Posts Tagged 'nigeriane'

Joy esce dal Cie. Aveva denunciato la tratta e un ispettore di polizia per tentato stupro

17/06/2010

13.30

Dopo un anno passato tra Cie e carcere e aver rischiato il rimpatrio, è stata trasferita in una località protetta la  nigeriana che durante un’udienza accusò un ispettore capo di polizia di avere tentato di violentarla nel Centro di identificazione e di espulsione di via Corelli a Milano

ROMA – Joy, l’ex prostituta nigeriana che ha denunciato un tentativo di stupro nel Cie di Milano da parte di un ispettore di polizia, ha ottenuto il permesso di soggiorno secondo quanto previsto dall’art.18 perché ha denunciato anche la rete dei suoi sfruttatori. Joy è dunque uscita dal Cie di Modena dove era detenuta ed è stata trasferita in una località segreta perché è entrata in un percorso di “protezione sociale”. Come previsto nei casi delle vittime di tratta, la ragazza vivrà in una casa protetta per due anni e accederà a un percorso di borse lavoro per il reinserimento sociale. Anche la sua amica e compagna di cella nel Cie, Hellen, che aveva confermato le accuse di Joy nei confronti dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso, ha ottenuto il permesso di soggiorno. Nel caso di Hellen la commissione territoriale ha concesso l’asilo politico. Lo status di rifugiata di solito non viene accordato alle donne nigeriane, in questo caso si è tenuto conto della particolare complessità della situazione e della storia personale di Hellen rispetto alle minacce dei trafficanti. E’ quanto ha reso noto la cooperativa sociale “Be Free”, contro tratta, violenze e discriminazioni, che gestisce uno sportello per le donne vittime di tratta nel Cie di Ponte Galeria a Roma. Il caso è stato seguito in squadra con gli avvocati dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione). A mobilitarsi per Joy ed Hellen anche le reti antirazziste e il gruppo “noinonsiamocomplici”. Un movimento di sole donne che a Redattore sociale dichiara: “hanno allungato la detenzione nei Cie a sei mesi con il pacchetto sicurezza sull’onda mediatica degli stupri commessi dagli stranieri, ora in nome della nostra sicurezza, si agisce così nei confronti delle donne straniere molestate nei centri di identificazione e di espulsione. Una storia paradigmatica, ma per proteggere Joy lei non deve diventare un simbolo”.

L’incubo giudiziario di Joy inizia un anno fa in una città della Lombardia, a giugno del 2009, quando viene fermata al supermercato per un controllo dei documenti e trasferita al Cie di via Corelli a Milano. Qui, ad agosto del 2009 scoppia una rivolta contro la proroga della detenzione a sei mesi appena entrata in vigore con il pacchetto sicurezza. Per quella rivolta, Joy ed Hellen vengono processate per direttissima assieme ad altre due donne nigeriane, Debby e Priscilla, e a cinque uomini di varie nazionalità. Durante l’udienza, Joy accusa pubblicamente l’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso di molestie sessuali, cioè di aver tentato di usarle violenza all’interno del Centro di identificazione e di espulsione. Hellen conferma le accuse della sua compagna di stanza ed entrambe vengono denunciate per calunnia. Nel frattempo arriva la condanna a sei mesi di carcere per la rivolta di agosto e finiscono tutte in carcere, da cui escono a febbraio, scontata la pena. A quel punto Joy rientra nel Cie, questa volta a Modena e a marzo viene trasferita a Ponte Galeria, in attesa di un imminente rimpatrio su un volo Frontex, nonostante fossero già state avviate le procedure per l’art.18. Grazie alle mobilitazioni anche internazionali attorno al caso, il rimpatrio è stato bloccato e ora Joy è uscita dal circuito Cie – carcere – Cie. Ma la vicenda giudiziaria non si è conclusa, perché restano in piedi sia il procedimento per la tentata violenza sessuala subita sia le indagini per identificare gli sfruttatori della prostituzione che Joy ha denunciato secondo le modalità previste dall’art.18.

