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Crotone senza misericordia

FUORIPAGINA IL MANIFESTO
07/04/2010

In visita nel Cie calabrese. Dove sono rinchiusi molti migranti «italiani», come il «marocchino di Isola Capo Rizzuto», un ambulante nel nostro paese da oltre 25 anni che tutti conoscevano, fermato perché vendeva cd falsi. Con loro un pugno di vittime della «caccia al nero» di Rosarno e 700 aspiranti rifugiati nel vicino centro per richiedenti asilo, soprattutto kurdi, afghani e iracheni. Le storie e la vita all’interno del centro di detenzione per immigrati più grande d’Europa

* | Raffaella Cosentino

Cinque mesi di reclusione nel centro di identificazione e di espulsione di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto hanno cancellato la speranza dagli occhi verdi di Maher. Ventitrè anni, tunisino. Dell’Italia ha visto solo il Cie. È finito dentro appena ha messo piede in Europa. A novembre del 2009, due giorni dopo lo sbarco in Sicilia. Ha pagato duemila euro per regalarsi questo incubo. Per arrivare sull’altra sponda del Mediterraneo passando dalla Libia. Maher ha rifiutato di chiedere asilo politico. Il suo sogno è andare in Germania dal fratello maggiore, che vive lì da quasi vent’anni. Il nostro paese doveva essere solo un luogo di transito. «Il mio programma è svanito – dice a testa bassa – anche moralmente non ho più forza. Mi sembra tutto un’illusione». Poche parole in arabo, pronunciate a stento con l’aiuto della mediatrice culturale. Un breve incontro dopo una lunga attesa. La richiesta alla prefettura di Crotone per visitare il Cie di Isola Capo Rizzuto è datata 29 settembre 2009. Tanti mesi per avere l’ok del ministero dell’Interno. Ci vengono concesse quattro ore. Tre delle quali le passiamo nel centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), scortati da un coordinatore e da un poliziotto. Negli ultimi preziosi sessanta minuti riusciamo a visitare il Cie. La prima cosa che chiediamo è di raccogliere le storie di alcuni immigrati reclusi. Ci assicurano che è possibile. Prima però bisogna parlare con la direttrice del centro, con il coordinatore, con l’assistente legale e con la mediatrice culturale. Visitiamo con la direttrice il cortile esterno dei due edifici che costituiscono il Cie, ma la polizia non ci permette di avvicinarmi a nessuno. «Potrebbero scoppiare dei disordini, il nostro lavoro qui è già abbastanza difficile» è la motivazione che danno. Non si può entrare nei dormitori. Al ritorno, per il poliziotto responsabile della sicurezza il nostro tempo è scaduto, dobbiamo andarcene. Solo dopo proteste e molte insistenze, ci permettono di incontrare Maher. Hanno scelto lui «perché è uno dei più tranquilli». Il ragazzo arriva nell’ufficio della direzione molto scosso. Trema di paura. Il suo disagio aumenta davanti alle nostre domande. Sa che ha davanti una giornalista ma per lui sono soprattutto una donna sconosciuta. L’ennesimo trauma dopo il viaggio che l’ha catapultato dalla Tunisia non in Europa, come pensava, ma in una dimensione senza tempo, di cui non comprende le regole. I giorni devono sembrare interminabili per un ragazzo che quasi non ha ancora la barba e condivide gli spazi di reclusione con altri 47 immigrati di diverse nazionalità, tanti con precedenti penali per spaccio e furto. L’orizzonte quotidiano sono due alte recinzioni. Una è in ferro. L’altra è un muro di cemento. In mezzo c’è un cortile presidiato dalle camionette delle forze dell’ordine. Due palazzine verdi, un tempo alloggi della vecchia base dell’aeronautica militare, poi cpt. Chiuse a maggio 2007 dal Viminale, abbandonate e infine riaperte d’urgenza il 20 febbraio 2009 per trasferirci parte degli immigrati dopo la rivolta e l’incendio nel Cie di Lampedusa.

