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Costa d’Avorio, violenze fomentate dai ‘media dell’odio’

Il consiglio di sicurezza dell`Onu chiede la fine della diffusione di informazioni che incitano alla violenza da parte dell`emittente RTI

Allarme del Consiglio di Sicurezza dell`Onu per i “media dell`odio` in Costa D`Avorio. L`organismo internazionale ha esortato a smettere di diffondere “false informazioni` dirette a incitare la violenza etnica. “I membri del Consiglio di sicurezza dell`Onu hanno fortemente condannato e chiesto lo stop immediato dell`uso dei media, specialmente Radiodiffusion Television Ivoirienne (RTI) per propagare informazioni false che incitano all`odio e alla violenza anche contro le Nazioni Unite` è il testo di una dichiarazione letta alla stampa durante un incontro da parte di Mirsada Colakovic, l`ambasciatore Onu per la Bosnia.

Secondo l`Onu le violenze in Costa D`Avorio hanno già mietuto oltre 200 vittime da quando è esploso il conflitto presidenziale tra Laurent Gbagbo e Alassane Ouattara. Le violenze etniche hanno ucciso 33 persone e 75 sono rimaste ferite solo la scorsa settimana nella città occidentale di Duekoue.
(raffaella cosentino)

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La favola dell’accoglienza che si può…Il volo

Doveva essere un cortometraggio, una sorta di “esperimento” di nove minuti, invece, come spesso capita con l’arte, i personaggi hanno preso per mano l’autore e l’hanno condotto in un “volo” di ventinove minuti lungo i percorsi tortuosi della propria storia.
L’autore in questo caso si chiama Wim Wenders e i personaggi hanno nomi come Rahmatullah, Mohammed o come Dimitrije, Abeba e Helen. Sono tutti quegli immigrati, rifugiati, profughi arrivati sulla costa ionica al termine di viaggi lunghissimi, duranti in alcuni casi anni, che hanno trovato a Riace, Badolato, Caulonia, una nuova casa. “Il volo” di Wenders racconta proprio questo, la favola dell’accoglienza, dell’integrazione che si può, nonostante a pochi chilometri da lì la cronaca ci abbia raccontato una realtà completamente diversa. Eppure, è dal 1997 che proprio lì curdi, iracheni, iraniani, afghani, africani fuggiti dalla propria patria sono stati integrati nella società civile, grazie alla lungimiranza delle amministrazioni locali, e hanno un lavoro ed un’abitazione laddove, un tempo, erano partite migliaia di persone a causa delle invasioni turche e, negli anni più recenti, i fenomeni migratori verso il nord Italia avevano provocato un forte impoverimento demografico ed economico. Un fatto di cronaca che è divenuto prima un racconto, quasi fiabesco nella fantasia di Eugenio Melloni, e poi un film in cui Salvatore Fiore interpreta l’ultimo bambino del villaggio e Ben Gazzarra e Nicola Zingaretti, rispettivamente il sindaco e il prefetto, gestiscono la folla di disperati appena sbarcati, che agli occhi del piccolo protagonista appaiono soltanto dei potenziali compagni di gioco.

