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Flottilla: Per Netanyahu Israele agì legittimamente

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Nablus, tra distruzione e ricostruzione. per Il Riformista

Raid contro la Flottiglia, in Israele giovani e studenti manifestano a favore

Nelle Università cartelli contro Erdogan. Nelle città arabe dello stato ebraico migliaia di persone hanno protestato contro l’azione militare che ha causato un numero imprecisato di vittime fra gli attivisti (almeno 9)

Manifestazioni in Israele pro e contro il raid dei militari che hanno ucciso in acque internazionali almeno 9 attivisti filopalestinesi della Freedom Flotilla diretta a Gaza con aiuti umanitari. La divisione tra le proteste riguarda quella della società israeliana tra ebrei e arabi. Lo riferisce il quotidiano israeliano Haaretz che sul suo sito parla di centinaia di studenti che martedì hanno marciato in sostegno dello Stato ebraico e dell’azione delle forze di difesa israeliane (Idf).
Gli studenti si sono ritrovati all’università Ben Gurion di Beer Sheva e una sessantina di giovani all’entrata di Gerusalemme. All’Università Ebraica di Gerusalemme, gli studenti hanno issato cartelli con su scritto “Erdogan è assetato di sangue” e “Mare di Ipocrisia”. Altre persone si sono radunate a Netanya sempre in sostegno dell’esercito israeliano.
Molte proteste contro il raid che ha fermato la Freedom Flotilla hanno invece avuto luogo nelle città arabo-israeliane come Araba, dove si sono radunati un migliaio di manifestanti. Scontri tra le due fazioni si sono verificati nella città di Ashkelon, nei pressi del tribunale. (raffaella cosentino)

Guerra all’informazione

Mercoledì 24 marzo 2010

ore 12, Associazione Stampa Romana, piazza della Torretta 36, Roma

“La prima vittima di una guerra è sempre la verità”

L’Associazione Stampa Romana promuove un incontro sullo stato dell’informazione di guerra e la presentazione di un documentario con le testimonianze dei giornalisti che hanno lavorato nella striscia di Gaza.

‘Gaza: guerra all’informazione’

– Durante l’operazione militare israeliana Piombo fuso hanno perso la vita in sei, per mostrare al mondo la guerra che Israele non voleva venisse raccontata. Negli stessi giorni sono stati coinvolti, subendo intimidazioni anche fisiche, nei regolamenti di conti interni tra i partiti rivali Fatah e Hamas. Ma anche oggi, che il conflitto è terminato, i giornalisti palestinesi denunciano meno libertà e maggiori controlli. Perché, che sia condotta da Israele, Hamas o Fatah, a Gaza la guerra all’informazione continua –

Nel dibattito a seguire: come si lavora in aree di crisi? Quali sono le difficoltà di chi fa e riceve informazione? Dalla Palestina al Libano, da Israele all’Iran

Interverranno:
Annamaria Selini, giornalista freelance, autrice del documentario
Paolo Butturini, segretario di Stampa Romana
Natalia Marra, presidente della Consulta Freelance
Giuliano Gallo, inviato del Corriere della Sera
Antonella Vicini, giornalista freelance
Modera: Cristiano Tinazzi, direttore della rivista ‘Altri’

Il Coraggio di rifiutare*

refusenik01Cosa significa rifiutare di svolgere il servizio militare o di servire l’esercito del proprio Paese in uno Stato in cui il legame tra sfera politica e sfera militare e tra sfera militare e civile è strettissimo? In cui la dimensione militare è profondamente sentita e accettata dalla popolazione e in cui il cursus honorum degli studenti termina obbligatoriamente con la formazione militare?

Significa essere ‘refusnik’.

Questo è il nome che indica gli obiettori di coscienza israeliani che per le loro caratteristiche, e soprattutto per le Forze Armate cui appartengono, si differenziano dai giovani di altre n

azioni che scelgono semplicemente il servizio civile a quello militare.

