Posts Tagged 'razzismo'

Nel documentario “Niguri” gli stranieri del centro di Sant’Anna

09/06/2010

12.34

IMMIGRAZIONE

Un’opera sociale del regista indipendente Antonio Martino, originario del quartiere. Una denuncia contro il razzismo e contro i meccanismi disumani dei centri d’accoglienza per migranti

ROMA – Un documentario sui meccanismi che generano il razzismo, sull’incomprensione del diverso e sul sistema fallimentare dei centri di accoglienza per migranti e richiedenti asilo. Niguri – Stranieri a Sant’Anna produzione indipendente del regista Antonio Martino squarcia il velo del silenzio sugli episodi di intolleranza quotidiana che accadono nel quartiere Sant’Anna di Isola Caporizzuto accanto al centro per immigrati più grande d’Europa. Ospitata in un’ex base dell’aeronautica militare, la struttura ha quasi 1500 posti e contiene all’interno il centro d’accoglienza, il Cara per i richiedenti asilo e il Centro di identificazione e di espulsione. Un ex Cpt che da oltre dieci anni si occupa per lo Stato italiano di gestire l’emergenza immigrazione. In cui nell’estate del 2008 arrivarono oltre duemila persone dagli sbarchi a Lampedusa. “Un’invasione” raccontano i titoli dei giornali e i comitati dei residenti. Una struttura che risucchia soldi pubblici e offre occupazione alla popolazione locale ma in cui ancora la maggiorparte degli immigrati vivono nei containers. Martino conosce bene la realtà di questo angolo di profondo sud che è il luogo in cui è nato. Dopo esperienze internazionali di documentarista sociale, da Chernobyl alla Romania e riconoscimenti prestigiosi come il premio produzione al Premio Ilaria Alpi per il suo lavoro sui bambini nelle fogne di Bucarest, il filmmaker ha voluto raccontare quella che per lui è stata l’esperienza più difficile.

Il documentario si sviluppa attraverso una serie di interviste a camera fissa per entrare nelle storie e nella psicologia dei protagonisti di un dramma umano che, sembra avvertire l’autore con questo lavoro, rischia da un momento all’altro di precipitare in una tragedia. Sant’Anna è il buco nero tra Lampedusa e Rosarno. La telecamera spazia su tutti gli attori del conflitto sociale in atto. Operatori del centro Sant’Anna, istituzioni locali, residenti e richiedenti asilo stranieri. “La maggiorparte della popolazione italiana è razzista, qui a Crotone non possiamo parlare con nessuno per la strada, viviamo isolati” racconta un ragazzo tunisino. “Non sappiamo chi sono, da dove vengono” dicono gli abitanti del quartiere. Martino riesce a descrivere in modo chiaro i complessi meccanismi della richiesta di asilo e della valutazione della commissione territoriale, la struttura di accoglienza e quello che succede alla fine del percorso. La gioia dei pochi fortunati che ottengono il permesso umanitario o l’asilo politico. Le sacche di disperazione di chi viene rifiutato. Nella parte finale del documentario si vede un barcone abbandonato nel porto di Crotone, diventato la casa galleggiante di un gruppo di afghani. Davanti alla telecamera si appellano alle convenzioni e agli organismi internazioni per i diritti umani. “Qualcuno può aiutarci?” chiedono ripetutamente. La loro umanità si scontra con la diffidenza e l’ignoranza della popolazione locale, che non capisce le storie di questa gente arrivata da paesi lontanissimi con un carico di disperazione e di povertà. Ma anche con tanti sogni per una vita migliore. Afghani, iracheni, maghrebini, africani subsahariani. Per la gente di Sant’Anna sono tutti, indistintamente, “Niguri”. E così il meccanismo di decostruzione dello stereotipo razzista passa per la messa in ridicolo dei vecchi abitanti che parlano in dialetto. Ma anche attraverso il ricordo delle storie di emigranti del quartiere che mezzo secolo fa raccontano di essere stati i “niguri” della Germania, dove andavano per cercare lavoro. Il passato e il presente si sfiorano, convivono sullo stesso fazzoletto di terra, ma non si toccano. Come nella scena in cui si vedono due africani che cercano vestiario in un cassonetto della spazzatura, nell’indifferenza dei passanti. (rc)

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Marocchino pestato a sangue a Cassibile

