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Corteo contro il Razzismo – Roma 17 ottobre

No al razzismo, No al pacchetto (In)Sicurezza, No ai respingimenti in mare, No ai rimpatri forzati e alle deportazioni dei migranti, No ai Centri di identificazione e di espulsione, No alle discriminazioni e No alle violazioni dei diritti umani nel nostro paese.

Grazie agli organizzatori, perchè oggi a Roma ho visto un’Italia diversa, ho visto migliaia di studenti e migranti marciare e ballare insieme. E ho pensato che questa è la Capitale dello Stato multiculturale in cui voglio vivere.

Grazie agli immigrati sans papiers e senza identità di Rosarno e di Caserta. Ai richiedenti asilo in attesa a S. Anna di Crotone. Grazie a tutti gli immigrati che oggi erano in piazza e per le strade. Perchè loro sono gli unici che stanno davvero mettendo in gioco le loro vite per cambiare il mondo.

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A piazza Farnese il funerale laico dei migranti morti in mare

Mentre il dittatore libico Muammar Gheddafi è accolto con tutti gli onori a Palazzo Chigi da Silvio Berlusconi, a Roma la manifestazione di protesta ”Io non respingo” con canti, poesie e testimonianze. Denunciati i lati oscuri del trattato Italia-Libia: deportazioni, lager, compravendita di esseri umani

Asmerom Tecleab, come dice il suo nome, viene da Asmara. “Vorrei dire tante cose ma non ho le parole”, si scusa. Non conosce bene la nostra lingua. Solo 8 mesi di italiano alle spalle non bastano per raccontare quanto è pericolosa la Libia e quanta paura fa il mare. “Viaggio”, “sepoltura”, “ritorno”, “morte”, “speranza”:di questo parlano le voci che si levano nel crepuscolo di piazza Farnese. Canti, poesie, letture di attori e di migranti si alternano tra le due fontane e il palazzo maestoso che dà il nome alla piazza. Una cornice solenne per un funerale laico. Così la protesta delle associazioni – Fortress Europe, Asinitas onlus, gli autori di “Come un uomo sulla terra”, e le scuole di italiano per stranieri della capitale – per chiedere a Italia e Libia il rispetto dei diritti umani passa per il rito collettivo del ricordo dei morti in mare. Degli annegati privati del nome e dei documenti, ingoiati dal Mediterraneo senza tombe e senza una parola pubblica a commemorarli. “Quante stelle sono cadute?” recita un cartellone. Mostra una barca in mare tra l’Africa e l’Italia, carica di profughi sotto un cielo di stelle cadenti. Il disegno nasce dalle parole di Asmeron, scritte nel suo italiano semplice per la scuola di Asinitas. Un ventottenne eritreo con una laurea in matematica che a Roma non vale nulla. Asmeron il rifugiato politico, insegnante nella sua vita passata, che ora non trova lavoro. Racconta alla piazza una leggenda del suo popolo: quando cade una stella si dice che qualcuno stia morendo. E allora per ogni tragedia del mare il cielo è illuminato “con la luce di tutti quelli che hanno perso la vita”, dice ai manifestanti seduti in semicerchio attorno a lui.

“Come si possono fare accordi con un dittatore?”, hanno scritto altri rifugiati eritrei su un cartello. La loro nazionalità è la più diffusa tra chi ha l’asilo politico in Italia. Dal 2005 ne sono arrivati 6 mila via mare, secondo Fortress Europe. “Non si è fatto parlare il Dalai Lama alla Camera e ora si riceve Gheddafi al Senato”, dice amaro Bruno Mellano, presidente dei Radicali italiani. Sono l’unica forza politica presente in piazza con striscioni e bandiere. Mentre a poca distanza il dittatore libico è accolto con tutti gli onori a Palazzo Chigi, al sit in si vedono solo gli onorevoli Rosa Calipari e Jean Leonard Touadì del partito Democratico. Interviene Marco Pannella e dipinge un quadro a tinte fosche della situazione politica.”L’Italia dovrebbe essere democratica e non lo è, non c’è una democrazia da salvare, c’è una democrazia da creare”, afferma il leader radicale. E sul trattato con la Libia, dice: “diamo i soldi dello Stato a un dittatore fascista che da quarant’anni opprime e massacra il popolo libico al posto nostro. In questo modo finanziamo altri 40 anni di fascismo”. Anche padre Giorgio Poletti, missionario comboniano, parroco degli immigrati da 14 anni a Castelvolturno ha parole dure per gli italiani. “Abbiamo una mentalità da Deserto dei Tartari, dominata dall’egoismo, dal rifiuto dei sacrifici e dei progetti politici impegnativi”, dice. I comboniani il 20 giugno, in occasione della giornata mondiale del rifugiato, distribuiranno “i permessi di soggiorno in nome di Dio” in oltre 25 città.

Gli studenti dell’Onda promettono proteste massicce alla Sapienza, che a Gheddafi oggi ha riservato l’aula magna. Il collettivo Blackout tenterà nel pomeriggio un’incursione a Villa Doria Pamphili, dove è stata impiantata la tenda del colonnello. Continuano nei prossimi giorni le iniziative di chi ritiene il regime libico inadeguato a prendersi carico dei rifugiati. Di chi chiede una commissione d’inchiesta internazionale e la liberazione dei profughi dimenticati in fondo alle celle delle carceri in mezzo al deserto. Una lunga maratona iniziata ieri a Milano con una proiezione all’ambulatorio medico popolare e presidi davanti al consolato libico e arrivata fino a Cinisi, con un dibattito alla Casa della Memoria dedicata a Felicia e Peppino Impastato. Al centro, la manifestazione di Piazza Farnese per legare una rete di associazioni sparsa per tutto il Paese.
Deportazioni nei container, lager finanziati dall’Italia, migranti venduti dai poliziotti corrotti per 30 denari. Sono i lati oscuri del patto con Gheddafi raccontati da Gabriele del Grande. “Recentemente Amnesty ha visitato la Libia, prima c’era stato Human Rights Watch”, ha denunciato il giornalista,”In questo momento la Libia conosce una specie di apertura, si fanno entrare alcuni giornalisti per visitare alcuni campi di detenzione. Ma sono quelli “a cinque stelle”, finanziati dall’Europa. Lì si porta la stampa, a Kufrah non si porta nessuno”. (rc)

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