I ‘refusnik’, infatti, non hanno opzioni davanti a sé. O decidono di servire il proprio esercito o sono dei traditori. Traditori di una patria, di un ideale, di un’intera società.

La scelta acquista ancora più significato se si considera Israele, uno stato in cui la leva è obbligatoria per uomini e donne (tre anni per gli uni, due per le altre), in cui i cittadini di sesso maschile sono tutti riservisti, fino al 50simo anno di età, tenuti

a prestare servizio presso Tsahal, un mese ogni anno, e dove non esiste un servizio alternativo a quello militare.

Obiettare, quindi, significa non solo incorrere nella condanna della corte marziale, ma incappare in quella, forse più pesante, dell’intera collettività che vive la scelta di ‘disobbedire’ come un tradimento di ideali patri e di valori ben radicati nell’educazione di ognuno.

È questo il quadro di riferimento in cui inserire i civili o i soldati che per motivazioni etiche e morali decidono di non servire, o di servire solo in parte, palestine-flag-tshirtl’IDF -Isreali Difense Forces.

Alla fine del 2002 quelli che avevano opposto il loro ‘no’ erano circa 1000. Attualmente queste cifre sono salite. Forse 1400 o 1500 coloro che si dichiarano ‘refusnik’. Altri 600 sono formalmente impegnati a rifiutare qualsiasi obbligo nel caso e quando sarebbero stati chiamati. Per non parlare di quelli (si calcola il 10 % circa) che si dichiarano ‘mentalmente inabili’ per evitare la leva.

In questo panorama multiforme, alcuni sono inquadrabili come pacifisti, contrari al ricorso alle armi; altri, la maggior parte, sono invece riservisti o ufficiali che non sopportano più il peso della guerra e decidono di venir meno ad uno dei doveri sacri per ogni israeliano, quello di servire l’esercito.

Per i primi il percorso è forse meno tortuoso, perché la Commissione di coscienza – l’apposita corte incaricata di valutare le motivazioni dei refusnik –  accoglie con minor ostilità le richieste di coloro che aborrono il concetto di guerra tout court Il ‘rifiuto selettivo’, cioè il rifiuto di partecipare a tutte quelle operazioni che non siano strettamente di difesa, come le incursioni nei campi

profughi, gli attacchi nei Territori e le uccisioni di civili, cui si appellano i refusnik è, invece, interpretato dalla Commissione come una scelta ideologizzata. Stando a quanto dichiarato da una rappresentante dell’ambasciata di Tel Aviv presso il Parlamento europeo durante un’audizione sul tema , “l’obiezione di coscienza in Israele è riservata a quelli che sono pacifisti davvero, mentre noi pensiamo che le organizzazioni di refusnik siano politiche, perché la loro scelta non è antimilitarista in generale bensì contro quella che chiamano occupazione”.

In generale, è vero che gli obiettori portano avanti anche un discorso politico, reclamando la costituzione di due stati indipendenti lungo i confine del 1967 (la Guerra dei Sei Giorni, ndr) e protestando contro una forma di difesa all’ennesima potenza che, soprattutto ora, ha scatenato una spirale di violenza ottenendo l’effetto opposto a quello

che si prefiggeva, cioè la sicurezza di Israele.

Il fenomeno, ha avuto origine sin dagli anni Settanta, tra la fine della Guerra dei Sei giorni e quella dello Yom Kippur (1973), passando poi per la guerra contro il Libano (1982) e rafforzandosi nel corso della prima Intifada (1987-1992), ma è soltanto dal 2000, con lo scoppio della seconda Intifada che i gruppi di obiettori hanno preso forma più definita. Attualmente, i ‘refusnik’ si distinguono in quattro organizzazioni principali che raccolgono le diverse anime del movimento: ‘Yesh Gvul’, il più antico, ‘The Shministim’, formatosi nel 2001 su iniziativa studentesca, ‘Courage to refuse’, nato nel 2002 da un gruppo di soldati israeliani, e ‘New Profile’, di matrice femminista.

