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Intervista sulla situazione libica a Karim Mezran, per Il Messaggero

Dietro front con le bombe avanti con gli istruttori. Il nostro Afghanistan, per Il Riformista

Appena ventiquattro ore dopo i funerali dei quattro alpini uccisi nella valle del Gullistan, un nuovo attacco contro i militari italiani in Afghanistan. Questa volta senza vittime. Per altri sei soldati della coalizione internazionale, in altre zone del Paese, invece, non c’è stato nulla da fare.
“Più noi siamo presenti, più abbiamo successi, più forte è la reazione”. Sono queste le parole con le quali il ministro della Difesa Ignazio La Russa spiega il crescere delle tensioni sul fronte afghano, nel corso di un’intervista televisiva rilasciata poco dopo aver riferito al Senato sull’impegno nazionale all’interno della missione Isaf.
Trentacinque minuti è durata la sua informativa, il tempo di pronunciare quella data che era stata già annunciata nei giorni scorsi, a caldo, e cioè il 2011. Entro il 2011 i militari italiani potrebbero aver iniziato quel passaggio di responsabilità alle autorità afghane che è poi l’obiettivo finale di tutti gli alleati. Questo non significa, ha sottolineato La Russa, la fine della missione che per gli Stati Uniti proseguirà almeno fino 2013. Decisioni del genere si prendono, infatti, in ambito internazionale e se ne potrebbe discutere già oggi durante il vertice dei ministri Nato a Bruxelles. Quello che si sa sin da ora è che in campo italiano potrebbe cambiare il tipo di impegno, passando alle due ultime fasi della missione, cioè quelle di transizione e di rischieramento, che vedono l’Ana (Afghan National Army) e l’Anp (Afghan National Police) sempre più padrone del proprio territorio. A questo serve, infatti, l’addestramento delle forze afghane portato avanti da anni dai Carabinieri all’interno della Nato Training Mission. Stando al ministro della Difesa italiana, il Regional Command West, cioè la zona sotto responsabilità italiana che si identifica con la provincia di Herat, sarebbe una di quelle regioni in cui l’opera di stabilizzazione potrebbe avvenire più velocemente che altrove.
“Se opereremo in concordia, se metteremo in campo le risorse, se daremo sostegno, vicinanza alle nostre forze armate, se non ci intestardiremo in discussioni sterili”, ha sottolineato.
Del tutta secondaria, invece, la polemica dei giorni scorsi sulla possibilità di armare i caccia AMX utilizzati in teatro. “L’Italia è l’unico Paese a disporre di aerei non armati di bombe” ha detto La Russa, aggiungendo che da tempo i nostri militari chiedono di poter armare i loro velivoli. Nonostante questo, il capo della Difesa pare non voler minare il consenso attorno alla missione con una decisione che considera comunque “giusta, legittima, importante”, ma che potrebbe “mettere a rischio questo spirito comune di sostegno ai nostri militari”. Anche questa, eventualmente, sarà una questione da discutere tra gli alleati, forse a Lisbona durante il Vertice Nato di novembre, durante il quale si traccerà una sorta di road map per il disimpegno delle truppe dall’Afghanistan a partire dal 2014. A parlare di date e di uscita dal Paese è questa volta il ministro degli Esteri Franco Frattini, intervenendo alla presentazione di “Una radio per l’Afghanistan, un progetto di Rai e Cooperazione italiana, a cui ha collaborato anche l’Interprete Internazionale, che punta alla distribuzione di piccole radio a dinamo e a pannello solare nei villaggi afghani più remoti. La radio è lo strumento di informazione più diffuso in Afghanistan e in questo modo si vuole permettere all’emittente ERTV, che trasmette in Dari e Pashto, di portare avanti programmi di informazione e di educazione scolastica anche laddove raggiungere le scuole è più pericoloso e difficile. Si tratta di un altro passo avanti verso la cosiddetta afghanizzazione del Paese che, secondo il presidente Hamid Karzai, passa anche attraverso la reintegrazione e la riconciliazione. Da qui la scelta degli Stati Uniti di eliminare dalla black list dell’Onu 47 nomi legati ai talebani. Un’iniziativa sostenuta anche dall’Italia ma con qualche remora. “Abbiamo sempre sostenuto che i talebani non sono tutti uguali”, ha dichiarato Frattini. “Sostengo l’idea del Pentagono e degli Stati Uniti per una riconciliazione ancora più aperta verso coloro che sono disponibili verso di noi, ma coloro che sparano sui nostri soldati non sono riconciliabili”.
Il capo della Farnesina sembra rispondere alle indiscrezioni diffuse nei giorni scorsi dal Washington Post e dal Guardian sui negoziati che sarebbero in corso tra il governo di Kabul, la shura di Quetta e la rete di Haqqani, un gruppo considerato anche più pericoloso di quello che fa capo al mullah Omar, e che proprio per questo Karzai sta cercando di portare dalla sua parte.
Antonella Vicini
IL RIFORMISTA (14-10-2010)

foto di A. Vicini

INTERVISTA a Madame Dobrilla, portavoce del Patriarcato di Pec. L’indipendenza del Kosovo è un nodo tutto ancora da sciogliere. Su EDB


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