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STORIE DA UN EX-AMBASCIATA Roma: le testimonianze dei rifugiati somali a Via dei Villini

Il 21 dicembre scorso Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha rivolto un appello alle istituzioni (Comune, Provincia, Regione, Ministero dell’Interno) affinché si individuassero con urgenza soluzioni di accoglienza dignitose e percorsi di integrazione per i numerosi rifugiati somali costretti a vivere in condizioni disumane presso l’ex-ambasciata somala di Via dei Villini a Roma. In un edificio fatiscente, infestato dai topi e sprovvisto dei servizi più elementari (luce, riscaldamento, bagni, servizi igienici) continuano a vivere ammassate 140 persone allo stremo, tutte in possesso di un regolare permesso di soggiorno per protezione internazionale.
A un mese di distanza, in attesa che arrivino soluzioni concrete ( vedi documentazione fotografica sulla situazione attuale STORIE DA UN EX-AMBASCIATA), MEDU continua l’azione di supporto socio-sanitario ai rifugiati attraverso la propria unità mobile. Le operatici e gli operatori di Medici per i Diritti Umani hanno inoltre iniziato a raccogliere le testimonianze dei pazienti e degli altri rifugiati. Oltre l’anamnesi medica, storie di vita indispensabili per comprendere il disagio e la sofferenza di persone che, private di ogni prospettiva di integrazione, combattono quotidianamente per conservare la propria dignità. Testimonianze utili – forse – a far si che questa vicenda non torni ad essere una storia dimenticata di esclusione.

La storia di A.
A. ha meno di trent’anni e ci racconta la sua storia un martedì sera. Siamo con l’unità mobile di Medici per i Diritti Umani davanti all’ex ambasciata somala, nell’esclusivo quartiere a ridosso di Porta Pia. Dopo la visita medica trova del tutto naturale la nostra richiesta di ascoltare e raccogliere la sua testimonianza. A. è un fiume di parole, ma il ritmo del suo narrare è lento, placido. Sembra aver raccontato cento volte la sua storia a sé stesso e mai a nessun altro.
Vengo dalla Somalia, Mogadiscio. Lì facevo il giornalista radio televisivo. Ero un corrispondente, poi…Da venti anni in Somalia si combatte una guerra civile iniziata nel ‘90-‘91. Anche molti miei amici erano giornalisti ma poi con la guerra e la violenza non si poteva più parlare, non si poteva più scrivere la verità. Molti giornalisti sono stati uccisi. Per questo sono fuggito dalla Somalia. Sono stato minacciato di morte perché dicevo la verità. Si, solo per questo sono fuggito. A Mogadiscio avevo tutto ciò di cui avevo bisogno, solo la paura mi ha fatto andare via e ora qui non ho niente. Quando ti chiamano ti uccidono di sicuro.
Ho lasciato la Somalia a novembre del 2007. Lì ci sono i miei genitori, mio fratello , mia sorella e mia moglie. O meglio, quella che era mia moglie perché quando sono venuto qui abbiamo divorziato. Come potevamo restare insieme? Io non posso tornare in Somalia e lei non può venire qui. Quando chiamo a casa mi dicono che la situazione è sempre peggiore, che uccidono sempre di più, ogni giorno. Ci sono persone che si fanno esplodere per strada…La mia famiglia ora vive a circa trenta chilometri da Mogadiscio. Lì è meno pericoloso, c’è meno violenza.
Sono fuggito all’improvviso, verso il confine con l’Etiopia. Allora i miei genitori hanno venduto la casa dove vivevano per pagare il mio viaggio. Non avevo documenti perché non esisteva un governo in Somalia, per questo ho dovuto pagare moltissimi soldi per ottenere il passaporto. Dall’Etiopia sono andato in Sudan e poi in Libia. Ho impiegato tre mesi, ma appena arrivato i soldati libici mi hanno arrestato perché allora non avevo ancora i documenti. Sono stato in carcere sette mesi. Il carcere in Libia è duro, durissimo. Non hai un letto, si dorme sul pavimento, si mangia una volta al giorno e spesso picchiano con i manganelli. Sono riuscito ad uscire dal carcere solo pagando mille dollari al comandante dei soldati e sono fuggito in fretta verso l’Italia perché se fossi rimasto lì e mi avessero messo di nuovo in prigione, non ne sarei più uscito. Sono venuto in barca con altre 140 persone. Una sola barca, tre giorni e tre notti nel Mediterraneo. Poi la barca ha iniziato a spaccarsi, allora ci siamo spogliati e abbiamo cercato di tappare le crepe con i nostri vestiti…perché la vita è importante, si…
In Sudan e Libia abbiamo attraversato 3000 chilometri di deserto. Se si fermava la macchina, morivamo tutti, tutti.
Così siamo arrivati in Sicilia, a Pozzallo, dove ci hanno preso le impronte digitali e poi trasferito per sei mesi in un centro in Sicilia in attesa dei documenti. Dopo sei mesi ho ottenuto la protezione sussidiaria (permesso di soggiorno per protezione internazionale, ndr) e mi hanno mandato via dal centro. Era il maggio 2009. E’ così che sono arrivato qui, a Roma, nell’ambasciata. Ma qui è impossibile vivere. Appena ho visto le condizioni ho chiamato la mia famiglia che mi ha mandato dei soldi e sono partito per la Svezia dove sono rimasto per sei mesi. Lì le condizioni sono molto migliori. Ti danno da mangiare e un posto dove dormire. Stavo anche imparando la lingua ma poi hanno scoperto che avevo le impronte in Italia e mi hanno rimandato indietro (il Regolamento di Dublino, in vigore nei paesi dell’Ue, stabilisce che si può richiedere asilo una sola volta e che è il primo paese europeo in cui si entra a dover vagliare la domanda, ndr). Tornato in Italia, sono subito ripartito per la Finlandia. Non potevo restare in queste condizioni e poi dovevo lavorare per mandare soldi alla mia famiglia che ha speso tutto per me. In Finlandia mi davano 500 dollari al mese, molti, no? Lì la vita era molto, molto migliore. Dopo sei mesi però hanno scoperto di nuovo che avevo le impronte qui e mi hanno detto: “Tu sei Dublino”…e di nuovo mi hanno mandato in Italia. Dopo altri due mesi in Italia, sono ripartito. Olanda questa volta, ma ero malato, avevo una fistola e mi hanno operato d’urgenza. Poi sono rimasto altri sei mesi in un centro ma anche in Olanda hanno scoperto le mie impronte, mi hanno arrestato e sono stato un mese in carcere e quando mi hanno liberato mi hanno rimandato qui. Era il 23 dicembre 2010 quando sono arrivato, solo 19 giorni fa. Ora ho deciso di restare qui, devo restare per forza qui. Non mi muoverò più. Ora ho vissuto tutti i problemi di essere un Dublino e non me ne andrò più. Ora basta. Se potessi, tornerei a casa, se ci fosse la pace, ma la pace non c’è.
Qui nell’ambasciata, di notte non riesco a dormire. Penso, penso, penso sempre…non si fermano mai i pensieri. Penso sempre a questa vita difficile , al mio futuro, ogni giorno e ogni notte, ma penso che qui il mio futuro non esiste. Io ora sto studiando l’italiano. Già lo parlo un po’ e capisco tutto perché l’ho studiato in Somalia. Se avessi una casa, un posto dove stare, sono sicuro che potrei ottenere tutto….