5/05/2010

10.56
IMMIGRAZIONE
L’aggressione è avvenuta ieri sulla via Nazionale, nel quartiere siracusano noto per il fenomeno del caporalato nella raccolta stagionale delle patate L’uomo è stato accerchiato da un gruppo di italiani mentre camminava a piedi, insultato e preso a calci

Via Nazionale, Cassibile (Sr)

Cassibile (Sr) – Aggressione razzista a Cassibile. Un bracciante stagionale marocchino di trent’anni è stato accerchiato e poi pestato a sangue con calci e pugni da un gruppo di italiani. Il grave episodio di violenza razziale è avvenuto ieri sulla via Nazionale, nel quartiere siracusano noto per il fenomeno del caporalato nella raccolta stagionale delle patate. A darne notizia oggi è il quotidiano locale “La Sicilia”. Secondo quanto riportato dalla testata siciliana, l’uomo stava camminando a piedi sulla strada principale di Cassibile quando è stato bloccato da un gruppo di uomini che gli ha sbarrato la via. Dopo averlo insultato ripetutamente, gli aggressori gli hanno impedito di fuggire e si sono scagliati contro il marocchino con violenza. La vittima ha solo cercato di difendersi riparandosi dai colpi con le mani. L’intervento verbale di altri residenti, che hanno urlato e chiesto aiuto, ha fermato e fatto allontanare gli aggressori. Il ragazzo marocchino, lasciato dolorante e sanguinante sull’asfalto, è stato soccorso da un’unità del 118, chiamata dai passanti. Il lavoratore maghrebino è stato medicato al Pronto Soccorso e dimesso. Nel frattempo gli aggressori hanno fatto perdere le loro tracce.

E’ il primo episodio di violenza per le strade contro gli immigrati a Cassibile dall’inizio dell’anno. Ma il quartiere siracusano non è nuovo ai pestaggi. In passato altre aggressioni si erano verificate a causa dell’intolleranza di una parte dei residenti verso i lavoratori stagionali stranieri, una parte dei quali sono alloggiati in una tendopoli gestita dalla Croce Rossa. (rc)

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A ISOLA CAPO RIZZUTO È GUERRA CON I «NIGRI»

IL MANIFESTO – 15 TERRITORI
26.02.2010

* APERTURA | di Raffaella Cosentino – S. ANNA DI ISOLA CAPO RIZZUTO (KR)
altra italia –
Centro AD ALTA TENSIONE

In provincia di Crotone, sorge il centro per richiedenti asilo più grande d’Europa. Una convivenza difficile in una piccola contrada. Tra disoccupazione, babele delle lingue, violenze e razzismo, rischia di esplodere un altro caso Rosarno