“L’idea”, spiega Claudio Gabriele, produttore insieme alla Technos di Mauro Baldanza, alle Edizioni musicali Borgatti, alla Regione Calabria e alla Lilliwood, responsabili della stereoscopia,
“nasce da una sfida, quella di coniugare i film in 3D con l’autorialità, perché finora nessun autore si era mai cimentato con la stereoscopia. Questo tipo di film era riservato ”.
“Mauro Baldanza mi chiese se volevo partecipare alla riunione di un’associazione europea sulla stereoscopia e io, che conosco Wenders da “Al di là delle nuvole”, ho avuto la sfacciataggine di proporre a lui questo progetto”.
“La scelta del racconto di Melloni è stata casuale”, interviene Baldanza.
“Dopo l’incontro con Wenders – prosegue- lessi questa storia e mi piacque. Non c’è una ragione politica. È un racconto molto semplice che si basa su un ragionamento altrettanto semplice: della gente ha bisogno di case e ci sono delle case che hanno bisogno di gente. È una questione di logica. Basta fare 2+2”.
Al di là delle intenzioni iniziali, vicende simili hanno un potenziale di denuncia innato, tanto che, come sottolinea Gabriele, “all’improvviso è successo qualcosa di magico”.
Che cosa? “Incontrando i bambini, i rifugiati, siamo venuti in contatto con realtà devastanti. Una bella mattina, io e Wim avevamo appuntamento sul set, alle 7, per girare. Stavamo prendendo il caffè quando mi ha detto: ho fatto una rivoluzione. Io ho tremato perché sapevo che non avrei potuto dire di no, ma i soldi erano già finiti. Wim mi ha chiuso dentro il cinemobile, mi ha messo il suo computer sulle ginocchia e mi ha lasciato leggere quello che aveva scritto durante la sua notte insonne; una notte in cui racconta di essersi reso conto che, dopo aver parlato con alcuni bambini, il racconto del film era diventato per lui irrilevante rispetto a quelle esperienze vissute. Sento l’esigenza di cambiare rotta e di rendere centrale la realtà, disse”.
Il volo è diventato, così, una sorta di denuncia?
“Quella è una conseguenza”, prosegue Gabriele, “la cosa importante è l’onesta intellettuale di un uomo che ha capito che doveva raccontare attraverso le parole e le esperienze di queste persone, fuggite dai loro paesi d’origine per persecuzioni religiose, per le guerre, per la povertà. Ed ecco che il film è cambiato. Ed è cambiato in meglio”.
“Il volo”, visto l’argomento ha ricevuto anche il patrocinio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR).
“Siamo convinti”, sottolinea Baldanza, “che quando vedranno l’opera saranno molto soddisfatti”.
“Siamo ora a qualche ora dalla fine, al taglio del nastro”, ricorda Claudio Gabriele.
Wenders è a Roma, con la sua squadra, ma non parla del lavoro non ancora finito. Fa capolino, saluta, un sorriso e se ne va. Quello che pensa lo mostreranno le sue inquadrature e del resto già lo ha detto, a Berlino, in occasione del ventesimo anniversario del crollo del muro: “la vera utopia
non è la caduta del muro, ma quello che è stato realizzato in alcun paesi della Calabria”.

di Antonella Vicini per Altri http://www.altri.info/

Foto: gentile concessione della produzione.

cuori e armi

..di Antonella Vicini, da Il Welfare dell’Italia

A conti fatti

L’ONU fa il conto dei morti palestinesinella Striscia di Gaza: 1.315. I feriti sono 5.320 nelle tre settimane di offensiva israeliana. È l’ultimo bilancio fornito alle Nazioni Unite dal sottosegretario con delega agli Affari Umanitari dell’Onu, John Holmes, in una conferenza stampa tenuta al Palazzo di Vetro. Sulla base dei dati forniti all’Onu dal ministero della Sanità palestinese, si apprende che tra i 1314 morti si contano 416 bambini, mentre tra i 5320 almeno 1855 sono bambini e 725 sono donne. Holmes ha inoltre aggiunto che l’offensiva israeliana ha costretto almeno 55.000 palestinesi a sfollare e ad abbandonare la propria abitazione. Dal lato israeliano, ha aggiunto il funzionario Onu, si contano quattro morti e 84 feriti. “Non è chiaro chi ha vinto il conflitto – ha detto Holmes, rilanciato dall’agenzia spagnola Efe – ma è certo chi lo ha perso: la popolazione civile”.

* dal forum palestina

Inserito da Vic

Se questo è l’ONU*

*questo titolo è stato ripreso da una puntata di Report del 2004.

La guerra dei bambini. Questo il titolo della puntata di “Anno Zero” dedicata alla guerra nella Striscia di Gaza. E anche in studio scoppia la guerra.

È bagarre. Lucia Annunziata abbandona la trasmissione, dopo un botta e risposta con Michele Santoro per come è stata strutturata la trasmissione. E poi altri contrasti, verbali, più o meno accesi. C’è livore. Rabbia incancrenita. Impossibilità di comunicare. Due fronti opposti. Si conclude dicendo che la speranza passa per i bambini.