La novità rispetto al passato consiste non solo nella maggiore consapevolezza politica, ma anche nella capacità di utilizzare gli

strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie della comunicazione. E così, quello che prima era interpretato come gesto donchisciottesco del singolo, adesso ha assunto rilevanza a livello sociale. Sebbene, stando ai dati in possesso, i refusnik rappresenterebbero oggi solo il 3% circa degli idonei al servizio militare, ogni volta che uno degli obiettori viene arrestato e incarcerato le organizzazioni che sono alle spalle tentano di fornire al fatto una degna cassa di risonanza. Yesh Gvul, ad esempio, rende pubblica la sua protesta, promuove manifestazioni, raccoglie firme. E lo stesso accade anche con i gruppi formatisi successivamente. Esemplare fra tutti è il caso dei 50 soldati israeliani che nel gennaio 2002 hanno scelto le telecamere di una tv commerciale, leggendo, di spalle, il testo con cui comunicavano al governo Sharon e all’esercito la decisione di difen

dere Israele solo all’interno dei suoi confini. Il massimo riconoscimento internazionale l’ha ottenuto Courage to refuse nel 2004, quando tutto il movimento e il suo fondatore, il capitano riservista dell’IDF David Zonshein, hanno ricevuto la nomina per il Premio Nobel per la pace 2004.

Gli atti di insubordinazione dei ‘refusnik’ non restano impuniti. Circa 300 tra gli obiettori sono in carcere.

Le pene vanno dai quattro mesi ai due anni, rinnovabili ogni qual volta si opponga nuovamente il rifiuto alle chiamate dell’esercito. Caso esemplare a riguardo è quello di Yoni Ben-Yartzi, nipote del ministro delle Finanze Benjamin Netanyahu (paradossalmente tra i più tenaci avversari nel governo del piano di ritiro unilaterale dai Territori

no war patch

voluto da Ariel Sharon), che sta scontando la condanna di un anno e quattro mesi; o ancora quello di  Sergio Yahni, attivista del gruppo ‘Yesh Gvul’, che ha subito una condanna a tre anni di detenzione.

La durezza delle pene è direttamente proporzionale al significato che il reato assume in un Stato detentore di uno tra gli eserciti più compatti e ideologizzati al mondo, formatosi sulle ceneri dell’Olocausto e intimamente convinto di doversi difendere e di dover lottare per la propria sopravvivenza.

Antonella Vicini

*tesina esame di stato 2005.  I dati non sono aggiornati

Sabato 17 gennaio. In attesa di un’onda d’urto

Orami da alcuni giorni a Roma, come nel resto d’Italia, si stanno susseguendo manifestazioni a sostegno del popolo palestinese, in segno di protesta per la violenta e incessante aggressione militare israeliana che dal 27 dicembre scorso sta martoriando la Striscia di Gaza.

Difficile tenere il polso della situazione in tutto il Paese per valutare la reale cassa di risonanza di questi eventi, ma qui, nella Capitale, quello che si nota è che troppo spesso alle buone intenzioni non corrisponde un’altrettanta capacità organizzativa o, comunque, la possibilità di trasformare la propria voce in urla.

Di questo impegno sembra sia rimasto ben poco: un po’ per la frequenza di queste manifestazioni; un po’ per la connotazione politica che rischia di divenire, anche involontariamente, una discriminante; un po’ per la stessa frammentazione interna ad una certa area; un po’ per la non curanza dei media ‘distratti’ a disinformare; un po’ per la pioggia che così come non smette di disturbare non ha neanche la forza di lavare via tutto questo sangue.

Sabato sarà la volta di un evento unico, nazionale, che mi auguro dia quel segnale di unità al di là delle bandiere, dei colori, dei vessilli, e che crei una vera e propria onda capace di propagare questo grido di PACE nel nostro vicino Oriente, prestando voce a chi non ne ha più.

Vic

Roma, catena umana per Gaza

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci

Diamo una mano alla pace: l’11 gennaio centinaia di persone al Circo Massimo per fermare la guerra.