La storia di I.
Gennaio, ex-ambasciata di Via dei Villini. E’ già notte e un gruppo di rifugiati ha appena terminato una giornata di lavoro per ripulire di ingombri alcuni locali dell’edificio, per rendere un po’ meno invivibile questo posto. Ci troviamo in una delle disastrate sale che doveva essere luogo di rappresentanza diplomatica; forse lo studio stesso dell’ambasciatore. I. ci accoglie con amicizia insieme ad altri ragazzi offrendoci le seggiole meno mal ridotte. Accanto a lui O. ha appena ottenuto un appuntamento al centro diabetologico del policlinico Umberto in seguito alle indicazione dell’unità mobile. O. è affetto da diabete scompensato ed è iperteso. Nonostante sia titolare di un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria non è ancora iscritto al servizio sanitario nazionale poiché non sapeva di averne diritto. In un’atmosfera surreale, illuminati da un’unica candela, I. ci racconta la sua storia.
Fino a pochi anni fa vivevo nel mio paese, la Somalia, nella città di Mogadiscio, anche se non sono nato lì ma in una piccola città che si chiama Baardheere. Poi dal 1988 la mia famiglia si è trasferita a Mogadiscio.
Nel 2006 è iniziata la guerra tra il governo e le corti islamiche, l’UCI (Unione delle Corti Islamiche, ndr). Ancora non c’era Al Shabaab (“La Gioventù”, gruppo insurrezionale islamico comparso dopo la sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche da parte del Governo Federale di transizione, ndr). Poi sono entrati in Somalia anche i soldati Etiopi. In questo momento venivano uccise molte persone, la guerra peggiorava. Io mi trovavo con la mia famiglia a Mogadiscio; volevamo andare via, avevamo troppa paura. Io ho pensato di fuggire in Italia dove sono arrivato a febbraio del 2008. Sono partito dal mio Paese in macchina fino al confine con l’Etiopia, poi in pullman fino ad Addis Abeba. Sono stato lì due mesi e poi ho preso un altro pullman fino al confine con il Sudan. Molte persone pagano tanti soldi per arrivare in Sudan, io no, sono andato in pullman ma poi dal confine ho camminato, da solo, per undici giorni, mi davano da mangiare delle persone che incontravo, dei contadini…
Dopo undici giorni sono arrivato ad Al Kadarif e ci sono restato 7 giorni. Poi ho preso un altro pullman fino a Kartoum e da lì c’è il deserto. Ho pagato molti soldi per attraversare il deserto per nove giorni. Ho iniziato la traversata il 28 dicembre quindi ho passato il primo gennaio nel deserto, con il sole, senza acqua. Abbiamo passato l’anno nuovo nella sabbia. Qualcuno cadeva dalla macchina, qualcuno veniva buttato, qualcuno moriva e poi nel deserto vedevamo tante persone morte di sete o lasciate nel deserto… tante.
Non c’è acqua. Quella che c’è sulla macchina finisce subito e dopo quelli che guidano ti danno massimo mezzo bicchiere d’acqua al giorno. Se la macchina si ferma o si rompe, la gente muore nel deserto. Altre volte quando si svegliano la mattina non c’è più la macchina e allora restano lì finché muoiono. Ci sono etiopi, somali… .Noi siamo rimasti gli ultimi quattro giorni senza mangiare.
Il 9 gennaio sono arrivato a Tripoli, in Libia, poi il 21 febbraio ho provato ad attraversare il mare, ma il motore della barca si è rotto e siamo rimasti in mare 5 giorni. Sono morte 5 persone, una ragazza e quattro ragazzi…abbiamo dovuto lasciarli in mare. Avevo pagato 1000 dollari e mi sono ritrovato di nuovo in Libia dove sono riuscito a scappare ai soldati. Siamo tornati vicino Tripoli e dopo due giorni ho ritentato la via del mare pagando di nuovo. Un giorno del febbraio 2008 alle 10 di sera sono entrato a Lampedusa, per fortuna. Sono rimasto lì 5 giorni e poi ci hanno mandato al CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo, ndr) di Crotone dove sono rimasto sei mesi fino ad agosto quando mi hanno dato la protezione sussidiaria.
All’uscita del centro avevo l’indirizzo di dove avrei trovato alloggio a Roma: Via dei Villini numero 9. Allora sono venuto a Roma ma le condizioni dell’ambasciata non mi piacevano e allora ho preso il treno per Firenze dove c’era una casa dei Somali. Lì vivevano un mio amico con il padre e mi hanno consigliato di andare a cercare lavoro a Catanzaro, in un circo. Così sono partito e ho iniziato a lavorare in nero come operaio. Pulivo, sistemavo gli animali…lama, cammelli, serpenti. Ho lavorato con loro quasi 5 mesi girando per la Calabria e la Sicilia. Poi a settembre del 2008 è arrivata la mia moglie attuale. Lei era la moglie di un mio cugino che è morto e aveva già un figlio. L’hanno mandata in un centro vicino Siracusa, io andavo sempre e ci siamo sposati. Poi ha avuto il documento e siamo andati subito in Svizzera perché ora eravamo una mamma con un bambino e io …era troppo difficile vivere nel circo con la carovana. Siamo andati tutti in Svizzera in treno, fino a Zurigo dove siamo rimasti nove mesi da gennaio a settembre. Ricordo bene perché è stato un bel periodo che resta sempre nel mio cuore. Ero con la mia famiglia, mi davano un po’ di soldi, andavo sempre a scuola così speravo di trovare un lavoro, i documenti, un buon futuro e di poter vivere bene, ma poi hanno scoperto che avevamo le impronte in Italia e dicevano che non potevamo restare lì. Mia moglie in quel momento era incinta. Il mio figlio piccolo è nato lì in Svizzera.
Quando alla fine ci hanno rimandato in Italia, siamo finiti in un altro centro qui a Roma. Avevamo una stanza di tre metri e ci vivevamo in 4. Lì mangiavamo e dormivamo, ma mia moglie ha iniziato a star male per problemi psichiatrici perché lì la vita era troppo difficile, ed è stata ricoverata in ospedale. Dopo più di un mese è uscita dall’ospedale e gli assistenti sociali hanno trovato per lei un posto nell’emergenza freddo, ma di giorno doveva stare fuori e non era possibile perché doveva prendere tante medicine, stava male, non riusciva a dormire bene, a camminare, a stare seduta… e’ stato un momento difficilissimo. Io ho cercato per lei un altro centro ma era solo per la notte anche questo. Alla fine ho trovato il centro “Dono di Maria”, delle suore, dove poteva restare anche di giorno e adesso è ancora lì. Questa vita è troppo difficile, non va bene. Io da una parte, i miei figli da un’altra, mia moglie da un’altra ancora. Penso però a quelli che sono nel nostro Paese, la mia famiglia…io sono andato via sperando di trovare un futuro. Nel mio paese continuano a uccidere molte persone. Ora in Somalia la situazione è terribile.
Per le persone più povere che fuggono adesso dalla Somalia l’unica possibilità è di arrivare in Yemen attraversando il mare con dei barconi ma è molto pericoloso oppure alcuni passano dall’Egitto per arrivare in Israele ma anche qui è molto pericoloso perchè i soldati egiziani (alla frontiera del Sinai, ndr) gli sparano. La mia famiglia si aspetta che io mandi dei soldi. Dieci giorni fa è morto mio zio e mi hanno chiesto di mandare i soldi per il funerale, per comprare il riso, i cammelli…ma io come faccio? Di soldi non ne ho! Io sono l’unico in Europa. Anche per loro è difficile, ma stanno meglio di me perché loro muoiono una sola volta se li uccide un ladro o un sicario, hanno paura della morte una volta sola. Io invece sono sempre morto, anzi ora non sono né morto né vivo, sono a metà.
Adesso vorrei studiare l’italiano, cercare un lavoro. Da quattro giorni vado a scuola…è la prima volta qui in Italia. In Somalia facevo tanti lavori. Mia madre ha un negozio grande che vende tante cose, poi lavoravo come gommista, agricoltore, affittavo i camion per trasportare i prodotti nella nostra città di prima, Baardheere, dove si producono soprattutto tabacco e cipolle.
Qui nell’ambasciata la maggior parte delle persone se ne va perché qui non trovano niente…un lavoro, un corso, un posto dove stare…così vanno in altri paesi, anche se sanno che li rimanderanno indietro perché hanno le impronte qui, ma fino ad allora passeranno sei mesi e allora qui farà caldo e non sarà così duro dormire fuori…c’è un mio amico che si è bruciato le mani, 4 mesi fa, per cancellare le sue impronte così è riuscito ad andarsene e ad ottenere i documenti in un altro paese. Ora è in Svezia. Un altro, per fare questo ha perso le dita delle mani che sono andate in cancrena . Ora è in Inghilterra, ha i documenti, ma non ha più le mani.

