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L’onda è donna

peacereporter.it
30/07/2009

Neda è divenuta il simbolo della ribellione in Iran. L’anima della protesta è femminile

scritto per noi da
Antonella Vicini

I palazzoni, alti e in cemento armato; il cielo mai limpido per via dello smog; un traffico che trasforma le strade in un enorme flipper, con biglie che schizzano impazzite da un angolo all’altro della città: Teheran toglie il fiato. Soffoca. Così come soffoca l’idea di un Paese in cui le donne sono obbligate a coprire il capo e le parti del corpo che più tradiscono la femminilità, da quando, nel 1979, la rivoluzione islamica ha sovvertito il potere occidentalista dello scià Reza Pahlavi.

Contrariamente a quanto si possa pensare, però, la realtà della Repubblica Islamica va ben oltre un chador nero, caratterizzata da un grande dinamismo del sesso debole, nonostante le innegabili limitazioni. Il 65 percento degli studenti ammessi alle università è,DSC_0457 infatti, costituito da ragazze; le stesse giovani donne che nei giorni della cosiddetta “onda verde” sono scese in piazza, insieme ai loro coetanei uomini, per manifestare contro il risultato delle elezioni presidenziali. E Neda Agha-Soltan, la ventiseienne uccisa nel corso di una manifestazione da un colpo sparato con tutta probabilità da un miliziano Basij, è diventata simbolo, oltre che delle proteste contro il regime, anche di un attivismo al femminile, molto spesso messo in secondo piano di fronte agli stereotipi del roosari o del manto.

Faezeh, la politica e lo sport

Per le donne che aspirano “ad essere coinvolte in molti settori della vita pubblica e politica”, in Iran, “ci sono tetti invisibili, ma invalicabili”, spiega Faezeh Hashemi Rafsanjani, figlia dell’ex presidente Ali Akbar Rafsanjani ed esponente del fronte riformista che ha sostenuto Mir Hossein Mousavi alle discusse presidenziali di giugno. Faezeh è impegnata politicamente dai primi anni Novanta e, nelle scorse settimane, si è guadagnata un breve arresto per il cognome che porta e per essersi messa alla guida di alcune proteste di piazza.
“Gli iraniani sono andati al voto pieni di entusiasmo e voglia di decidere per il proprio futuro, ma, nonostante la maggioranze cercasse un cambiamento, le loro speranze sono state deluse e un altro nome è uscito fuori dalle urne”.
E sempre lei, che nel 1991 ha fondato la IFWS, Federazione Islamica Donne nello Sport, perché, a causa delle restrizioni in tema di abbigliamento, per le atlete islamiche era complicato “partecipare alle competizioni internazionali”.
“Abbiamo deciso, così, di affermare che lo sport è importante per gli uomini quanto per le donne, anzi, di più per le donne, il cui corpo ha una certa responsabilità”. Nel giro di alcuni anni, l’associazione che ha sede a Teheran, ma raccoglie 54 Paesi in cui si professa l’Islam, ha organizzato 4 edizioni di giochi internazionali, più una serie di tornei tra le nazioni, e ha portato le donne iraniane alle Olimpiadi di Pechino, dove “hanno vinto in alcune discipline, come il tiro con l’arco”. Faezeh Hashemi ha il piglio deciso di chi combatte con convinzione le proprie battaglie, ma non rinnega il suo mondo, le sue tradizioni, il suo Paese. Nasconde, infatti, il capo e il corpo, minuto e atletico, sotto un chador nero, da cui spuntano pantaloni bianchi e scarpe da ginnastica.
L’islam non pone restrizioni in tema di sport, anzi, prosegue, “consiglia fortemente alle donne praticarlo. Anche nei testi sacri se ne parla”. Il problema, il più del volte, è rappresentato dagli uomini e dalle interpretazioni che fanno del Corano e noi, conclude, “non dobbiamo mai smettere di fare pressione”.