Sarà possibile se anche i bambini crescono nell’odio, un odio che neanche conoscono e che ricevono in eredità come noi il nostro debito pubblico?

A un bimbo che imbraccia un fucile con una fascia verde di Hamas sulla fronte corrispondono altri coetanei, in Israele, che scrivono sulle bombe che uccideranno innocenti in Libano “saluti a Nasrallah e Hizbollah”.

Ad oggi, 346 bambini palestinesi della Striscia di Gaza non ci sono più. Finiti i discorsi, le dietrologie o le ideologie.

Quale futuro? Quale tregua, se le Nazioni Unite, l’organizzazione internazionale che nel 1945 si è data come obiettivo costitutivo di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità” e “di riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole […]”, stanno a guardare? Inerti.

Appelli alla pace, risoluzioni inascoltate e inincisive.

Si indigna il segretario generale dell’Onu quando Israele per due volte nel giro di pochi giorni bombarda i suoi simboli, distruggendo così anche i simboli della legalità e dell’umanità: un agenzia UNRWA e un ospedale.

“Ho mostrato chiaramente il mio sdegno e ho protestato, chiedendo una spiegazione al ministro di Difesa ed il ministro degli Esteri israeliani”, si è limitato a dichiarare Ban Ki moon. Proteste formali e tiratina d’orecchi allo stato ebraico.

Il Palazzo di Vetro si conferma quell’enorme, statico, inefficace baraccone che da più di sessant’anni rappresenta gli equilibri politici e geopolitici fissati dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Se questo è l’ONU.

Vic.

Gaza, che fine ha fatto Tony Blair?

I comuni cittadini forse non sanno che l’ex premier britannico è ora l’inviato per il Medioriente del quartetto. Cos’è il quartetto? Niente meno che Unione Europea, Russia, Stati Uniti e Nazioni Unite. Probabilmente solo gli addetti ai lavori e i giornalisti ci hanno fatto caso. Ora che il Medioriente sta letteralmente esplodendo, c’è un uomo che avrebbe diritto di farsi ascoltare dalle parti in causa, Israele e Hamas, perché è praticamente l’inviato del mondo intero a noi conosciuto. E il mondo avrebbe forse il diritto di essere ascoltato, visto che se salta il Medioriente saltiamo proprio tutti. Questo volendo essere cinici, senza contare la terribile carneficina in atto a Gaza.
Ma, per l’appunto, parliamo il diplomatichese.
Dunque, che fine ha fatto Tony Blair? L’interrogativo viene dalla puntuale osservazione di un’amica London-based che ha sentito una sua intervista alla radio inglese e mi segnala che l’ex leader del Labour Party ha anche un sito (tonyblairoffice.org) in cui inserisce tutte le sue dichiarazioni e le interviste rilasciate.
Quella più recente è addirittura del 6 gennaio, più di una settimana fa.

Ricapitolando, qual è il mestiere di Tony Blair al momento? Aiutare a risolvere questa crisi, portare la voce del mondo sul conflitto a Gaza. Cosa sta facendo Tony Blair?
Da quanto emerge dal suo sito, ha rilasciato un’intervista alla Cnn, alla celebre giornalista Christiane Amanpour, lo scorso 6 gennaio, che è anche il giorno del massacro alla scuola dell’Onu, dove avevano trovato rifugio tantissimi sfollati e che ha causato 42 morti civili e decine di feriti.
Perché, parliamoci chiaro, di massacro si tratta. Se in Italia qualcuno sparasse su una scuola, una banca, una chiesa, e facesse 30 morti e 70 feriti, non parleremmo di massacro? Non ci sono giustificazioni per questo. Un alto funzionario Onu a Gaza ha detto che 350 persone si erano riparate nella scuola, aggiungendo che le Nazioni Unite forniscono sempre coordinate geografiche precise delle loro strutture per evitare che siano colpite.
“Sfortunatamente, (i combattenti di Hamas) si nascondono tra i civili”, ha detto il ministro degli Esteri Tzipi Livni, aggiungendo che Israele sta cercando di evitare vittime civili. (fonte: Reuters)