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INTERVISTA A LAURA BOLDRINI PER IL RIFORMISTA: L’UNHCR E I RAPPORTI CON LA LIBIA

Crotone senza misericordia

FUORIPAGINA IL MANIFESTO
07/04/2010

In visita nel Cie calabrese. Dove sono rinchiusi molti migranti «italiani», come il «marocchino di Isola Capo Rizzuto», un ambulante nel nostro paese da oltre 25 anni che tutti conoscevano, fermato perché vendeva cd falsi. Con loro un pugno di vittime della «caccia al nero» di Rosarno e 700 aspiranti rifugiati nel vicino centro per richiedenti asilo, soprattutto kurdi, afghani e iracheni. Le storie e la vita all’interno del centro di detenzione per immigrati più grande d’Europa

* | Raffaella Cosentino

Cinque mesi di reclusione nel centro di identificazione e di espulsione di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto hanno cancellato la speranza dagli occhi verdi di Maher. Ventitrè anni, tunisino. Dell’Italia ha visto solo il Cie. È finito dentro appena ha messo piede in Europa. A novembre del 2009, due giorni dopo lo sbarco in Sicilia. Ha pagato duemila euro per regalarsi questo incubo. Per arrivare sull’altra sponda del Mediterraneo passando dalla Libia. Maher ha rifiutato di chiedere asilo politico. Il suo sogno è andare in Germania dal fratello maggiore, che vive lì da quasi vent’anni. Il nostro paese doveva essere solo un luogo di transito. «Il mio programma è svanito – dice a testa bassa – anche moralmente non ho più forza. Mi sembra tutto un’illusione». Poche parole in arabo, pronunciate a stento con l’aiuto della mediatrice culturale. Un breve incontro dopo una lunga attesa. La richiesta alla prefettura di Crotone per visitare il Cie di Isola Capo Rizzuto è datata 29 settembre 2009. Tanti mesi per avere l’ok del ministero dell’Interno. Ci vengono concesse quattro ore. Tre delle quali le passiamo nel centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), scortati da un coordinatore e da un poliziotto. Negli ultimi preziosi sessanta minuti riusciamo a visitare il Cie. La prima cosa che chiediamo è di raccogliere le storie di alcuni immigrati reclusi. Ci assicurano che è possibile. Prima però bisogna parlare con la direttrice del centro, con il coordinatore, con l’assistente legale e con la mediatrice culturale. Visitiamo con la direttrice il cortile esterno dei due edifici che costituiscono il Cie, ma la polizia non ci permette di avvicinarmi a nessuno. «Potrebbero scoppiare dei disordini, il nostro lavoro qui è già abbastanza difficile» è la motivazione che danno. Non si può entrare nei dormitori. Al ritorno, per il poliziotto responsabile della sicurezza il nostro tempo è scaduto, dobbiamo andarcene. Solo dopo proteste e molte insistenze, ci permettono di incontrare Maher. Hanno scelto lui «perché è uno dei più tranquilli». Il ragazzo arriva nell’ufficio della direzione molto scosso. Trema di paura. Il suo disagio aumenta davanti alle nostre domande. Sa che ha davanti una giornalista ma per lui sono soprattutto una donna sconosciuta. L’ennesimo trauma dopo il viaggio che l’ha catapultato dalla Tunisia non in Europa, come pensava, ma in una dimensione senza tempo, di cui non comprende le regole. I giorni devono sembrare interminabili per un ragazzo che quasi non ha ancora la barba e condivide gli spazi di reclusione con altri 47 immigrati di diverse nazionalità, tanti con precedenti penali per spaccio e furto. L’orizzonte quotidiano sono due alte recinzioni. Una è in ferro. L’altra è un muro di cemento. In mezzo c’è un cortile presidiato dalle camionette delle forze dell’ordine. Due palazzine verdi, un tempo alloggi della vecchia base dell’aeronautica militare, poi cpt. Chiuse a maggio 2007 dal Viminale, abbandonate e infine riaperte d’urgenza il 20 febbraio 2009 per trasferirci parte degli immigrati dopo la rivolta e l’incendio nel Cie di Lampedusa.