Autobus di linea che non si fermano se alla piazzola ci sono immigrati. Ancora discriminazioni stile Alabama degli anni Cinquanta , questa volta nel quartiere Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto. A ridosso dell’ex aeroporto militare oggi Cara – Cie (Centro di accoglienza per richiedenti asilo e Centro di identificazione e di espulsione). Dopo la tragedia degli africani della Piana di Gioia Tauro, si squarcia il velo su altri episodi di razzismo, altre Rosarno. Sempre nel ventre molle di un Calabria in cui lo Stato e l’Europa sembrano solo giganti lontanissimi. Un territorio calabrese disagiato che l’assenza delle istituzioni ha trasformato in una polveriera di incidenti e gravi episodi di intolleranza tra italiani e immigrati. Dopo la Statale 18 della Piana, teatro degli scontri e dei linciaggi degli africani delle clementine, è di nuovo una strada a raccontare l’esodo degli stranieri: la 106 jonica, la «via della morte» per i tanti incidenti automobilistici fatali. E’ stato proprio il doppio investimento di un richiedente asilo somalo, la sera del 17 ottobre scorso (mentre a Roma si svolgeva il grande corteo antirazzista), travolto da due diversi pirati della strada, a fare emergere il comportamento razzista degli autisti. Le testimonianze di tanti immigrati, tra cui l’interprete somalo della questura, sono state raccolte da Antonio Anastasi del «Quotidiano della Calabria». Il cronista ha raccontato che nei mesi scorsi gli autobus non si fermavano nel tratto da Sant’Anna a Isola Capo Rizzuto, costringendo i richiedenti protezione umanitaria ad andare a piedi per 10 chilometri su una statale buia e senza marciapiedi, percorsa dalle auto a velocità elevata. «E’ una tratta non servita dai bus navetta del Cara, che arrivano solo a Crotone», spiega Anastasi. Grazie alle sue denunce, ora gli autobus della ditta Romano si fermano. «Si configurava un’interruzione di pubblico servizio, ma la direzione delle autolinee ha richiamato gli autisti con un atto ufficiale, minacciando provvedimenti disciplinari», dice ancora Anastasi che ha raccolto sia le lamentele dei passeggeri per comportamenti indecorosi degli immigrati, sia i racconti degli stranieri sui tanti gesti razzisti di cui sono vittime sui bus. Da chi si tura il naso a chi apre il finestrino «per non sentire la puzza dello straniero».
Ma a Sant’Anna basta parlare con gli abitanti per capire che cova una rabbia pericolosa. Alimentata da incomprensione, paura, assenza delle istituzioni. I residenti si barricano in casa perché si sentono minacciati dalla presenza massiccia di gente povera e straniera. Centinaia di richiedenti asilo che di giorno vanno alla fermata dell’autobus o a comprare da mangiare in un piccolo negozio di alimentari. In autunno raccolgono lumache e le vendono sul ciglio della 106. Parcheggiati per mesi in attesa che la commissione territoriale esamini la loro richiesta di protezione umanitaria. Eccoli di nuovo sulle strade della Calabria «i nigri» (così li chiamano tutti a Sant’Anna). A 200 chilomentri da Rosarno, anche qui i cittadini si sentono «abbandonati dalle istituzioni». Mal sopportano «l’invasione degli stranieri» che dal 2007 possono possono entrare e uscire liberamente dal Centro.
Dopo la chiusura della Pertusola e della Montedison a metà degli anni Novanta, il Centro di Sant’Anna, attivo dal 1999, è diventato la nuova «fabbrica», la più grossa fonte di occupazione di tutta la provincia. Centinaia di posti di lavoro gestiti dalle Misericordie d’Italia, sede di Isola Capo Rizzuto. Il quartiere ha fame di lavoro, ma si sente esasperato. Non capisce le storie, le culture e le differenze di gente che viene dall’Iraq, dall’Afghanistan, dalla Turchia, dall’Africa. Che non parla italiano, come a S.Anna non parlano inglese o francese. «Dovremmo fare come a Rosarno, quando escono, i negri, sono pericolosi», dice Pasquale Pullano, idraulico di mezza età. Racconta che sono entrati in casa e hanno rubato la borsa a sua moglie. Motivi di tensione costante sono le violazioni della proprietà con i piccoli furti di abiti stesi ad asciugare in giardino. «Erano in cinque, sono dovuto scappare sennò gli dovevo sparare», esclama. Parole pesanti che sono di casa al circolo Uisp in piazzetta, dove si radunano i residenti. Gianfranco Leone è un altro abitante. «Solo il buonsenso ci ha salvati – dice – di spunti per scontri ce ne sono stati tanti». Un’altra analogia con Rosarno, le aggressioni a una donna