Tornando a Tony Blair, ecco, trascritto, il contenuto dell’intervista sulla quale campeggia questo sunto: “Il rappresentante del Quartetto, Tony Blair ha detto che ‘un’azione netta e definitiva’ per fermare il contrabbando di armi e denaro a Gaza era un elemento essenziale per assicurare un’immediato cessate il fuoco’. L’intervista è stata rilasciata a Gerusalemme e avviene all’interno di una bella villa finemente arredata.
Amanpour: “Un grande appello al cessate il fuoco. Quanto è probabile che arrivi presto …questa è la fine o solo l’inizio?”
Blair:“Il problema sono le armi e i soldi di contrabbando che passano nei tunnel dall’Egitto. Questo problema può essere risolto in tempi ragionevolmente brevi, altrimenti Israele andrà avanti”.
Amanpour: “Israele non vuole il cessate il fuoco immediato perché insiste sul volere una pace “duratura e sostenibile”
Blair: “Lo Comprendo, dal punto di vista di Israele, ma se riesce a ottenere l’azione definitiva per tagliare la fonte di finanziamento e di armi di Hamas, quello è ovviamente un significativo avanzamento per la posizione di Israele”.
Amanpour: “Le morti dei civili a Gaza mettono una grossa pressione su Israele, per quanto tempo Israele può sopportare questa pressione?”
Blair: “Penso che Israele vorrebbe fermare presto tutto questo ma penso anche che sia preparata ad andare avanti. E’ stato fatto da molti il parallelo con la guerra del Libano, ma Gaza non è il Libano, è una striscia di terra grande 20 miglia per 4 e Hamas non è Hezbollah. Quindi Israele è preparata ad andare avanti, la questione è: possiamo trovare una base per portare tutto questo a uno stop immediato?”.
Amanpour: “Gli israeliani e forse gli europei e anche gli stati arabi pensano che quest’azioe possa indebolire Hamas e rafforzare l’Anp, ma ci sono tantissime proteste contro l’Anp, considerata debole per non essersi opposta a Israele mentre gli abitanti di Gaza vengono uccisi, davvero quest’operazione può rafforzare l’Anp? “
Blair: “L’unica cosa che può rafforzare l’Anp è l’affidabilità e credibilità di poter arrivare a uno Stato Palestinese. Questo dipende da tre cose: da un credibile processo di negoziato per la soluzione dei due Stati; dalla costruzione di uno Stato dalle fondamenta, che è quello che stiamo facendo nella West Bank , allegerendo l’occupazione israeliana, mettendo in mano agli stessi palestinesi la loro sicurezza e dando sviluppo sociale; il terzo elemento è l’unità dei palestinesi. Se continua la situazione con Hamas che governa Gaza e approccia la questione in un modo completamente diverso dall’Autorità Palestinese, diventa difficile”.

Per dovere di cronaca, bisogna dire che c’è anche un comunicato, sull’episodio della strage alla scuola Onu:
Parlando dopo l’attacco di Martedì alla scuola Unwra (United Nations Relief and Work Agency), Tony Blair oggi ha ribadito il suo appello per un immediato cessate il fuoco e ha chiesto con urgenza il massimo sforzo per evitare morti di civili. Tony Blair ha detto: “ Il terribile e tragico evento di oggi rinforza l’appello del quartetto perché un immediato cessate il fuoco venga rispettato da ambo le parti. ”
Dopo 19 giorni di guerra, sono 1000 le vittime, vale a dire una media di 50 al giorno, 70 solo ieri, e più di un terzo dei morti sono bambini.
Questo è il prezzo di sangue pagato fin qui per distruggere i tunnel di Hamas. Da notare, che secondo le testimonianze di molti attivisti umanitari, quei tunnel sono stati per una Gaza ‘sigillata come una trappola’, l’unico modo per fare arrivare anche viveri, medicine e generi di prima necessità alla città.
La sproporzione dei mezzi è sotto gli occhi di tutti. Per di più, concordano gli esperti e gli analisti internazionali, questa guerra ha avuto come risultato di rafforzare gli estremisti, come Hamas ed Hezbollah, destabilizzando la regione.

Alla luce di ciò, non riconosco in Tony Blair il mio rappresentante. Inaudito il prezzo umano da pagare per l’azione netta e definitiva di Israele. Si chiama massacro, carneficina.