“Se la vicenda di Joy non fosse diventata “pubblica”, dando vita a mobilitazioni di piazza in tante città italiane, molto probabilmente sarebbe già stata rimpatriata” scrive il gruppo “noinonsiamocomplici” sul blog del movimento. Intanto sono state trasferite dal Cie di Corso Brunelleschi a Torino, dove erano state traferite dopo i 6 mesi in carcere, le altre due donne nigeriane coinvolte nella rivolta di agosto a Milano, Debby e Priscilla. Sono dirette a Ponte Galeria per il rimpatrio in Nigeria. In loro sostegno, gli attivisti hanno indetto una manifestazione di protesta per oggi alle 14 a Torino, davanti all’ingresso del Cie in via Mazzarello. Una seconda protesta per chiedere la chiusura dei Cie con un corteo è prevista per sabato 19 giugno alle 15.30 a Modena. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

Annunci

Un romanzo di Alberto Mossino racconta il mondo sommerso dei nigeriani in Italia

Immigrazione/Tratta

In “Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano”, edito da Terrelibere.org, le strade del sesso, i riti voodoo, i debiti con le madames ma anche una cultura ricca e diversa che si scontra con l’ignoranza dell’italiano medio.

Un racconto semplice, diretto, ironico e senza falsi moralismi per avvicinare il pubblico italiano a un tema scottante e ancora ‘tabù’: la prostituzione e la tratta delle nigeriane. “Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano” di Alberto Mossino, edito da Terrelibere.org, è un romanzo che attraverso un intreccio divertente e surreale riesce ad abbattere le barriere culturali nei confronti della comunità nigeriana. E a denudare l’ipocrisia dietro cui si nascondono i clienti: giovani normali annoiati dalla routine che non somigliano affatto a maniaci ostaggio di dipendenze perverse. La storia di Franco, trentenne torinese ex militante dei collettivi, imborghesito e finito a fare l’impiegato insoddisfatto di un’agenzia di recupero crediti, si incrocia con quella di Ekaette – Jennifer. Lei è una giovane prostituta nigeriana che per una serie di coincidenze finirà per intrecciare una relazione con il protagonista, andando oltre il solito fugace rapporto a pagamento consumato su una stradina della campagna piemontese. Dopo una serie di avventure e peripezie, il riscatto dei due, entrambi intrappolati in una vita che non corrisponde ai loro sogni, passerà per espedienti poco legali. Le vie lecite sono inaccessibili. Lo scopre il protagonista e con lui il lettore. Entrambi acquistano consapevolezza dell’impossibilità per una ragazza sfruttata dal racket della prostituzione di uscirne da sola. La rete criminale internazionale che organizza i viaggi dalla Nigeria assoggetta le vittime con riti voodoo. Il ricatto psicologico nei confronti delle ragazze che si ribellano passa per le minacce di violenze alle loro famiglie in Africa. Quando Franco si rivolge ai suoi genitori per chiedere aiuto, tramite il parroco viene indirizzato a un’associazione che cura “la dipendenza da prostitute”. La messa alla berlina dell’ignoranza dell’italiano medio come Franco che a stento mastica qualche parola d’inglese con le sue conquiste (“Ai miss iu tu bebi”) crea alcuni dei passi meglio riusciti dell’opera.

Tutta la vicenda ruota sapientemente attorno al debito di 40.000 euro contratto dalla ragazza nei confronti della donna che la sfrutta, la “madame”. In questi casi, la clandestinità rende le ragazze più ricattabili e serve ad oleare il meccanismo dello sfruttamento. “Per uno straniero irregolare è più facile vincere alla lotteria che riuscire ad avere il permesso di soggiorno” è la conclusione cui arriva Franco, quando è ormai ossessionato da quel pezzo di carta senza il quale la sua ragazza non può andare a vivere con lui e affrancarsi dalla vita in strada. Riflette: “Mi chiedo se spesso dietro il rifiuto del permesso di soggiorno da parte delle autorità non ci sia una volontà punitiva e l’interesse ad avere una moltitudine di schiavi che facciano comodo soprattutto all’economia sommersa”. E il viaggio del protagonista tra l’esercito degli schiavi tocca Catania, con l’uccisione di una  nigeriana massacrata per rapina, Padova e l’Emilia Romagna, passando per Castel Volturno. Sulla Domiziana hanno base molte madames, che gestiscono la tratta in altre zone dell’Italia. Fanno da sfondo la mafia nigeriana e i traffici di droga, le rivolte nel Cpt di Torino e le proteste per chiuderlo. Un capitolo illustrato con tavole di Sergio Ponchione, racconta un’altra storia: il “viaggio allucinante” di chi transita da Agades e dal Maghreb prima di imbarcarsi sulle rotte per l’Europa.