E i posti aumentano
Le Misericordie d’Italia, che gestiscono il Cara da anni, hanno coordinato la riapertura nella fase di emergenza e poi formalizzato la gestione anche del Cie vincendo il bando del 26 maggio 2009. I due edifici sono divisi in un totale di quattro moduli. Al momento sono in corso i lavori di ristrutturazione. Una volta completati a fine aprile, i posti aumenteranno fino a 124. Se davvero i detenuti dovessero più che raddoppiare, la situazione potrebbe sfuggire di mano. Già così la tensione è alle stelle come la disperazione. La testimonianza inequivocabile dell’emergenza umanitaria e psicologica è uno squarcio di diversi metri nel muro esterno della prima palazzina. Un buco enorme fatto dai reclusi sbattendo contro la parete i letti e le reti metalliche a ripetizione fino a spaccare diverse file di mattoni. «Ogni giorno è una guerra, abbiamo scontri, feriti, moduli smontati, atti di autolesionismo» è lo sfogo di un poliziotto. Il coordinatore Salvatore Petrocca, delle Misericordie, vuole precisare che «non ci sono stati veri e propri tafferugli». Ma poi ammette: «Le persone soffrono e sfasciano tutto. Ad esempio le televisioni, ne abbiamo cambiate 17 in poco tempo». Al Cie di Sant’Anna le cose sono peggiorate dopo il pacchetto sicurezza. Lo dicono tutti quelli che ci lavorano. «Sei mesi sono troppi per l’identificazione. Gli immigrati accettano perfino l’idea della reclusione ma non così a lungo» racconta Auatif, mediatrice culturale marocchina. «I maggiori dissensi li abbiamo avuti quando sono entrati in vigore i 180 giorni, i detenuti non riescono a capire le ragioni di questa norma» afferma anche la direttrice Rosa Viola.

Gli immigrati di Rosarno
In un anno dall’apertura, fino a marzo scorso, 631 persone sono state detenute nel Cie di Sant’Anna. Storie diverse, ma una costante: la maggioranza è in Italia da almeno dieci anni. Immigrati italiani. «Il marocchino di Isola Capo Rizzuto», un venditore ambulante da 25 anni in paese e conosciuto da tutti, si è fatto tre mesi in carcere. Ha raccontato di essere stato fermato dopo un controllo perché vendeva cd falsi. Un sessantenne, i cui figli già sposati vivono a Isola. È potuto uscire solo per motivi di salute. Con l’intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 5 giorni. Ci sono poi sei immigrati trasferiti da Rosarno ai primi di gennaio dalle forze dell’ordine nei giorni della “caccia al nero” con i fucili a pallini. Lavoratori stagionali sfruttati per 25 euro nella raccolta delle arance, presi di mira da attacchi razzisti e sfuggiti agli agguati delle ‘ndrine con lo sgombero da parte degli agenti. Una pulizia etnica che ha segnato per sempre la vergogna dell’Italia nel mondo. In carcere non ci sono gli aguzzini, bensì le vittime. Reato commesso: avevano tutti a carico una precedente espulsione. Tre di loro sono richiedenti asilo. Vengono da Liberia, Burkina Faso ed Etiopia. «Con a carico un’espulsione, pur non avendo mai fatto prima la domanda per lo status di rifugiato, devono stare nel Cie» spiega l’avvocato Francesco Vizza. La commissione territoriale deciderà entro la settimana. Altri tre, due mauritani e un maliano, avevano già avuto la richiesta di asilo rifiutata proprio dalla questura di Crotone. «Non possono ripeterla perché non ci sono fatti nuovi» sostiene ancora l’assistente legale del centro. Un iter che contrasta con le richieste per il permesso di soggiorno ai migranti di Rosarno portate avanti da mesi dalle associazioni antirazziste con sit in e proteste come quella delle “arance insanguinate” davanti al Senato.

Da sette mesi senza fondi
Il centro di Sant’Anna è il più grande d’Europa, con circa 1500 posti. A dieci anni dalla sua apertura, la maggior parte degli immigrati dorme ancora nei containers con i servizi igienici in comune. Era una base dell’aeronautica militare, oggi contiene il Cie, il Cara e il Centro di accoglienza. In attesa della decisione della commissione territoriale per l’asilo ci sono al momento 700 aspiranti allo status di rifugiato. Ognuno di loro costa 28,88 euro al giorno alle casse dello stato. Sono oltre ventimila euro al giorno in totale. «Una miseria, una delle rette più basse in Italia. Riusciamo ad andare avanti solo perché si lavora su grossi numeri – afferma la direttrice del Cara, Liberata Parisi – sono sette mesi che il ministero dell’Interno non salda i conti del finanziamento che abbiamo vinto come ente gestore con il bando per il 2009-2012». Soldi che non arrivano neanche per il Cie, nonostante la proroga della permanenza a sei mesi. «Paghiamo i fornitori facendo mutui e prestiti» dice ancora Parisi. Per avere un’idea dei costi di questa gigantesca macchina che ruota attorno all’immigrazione e ai permessi di soggiorno, bisogna calcolare che in media ogni richiedente asilo rimane dai quattro ai sei mesi prima di avere il responso della commissione, i cui uffici sono all’interno del centro. A riprova che i respingimenti in mare non risolvono il problema, a Crotone ci sono ancora 100 nuovi ingressi al mese. Cambiano le rotte, è diversa l’umanità in fuga che arriva. Non più africani passati dalla Libia ma soprattutto kurdi, afghani e iracheni che transitano dal confine nord est dell’Italia. Amir è un kurdo iraniano arrivato fino a Bari in un camion. È fermo a Sant’Anna da quattro mesi. Hamidullah ha ancora la famiglia a Kandahar. Suo padre ha messo insieme quello che aveva per farlo partire. Afghanistan, Turchia, Serbia, Ungheria il suo tragitto. Un altro afghano dice di avere «forse 30 anni». In Ungheria è stato fermato e deportato indietro in Serbia. Da lì è arrivato a Patrasso e poi sotto un camion in Italia. Anche lui quattro mesi a Sant’Anna in un container. Sono tutti dublinanti e la loro situazione giuridica è ancora più complessa.
Gli alloggi in cemento hanno solo 256 posti, costruiti nel 2008. La precedenza va a chi sta nel centro da più tempo, ai bambini e alle 30 donne, di cui una decina incinta. I minori hanno anche pochi mesi di età. Per gestire la convenzione e tutti i servizi previsti serve un piccolo esercito. Tra gli altri, ci sono assistenti sociali, psicologi, educatrici, mediatori culturali, istruttori isef per le attività sportive, esperti per la banca dati informatizzata. In totale sono impiegati con contratti a tempo e interinali 150 lavoratori delle Misericordie di Isola Capo Rizzuto. A loro vanno aggiunti 70 lavoratori del comune che gestisce i servizi di pulizia e di manutenzione. Militari, carabinieri e poliziotti per la sicurezza. Il personale sanitario dell’Asp di Crotone per l’infermeria in servizio 24 ore. Una vera fabbrica di posti di lavoro con un indotto ‘prezioso’ in un’area tra le più povere d’Italia, ad altissima disoccupazione. Costi destinati ad aumentare ancora con i lavori in corso per rafforzare la recinzione esterna e per ristrutturare e ampliare i posti delle due palazzine del Cie.