Raffaella Cosentino

Roma, catena umana per Gaza

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci

Diamo una mano alla pace: l’11 gennaio centinaia di persone al Circo Massimo per fermare la guerra.

A Roma una catena umana per Gaza

Automobilisti distratti: lite con alcuni manifestanti per passare al semaforo

Arriviamo a fatica a Piazza San Marco. La catena umana è già partita, diretta a passo lento verso il Circo Massimo e la sede della Fao. Ancora più affannosamente la raggiungiamo all’altezza della bocca della verità. Mi porto addosso il peso dei resoconti sui giornali e delle immagini che documentano il massacro di Gaza. E forse di più mi tormenta ciò che non ho visto. Gaza è off limits. Mi hanno bendato e non posso vedere cosa succede. Mi hanno legato le mani e non posso agire. Mi hanno chiuso la bocca togliendomi la capacità di raccontare e di capire, perché io forse non ho un lessico abbastanza forbito, ma davvero scavando nella memoria mi pare di non riuscire a trovare nel vocabolario un termine adatto a descrivere quello che sta succedendo. “Massacro”, “guerra”, “strage”, “conflitto”: sono parole abusate, svuotate dalla ripetizione nel cicaleccio mediatico. Dobbiamo inventare vocaboli nuovi e più atroci? Quelli vecchi mi sembrano freddi, scollegati da quel sentimento caldo di ingiustizia, impotenza e rabbia che ha occupato il mio cuore dal momento in cui le prime bombe sono piombate su Gaza.
L’inferno deve essere così. Una scatola chiusa, con dentro migliaia di esseri umani, bombardata da tre direzioni: cielo, terra e mare. Operazione Piombo fuso. Per una volta hanno chiamato le cose con il loro nome. Non come la missione ‘Pace in Galilea’ che nel 1982 significò : invasione militare del sud del Libano. Non come Bush che trasformò ‘shock and awe’ , colpisci e terrorizza, in Iraqi freedom. Ma ritorna l’accostamento assurdo di parole opposte: è una guerra d’attacco per difesa, per difendere i civili israeliani dal terrorismo, dai razzi di Hamas.
Ci hanno piombato il cuore con una colata d’odio proprio al passaggio dal 2008 al 2009, quando avevamo bisogno di speranza per voltare pagina dopo un anno segnato dalla crisi economica e ambientale. L’alba del nuovo anno è stata affogata nel sangue umano. I botti veri sono stati quelli di un orrore senza fine.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci

Il diritto alla sicurezza umana e la responsabilità di proteggerla. Da qualche parte, nelle scartoffie, l’Onu ha scritto che questo principio esiste e va tutelato. In questi giorni sempre l’Onu ci dice che in un edificio sono stati reclusi 110 palestinesi e il giorno dopo bombardati dall’esercito israeliano, con almeno 30 morti ammazzati.
Ora abbiamo 900 morti palestinesi in sole due settimane di guerra, di cui 300 sono bambini, e migliaia di feriti. Anche alcuni soldati israeliani hanno perso la vita negli attacchi.
Potevo esserci nata io a Gaza. Potevo essere una bambina palestinese di sei anni. Potevo essere morta dissanguata per la strada per la mancanza di soccorsi. O spappolata in casa da un ordigno venuto giù dal cielo.
Quando penso così, ho il fiato della morte sul collo e mi è difficile andare a una manifestazione per la pace tra israeliani e palestinesi senza sentire il peso insostenibile della retorica. Funzionano in questo modo oggi i messaggi di morte rivolti al mondo, dagli eserciti o dai terroristi, dai governi che decidono le guerre a tavolino o dai kamikaze. Ti uccidono la speranza dentro. Ma se non ti lasci ammazzare anche a distanza col telecomando mediatico, ti alzi e vai a dire la tua. E scopri che ci sono altri che la pensano come te. Che non si auto-assolvono. Che si sentono coinvolti e capaci di lanciare un contro-messaggio…