Mossino, che da oltre 15 anni ad Asti si occupa di immigrazione, tratta e prostituzione, riesce a raccontare queste tappe obbligate della violenza sui migranti senza cadere in vittimismi o luoghi comuni. Le figure che delinea non sono mai banali, i nigeriani in Italia diventano personaggi accattivanti e intriganti. Il protagonista del romanzo, Franco, è rapito dalle fattezze delle esuberanti ragazze africane e si addentra nei sobborghi di Torino affascinato dalle loro feste. Allo stesso modo il lettore scopre un mondo segreto. Dall’attivista e icona della musica afro Fela Kuti alle funzioni chiassose dei predicatori della Chiesta Pentecostale. Familiarizza con i termini della cultura nigeriana: dall oyibò, il fidanzato italiano delle ragazze che sborsa cifre assurde per loro a espressioni intraducibili come ye ye de smell. Questa fotografia della nuova Italia non è solo colore. Trasuda energia. E’ la voglia di vivere di questa generazione di giovani dalla pelle nera che sono arrivati in Europa disposti a ogni sacrificio per realizzare un progetto di vita migliore. Sempre in bilico tra fantasia e vissuto (i personaggi sono fittizi, il contesto è reale, avverte l’autore in una nota), il volume si chiude con un approfondimento sul sistema di sfruttamento delle donne nigeriane, a cura di Francesco Carchedi (Parsec – Ricerche ed interventi sociali). Le stime attuali parlano di circa 10.000 donne coinvolte nella tratta, di cui il 10-12% minorenni. Un numero raddoppiato rispetto alle 5.000 vittime di metà degli anni Novanta, quando il fenomeno prese piede nel nostro Paese. In media ci vogliono quattro o cinque anni di vita di strada per estinguere il debito contratto con il sistema delle madames. (rc)

Castel Volturno, prostitute per 10 euro

28/04/2010
13.01
IMMIGRAZIONE

Rapporto Oim: almeno cinquecento nigeriane vittime della tratta e senza protezione. A sfruttarle sono ‘madames’ africane ma anche donne italiane. Altre ragazze arrivano dall’Europa dell’Est. Vorrebbero lasciare la strada per un lavoro regolare

Roma- Si prostituiscono sulla strada per 10-15 euro. A casa chiedono dai 25 ai 40 euro. Sono ricattate, subiscono violenze e non possono andare liberamente in ospedale. Vivono in case sovraffollate e a volte devono anche condividere un letto in due persone. Lavorano in aree desolate e strade secondarie, dove non c’è possibilità di chiedere aiuto in caso di necessità. Il mercato del sesso nel Casertano fa carne da macello di tante giovani ventenni, soprattutto nigeriane ma anche dei paesi dell’Est. Lo afferma il rapporto dell’Oim su Castel Volturno, delineando uno spaccato delle gravissime violazioni dei diritti umani commessi sui migranti in Italia.

Nuovi schiavi, tratta degli esseri umani e sfruttamento sul lavoro con il coinvolgimento delle organizzazioni criminali. Con dei distinguo. Non sempre esiste un nesso tra lo sfruttamento lavorativo e situazioni di tratta degli esseri umani. “Molto spesso i trafficanti si limitano a facilitare l’ingresso illegale dei migranti ma non sono anche gli sfruttatori finali degli stessi, che sono invece per lo più cittadini italiani”, spiega il rapporto. Il sistema di tratta è invece più chiaro nel caso della prostituzione delle nigeriane nella zona. “Le vittime dello sfruttamento sessuale sono invece inserite in un circuito di traffico di esseri umani vero e proprio in cui è possibile distinguere le varie condotte criminali e individuare un collegamento tra i soggetti dediti al reclutamento, al trasporto e allo sfruttamento”, sottolineano i legali dell’Oim.

