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Palermo, in un docu-film la Sicilia che resiste alla mafia

La regia è di Paolo Maselli, scritto con Daniela Gambino, racconta la rivoluzione della società civile siciliana da Addio Pizzo e l’antiracket a Telejato a Libera Terra. Gli autori: “il consumo critico nuova frontiera dell’antimafia”

Palermo – L’esperienza dei ragazzi di Addio Pizzo e l’antiracket, i giornalisti minacciati dalla mafia e le cooperative sorte sui beni confiscati ai clan. La lotta non istituzionale alla criminalità organizzata a Palermo per la prima volta viene raccontata in video da un documentario indipendente, Storie di resistenza quotidiana, presentato in anteprima alla libreria Feltrinelli di via Cavour in un incontro dal titolo: “L’importanza di sporcarsi le mani” Gli autori, il regista Paolo Maselli e la scrittrice palermitana Daniela Gambino, hanno voluto mettere insieme sullo schermo in 52 minuti le tante esperienze positive di lotta alla mafia e al racket degli ultimi anni in Sicilia.

Un docu-film in cui il giornalista Pino Maniaci di Telejato di Partinico dice che “siamo sulla buona strada”. Storie di resistenza quotidiana si dipana attraverso una serie di interviste. Da Vincenzo Agostino, padre di Antonio, il poliziotto ucciso insieme alla moglie Ida Castellucci, il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini, a Enrico Colajanni imprenditore e presidente dell’associazione antiracket nata dall’esperienza di Addio Pizzo. Da Lirio Abbate a don Luigi Ciotti. Le immagini documentano il lavoro sui campi delle cooperative di Libera Terra, ma anche gli attentati mafiosi come l’auto della redazione di Telejato incendiata per intimidire Maniaci. In una sequenza si vede un mimo vestito da pagliaccio mentre in sottofondo scorre l’audio del famoso intervento televisivo di un giovane Totò Cuffaro che attacca violentemente il giudice Giovanni Falcone ospite di Maurizio Costanzo. Seguono poi le riprese in bianco e nero dei crateri delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Queste ultime immagini hanno suscitato gli applausi spontanei del pubblico palermitano presente alla proiezione, anche a ormai 18 anni dalla morte dei giudici Falcone e Borsellino.
Il documentario mette al centro dell’attenzione il consumo critico, l’elaborazione di strategie di contrasto pacifico alla criminalità organizzata da parte di persone della società civile, testimoniando la forte volontà e l’impegno di fare fronte comune contro il fenomeno del racket. E’ stato girato a Palermo e in alcune zone dell’Alto Belice corleonese. La presentazione nel capoluogo siciliano è stata l’occasione per una riflessione sui cambiamenti che attraversa la società siciliana. “E’ il racconto di una Sicilia che resiste” commenta il giornalista Giuseppe Lo Bianco, autore di “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”. E continua: “Purtroppo non è vero che il pizzo è imposto, in Sicilia è dato per scontato, si paga ovunque come un costo d’impresa, per questo Addio Pizzo ha affondato il coltello nella piaga con lo slogan: un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Un’esperienza che è andata ben oltre i confini siciliani, come spiega la sociologa Francesca Forno dell’Università di Bergamo, autrice di una ricerca su consumo critico e lotta alle mafie. “Addio Pizzo e Libera Terra costituiscono una nuova forma di pressione, dando a tutti la possibilità di compiere piccoli atti quotidiani che vanno contro l’indifferenza – afferma la sociologa – Quando i prodotti di Libera Terra o Pizzo free arrivano nelle nostre botteghe, la problematica locale diventa nazionale”.

Un’analisi condivisa dallo scrittore siciliano Aldo Penna. “Nel 1980 morirono 200 persone a Palermo tra orrore e sangue – racconta – sembrava una guerra tra forze del male e del bene, questi ultimi erano i giudici e gli eroi. La gente era spettatrice impotente, quello che è cambiato è che la gente ora si sente protagonista di piccoli gesti di resistenza. Libero Grassi fu ucciso perché era un isolato. Questa vicenda invece contiene i germi di una rivoluzione”. Per l’autrice palermitana Daniela Gambino, il soggetto del documentario è “un allenamento al coraggio”. Secondo la scrittrice “la cosa più pericolosa a Palermo è che ancora non ci rendiamo conto di vivere in uno stato di paura e abbiamo introiettato il condizionamento”. Gambino ha annunciato che sull’argomento uscirà anche un libro per l’Altra Economia in cui si parlerà del consumo critico come frontiera contro le mafie. (raffaella cosentino)
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Cantieri Navali di Palermo: dalla dismissione al tentativo di intesa con la regione