il cancello del centro di Sant'Anna sulla statale jonica 106


difronte all'ingresso le scritte di protesta sul muro della stazione ferroviaria

l'entrata del Cie


le due palazzine che compongono il Cie con le recinzioni


lo squarcio nel muro fatto dai reclusi a fine marzo 2010m


il Cara all'interno


i containers in cui dormono oltre 400 richiedenti asilo

Badolato e Riace, l’dea dell’accoglienza e lo sforzo dell’integrazione

Sono i due comuni calabresi al centro della storia de ‘’Il Volo’’, la docu-fiction di una decina di minuti diretta da Wim Wenders. E della prima legge regionale sul ripopolamento dei borghi con i profughi

BADOLATO (Cz) – Due storie sull’incontro tra diversi Sud del mondo, sui problemi e l’importanza della convivenza e della solidarietà. Ripopolare le case del borgo, svuotate dall’emigrazione degli ultimi cinquant’anni, ospitandovi i profughi arrivati con le carrette del mare. Fu questa l’idea che nel 1996 venne all’allora sindaco di Badolato, Gerardo Mannello, e a un comitato di suoi cittadini, quando, a una decina di chilometri di distanza, sulla spiaggia di Santa Caterina dello Jonio, nella notte del 26 dicembre, approdò la nave Ararat con il suo carico di quasi mille curdi in fuga dalle persecuzioni etniche. Fu il più grosso sbarco mai avvenuto nel sud Italia. Così Badolato balzò agli onori delle cronache per la sua solidarietà, dopo essere stato per tanti anni “un paese in vendita”, a causa della mancanza di abitanti. Venne aperto un piccolo ristorantino curdo, “L’Ararat” appunto e si fecero manifestazioni nei comuni della zona che mescolavano cultura e cucina curda con quella calabrese. Il gesto spontaneo di accoglienza di Badolato è stato il primo e per lungo tempo anche l’unico in Italia. Tuttavia, l’esperimento in questo comune non ha retto al passare degli anni. Un po’ perché il progetto migratorio dei curdi era di arrivare in Germania, dove la loro comunità è molto radicata, un po’ perché raggiungere il nord Europa era più semplice per gli immigrati quindici anni fa. Ma anche perché, nonostante i cospicui finanziamenti stanziati dal governo (ministro dell’Interno era Giorgio Napolitano che visitò i curdi a Badolato), non si riuscirono a creare le opportunità di lavoro e di insediamento per oltre 400 profughi. Né forse a coinvolgere tutta la comunità locale in progetti integrati con i nuovi arrivati. L’architetto Francesco Criniti fu tra i promotori di una petizione firmata alla fine degli anni Novanta da circa 350 persone. “Centinaia di curdi hanno vissuto per almeno un anno in condizioni igieniche indegne all’interno di un ex edificio scolastico – ricorda Criniti – per questo quasi tutti gli abitanti del borgo firmarono per cambiarne la sistemazione oppure mandarli via. Non ce l’avevamo con loro, dicevamo solo che non era giusto lasciarli in quellla situazione”. Risultato fu che in breve tempo la scuola venne chiusa e i curdi destinati ad altri centri di accoglienza in Calabria. Di quell’esperienza a Badolato resta la sede del Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) con una quindicina di rifugiati e richiedenti asilo di varie nazionalità con progetti per il loro inserimento, secondo il numero di posti stabilito dallo Spraar. Dice la coordinatrice Daniela Trapasso “altri 15 sono rimasti a Badolato alla fine dei progetti e una trentina di curdi vivono ancora nella frazione marina del comune”. Tuttavia, non si è riusciti nell’obiettivo finale di ripopolare il borgo con i nuovi arrivati.
Di questa esperienza ha fatto tesoro l’attuale sindaco di Riace, Domenico Lucano, che è riuscito a vincere per ben due volte le elezioni proprio perché ha convinto i suoi concittadini della bontà del progetto di ridare vita al paese in collina accogliendo i rifugiati. E la sua stessa comunità lo ha premiato conferendogli la fascia di primo cittadino nel 2004 e riconfermandogli la fiducia lo scorso giugno. L’idea Lucano l’ha presa da Badolato, comprendendo che essere solidali poteva creare un valore economico. “Dopo decenni di piani di sviluppo selvaggi con l’abbandono delle colline per una devastazione edile e ambientale della costa, mi aveva colpito l’idea di fare dell’arrivo di disperati la chiave per cambiare le cose, un’occasione per riscoprire la vita comunitaria”. Così, racconta il sindaco, con altri due amici iniziò, alla fine degli anni Novanta una sperimentazione spontanea a Riace, sempre con i profughi curdi, che nel frattempo continuavano ad arrivare sulla costa a bordo di barconi. Nonostante l’impegno, anche a Riace di curdi interessati dai progetti dal 1998 al 2001 non ne sono rimasti molti, solo due o tre famiglie. Quasi tutti gli altri sono ripartiti per il nord Europa. Ma Lucano non si è fermato qui, con la sua idea di un “piano regolatore a crescita zero perché prima di costruire si devono riempire le case lasciate vuote” ha vinto alle urne. Dal 2001 Riace è nel sistema Sprar con Badolato e Isola Capo Rizzuto. In seguito si sono aggiunti Carfizi, Cosenza e Acri. L’anno scorso per l’emergenza Lampedusa, Riace ha coinvolto anche i comuni vicini di Stignano e Caulonia, dove però non c’era l’esperienza maturata negli anni. Oggi a Riace borgo ci sono 100 persone con asilo politico o protezione umanitaria su 700 abitanti. 26 di loro sono bambini. Sono curdi, serbi, libanesi, palestinesi, eriteri, etiopi, somali e ghanesi. A fine Ottobre arriveranno altri 200 palestinesi di un campo profughi al confine tra Siria e Iraq. “A quel punto avremmo raggiunto il massimo, non potremo prenderne altri”, dice Lucano. Accoglienza e turismo, botteghe equo-solidali, tavernette e laboratori di ceramiche e tessitura. In questi progetti lavorano gli immigrati e circa 15 giovani di Riace, altrimenti disoccupati. “Con la vittoria alle elezioni del 2004 del gruppo promotore delle iniziative, le attività diventano stabili e inizia la ristrutturazione del paese” spiega Gianfranco Schiavone, giurista dell’Asgi, triestino ed ex consulente della giunta Illy. Da questa esperienza è nata una legge regionale, la prima nel suo genere in Italia, nel tentativo di farne un esperimento sociale ripetibile. Si finanziano progetti che possono essere presentati solo dai comuni per iniziative pluriennali con alla base un’idea per creare sviluppo accogliendo i rifugiati. La legge rimane tuttavia simbolica perché manca il piano attuativo e rischia di restare lettera morta se non lo si approva prima della fine della legislatura. A valutare le proposte è l’amministrazione regionale, sulla base del parere di un comitato di 5 garanti, di cui fanno parte un rappresentante dell’Acnur e 4 esperti di immigrazione ed economia solidale. Su tutta la vicenda dei nuovi residenti della locride sta lavorando anche il documentarista Vincenzo Caricari, già autore di ‘La guerra di Mario’ sull’impegno antimafia di Mario Congiusta dopo l’uccisione del figlio Gianluca, un giovane imprenditore di Siderno che non si era piegato alle richieste estorsive indirizzate al futuro suocero. Caricari segue da mesi con la sua videocamera l’interazione tra tutte queste culture diverse e i vecchi abitanti del paese. Grazie a Riace la locride, notoriamente terra di ‘ndrangheta e di delitti impuniti, risolleva la sua immagine e le sue sorti. Di certo al sindaco Lucano, del partito “della sinistra immaginaria, quella che non esiste”, come dice lui, non mancano le trovate originali. Ha accolto Wenders e la sua troupe con tre somarelli in piazza, che solitamente usa per la raccolta differenziata porta a porta. Su ognuno un cartello “noi la differenza la facciamo solo dei rifiuti”. È la politica di Riace contro i respingimenti. (raffaella cosentino)