E i posti aumentano
Le Misericordie d’Italia, che gestiscono il Cara da anni, hanno coordinato la riapertura nella fase di emergenza e poi formalizzato la gestione anche del Cie vincendo il bando del 26 maggio 2009. I due edifici sono divisi in un totale di quattro moduli. Al momento sono in corso i lavori di ristrutturazione. Una volta completati a fine aprile, i posti aumenteranno fino a 124. Se davvero i detenuti dovessero più che raddoppiare, la situazione potrebbe sfuggire di mano. Già così la tensione è alle stelle come la disperazione. La testimonianza inequivocabile dell’emergenza umanitaria e psicologica è uno squarcio di diversi metri nel muro esterno della prima palazzina. Un buco enorme fatto dai reclusi sbattendo contro la parete i letti e le reti metalliche a ripetizione fino a spaccare diverse file di mattoni. «Ogni giorno è una guerra, abbiamo scontri, feriti, moduli smontati, atti di autolesionismo» è lo sfogo di un poliziotto. Il coordinatore Salvatore Petrocca, delle Misericordie, vuole precisare che «non ci sono stati veri e propri tafferugli». Ma poi ammette: «Le persone soffrono e sfasciano tutto. Ad esempio le televisioni, ne abbiamo cambiate 17 in poco tempo». Al Cie di Sant’Anna le cose sono peggiorate dopo il pacchetto sicurezza. Lo dicono tutti quelli che ci lavorano. «Sei mesi sono troppi per l’identificazione. Gli immigrati accettano perfino l’idea della reclusione ma non così a lungo» racconta Auatif, mediatrice culturale marocchina. «I maggiori dissensi li abbiamo avuti quando sono entrati in vigore i 180 giorni, i detenuti non riescono a capire le ragioni di questa norma» afferma anche la direttrice Rosa Viola.

Gli immigrati di Rosarno
In un anno dall’apertura, fino a marzo scorso, 631 persone sono state detenute nel Cie di Sant’Anna. Storie diverse, ma una costante: la maggioranza è in Italia da almeno dieci anni. Immigrati italiani. «Il marocchino di Isola Capo Rizzuto», un venditore ambulante da 25 anni in paese e conosciuto da tutti, si è fatto tre mesi in carcere. Ha raccontato di essere stato fermato dopo un controllo perché vendeva cd falsi. Un sessantenne, i cui figli già sposati vivono a Isola. È potuto uscire solo per motivi di salute. Con l’intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 5 giorni. Ci sono poi sei immigrati trasferiti da Rosarno ai primi di gennaio dalle forze dell’ordine nei giorni della “caccia al nero” con i fucili a pallini. Lavoratori stagionali sfruttati per 25 euro nella raccolta delle arance, presi di mira da attacchi razzisti e sfuggiti agli agguati delle ‘ndrine con lo sgombero da parte degli agenti. Una pulizia etnica che ha segnato per sempre la vergogna dell’Italia nel mondo. In carcere non ci sono gli aguzzini, bensì le vittime. Reato commesso: avevano tutti a carico una precedente espulsione. Tre di loro sono richiedenti asilo. Vengono da Liberia, Burkina Faso ed Etiopia. «Con a carico un’espulsione, pur non avendo mai fatto prima la domanda per lo status di rifugiato, devono stare nel Cie» spiega l’avvocato Francesco Vizza. La commissione territoriale deciderà entro la settimana. Altri tre, due mauritani e un maliano, avevano già avuto la richiesta di asilo rifiutata proprio dalla questura di Crotone. «Non possono ripeterla perché non ci sono fatti nuovi» sostiene ancora l’assistente legale del centro. Un iter che contrasta con le richieste per il permesso di soggiorno ai migranti di Rosarno portate avanti da mesi dalle associazioni antirazziste con sit in e proteste come quella delle “arance insanguinate” davanti al Senato.