LAVORO

I cantieri hanno oltre un secolo di storia. La battaglia isolata di Palumbo ricorda quella decennale del sindacalista Gioacchino Basile che nel 1997 portò a un’inchiesta per mafia della Procura di Palermo
ROMA – I Cantieri navali di Palermo hanno oltre un secolo di storia, fondati nel 1897 dall’imprenditore siciliano Ignazio Florio. Dal 1966 la proprietà passa alla società Cantieri Navali del Tirreno e Riuniti. Fincantieri subentra nel 1973. Si tratta dell’industria più importante della città e una delle più grandi di tutto il mezzogiorno. Le maestranze dei Cantieri Navali sono anche quelle che hanno costruito il monumento “ai caduti nella lotta contro la mafia” che si trova in piazza Tredici Vittime a Palermo. Una stele in acciaio corten disegnata dallo scultore Mario Pecoraino ed eretta nel 1983 per iniziativa del primo coordinamento antimafia dopo le uccisioni di Pio La Torre e di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nel cantiere navale di Palermo lavorano oggi circa 545 lavoratori di cui quasi 400 operai specializzati e 1300 nell’indotto interno. Di questi 545, quasi 200 sono in cassaintegrazione dal primo settembre. Da anni infatti il Cantiere è in fase di dismissione. Non arrivano nuove commesse dal 2007 e le ultime si esauriranno entro la fine dell’anno. A fine aprile gli operai avevano protestato bloccando i cancelli dell’azienda contro la cassaintegrazione di altri colleghi, che sarebbe stata comunicata solo al momento dell’ingresso in fabbrica. Lo scorso 21 maggio è stata raggiunta un’intesa tra la Regione, il Comune e i vertici aziendali per nuovi investimenti. Il protocollo definitivo e ufficiale dovrebbe essere firmato il prossimo 7 giugno. L’intesa si basa sulla disponibilità di Fincantieri di restare in Sicilia e della Regione a investire risorse per la riattivazione dei bacini di carenaggio da 19 e 52 mila tonnelate. La Regione sembra puntare di nuovo sull’industria navale, al suo posto non saranno costruiti i residence e gli alberghi previsti in un primo tempo. La vertenza riveste un ruolo importante per tutto il Meridione.
Sulla presenza della mafia nell’azienda fece luce un’inchiesta della Procura di Palermo che nel 1997 portò all’arresto dei mafiosi e dei loro complici. Le indagini nascevano da dieci anni di denunce dell’operaio e sindacalista Gioacchino Basile che per questo fu licenziato da Fincantieri. “Gioacchino Basile ha cominciato a denunciare la presenza mafiosa nel Cantiere nel 1987 e da allora ha vissuto un vera e propria via crucis, le cui stazioni principali sono state l’espulsione dalla CGIL, il licenziamento della Fincantieri e il forzato esilio lontano da Palermo, per sfuggire alla ritorsione mafiosa” scrive Umberto Santino del Centro Impastato in un dossier sul caso.

Nel passato dei Cantieri Navali c’è anche un ruolo di prima linea nel movimento antimafia dei lavoratori. Nel secondo dopoguerra, gli operai si opposero alla gestione mafiosa delle assunzioni e questo portò nel 1947 gli uomini del boss dell’Acquasanta Nicola D’Alessandro a sparare sugli operai ferendone due: Francesco Paolo Di Fiore e Antonino Lo Surdo. Tuttavia, negli anni più recenti, quelli di Basile, scrive ancora Santino: “ I mafiosi hanno spadroneggiato nel Cantiere gestendo i subappalti, ma ciò non sarebbe potuto accadere senza il consenso, e la convenienza, della Fincantieri”. Tutto nacque da un primo esposto che denunciava il ruolo dei mafiosi nel Cantiere alla Procura di Palermo, del maggio del 1987, firmato da 120 lavoratori. Successivamente Basile fu eletto nel Consiglio di fabbrica, ma la sua battaglia non divenne una lotta collettiva guidata dalla Fiom Cgil. Isolato dal sindacato, dal Partito Comunista (rimase senza risposta una lettera dei lavoratori ai dirigenti nazionali dell’allora PCI ) e anche dagli altri operai. “Per nulla scoraggiato dagli inquietanti silenzi che circondavano la mia battaglia civile; nel mese di maggio del 1989, scrissi e feci sottoscrivere ai miei compagni di lavoro, un accorato appello al Sindaco Leoluca Orlando” ricorda Basile nel suo blog. Un appello firmato da oltre 750 lavoratori. L’appello ebbe un’eco nazionale. Basile trasformò il giornale aziendale, “Dopolavoro Notizie”, in uno strumento di denuncia.

“Su “Dopolavoro Notizie” nel mese di agosto del 1989 denunciai lo scandalo delle tavole per ponteggi regalate attraverso fittizia documentazione al boss Vincenzo Galatolo” racconta ancora. Seguiranno minacce e intimidazioni. Ma le denunce di Basile non si fermarono. Il 2 novembre del 1989 organizzò, contro il parere del sindacato, un’assemblea sciopero ad oltranza per denunciare la presenza mafiosa dentro lo stabilimento navale, unitamente alla forte compromissione sindacale ed alla totale assenza Istituzionale. Il 26 maggio del 1990, vent’anni fa, durante una riunione del Consiglio di Fabbrica chiese le dimissioni dei segretari sindacali accusandoli di contiguità con la mafia. Nel luglio dello stesso anno Basile fu espulso dalla Cgil, con la motivazione di voler costituire un nuovo sindacato. Il sindacalista non si arrese: scrisse una lettera al presidente della Repubblica Francesco Cossiga, denunciò lo smaltimento irregolare di rifiuti tossici. Licenziato dalla Fincantieri e querelato per diffamazione, fu in un primo tempo reintegrato nel posto di lavoro dalla Pretura. Basile non potè comunque rientrare in fabbrica fino all’ottobre del 1994. L’azienda preferì pagargli lo stipendio senza svolgimento di mansione lavorativa, fino a quando il Tribunale di Palermo, riformando la precedente sentenza, dichiarò legittimo il licenziamento. Stessa cosa in appello. Dopo l’incendio del negozio di calzature della moglie di Basile nel 1996 , un collaboratore di giustizia, Francesco Onorato, confermò le accuse mosse da anni dal sindacalista sulle attività mafiose nei Cantieri, e rivelò che sulla testa di Basile pesava la condanna a morte della mafia. Arrivò un’ordinanza di custodia cautelare per 29 persone. Il sindacalista e la sua famiglia furono messi sotto protezione e costretti a lasciare Palermo per molti anni. (rc)

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