e il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero. Con lei c’era Mario Congiusta, papà di Gianluca, un altro imprenditore trentenne ucciso a Siderno il 24 maggio 2005. Dopo proteste e scioperi della fame, i Congiusta hanno avuto una risposta dai tutori della legge. In Corte d’Assise a Locri è in corso il processo che vede tra gli imputati Tommaso Costa, capoclan dell’omonima ‘ndrina di Siderno. Sarebbe stato lui il presunto mandante dell’omicidio di Congiusta, ordinato perché il giovane avrebbe cercato di aiutare il padre della sua fidanzata, un altro imprenditore sidernese, Antonio Scarfò, cui era stato chiesto il pizzo dalle cosche locali. Mario Congiusta e Liliana Carbone hanno percorso insieme la strada della denuncia attraverso due siti internet: http://www.gianlucacongiusta.org e wwww.massimilianocarbone.org. La rete li ha fatti uscire dal silenzio, rompendo il muro della dimenticanza, quella che più di tutto uccide per sempre i loro cari. Dalla protesta virtuale sono passati a quella reale, dalla piazza online alle strade della Locride. Nel primo anniversario del delitto Fortugno, entrambi scrissero lettere al capo del governo, Romano Prodi, atteso a Locri per la commemorazione ufficiale. Parole pesanti come macigni che fecero scalpore, tanto da essere rilanciate dai principali organi di stampa nazionali. Congiusta invitava Prodi a portare almeno un fiore sulla tomba dei loro figli. Liliana Esposito Carbone si univa all’appello, scrivendo: <>. In quei giorni, il suo caso ebbe grande attenzione pubblica. Uscì persino fuori dai confini di una regione da cui lo Stato appare un’entità sfocata, distratta e lontana. Poi nulla più. Le sue domande sono rimaste senza risposta. Le sue richieste di verità e giustizia sono ancora inevase. Ma lei non si è fermata. Ha dato vita a gesti di protesta eclatanti. <>, racconta con la voce rotta dall’emozione. E’ scesa in piazza a Locri per le manifestazioni del primo maggio. E’ rimasta per giorni seduta sulle scale del tribunale per chiedere giustizia. Il volto di Massimiliano sempre accanto, nel ritratto stretto tra le mani. A questo punto entra in scena l’ultimo protagonista della vicenda, forse il più importante: la comunità, i locresi. Come in un coro da tragedia greca, le voci indistinte si fanno insistenti, arrivano gli attacchi e le accuse di essere una “infame” . Non sono piaciute ai suoi concittadini le denunce aperte di Liliana, che ha fatto subito nome e cognome di colui che ritiene essere l’assassino del figlio: un vicino di casa dei Carbone. All’origine dell’omicidio vi sarebbe
dell’ astio personale, ma il crimine è frutto di una mentalità e di un contesto mafiosi, quindi è un delitto di mafia. Questo sostiene una tesi in scienze forensi, discussa con il noto criminologo, prof. Francesco Bruno, dal titolo: “Reportage criminologico – Alla fine dell’Italia anche un bacio fa rumore”. Una versione ufficiale fornita dagli inquirenti ancora non c’è. Il caso è stato archiviato da più di un anno. L’uccisione di Massimiliano Carbone è a tutt’oggi un delitto impunito. Un destino comune a tanti altri omicidi nella Locride. In poco più di 4 anni, dal settembre 2004 a oggi, ci sono stati quarantotto morti ammazzati e due scomparsi, Renato Vettrice e Cosimo Martelli (forse casi di lupara bianca), su un territorio che conta appena 140mila abitanti. Quasi un morto al mese. Solo in otto casi sono stati arrestati i presunti assassini, mentre l’80 per cento dei delitti è rimasto impunito. Liliana Carbone è una maestra elementare. <>. La sua più grande amarezza è però dover constatare che a Locri c’è ancora chi considera legittimo risolvere le controversie a colpi di lupara. <>, denuncia, <>. Anche questa è mafia. Vivere in un contesto in cui quella ‘fuoriposto’, ‘scomoda’, ‘sbagliata’ è lei, che ha scelto di spezzare il muro di silenzio dell’omertà con la denuncia e di trasformare il dolore in partecipazione civile.

Testo di Raffaella Cosentino


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