Con il naso all’insù

“La Sheherazade Media International è una società fondata nel 2002, che si occupa di produzione e distribuzione di documentari su scala internazionale”.
A parlare è Katayoon Shahabi, presidente e madre di questa creatura che sforna prodotti in cui si parla della società iraniana, come Nose, iranian style (che affronta il tema della diffusione della rinoplastica tra i giovani), ma anche la questione dei rifugiati afgani in Iran (My little country) o delle donne palestinesi (Maria’s Grotto). È una mattina di giugno. Teheran è ancora scossa dai risultati delle ultime elezioni e dalle intense manifestazioni che invadono le piazze.
“Questa volta la situazione mi sembra diversa, la gente sa cosa vuole e sembra determinata ad andare avanti”, afferma.
“Quello che possiamo fare noi è continuare a pensare al futuro e lavorare, giorno per giorno”. Lavorare in un settore del genere, in un ruolo che solitamente spetta agli uomini, è complicato ovunque per le donDSC_0389ne, “ancora di più in Iran, dove ci sono spazi oltre i quali non si riesce ad andare; progredire”.
“Nei settori privati, non governativi”, prosegue Katayoon, “la situazione è, tuttavia, meno difficile”.
“Io ho avuto modo di viaggiare molto all’estero per il mio lavoro e molti si stupiscono che io viva qui e non abbia scelto di risiedere fuori. In realtà, le donne da noi cercano di fare molto, in vari settori, anche se non abbiamo modo di mostrarlo all’esterno”.

Maral, il rock e la canzone per Neda

C’è, invece, chi per lavorare deve andare periodicamente fuori dal proprio Paese. Per poi ritornare.
“Naturalmente io ho pensato di abbandonare l’Iran, ma non è quello che voglio”, esordisce Maral, ventiquattro anni, sopracciglia e naso all’occidentale e un piercing, fatto in Turchia, tra il labbro inferiore e il mento. Lei è una cantante di musica pop-rock che, nonostante il divieto di suonare questo genere di musica, ha deciso di portare avanti la sua passione. Ma con dei limiti.
“Se dovessi andarmene via da qui per il mio lavoro non lo farei. Non perché ami particolarmente l’Iran, ma perché qui c’è la mia famiglia e la mia famiglia è la cosa più importante”.
Il suo sogno le è costato un arresto e tre giorni di detenzione, in una prigione vicino Karaj, poco fuori Teheran, per essere stata sorpresa con gli altri componenti della band, The plastic wave, durante un concerto clandestino.
“Ci hanno accusato di fare musica satanista e ci hanno portato via. Ma, in quel momento, ho potuto capire quanto tengo a questo lavoro e quanto sarei pronta a rischiare di nuovo”.
Il rischio le piace. “Sono stata due settimane a Kabul, lo scorso settembre, per suonare con una band afgana, ma non ho avuto paura. È stata una nuova esperienza e anchDSC_0485e se non è un posto sicuro, è stato eccitante”.
“A me piace correre rischi”, continua. E, infatti, si fa fotografare senza velo, jeans attillati e conottierina nera.
Non ha paura neanche di mettersi contro il regime. Una delle canzoni incisa, in farsi, la sua lingua, pochi giorni prima del voto del 12 giugno, s’intitola proprio Azadi, cioè Libertà. Un’altra, più recente, è Neda, ed è uno struggente omaggio all’eroina di questa onda verde, giovane come lei, che come lei studiava musica, prima di vedere cancellare in un attimo i propri sogni.

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9 giugno 2009… – 3 al voto

DSC_0460Finiti i confronti televisivi, in Iran le ultime parole di questa campagna elettorale sono rimaste alle piazza e alle citta’ di provincia, battute a tappeto dagli avversari di Ahmadinejad.

Mousavi e la moglie Zahra hanno raggiunto il Lorestan, nel nord ovest, supportati dall’ex presidente Khatami ad Isfahan, mentre il conservatore Mohsen Rezai si e’ spostato da Ahvaz, in Khuzestan, a Shiraz.

Le regole elettorali impongono che da oggi cali il silenzio su questa accesa competizione, fino alla chiusura delle urne. Stessa regola per i media a cui gia’ da alcuni giorni e’ stato proibito di fare propaganda pro o contro i candidati, mentre ieri il Consiglio dei Guardiani ha fatto appello agli osservatori elettorali di restare neutrali. Accorgimenti che non sono riusciti a mettere a tacere le voci di dissenso nei confronti dell’attuale presidente, soprattutto da parte dei giovani sostenitori di Mir Hossein Moussavi, in giro per il centro della capitale fino a notte fonda affollano, addobbati di verde e urlanti “Ahmadi Bye Bye” o “Morte al governo che inganna il popolo”. Anche ieri, la città e’ rimasta bloccata, dal vecchio aeroporto Meharabad fino a Azadi Square e Enghelab Square, luoghi simbolo della Rivoluzione islamica.