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci


Cinque dita per dire basta al massacro di Gaza. Anzi dieci dita, quelle di due mani che si stringono contro l’odio e le divisioni. Guanti nei guanti per vincere il gelo di questo gennaio che però ha regalato una domenica mattina piena di luce, con il sole forte e il cielo terso.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci

Calore e colore per la pace. Fasciati nelle bandiere arcobaleno, con le biciclette, i bambini nel passeggino, i palloncini, qualche bandiera palestinese e diverse kefiah al collo. Palestinesi, ebrei, cattolici, buddisti, attivisti e semplici cittadini e cittadine, di tutte le età, insieme a formare una catena umana, una serpentina irregolare lunga alcune centinaia di persone.
Ci sono mani assassine, che imbracciano un mitra, che pilotano un caccia militare da cui piovono bombe, che firmano ordini di attacco con una costosa Montblanc, su una scrivania di legno laccato dentro un ufficio ai piani alti di un ministero arrogante, che decide sulla vita e sulla morte di tanta gente. Mani insensate quanto la disperazione, che si fanno saltare in aria con un detonatore, affogando il futuro in una lunga scia di sangue.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci


Eppure, sono sempre di più le mani che costruiscono il dialogo. “I pacifisti sono la maggioranza nel mondo” ricorda don Tonino dell’Olio, di Libera, all’arrivo al Circo Massimo. Tuttavia, “in questo conflitto, i pacifisti hanno perso completamente la parola”, dice Ali Rashid, ex vice-ambasciatore della Palestina a Roma. C’è anche il gruppo ‘ebrei contro l’occupazione’, che si è costituito nel 2002 dopo la seconda intifada. La portavoce Marina Del Monte, pronuncia queste parole: “ebraismo e israele non sono la stessa identica cosa e ci sono anche quegli israeliani che combattono quotidianamente per il loro diritto al dissenso”. Uno striscione raccoglie i pacifisti targati facebook. Un attore legge una lettera di un soldato israeliano che rifiuta la guerra. Poi l’adunata, non molto numerosa, si scioglie. Ognuno prende le vie assolate della capitale.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci


Noi ritorniamo al punto di partenza. Piazza San Marco. Di fronte, al museo del Vittoriano c’è la mostra sulle leggi razziali del 1938 “Una tragedia italiana”. In fondo è cominciato tutto da lì. Le persecuzioni degli ebrei e la shoah. L’incapacità del mondo occidentale di proteggerli e la compensazione del dopoguerra, con la concessione di costituire in Palestina lo Stato di Israele. Da allora, sessantuno anni di guerre. All’interno del museo c’è la riscostruzione dei binari di Auschwitz e ammassate nella penombra le valige di chi è ‘passato per il camino’, le fotografie straziate dei sommersi, dei bimbi che non sono mai tornati, delle famiglie sterminate; i giornali con gli ebrei demonizzati e le campagne d’odio. Vedendo tutto questo, leggendo la storia, dovresti capire il presente. E invece ti risulta ancora più incomprensibile. Come può, un popolo che ha l’orrore ancora tatuato sulla pelle dei suoi anziani, avere un governo che agisce con tanta violenza? Ma, in fondo, forse è il fiore d’odio dell’olocausto che alla fine sta dando ancora i suoi mostruosi frutti. Il cervello, se lo metti in funzione, ti dice che anche questa volta la colpa originaria è dell’occidente, è nostra. Di nuovo la storia si ripete: non stiamo facendo niente. Mi torna in mente una scena di qualche ora prima. A via dei Cerchi, con il verde brillante del prato del Circo Massimo sullo sfondo, la maggiorparte dei manifestanti aveva attraversato l’incrocio. Stava sfilando la coda del corteo. Gli automobilisti bloccati al semaforo suonavano i clacson davanti a vigili urbani e carabinieri impegnati a dirigere il traffico. Una signora bionda è scesa dalla macchina, avvicinandosi al vigile: “ma non si può interrompere la catena e farci passare?” chiedeva. C’è stato un alterco tra automobilisti e manifestanti. Gli uni non capivano le ragioni degli altri. La Capitale è distratta, Gaza è lontana e per molti non vale l’attesa a un semaforo di domenica mattina.

Testo di Raffaella Cosentino


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