A Roma una catena umana per Gaza

Automobilisti distratti: lite con alcuni manifestanti per passare al semaforo

Arriviamo a fatica a Piazza San Marco. La catena umana è già partita, diretta a passo lento verso il Circo Massimo e la sede della Fao. Ancora più affannosamente la raggiungiamo all’altezza della bocca della verità. Mi porto addosso il peso dei resoconti sui giornali e delle immagini che documentano il massacro di Gaza. E forse di più mi tormenta ciò che non ho visto. Gaza è off limits. Mi hanno bendato e non posso vedere cosa succede. Mi hanno legato le mani e non posso agire. Mi hanno chiuso la bocca togliendomi la capacità di raccontare e di capire, perché io forse non ho un lessico abbastanza forbito, ma davvero scavando nella memoria mi pare di non riuscire a trovare nel vocabolario un termine adatto a descrivere quello che sta succedendo. “Massacro”, “guerra”, “strage”, “conflitto”: sono parole abusate, svuotate dalla ripetizione nel cicaleccio mediatico. Dobbiamo inventare vocaboli nuovi e più atroci? Quelli vecchi mi sembrano freddi, scollegati da quel sentimento caldo di ingiustizia, impotenza e rabbia che ha occupato il mio cuore dal momento in cui le prime bombe sono piombate su Gaza.
L’inferno deve essere così. Una scatola chiusa, con dentro migliaia di esseri umani, bombardata da tre direzioni: cielo, terra e mare. Operazione Piombo fuso. Per una volta hanno chiamato le cose con il loro nome. Non come la missione ‘Pace in Galilea’ che nel 1982 significò : invasione militare del sud del Libano. Non come Bush che trasformò ‘shock and awe’ , colpisci e terrorizza, in Iraqi freedom. Ma ritorna l’accostamento assurdo di parole opposte: è una guerra d’attacco per difesa, per difendere i civili israeliani dal terrorismo, dai razzi di Hamas.
Ci hanno piombato il cuore con una colata d’odio proprio al passaggio dal 2008 al 2009, quando avevamo bisogno di speranza per voltare pagina dopo un anno segnato dalla crisi economica e ambientale. L’alba del nuovo anno è stata affogata nel sangue umano. I botti veri sono stati quelli di un orrore senza fine.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci

Il diritto alla sicurezza umana e la responsabilità di proteggerla. Da qualche parte, nelle scartoffie, l’Onu ha scritto che questo principio esiste e va tutelato. In questi giorni sempre l’Onu ci dice che in un edificio sono stati reclusi 110 palestinesi e il giorno dopo bombardati dall’esercito israeliano, con almeno 30 morti ammazzati.
Ora abbiamo 900 morti palestinesi in sole due settimane di guerra, di cui 300 sono bambini, e migliaia di feriti. Anche alcuni soldati israeliani hanno perso la vita negli attacchi.
Potevo esserci nata io a Gaza. Potevo essere una bambina palestinese di sei anni. Potevo essere morta dissanguata per la strada per la mancanza di soccorsi. O spappolata in casa da un ordigno venuto giù dal cielo.
Quando penso così, ho il fiato della morte sul collo e mi è difficile andare a una manifestazione per la pace tra israeliani e palestinesi senza sentire il peso insostenibile della retorica. Funzionano in questo modo oggi i messaggi di morte rivolti al mondo, dagli eserciti o dai terroristi, dai governi che decidono le guerre a tavolino o dai kamikaze. Ti uccidono la speranza dentro. Ma se non ti lasci ammazzare anche a distanza col telecomando mediatico, ti alzi e vai a dire la tua. E scopri che ci sono altri che la pensano come te. Che non si auto-assolvono. Che si sentono coinvolti e capaci di lanciare un contro-messaggio…

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci


Cinque dita per dire basta al massacro di Gaza. Anzi dieci dita, quelle di due mani che si stringono contro l’odio e le divisioni. Guanti nei guanti per vincere il gelo di questo gennaio che però ha regalato una domenica mattina piena di luce, con il sole forte e il cielo terso.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci

Calore e colore per la pace. Fasciati nelle bandiere arcobaleno, con le biciclette, i bambini nel passeggino, i palloncini, qualche bandiera palestinese e diverse kefiah al collo. Palestinesi, ebrei, cattolici, buddisti, attivisti e semplici cittadini e cittadine, di tutte le età, insieme a formare una catena umana, una serpentina irregolare lunga alcune centinaia di persone.
Ci sono mani assassine, che imbracciano un mitra, che pilotano un caccia militare da cui piovono bombe, che firmano ordini di attacco con una costosa Montblanc, su una scrivania di legno laccato dentro un ufficio ai piani alti di un ministero arrogante, che decide sulla vita e sulla morte di tanta gente. Mani insensate quanto la disperazione, che si fanno saltare in aria con un detonatore, affogando il futuro in una lunga scia di sangue.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci


Eppure, sono sempre di più le mani che costruiscono il dialogo. “I pacifisti sono la maggioranza nel mondo” ricorda don Tonino dell’Olio, di Libera, all’arrivo al Circo Massimo. Tuttavia, “in questo conflitto, i pacifisti hanno perso completamente la parola”, dice Ali Rashid, ex vice-ambasciatore della Palestina a Roma. C’è anche il gruppo ‘ebrei contro l’occupazione’, che si è costituito nel 2002 dopo la seconda intifada. La portavoce Marina Del Monte, pronuncia queste parole: “ebraismo e israele non sono la stessa identica cosa e ci sono anche quegli israeliani che combattono quotidianamente per il loro diritto al dissenso”. Uno striscione raccoglie i pacifisti targati facebook. Un attore legge una lettera di un soldato israeliano che rifiuta la guerra. Poi l’adunata, non molto numerosa, si scioglie. Ognuno prende le vie assolate della capitale.

Foto di Elisa Natalucci

Foto di Elisa Natalucci


Noi ritorniamo al punto di partenza. Piazza San Marco. Di fronte, al museo del Vittoriano c’è la mostra sulle leggi razziali del 1938 “Una tragedia italiana”. In fondo è cominciato tutto da lì. Le persecuzioni degli ebrei e la shoah. L’incapacità del mondo occidentale di proteggerli e la compensazione del dopoguerra, con la concessione di costituire in Palestina lo Stato di Israele. Da allora, sessantuno anni di guerre. All’interno del museo c’è la riscostruzione dei binari di Auschwitz e ammassate nella penombra le valige di chi è ‘passato per il camino’, le fotografie straziate dei sommersi, dei bimbi che non sono mai tornati, delle famiglie sterminate; i giornali con gli ebrei demonizzati e le campagne d’odio. Vedendo tutto questo, leggendo la storia, dovresti capire il presente. E invece ti risulta ancora più incomprensibile. Come può, un popolo che ha l’orrore ancora tatuato sulla pelle dei suoi anziani, avere un governo che agisce con tanta violenza? Ma, in fondo, forse è il fiore d’odio dell’olocausto che alla fine sta dando ancora i suoi mostruosi frutti. Il cervello, se lo metti in funzione, ti dice che anche questa volta la colpa originaria è dell’occidente, è nostra. Di nuovo la storia si ripete: non stiamo facendo niente. Mi torna in mente una scena di qualche ora prima. A via dei Cerchi, con il verde brillante del prato del Circo Massimo sullo sfondo, la maggiorparte dei manifestanti aveva attraversato l’incrocio. Stava sfilando la coda del corteo. Gli automobilisti bloccati al semaforo suonavano i clacson davanti a vigili urbani e carabinieri impegnati a dirigere il traffico. Una signora bionda è scesa dalla macchina, avvicinandosi al vigile: “ma non si può interrompere la catena e farci passare?” chiedeva. C’è stato un alterco tra automobilisti e manifestanti. Gli uni non capivano le ragioni degli altri. La Capitale è distratta, Gaza è lontana e per molti non vale l’attesa a un semaforo di domenica mattina.

Testo di Raffaella Cosentino


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