Ma non c’e aggressivita’ negli atteggiamenti di chi scende in piazza a Teheran,  piuttosto voglia di sfogare il malcontento trattenuto in questi quattro anni, in un momento in cui alla polizia o ai gruppi paramilitari e’ stato chiesto di lasciare la briglia piu’ sciolta. Incidenti, invece, potrebbero essere avvenuti a Shiraz, ma, come spesso accade in Iran, e’ difficile avere notizie certe.

La rivalita’, che nelle strade ha assunto una forma quasi carnevalesca, ha un significato ben piu’ serio tra le alte sfere e tra gli stessi i contendenti.

Le pesanti accuse di Ahmadinejad dei giorni scorsi hanno spinto, infatti, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani (ex presidente dal 1989 al 1997 e attualmente a capo del Consiglio per i pareri di Conformita’, che dirime le controversie tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani, e membro del Consiglio degli Esperti, nonche’ uno degli uomini piu’ ricchi in Iran) a scrivere, martedi, una lettera aperta all’ayatollah Ali Khamanei, chiedendogli di esprimerDSC_0434dsi in merito al quadro politico attuale, prima del voto.

Rasfanjani, che insieme a Mohammad Khatami appoggia Moussavi, ha definito le affermazioni del presidente in carica “infondate e irresponsabili”, richiamando alla memoria gli stessi atteggiamenti dei gruppi  anti-rivoluzionari tra il 1978 e il 1979.

La scelta di tirare in ballo Khamanei rappresenta un gesto dal valore politico piuttosto chiaro se si considera che il leader iraniano e’ uno degli sponsor, forse non troppo convinto, di Ahamdinejad e che queste elezioni vanno interpretate  anche come una lotta per la spartizione del potere fra due personaggi storici nella Repubblica islamica, ai vertici del Paese sin dai tempi di Khomeini, e cioe’ proprio Ali Khamanei e Hashemi Rasfanjani.

Ma il timore della perdita di sostegno da parte della Guida Suprema non ha convinto Ahmadinejad a moderare i toni, al punto che ieri, nel corso dell’ultimo discorso pubblico all’universita’ Sharif di Teheran, ha alzato nuovamente il tiroDSC_0426d.

“Nessuno ha il diritto di insultare il presidente e loro lo hanno fatto. Questo e’ un crimine e la punizione dovrebbe essere la prigione”, ha dichiarato, senza mezzi termini, in merito alle smentite dei suoi dati relativi all’economia che gli sono fruttate non poche critiche dagli avversari e una serie di caricature per le strade che lo ritraggono come un Pinocchio che non sa far di conto.

di Antonella Vicini (Il Tempo 10/06/2009)

Uno sguardo sull’Iran…articoli scritti da Teheran: La voglia di cambiare

DSC_01277 giugno 2009… – 5 alle presidenziali…

Mancano pochi giorni all’apertura delle urne per l’elezione del presidente in Iran, il prossimo 12 giugno, e le intenzioni di voto della popolazione appaiono piuttosto chiare.  A vedere i poster elettorali, le foto dei candidati che le persone attaccano sulle proprie automobili o portano appese al collo, le piccole manifestazioni piu o meno spontanee che affollano le già trafficatissime strade di Teheran, Mahmoud Ahmadinejad e Mir-Hossein Mousavi saranno i due contendenti finali. Salvo sorprese che le elezioni iraniane hanno gia’ riservato in passato. Per gli altri due aspiranti alla guida dell’esecutivo, il conservatore Mohsen Rezaii e il riformista Mehdi Karroubi sembra, sembra invece essere rimasto ben poco spazio, a parte quello che e’ stato assegnato loro dal Consiglio dei Guardiani in dibattiti televisivi che, dal 2 giugno, catalizzano l’attenzione degli iraniani.

E’ proprio questa la vera novita’ di questo voto che per la prima volta vede i candidati confrontarsi in duelli tv, trasmessi in diretta, che hanno avuto il potere di accendere i toni del confronto e gli animi degli elettori, grazie soprattutto alle accuse di corruzione lanciate negli ultimi due appuntamenti da Ahmadinejad contro l’ex presidente Hashemi Rasfanjani, personaggio controverso, quanto popolare in Iran, che sostiene il riformista Mousavi. Una polemica che si dirige contro una parte dell’establishment e non risparmia il clero e si rivolge anche a  Zahra Rahnavard, moglie del candidato azero e ex preside dell’Università dell’arte di Teheran, tacciandola di non essere in regola con gli studi dichiarati.