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Pubblicato il 21 settembre 2009

Il realismo di Wenders: il regista e l’incontro con un bambino afghano a Riace

Diventa una docu-fiction ‘’Il Volo’’, ultima opera del regista tedesco, girata in Calabria. Il genio del cinema commosso dal vissuto dei rifugiati: “Mi si è spezzato il cuore, qui l’utopia è vera”. La rivoluzione della vita reale in 3D

RIACE (Rc) – Dalla favola alla realtà. Dal cortometraggio alla docu-fiction. Il backstage de “Il Volo” è a sua volta una storia da raccontare. Protagonista Wim Wenders e la sua sensibilità di genio del cinema che, arrivato in Calabria per girare secondo un copione, lo ha completamente stravolto dopo aver conosciuto i rifugiati che vivono a Riace. Dopo aver incontrato lo sguardo di un bambino afghano. Lo ha spiegato lui stesso con una lettera pubblicata da “Il Quotidiano della Calabria” al termine delle riprese. “L’idea di modificare la sceneggiatura mi è venuta pochi giorni fa sulla spiaggia di Scilla, quando il piccolo Ramadullah mi ha guardato negli occhi e mi ha chiesto: Verrai a Riace?”, scrive Wenders. “Insomma, quando ho visto i bambini veri, le persone vere il cuore mi si è spezzato. In confronto con quello che loro hanno dovuto sopportare la nostra storia mi è sembrata quasi irrilevante – continua la lettera – vengono da paesi lontani e adesso vivono qui, in Calabria. E’ strano, ma l’utopia che noi raccontiamo io l’ho vista viva, vera sui loro volti, molto più che nella nostra fiction. Da qui l’idea di aggiungere alla nostra storia un tocco di realtà”. Dice ancora il regista: “Ma c’è un altro motivo importante che mi spinge a modificare il racconto: stiamo girando in 3D e allora mi sono chiesto: cosa c’è di più rivoluzionario che raccontare la vita reale in 3D? Non è mai stato fatto finora”. A far cambiare idea a Wenders è stata un’esigenza di “più realtà, più verità”. Gli otto minuti de “Il Volo”, che potrebbero diventare il doppio in fase di montaggio, sono un concentrato di umanità, con alla base il tema chiave della convivenza.“Sono convinto che in futuro gli uomini dovranno vivere insieme, condividere. Altrimenti sarà la fine per tutti!Vivere insieme è molto meglio che morire insieme..” Con queste parole, il regista di “Paris, Texas” si congeda da Riace e Badolato, i due comuni della costa jonica calabrese protagonisti delle storie di accoglienza a migranti e rifugiati sbarcati sulla costa calabrese e a Lampedusa. Un viaggio che ha arricchito in primis lo stesso Wenders, il quale, nel confronto con la realtà calabra ha cambiato la sua opera nel corso dei dieci giorni di lavorazione. Così “Il Volo” è diventato una docu-fiction di una decina di minuti e non più un cortometraggio, grazie all’inserimento di interviste ai piccoli rifugiati afghani che vivono a Riace e al sindaco del comune della locride, Domenico Lucano, che da dieci anni si occupa dell’integrazione dei migranti. In origine era una favola, protagonisti un sindaco e un bambino che decidono di accogliere gli extracomunitari per ripopolare il paese abbandonato in seguito all’emigrazione degli abitanti originari. La sceneggiatura scritta da Eugenio Melloni era nata da un fatto di cronaca realmente accaduto, vale a dire l’accoglienza a Badolato dei mille curdi sbarcati con la nave Ararat nella notte del 26 dicembre 1996 sulla spiaggia di un altro comune della zona, S.Caterina dello Jonio. La maggiorparte delle riprese ha avuto come location proprio Badolato, tranne per la scena dello sbarco, girata a Scilla per rispettare il copione che parlava di un paese a picco sul mare.
Inaspettatamente gli ultimi ciack sono stati a Riace, dove Wenders ha voluto inserire anche un momento di gioia, con tutti gli immigrati e gli abitanti del paese che dai vicoli corrono convergendo nella piazzetta centrale in un abbraccio al primo cittadino Domenico Lucano, al centro della scena. Poco dopo, al regista è stata conferita dal sindaco la cittadinanza onoraria. Una conclusione da ‘favola vera’, dopo che l’incontro tra Lucano e la troupe alcuni giorni prima sul set a Scilla non era stato dei migliori. Il sindaco infatti si era battuto per fare avere un compenso ai rifugiati che lui stesso aveva accompagnato sulla spiaggia per la scena dello sbarco portandoli all’alba con due autobus dalla costa jonica a quella tirrenica. La produzione infatti non aveva previsto di pagare le comparse, né quelle italiane né gli stranieri. Ma grazie alle proteste di Lucano, i ‘suoi’ rifugiati hanno ottenuto una piccola somma come rimborso per la fatica di avere atteso con i bambini sulla spiaggia per un giorno intero. (raffaella cosentino)
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pubblicato il 21 settembre 2009