Da sette mesi senza fondi
Il centro di Sant’Anna è il più grande d’Europa, con circa 1500 posti. A dieci anni dalla sua apertura, la maggior parte degli immigrati dorme ancora nei containers con i servizi igienici in comune. Era una base dell’aeronautica militare, oggi contiene il Cie, il Cara e il Centro di accoglienza. In attesa della decisione della commissione territoriale per l’asilo ci sono al momento 700 aspiranti allo status di rifugiato. Ognuno di loro costa 28,88 euro al giorno alle casse dello stato. Sono oltre ventimila euro al giorno in totale. «Una miseria, una delle rette più basse in Italia. Riusciamo ad andare avanti solo perché si lavora su grossi numeri – afferma la direttrice del Cara, Liberata Parisi – sono sette mesi che il ministero dell’Interno non salda i conti del finanziamento che abbiamo vinto come ente gestore con il bando per il 2009-2012». Soldi che non arrivano neanche per il Cie, nonostante la proroga della permanenza a sei mesi. «Paghiamo i fornitori facendo mutui e prestiti» dice ancora Parisi. Per avere un’idea dei costi di questa gigantesca macchina che ruota attorno all’immigrazione e ai permessi di soggiorno, bisogna calcolare che in media ogni richiedente asilo rimane dai quattro ai sei mesi prima di avere il responso della commissione, i cui uffici sono all’interno del centro. A riprova che i respingimenti in mare non risolvono il problema, a Crotone ci sono ancora 100 nuovi ingressi al mese. Cambiano le rotte, è diversa l’umanità in fuga che arriva. Non più africani passati dalla Libia ma soprattutto kurdi, afghani e iracheni che transitano dal confine nord est dell’Italia. Amir è un kurdo iraniano arrivato fino a Bari in un camion. È fermo a Sant’Anna da quattro mesi. Hamidullah ha ancora la famiglia a Kandahar. Suo padre ha messo insieme quello che aveva per farlo partire. Afghanistan, Turchia, Serbia, Ungheria il suo tragitto. Un altro afghano dice di avere «forse 30 anni». In Ungheria è stato fermato e deportato indietro in Serbia. Da lì è arrivato a Patrasso e poi sotto un camion in Italia. Anche lui quattro mesi a Sant’Anna in un container. Sono tutti dublinanti e la loro situazione giuridica è ancora più complessa.
Gli alloggi in cemento hanno solo 256 posti, costruiti nel 2008. La precedenza va a chi sta nel centro da più tempo, ai bambini e alle 30 donne, di cui una decina incinta. I minori hanno anche pochi mesi di età. Per gestire la convenzione e tutti i servizi previsti serve un piccolo esercito. Tra gli altri, ci sono assistenti sociali, psicologi, educatrici, mediatori culturali, istruttori isef per le attività sportive, esperti per la banca dati informatizzata. In totale sono impiegati con contratti a tempo e interinali 150 lavoratori delle Misericordie di Isola Capo Rizzuto. A loro vanno aggiunti 70 lavoratori del comune che gestisce i servizi di pulizia e di manutenzione. Militari, carabinieri e poliziotti per la sicurezza. Il personale sanitario dell’Asp di Crotone per l’infermeria in servizio 24 ore. Una vera fabbrica di posti di lavoro con un indotto ‘prezioso’ in un’area tra le più povere d’Italia, ad altissima disoccupazione. Costi destinati ad aumentare ancora con i lavori in corso per rafforzare la recinzione esterna e per ristrutturare e ampliare i posti delle due palazzine del Cie.

il cancello del centro di Sant'Anna sulla statale jonica 106


difronte all'ingresso le scritte di protesta sul muro della stazione ferroviaria

l'entrata del Cie


le due palazzine che compongono il Cie con le recinzioni


lo squarcio nel muro fatto dai reclusi a fine marzo 2010m


il Cara all'interno


i containers in cui dormono oltre 400 richiedenti asilo

A place like Rosarno

Testo di Raffaella Cosentino – Fotografie di Pasquale Andreacchio

Duecento africani senza permesso di soggiorno vivono in condizioni aberranti nella Piana di Gioia Tauro. Con la stagione degli agrumi diventano più di mille e cinquecento.  Un anno fa la loro rivolta contro la ‘ndrangheta.

Rosarno (Rc) – Lo sguardo di David rotea senza centrare il bersaglio. Mentre mi parla le sue pupille vanno da un’altra parte. Forse fino in Ghana e ritorno. Scappano lontano come la sua anima. Non solo perché gli chiedo di ricordare il suo viaggio. Ho l’impressione che per lui sia diventato un modo per cercare di allargare la realtà. Per uscire dalla sua vita senza permesso di soggiorno nella Piana di Gioia Tauro. Mi tornano in mente le parole del film ‘I Cento Passi’. Tu sei Nuddu ‘mbiscatu cu nenti. Lì era una minaccia. Qui è una tenaglia che ti prende allo stomaco. Anche i discorsi di David spaziano senza un ordine apparente. “Daina. La mia mamma si chiama così”. “Davvero sei stata a Londra? Io parlo l’inglese della Regina. Queen Elizabeth is our mother, eravamo una colonia inglese”, mi dice, con una punta di orgoglio. Gli chiedo: “Come hai saputo di Rosarno…a place like Rosarno?” Non se lo ricorda più. Forse a Napoli. O a Bari. Da qualche parte, nella geografia dell’Italia clandestina, gli hanno detto che nella Piana c’era lavoro per lui. Guardiamo insieme dall’alto la ‘Cartiera’ bruciata. Seduti sul guardrail della statale che va al porto di Gioia Tauro. Io e David J. Lui ha qualche anno più di me, 31. Era soldato ed è partito. Non voleva morire. È passato dalla Libia. Da Lampedusa. Dal Cie di Foggia. Asilo politico rifiutato.