e a un uomo del posto a maggio del 2009. Dell’accaduto esistono due versioni. Una pro e una contro immigrati. Pare che un gruppo di stranieri abbia chiesto un passaggio in auto per uno di loro ferito. Insultati dall’uomo alla guida, si sarebbero scagliati contro il proprietario della macchina e contro una donna venuta in suo soccorso. Ma per gli abitanti c’è stata una violenza senza motivo da parte degli immigrati. I gruppi di stranieri che camminano insieme è la cosa che più spaventa il quartiere. «Hanno messo in difficoltà la nostra contrada – spiega Leone – siamo 1500 persone su 27 chilometri quadrati, quando il centro era pieno ci siamo ritrovati pari numero con loro. Abbiamo dovuto chiudere il circolo perché arrivavano ubriachi, occupavano i campetti». Al centro delle proteste anche i bivacchi e la prostituzione delle nigeriane (con i clienti calabresi) a Villa Margherita, un parco botanico. «Il giorno stesso del ferimento dei due residenti, abbiamo bloccato la 106 in modo spontaneo – racconta – fino a una telefonata del prefetto che ci rassicurava un suo intervento con il governo». Sono seguiti un consiglio comunale all’aperto in piazza a Sant’Anna con il senatore Giuseppe Esposito del Pdl e una visita del sottosegretario Nitto Palma per il governo. La promessa fatta di dimezzare gli immigrati da 1500 a 700 è stata mantenuta con la politica dei respingimenti in mare. Quella di illuminare la strada no. Avevano chiesto qualche lampione della luce per il tratto di 106 vicino all’ingresso del Cie. Ma non hanno mai avuto risposta. «E’ pericoloso, per noi e per loro – continua Leone – ci sono stati diversi feriti in incidenti dovuti al buio».
In estate ha preso forma un tentativo di avvicinamento con una festa etnica in piazza e una partita di calcio «S.Anna contro Ospiti del centro». Leone, che aveva organizzato l’iniziativa insieme al parroco, è rimasto deluso dai suoi stessi concittadini. «La contrada non ha partecipato e nemmeno gli operatori della Misericordia sono stati presenti con le loro famiglie», dice amareggiato. Ma l’insofferenza per il Centro più grande d’Europa con 1458 posti ha raggiunto anche Crotone, a 15 chilomentri di distanza. Attualmente ci sono 682 richiedenti asilo e 50 detenuti nel Cie, riaperto a febbraio 2009 dopo la rivolta e l’incendio di quello di Lampedusa. In città i richiedenti asilo andavano a fare accattonaggio. A marzo 2009 è arrivata un’ordinanza antibivacco del sindaco Peppino Vallone, che vieta anche di «mendicare con insistenza e petulanza». Nìguri, stranieri a Sant’Anna è il film documentario uscito un mese fa, di cui è autore Antonio Martino, 32 anni, film maker originario del quartiere.
Nìguri è costruito su una lunga serie di interviste «ai bianchi e ai neri», ai calabresi e agli ospiti del centro. «Non sai a chi dare ragione – spiega Martino – sono da comprendere gli abitanti che sono stati invasi e hanno visto gli aspetti peggiori della globalizzazione, ma anche questi poveri fantasmi. Molti di loro a cui non viene accordato l’asilo politico sono quella gente rifiutata che approda nella Piana di Gioia Tauro». Un film dopo la Libia delle carceri di Gheddafi e prima di Rosarno. «La tensione, nel momento clou degli sbarchi, quando nel centro c’erano 2000 persone, è stata altissima, si è sfiorato il morto», dice l’autore calabrese. Anche lui è rimasto deluso dai vicini di casa. «Ho provato a organizzare una proiezione e un dibattito nel quartiere, ma i due comitati dei cittadini non hanno risposto – racconta – è lo stesso atteggiamento di diffidenza verso ciò che non si conosce attuato nei confronti dei migranti». Luci per la strada e un proiettore in piazza. Potrebbero bastare a illuminare il buio di Sant’Anna? «L’esasperazione degli animi deriva da una visione criminogena dello straniero fomentata da un’ondata mediatica- dice Carmen Messinetti del Coordinamento migranti Cgil provinciale – unita a un approccio emergenziale del fenomeno e all’assoluta latitanza e indifferenza delle istituzioni». Secondo Messinetti: «Dopo la giusta decisione governativa di rendere liberi l’ingresso e l’uscita dal centro di accoglienza, è mancata la creazione di centri di aggregazione e culturali, di servizi – continua la sindacalista – questo ha creato un’esplosione di rabbia della popolazione, con la destra che, cavalcando l’ottica di esclusione dello straniero, ha rafforzato a Sant’Anna il bacino di voti per la vittoria alle elezioni provinciali”.