Rifugiati attori nel corto di Wenders

In una scena si simula uno sbarco sulle coste calabresi. L’incontro del regista con i piccoli afghani di Riace cambia la sceneggiatura. Lo sceneggiatore Melloni: “Vogliamo porre un argine all’alzata di muri nel nostro paese”
BADOLATO (Cz) – “Quanto è durato il tuo viaggio?” “ Poco, solo un anno”. È la risposta data da Hamadzai Ramadullà, un bambino afghano di dieci anni a Wim Wenders e alla sua troupe, quando si sono incontrati a Scilla sul set dell’ultima fatica del regista tedesco, il cortometraggio dal titolo “Il volo” sull’accoglienza dei migranti in alcuni paesi della costa jonica calabrese. “Non avevamo un’idea precisa di cosa volesse dire essere dei rifugiati – racconta il produttore bolognese Mauro Baldanza – quando abbiamo conosciuto sulla spiaggia di Scilla i rifugiati venuti da Riace, ci siamo resi conto delle violenze che hanno subìto queste persone e dell’importanza dell’accoglienza così com’è concepita in Calabria, in piccole comunità gestibili”. Nel film i migranti interpretano se stessi. Uno sbarco è stato simulato sulla spiaggia di Scilla, perché secondo copione, l’arrivo dei profughi avviene in un paese a picco sul mare. La location principale è stata però a Badolato, in provincia di Catanzaro, sul versante opposto della Calabria, quello jonico.
“Wim ha capito i profughi guardandoli negli occhi e ce li ha fatti sentire vicini con poche, semplici parole – continua Baldanza – Prima sapevamo di lavorare per una causa giusta, oggi lo sentiamo”. La finalità sociale dell’opera è sottolineata anche dallo sceneggiatore, Eugenio Melloni, che ha tirato fuori dal cassetto un soggetto scritto anni fa dopo aver letto sui giornali la storia di Badolato e dei curdi ospitati al borgo in abbandono. “E’ una scelta in controtendenza rispetto a quanto accade oggi nel nostro paese – dice Melloni – una decisione dettata dal buon senso, non da ragioni ideologiche o di sicurezza, che si basa sulla considerazione che anche i nostri emigranti colmavano posti lasciati vacanti”. Tanto tempo è passato da quando lo sceneggiatore scrisse questa storia, i cui protagonisti sono un vecchio sindaco e un bambino. “Mi interessava ricordare che anche il Sud nel dopoguerra è stato fortemente colpito dall’emigrazione, è una cosa che fa parte del nostro Dna e un vecchio lo interpreta perché l’ha vissuto anagraficamente”, dice Melloni, “mentre attraverso lo sguardo dei bambini ci sembra più facile accettare l’altro”. Così, l’autore del soggetto si augura di “porre un argine all’alzata di muri nel nostro paese, perché le cose sono peggiorate rispetto a dieci anni fa e l’atteggiamento prevalente oggi rende questa favola ancora più attuale”. Sempre secondo Melloni “Wenders ha affrontato il soggetto con questo spirito: la convivenza è l’elemento cardine nel mondo”.
L’incontro con i piccoli afghani e libanesi, con le donne eritree ed etiopi e con i ghanesi passati dalle carceri libiche, sbarcati a Lampedusa la scorsa estate e approdati con i programmi di accoglienza a Riace, ha profondamente influenzato il lavoro di Wenders, che, pur partendo dalla favola dell’accoglienza, ha inserito sempre più dettagli della realtà dei viaggi della disperazione. Attraverso interviste ai rifugiati di Riace e, secondo indiscrezioni, sarebbe stato aggiunto un incubo fatto da uno dei protagonisti in cui gli immigrati invece di essere accolti, vengono respinti brutalmente. “Il cinema è una continua riscrittura e la sceneggiatura è una parte importante di essa , aperta a tutte le irruzioni possibili, sia quelle creative, sia quelle della realtà”, afferma Melloni. “Il Volo” è stato realizzato con dieci giorni di riprese e ha impegnato 140 persone tra attori e comparse per un costo complessivo di 183.700 euro iniziali. Un budget risicato che la produzione prevede salirà ancora. La Regione Calabria ha cofinanziato il progetto con 70mila euro. Il cortometraggio, che ha il patrocinio dell’Acnur sarà distribuito in tutte le sale stereoscopiche d’Europa e parteciperà alla Mostra del Cinema di Venezia l’anno prossimo, nella categoria riservata alle opere in 3D. Del cast fanno parte: Ben Gazzara nel ruolo del sindaco di Badolato, Luca Zingaretti che interpreta il prefetto, Giacomo Battaglia e Caterina Mannello nei panni della mamma del piccolo protagonista calabrese. (raffaella cosentino)
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pubblicato il 21 settembre 2009

Il Volo della verità, l’anteprima del film di Wenders

32 minuti contro il reato di clandestinità e i respingimenti in mare. Al centro della storia non c’è più Badolato ma Riace. Il Sindaco di Badolato, dopo la proiezione e la conferenza stampa, lascia la sala infuriato.