Le nostre strade si incrociano per qualche ora attorno al vecchio capannone. Sigillato dalle autorità dopo l’incendio del 20 luglio, dal 2003 aveva dato alloggio ai lavoratori stagionali della raccolta di agrumi. La cartiera è deserta. Si capisce subito. Non c’è più il muro di stoffa che costeggiava la strada. Erano i panni stesi ad asciugare sul fil di ferro della recinzione prospiciente. Siamo nel comune di San Ferdinando. Terra di nessuno, inferno, incubo? Non esiste una parola sola per raccontare il vortice di simboli che questi luoghi racchiudono. Relitto dell’industrializzazione abortita. Impianto sequestrato. Stabilimento che non ha mai aperto i battenti. L’hanno fatto e lasciato lì. Per sei anni è stato il rifugio di 600 africani. Soprattutto anglofoni. Ghanesi, sudanesi, nigeriani, maliani, ivoriani. Ragazzi del Togo, del Benin, del Burkina Faso. Per l’inverno tutta l’Africa si riparava in quel bunker. Senza luce. Con una ventina di bagni chimici Con fuochi e fornelli improvvisati. L’Africa delle Clementine. Sono gli agrumi della Piana. Con l’aspetto dei mandarini. Dolci come le arance. Frutti così belli e profumati che da queste parti l’aranceto lo chiamano ‘il giardino’. In Calabria sono prodotti a indicazione geografica protetta. Ma i lavoratori che le raccolgono in nero protetti non lo sono affatto. Circa 25 euro a giornata contro i 32 di un bracciante locale. Prelevati all’alba sulla strada dai piccoli proprietari terrieri, eredi dei contadini che nel dopoguerra lottarono per le terre.

L’Osservatorio Migranti stima che siano 1500 gli immigrati irregolari che ogni inverno arrivano a Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi. Tre chilometri in linea d’aria. Un ritaglio di sud agricolo schiacciato tra aree industriali semidismesse e il porto di Gioia Tauro, centro degli affari e degli appetiti dei clan. Qui si consuma lo sfruttamento dei nuovi schiavi. Manodopera a bassissimo costo che compra cibo e ricariche telefoniche nei negozietti e discount della zona. Polli e galline dagli ambulanti. Le autorità hanno fatto finta di non vedere. Ora David vive con altri ghanesi in un altro stabilimento abbandonato vicino all’inceneritore. Hanno tutti tra i venti e i trenta anni. E una storia simile. Il loro viaggio in Italia è iniziato a Lampedusa ed è finito a Rosarno. “Sono passato dal Niger, da Agadez. Ho fatto tre anni in carcere in Libia, uno in Spagna. Sono in Italia dal 2006. Ho trentadue anni e non ho niente, nemmeno una fidanzata”. Il mio interlocutore allarga le braccia, come per mostrare il vuoto che lo circonda. “I have no hope” mi dice un altro. Ha solo 20 anni. “Cosa ricordi di quando sei partito?” “I forgot”, risponde. E io penso a Primo Levi. A quando racconta dei lager e della necessità di dimenticare la vita di prima per non impazzire. Se questo è un uomo. Che vive in mezzo a discariche di rifiuti. Che si lava con una bottiglia d’acqua. Che dorme in una casa di cartone foderata di sacchi di plastica. Che deve benedire il materasso lercio perchè lo divide dal pavimento. “E’ la casa del governo”, mi dice Ahmed il marocchino alla Rognetta, un ex stabilimento di trasformazione del succo d’arancia nel cuore urbano di Rosarno . Così gli hanno risposto i sei africani che si sono presi la sua capanna mentre lui era a lavorare in Toscana. Un altro marocchino vive da due anni dentro una pompa di sollevamento dell’acqua. Alla ‘Collina’, tra gli uliveti di Rizziconi, il rifugio sono due casolari con le tegole sfondate. Tra galline, fuochi all’aperto e montagne di spazzatura. Sembra un paradosso la pena di Peppe Pugliese, dell’Osservatorio, che si affanna a dire ai ragazzi di mettere all’ombra le casse di acqua da bere che gli ha procurato. La plastica sotto il sole è tossica. Fa male alla salute.