Castel Volturno, centro Caritas “Fernandes”: “Siamo un capro espiatorio”

16/02/2010
14.44
IMMIGRAZIONE

Dopo le petizioni per chiudere la struttura di accoglienza, il direttore Casale parla di strumentalizzazioni elettorali sul problema degli africani per sviare dal racket dello sfruttamento, dall’abusivismo edilizio e dal giro d’affari degli affitti

Castel Volturno – “Fare la guerra agli africani è un’ingiustizia oltre che una stupidità, qui si risolve il problema recuperando l’ambiente, riscattando il territorio, per gli italiani e per gli stranieri”. Antonio Casale, direttore del centro Caritas “Fernendes” di Castel Volturno parla apertamente. “Con una popolazione di diecimila immigrati su ventimila abitanti italiani, se gli africani dovessero essere tutti delinquenti, qui sarebbe un bronx, invece tutto sommato si vive tranquillamente”, continua. Il centro che dirige da quando è stato inaugurato nel 1996 è prima di tutto un simbolo a Castel Volturno. Da ex casa mare per minori orfani gestita dai frati e poi abbandonata, nei primi anni Ottanta l’edificio era diventato un dormitorio degradato e senza servizi igienici per i primi africani arrivati in zona. Dopo lo sgombero delle forze dell’ordine, divenne un centro privato della Caritas della diocesi di Capua. Rispetto alle migliaia di africani che vivono nelle case abusive affittate in nero, al Fernandes l’ospitalità riguarda un numero esiguo di persone: 60 posti letto a rotazione per circa due mesi, occupati da ghanesi, ivoriani, togolesi, nigeriani, maliani, burkinabè. Altri cinque posti sono riservati alle donne e c’è una mensa aperta a 150 persone a pranzo e a cena. Con quattro operatori assunti e venti volontari, medici, avvocati e immigrati, il Fernandes è il centro di raccordo di tutte le attività dell’associazionismo di Castel Volturno, dagli ambulatori medici con i dottori dell’associazione Jerry Masslo due volte a settimana ai convegni sul tema migratorio. Anche per questo viene continuamente preso di mira a ogni tornata elettorale da petizioni e campagne per farlo chiudere. Nel comune commissariato si vota a marzo per eleggere il sindaco.

“Siamo un capro espiatorio per le continue sottoscrizioni contro il centro – dice Casale – il problema dell’immigrazione qui è stato strumentalizzato politicamente. Si cavalca la paura della gente e l’oggettiva difficoltà di convivenza dicendo che ci sono tutti questi immigrati perché c’è il centro di accoglienza”. Il direttore spiega che “si gioca addirittura sulla confusione con il centro di accoglienza statale, ex cpa, cara. La gente di Castel Volturno è convinta che lo Stato porti qui gli immigrati di proposito”. Secondo Casale, è più facile prendere di mira la Caritas: “Così si sposta l’attenzione dai fitti e dallo sfruttamento sul lavoro, senza ledere gli interessi di nessuno. Se un politico dicesse: dobbiamo buttare giù tutte le case abusive e fare pagare le tasse a chi affitta, non lo voterebbe nessuno”.

Così Antonio Casale risponde alla petizione popolare per liberare Caserta dagli immigrati lanciata a gennaio dall’ex sindaco Antonio Scalzone, del Pdl. “Noi, come gli immigrati, siamo vissuti come un corpo estraneo – continua il dirigente – non abbiamo collaborazione locale, l’aiuto viene sempre dall’esterno. Il comune non si fa carico degli immigrati, soffre solo la presenza. Le istituzioni e le persone del posto rimuovono il problema, non lo gestiscono”. Eppure il business che c’è dietro la presenza degli africani è sotto gli occhi di tutti. “Qui c’è un turismo molto popolare d’estate, proveniente dai quartieri poveri napoletani. Ma questa massa di stranieri assicura un indotto tutto l’anno, ai commercianti e ai proprietari di casa”. Tuttavia il problema è diverso nella percezione degli abitanti. “L’idea diffusa è che il degrado del territorio sia dipeso dagli stranieri. E’ ovvio che è il contrario, ci sono gli stranieri perché il territorio è degradato”, spiega ancora Casale.

L’elemento distintivo è la facilità di trovare casa. Abitazioni, seconde case per il mare, in cui vivono anche molti italiani disagiati, arrivati trent’anni fa dopo il terremoto di Napoli e il bradisismo di Pozzuoli. “La casa è un ammortizzatore sociale per gli africani – sostiene il direttore del Fernandes – inoltre sono senza documenti e senza diritti, quindi il vantaggio per i padroni di case è di poterli mandare via quando vogliono”. Niente accampamenti e baraccopoli, tante cattedrali nel deserto: dai campi da golf più grandi d’Europa agli Hotel di lusso. “Spaccio di droga, prostituzione e mafia nigeriana sono presenti – racconta Casale – l’integrazione difficile, i corsi d’italiano non hanno successo perché si viene solo pensando che sia un modo per uscire dalla clandestinità. La tipologia di immigrati è varia: dalle famiglie residenti alle migliaia di passaggio, rifugiati, richiedenti asilo, respinti. Siamo il frutto di problemi che stanno a monte. Va eliminata la causa del male. Qui continuiamo solo a fasciare le ferite”. (raffaella cosentino)
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Il doppio volto di Rosarno: razzismo mafioso e il volontariato che accoglie

