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Flottilla: Per Netanyahu Israele agì legittimamente

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Gaza, dal Guardian critiche a Obama: ha raffreddato le giuste richieste turche

Due giorni dopo l’operazione Sea Breeze, secondo il Guardian, la vera questione è: “cambierà qualcosa?” “O le vite di quelli a bordo della spedizione passeranno rumorosamente ma rapidamente alla storia, come prima di loro è successo alle uccisioni di Rachel Corrie, Tom Hurndall e James Miller?” I pochi indizi fino a questo momento, secondo il quotidiano britannico, sono alquanto deprimenti. “Aprire temporaneamente il confine egiziano per aiuti umanitari è un gesto politico.Quello che Gaza vuole è quello che era su quelle navi – acciaio, materiali da costruzione con i quali riparare i danni inflitti dai raid punitivi israeliani dell’anno scorso. Ma come ha detto alla Reuters una fonte della sicurezza egiziana, quelle saranno le ultime cose che saranno fatte passare dal valico di Rafah. I materiali pesanti dovranno ancora passare da Israele. Nessun cambiamento su questo”.

Il quotidiano Uk nota che nemmeno nel dibattito in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu ci sono stati cambiamenti apprezzabili e critica soprattutto senza mezzi termini la politica di Obama. “La Turchia – continua l’editoriale – i cui cittadini erano stati uccisi da commandos navali israeliani, ha proposto di condannare Israele per avere violato le leggi internazionali, chiedendo un’indagine delle Nazioni unite e il perseguimento dei responsabili. Cos’ha fatto l’amministrazione dell’uomo che aveva promesso un nuovo approccio al Medio Oriente? E’ tornata indietro al vecchio approccio. Gli Stati Uniti hanno raffreddato le giuste richieste della Turchia, così le uccisioni sono diventate atti, e la colpa è stata ordinatamente ripartita su entrambe le parti. Alejandro Wolff, il rappresentante permanete degli Usa nel Consiglio, ha ditto che la consegna diretta di aiuti umanitari a Gaza dal mare non era una scelta appropriata nè responsabile. Dimenticate i segnali che parole come queste mandano agli abitanti di Gaza. Loro ci sono abituati. La prossima volta che Barack Obama si rivolgerà al mondo Musulmano, saranno orecchie sorde ad ascoltarlo e per questo la sua amministrazione ha solo da biasimare se stessa”.

Secondo il giornale il motivo per cui Washington non abbandona una strategia che ha ripetutamente fallito è che ad essa sono legate molte altre politiche fallimentari statunitensi: il sostegno all’Autorità Palestinese come la sola rappresentante dei palestinesi; i prossimi colloqui che non riusciranno a mediare tra il massimo che può dare Netanyahu e il minimo che può accettare Abu Mazen. “Un errore di giudizio ne rafforza un altro e un altro e un altro – conclude il Guardian – intanto le colonie continuano a crescere. Mentre l’edificio che puntella questi errori di giudizio comincia a cadere a pezzi, bisogna iniziare a lavorare per ricostruire un processo di pace degno di questo nome: basato sulla trattativa con entrambe le ali del movimento nazionale palestinese senza precondizioni. E’ l’unica via realistica per uscire da questa palude”.

Traduzione . Raffaella Cosentino
Fonte: The Guardian

Israele ha perso in mare la Seconda Guerra di Gaza

I fantasmi dell’ultima guerra del Libano persa con Hezbollah nell’estate del 2006, l’occupazione che si fa sempre più pesante, critiche aspre e sarcastiche alla propaganda che raggiunge “vette da farsa”, i conti ancora da fare con l’operazione Piombo Fuso contro Gaza tra dicembre 2008 e gennaio 2009. Tutto questo si agita nelle coscienze dei commentatori israeliani autori degli editoriali pubblicati in questi giorni dal quotidiano Haaretz sul suo sito dopo il raid contro gli attivisti umanitari della Freedom Flottiglia.

La seconda guerra di Gaza, Israele l’ha persa in mare. E’ questo il titolo di un post dell’editorialista Bradley Burston sul suo blog “A Special Place in Hell” pubblicato sul sito del quotidiano israeliano Haaretz e rilanciato anche da alcuni siti palestinesi contro l’occupazione. “Una guerra dice a un popolo cose terribili su se stesso. Ecco perché è così difficile ascoltare” esordisce Burston, ex corrispondente del Jerusalem Post e della Reuters, nato a Los Angeles e trasferitosi in Israele dopo la laurea a Berkeley. “Siamo determinati ad evitare uno sguardo onesto alla prima guerra di Gaza – continua – Ora in acque internazionali e avendo aperto il fuoco su un gruppo internazionale di operatori umanitari e attivisti, stiamo combattendo e perdendo la seconda. Alla fine, questa Seconda Guerra di Gaza potrebbe costare a Israele molto più della prima”.

Burston, il giorno seguente all’attacco di Israele contro la Freedom Flottiglia, l’1 giugno, prosegue duro contro la politica dello Stato ebraico su Gaza. “Andando in guerra contro Gaza alla fine del 2008, i capi politici e militari israeliani speravano di insegnare una lezione ad Hamas. Ci sono riusciti. Hamas ha imparato che il miglior modo di combattere Israele è lasciare che Israele faccia quello che ha iniziato a fare naturalmente: infuriarsi, prendere cantonate e fare muro”. Nel suo editoriale ospitato su Haaretz, il giornalista ex medico dell’esercito israeliano, continua: “Non stiamo più difendendo Israele. Stiamo difendendo l’assedio di Gaza. Il blocco di Gaza stesso sta diventando il Vietnam di Israele”.
Nel suo lungo post, Burston spiega che le notizie negative apparse sui media non spariranno come vorrebbero i politici del Likud e i portavoce dell’esercito. E ricorda che una delle navi della Flottiglia è intitolata a Rachel Corrie, l’attivista statunitense uccisa (a soli 23 anni, ndr.) mentre cercava di fermare un bulldozer dell’esercito israeliano 7 anni fa a Gaza. Burston accusa di follia e imbecillità il passo che ha portato al deterioramento delle relazioni con la Turchia, potenza regionale di cruciale importanza. “Ripetiamo all’infinito che non siamo in guerra con la gente di Gaza perché abbiamo bisogno noi stessi di crederci e, in fondo, non ci crediamo”, continua. E conclude: “Netanyahu deve riconoscere che il mondo invece di concentrarsi sulla minaccia che l’Iran costituisce per Israele, ora è concentrato sulla minaccia che è Israele per la gente di Gaza”.

Autore e Traduzione: Raffaella Cosentino
Fonte: Haaretz

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