Non si era mai visto in Iran qualcosa del genere, cosi’  come mancava da tempo, almeno dalle elezioni di Khatami nel 1997, uDSC_0189n tale coinvolgimento della popolazione anche se, non va dimenticato,  questa volta, il candidato riformista numero uno, primo ministro durante la guerra contro l’Iraq, manca del sostegno degli strati sociali più bassi  e degli iraniani che vivono nelle cittadine e nei villaggi, dove Ahmadinejad sembra essere invece più forte. I giovani, le donne e in generale coloro che hanno un reddito e un’istruzione superiore, appartenenti alle classi medio-alte di Teheran, sono con Mousavi;  sugli altri fanno certamente presa i messaggi diretti e inclini al populismo del presidente in carica.

È anche per questo che, sabato sera, durante il dibattito con Karroubi, Ahmadinejad ha sfoderato una serie di grafici per sottolineare la buona politica del governo in tema di economia e inflazione, prontamente smentita la sera succesiva, con grafici altrettanto eloquenti, dall’avversario più temuto, durante un altro faccia a faccia che ha visto ancora una volta Karroubi spettatore quasi  anomino di un duello ormai a due. Tanto più che se si andrà al ballottaggio, l’ex presidente del Majlis (il Parlamento iraniano ) sosterrà Mousavi.

I temi economici e la politica DSC_0107internazionale sono i due punti cardine di questa campagna infuocata e lo sono stati fino a che l’attuale presidente non ha virato sul tema della corruzione, tentando di distrarre la platea elettorale, sempre piuttosto attenta a ciò che si dice.

I comizi di piazza sono la cartina tornasole del coinvolgimento  della società iraniana in questo momento politico. Ieri, per il discorso pubblico di Ahmadinejad alla moschea di Mosala, la più grande di Teheran, migliaia di persone si sono radunate nelle strade antistanti il luogo di culto. Molti uomini e ragazzi, che a sentire alcuni iraniani hanno tutto l’aspetto dei basiji o sepah (gruppi paramilitari), donne di tutte le età con il tradizionale chador nero e bambini, coinvolti nelle manifestazioni politiche con la stessa naturalezza con cui in Italia si portano i bimbi al parco, sono arrivati in auto, taxi, motorino e autobus addobati per l’occasione con l’effige del loro leader. Dai finestrini sventolava la bandiera iraniana (presa a simbolo da chi vuole riconfermare l’attuale presidente alla guida del Paese), urlando slogan a favore di Ahmadinejad e contro Mousavi. Sono in molti, tra la gente comune, a pensare che questa affluenza non sia spontanea, ma sia frutto di un’organizzazione capillare del Governo e di qualche touman regalato facilmente.  Anche se ieri, il numero dei partecipanti al comizio era davvero elevato.

Meno dubbi per quanto riguarda i sostenitori del candidato riformista. Da molti giorni si riuniscono nelle principali piazze del centro-nord di Teheran, le zone meno popolari, per esprimere la propria voglia di cambiamento. E’ questa la parola che piu’ di tutte risuona di bocca in bocca, dal giovane tassista al proprietario di un negozio di ricambi auto, fino all’ interior design che dice di amare l’Italia.

Le donne, che ammirano Zahra Rahnavard, paragonata già a Michelle Obama per il ruolo che sta giocando nella campagna elettorale del marito, e i giovani che guardano all’Occidente affollano le strade,  sfoggiando vessilli  verdi, simbolo del sostegno a Mousavi:  nastri legati al polso, fascette sulla fronte, ma anche roosari sDSC_0207ul capo e mantoo verdi per le ragazze o maglie verdi per gli uomini, sventolati come fossero bandiere.

Hanno manifestato anche ieri a Teheran, bloccando il traffico da nord a sud, con una catena umana partita dalla stazione di Tajrish Square fino a Rah Ahan Square, proprio mentre a Mosala Ahmadinejad teneva il  suo discorso.

Sicuramente, cio’ che accumuna entrambi, è la voglia di cogliere l’occasione che questo evento politico sta dando ai giovani soprattutto, cioè quella di esprimersi, urlare, girare in auto con i clacson  impazziti e riunirsi fino a tardi nel Parco Mellat, senza le limitazioni di sempre.

di Antonella Vicini

(Il Tempo 10/06/209))


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