15/02/2010
14.58
IMMIGRAZIONE
Dossier “Arance insanguinate”. Già alla fine degli anni Novanta i migranti si appellavano al sindaco: “Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricita’”

Reggio Calabria – Dal dossier Arance Insanguinate emerge anche il doppio volto di Rosarno. Violenza xenofoba da un lato, reazioni del volontariato laico e cattolico dall’altro. L’impegno di pochi volontari per l’accoglienza dei migranti che ad ogni stagione invernale arrivavano a raccogliere le clementine della Piana. “Rosarno è anche tra i primissimi paesi calabresi ad avere progettato politiche di sostegno ai migranti già nel 1995”, si legge nel documento. Nel 1994 viene eletto sindaco di Rosarno Peppino Lavorato, comunista da sempre impegnato nella lotta alle cosche. Lavorato mostra sensibilità umana e istituzionale verso gli immigrati. Le ‘ndrine non tardano a presentare il conto. La notte di Capodanno lanciano un’offensiva a colpi di mitragliatore contro il Comune e gli edifici scolastici. La risposta è una festa dei popoli che dal 6 gennaio del 1995, per tutti gli anni del doppio mandato del sindaco Lavorato, ogni Epifania distribuirà pasti caldi agli immigrati sulla piazza intitolata al giovane dirigente comunista Giuseppe Valarioti, trucidato dalla ‘ndrangheta a Rosarno nel 1980.

Le violenze ovviamente non si fermano. A ottobre del 1996 il rinvenimento del cadavere senza volto nelle campagne di Laureana di Borrello. Nel gennaio del 1997 un raid punitivo ferisce a sprangate tre marocchini. E ancora, un’altra sparatoria il 9 novembre del 1999 lascia sul terreno tre feriti gravi. “Non tutti i rosarnesi sono razzisti e mafiosi, ma tutti i mafiosi rosarnesi sono razzisti” è il commento del giornalista Alessio Magro di daSud Onlus, a conclusione del lungo elenco di crimini contro gli africani. Tra cui le aggressioni con le spranghe in motorino agli immigrati che passano sulla via Nazionale. Ma un altro aspetto che emerge chiaramente è quello delle rivendicazioni dei migranti, stanchi di subire angherie. Negli anni si sono susseguiti gli appelli e le lettere dei lavoratori stagionali al sindaco. Già nel lontano 1999, all’indomani dell’ennesimo agguato nelle bidonville, gli africani denunciano il clima di terrore scrivendo: “ Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricità”. Il 15 novembre del 1999 il consiglio comunale vara un pacchetto di misure pro immigrati, corsi di lingue e una mensa. “Nel 2003 finisce l’era del sindaco antimafia”, conclude Magro. Il problema cresce a dismisura, il comune viene commissariato per le infiltrazioni della criminalità. Nessuno riesce a dare attenzione ai migranti, se non pochi generosi volontari e Medici senza frontiere. (vedi lanci successivi) (raffaella cosentino)
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Corteo contro il Razzismo – Roma 17 ottobre

No al razzismo, No al pacchetto (In)Sicurezza, No ai respingimenti in mare, No ai rimpatri forzati e alle deportazioni dei migranti, No ai Centri di identificazione e di espulsione, No alle discriminazioni e No alle violazioni dei diritti umani nel nostro paese.

Grazie agli organizzatori, perchè oggi a Roma ho visto un’Italia diversa, ho visto migliaia di studenti e migranti marciare e ballare insieme. E ho pensato che questa è la Capitale dello Stato multiculturale in cui voglio vivere.

Grazie agli immigrati sans papiers e senza identità di Rosarno e di Caserta. Ai richiedenti asilo in attesa a S. Anna di Crotone. Grazie a tutti gli immigrati che oggi erano in piazza e per le strade. Perchè loro sono gli unici che stanno davvero mettendo in gioco le loro vite per cambiare il mondo.


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