Castel Volturno è uno dei principali luoghi di residenza delle “madames”, cittadine nigeriane che controllano il business dello sfruttamento sessuale, anche quando le vittime operano in altre zone d’Italia. E che legano le loro vittime con un rito “vodoo” che le vincola psicologicamente già al momento della partenza dall’Africa. Si stima che nell’area oltre 500 giovani donne nigeriane lavorino quotidianamente nel mercato del sesso. Una cifra a cui si arriva sulla base delle segnalazioni delle associazioni locali sulle donne nigeriane che lavorano sulla strada tra la Provincia di Caserta e quella di Napoli. Due terzi di loro vivono a Castel Volturno, a cui si aggiungono le donne provenienti dall’Europa dell’est, ucraine, romene, albanesi e bulgare. Le europee abitano però a Mondragone. Altri luoghi di residenza delle migranti sono i dintorni di S. Antimo e Aversa.

Sono vittime di un ricatto, circa il 70% di loro deve ancora finire di pagare il debito contratto per raggiungere l’Italia e solo una piccola percentuale è titolare di permesso di soggiorno, solitamente perché gli è stata riconosciuta qualche forma di protezione internazionale.
Come funziona il mercato del sesso? “Nella maggior parte dei luoghi le ragazze effettuano dei veri e propri turni di lavoro (mattina o sera). Recentemente, però, molte di esse hanno iniziato a lavorare senza sosta per tutto il giorno, spesso cambiando zona – si legge nel rapporto – i principali luoghi della prostituzione sono: Casalnuovo, Marigliano, Caivano, Ischitella-Trentola Ducenta, Giugliano (dove lavorano più di quindici ragazze nigeriane e una decina di ragazze dell’Europa dell’est) e Licola”. L’eta media è tra i 20 e i 30 anni.

La maggior parte delle donne nigeriane arrivate nel 2008, è sbarcata a Lampedusa e deve ancora finire di pagare un debito che ammonta in media a 40 mila euro. I trafficanti si adeguano anche ai respingimenti in mare. Infattim le nigeriane arrivate nel 2009, sono sbarcate da un aereo, non più da un gommone, spesso facendo scalo in Francia, con visto di ingresso regolare anche se spesso con un passaporto di un’altra persona. In questi casi, il debito da pagare è superiore rispetto alle ragazze arrivate via mare e ammonta dai 50 ai 60 mila euro. In alcune zone, in particolare a Casalnuovo, le migranti hanno riferito di pagare, oltre al debito alle madame nigeriane, una somma di 100-150 euro mensili ad una donna italiana per poter occupare il posto in cui lavorano.

“Molte donne nigeriane vittime della tratta hanno presentato e continuano a presentare richiesta di protezione internazionale, a volte all’arrivo a Lampedusa o a Fiumicino, altre volte soltanto quando giungono a Roma. E’ raro che durante l’audizione dinanzi alla competente Commissione territoriale emerga la condizione di tratta e sfruttamento e non è facile che ad esse venga riconosciuta qualche forma di protezione”, si legge nel rapporto. Le migranti dichiarano di essere disposte a lasciare la strada qualora avessero la possibilità di ottenere un lavoro regolare, anche laddove il salario fosse inferiore rispetto a quanto riescono a guadagnare lavorando sulla strada.

Il tempo impiegato per estinguere il debito è in media di due anni, anche se per alcune ragazze è necessario un periodo molto più lungo perchè devono contribuire alle spese di affitto delle abitazioni, alle spese domestiche, e talvolta persino alle spese dei trafficanti. Dal momento che in molti casi è la stessa madame a gestire i pagamenti, è difficile che le ragazze si rendano conto delle spese che sono effettivamente sostenute. (rc)
© Copyright Redattore Sociale


Mail

rightstories@yahoo.it
luglio: 2019
L M M G V S D
« Mar    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Pagine

Annunci