Davanti ai ricoveri senza tetto si è seduta un’umanità calpestata. Ma non piegata. Steve, 25 anni, del Ghana: “Non c’è rispetto dei diritti umani”. Era tra gli africani che a dicembre 2008 marciarono verso il municipio di Rosarno per protestare contro il ferimento di due di loro in un agguato mafioso. A casa dei Pesce, dei Bellocco, dei Piromalli e dei Molè, nel cuore della ‘ndrangheta più sanguinaria, gli africani hanno alzato la testa contro i proiettili. Alla Rognetta sembra che la speranza non sia mai stata avvistata. Eppure all’ingresso mi accoglie un Corano. Lo sta leggendo Jabee, che arriva dalla Nuova Guinea. Prima mi dice che in famiglia sono scappati tutti dalla guerra e che la moglie è ancora nelle carceri di Gheddafi. “Riesci a telefonarle?” gli chiedo. A quel punto trema: “Non è vero, sono morti tutti, pure mio figlio di due anni”. Solo con la fede si può. Mi ringrazia per avergli parlato. Non capita tutti i giorni. Meno male che c’è l’officina di Peppe Sergi, il biciclettaio. “Quando eravamo piccoli ci aggiustava le bici gratis, ora fa lo stesso con gli africani”, dice Pugliese che mi accompagna. Al muro c’è un manifesto elettorale del Pci di trent’anni fa. Come quelli che una sera di giugno del 1980 stava attaccando per le strade di Rosarno con Peppe Valarioti. “Non mi lasciare da solo, già la mia famiglia ha paura che mi ammazzano” gli aveva detto. Era mercoledì. Il sabato seguente, all’uscita da un ristorante dopo la vittoria elettorale, il dirigente comunista Valarioti fu ucciso a colpi di lupara. Aveva trent’anni. Un delitto rimasto impunito. Io e Peppe Sergi piangiamo insieme. A place like Rosarno. E’ troppo anche per noi calabresi.

Di Raffaella Cosentino

Copyright MOSAICI – ottobre 2009

La Rognetta - esterno

 

La Rognetta - interno, rifugio-dormitorio

La Rognetta – interno

 

La Collina

La Collina all'interno

Alloggio vicino all'inceneritore dei rifiuti

La vecchia Cartiera dopo l'incendio


L'incontro con David

Io e Peppe Sergi, il biciclettaio amico di Valarioti

Immigrati irregolari denunciati dagli ospedali, lo chiede un emendamento della Lega al pacchetto sicurezza

I medici trasformati in spie che dovrebbero denunciare alle autorità i pazienti senza permesso di soggiorno.
Il prossimo 3 febbraio il Senato della Repubblica voterà un emendamento proposto dalla Lega Nord che, se passasse, darebbe discrezionalità ai medici e agli ospedali di segnalare alle autorità competenti la presenza nella struttura di immigrati senza permesso di soggiorno. Un emendamento che modifica l’articolo 35 del Testo Unico sull’immigrazione, che sancisce, finora, il DIVIETO DI SEGNALAZIONE degli immigrati irregolari da parte delle strutture ospedaliere. L’emendamento è collegato al ‘pacchetto sicurezza’. Un emendamento che viola palesemente il diritto alla salute per tutti e all’accesso alle cure mediche, costituzionalmente garantiti.
E che rischia di creare un problema sociale, perchè se gli irregolari non possono più andare nei pronto soccorso pubblici, è ovvio che si creerebbe una sanità parallela e clandestina. Sui mezzi di comunicazione italiani non se ne parla, buio assoluto.
Le associazioni e federazioni di medici e infermieri e molte associazioni, tra cui Medici Senza frontiere, hanno lanciato l’allarme, organizzato una fiaccolata per il 2 febbraio e lanciato una campagna alla quale si può aderire:

DIVIETO DI SEGNALAZIONE:
SIAMO INFERMIERI E MEDICI, NON SIAMO SPIE

si può aderire
inviando una mail a
ombretta.scattoni@rome.msf.org
e pc: presidente@simmweb.it

Per informazioni: 06/4486921 – 329/9636533
e si può visitare il sito della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni
www.simmweb.it


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