Ieri sera c’è stata l’anteprima del Volo di Wim Wenders. Roma, Casa del Cinema a Villa Borghese. C’era il regista, tutta la produzione, gli assistenti, la Regione Calabria che per ora ha la faccia di Agazio Loiero. Sicuramente un’abile operazione d’immagine a una settimana dal voto. Presenti varie personalità. Il sindaco di Riace Mimmo Lucano e in sala anche il primo cittadino di Badolato Giuseppe Nicola Parretta. Che a fine della proiezione e della successiva conferenza stampa è andato via addirittura infuriato. Tanto che mi stava quasi mandando al diavolo quando mi sono avvicinata per salutarlo tutta sorridente perché a me il film è piaciuto molto. A quanto mi è sembrato di capire, il sindaco di Badolato non condivide il lavoro finale di Wenders perché la storia è stata stravolta e al centro dell’opera non c’è più Badolato ma Riace.
Il paese, ex dei Bronzi ora dell’accoglienza, inizialmente non doveva proprio comparire. Solo i suoi nuovi cittadini rifugiati di ogni parte del mondo dovevano essere semplici ‘comparse’ sulla spiaggia di Scilla e per giunta non retribuite. Così non è stato. Perché quando il regista ha incontrato il piccolo afghano Ramadullah durante le riprese con Zingaretti, questo bambino gli ha detto: “noi, tutti i giorni facciamo 3 ore di pullman per arrivare sul set e veniamo qui per te, se ora tu non vieni a Riace non sei una persona seria”. Questa frase era profondamente vera. Ha colpito il regista fino a farlo stare male.
Wenders si è reso conto che c’era una storia di quindici anni fa, quella di Badolato e una di oggi, di questo momento. Così ha voluto dare spazio alla seconda. “Le persone sono sempre più importanti delle storie”. In questa frase detta da Wenders durante il film c’è davvero il mondo. E’ una riflessione sul cinema, sul 3D, sulla finalità sociale e politica dell’arte. Potremmo parlarne per ore. Ma non è questo che mi preme sottolineare su GilBotulino.
Scrivo questa pagina per parlare direttamente ai badolatesi e al loro sindaco. Detto che Il Volo non è più un corto di 9 minuti, ma un vero film di 32 minuti. Detto che la prima opera d’autore in 3D al mondo basata su una storia vera e una delle prime girate in Italiaè un film contro il reato di clandestinità e contro i respingimenti in mare (questa non è una mia interpretazione, sono le parole di Wenders all’interno del film), passiamo a Badolato.
Come si sviluppa la pellicola? Badolato non è più al centro, ma fa da cornice, sta all’inizio e alla fine. E qui la cornice è importante quanto la storia centrale. Il regista non ha sconfessato il suo lavoro, l’ha modificato in corso e ce ne ha resi partecipi tutti. Con lo stesso candore delle parole di quel bambino afghano.
Si comincia con lo sbarco degli immigrati sulla spiaggia di Scilla che per un sapiente gioco cinematografico rende l’idea che Badolato sia esattamente a picco sul mare. Sulla spiaggia c’è il prefetto (Zingaretti) che trova in mano ai profughi dei volantini gialli, su cui c’è scritto in quattro lingue ‘Benvenuti a Badolato’. Gli immigrati dicono che gli sono povuti dal cielo. Zingaretti guarda in alto e si vede Badolato. Il bambino calabrese, Salvatore Fiore, con indosso la maglia di Kakà, comincia a fare il messaggero tra il prefetto sulla spiaggia e il sindaco Ben Gazzara in comune. Il sindaco di Badolato ha riunito tutto il consiglio comunale (e riconosciamo anche Liberto). Nella seduta straordinaria decide: “abbiamo case per duemila persone e qui siamo rimasti 350, tutti vecchi e un bambino che non ha nessuno con cui giocare, gli diamo le case”. Il bambino corre dal prefetto e gli comunica che in paese ha riaperto anche l’asilo. Conta i bambini sulla spiaggia e pensa “vai, si gioca!”. Il prefetto sarà irremovibile e i bambini con tutti gli sbarcati saranno portati via. Ma all’arrivo del barcone successivo, c’è sempre Ben Gazzara su un deltaplano a motore che va a lanciare i volantini di benvenuto. Ora capiamo perchè si chiama “Il Volo”.
Innanzitutto, un grazie perchè in questo film riusciamo a vedere una Badolato da sogno, immaginando come sarebbe se fosse a picco sul mare. E in tutto il mondo penseranno che lo sia. Ma al di là di questo escamotage, devo dire che mi hanno profondamente emozionata le riprese della vera Badolato. Che ha anche scorci e angoli più belli di quelli che si vedono nel film. Tuttavia, il modo delicato in cui sono svolte le riprese, l’occhio della cinepresa che si posa dolcemente sui gradini di pietra, mentre Salvatore fa su e giù per il paese, mi hanno fatto vedere il borgo da un’angolazione diversa. E penso che questo acquisire un nuovo punto di vista non abbia prezzo.
L’occhio di un grande regista si è posato sui muri secolari e sulle strade di Badolato. Ha spaziato sui tetti dalla torre dell’orologio. E ha lasciato una traccia indelebile. Una certa emozione c’è anche quando si vede la targa “municipio di Badolato”. A questo punto si inserice Wenders protagonista. Lo vediamo in fase di montaggio, alle prese con il girato. E qui racconta di Ramadullah, del suo incontro sulla spiaggia, e della decisione di raccontare la straordinaria avventura del “coraggioso sindaco di Riace Mimmo Lucano” (parole sue). Il momento è toccante. Perché riesce bene a comunicarci quanto sarebbe triste e brutta Riace senza i suoi nuovi abitanti da ogni parte del mondo.
C’è anche la ‘ndrangheta. Che è due fori di proiettile sulla vetrata dell’associazione fondata dal sindaco Lucano per gli immigrati. Il tentativo di chi trama nell’ombra per bloccare ogni forma di libertà e di sviluppo. Ma anche la risposta di un murales in piazza a Riace: “contro la ‘ndrangheta ni tingimu i mani”.
Dopo avere sentito le storie dei piccoli abitanti, come Elvis, Dennis e Valentino, i tre bimbi rom serbi. E quella di Ramadullah, che racconta di avere visto i Talebani bruciare la sua casa, in cui ha perso la sua famiglia, torniamo a Badolato. Nel finale il sindaco Ben Gazzara, doppiato da Giancarlo Giannini, racconta il suo incubo: gli immigrati invece di accoglierli li respingiamo.
Sicuramente quest’opera, per gli spunti che ha, finirà negli annali della storia del cinema. E Badolato ne farà parte a tutti gli effetti. Il ritorno di immagine, per essere co-protagonista in una storia così commovente, penso sarà grande. E’ vero che purtroppo è stata tagliata la parte con Caterina Mannello. Mi dispiace, anche se l’artista badolatese viene ricordata nei ringraziamenti finali. Però la storia così è più lunga, più bella, più diretta e forte. E’ diventata l’incontro tra un regista e un bambino. Il racconto di un genio del cinema che dice a tutto il mondo: “ok, mi sono sbagliato”. E cambia tutto solo per le parole vere di un bambino. Chi di noi lo avrebbe fatto, portando il cambiamento fino in fondo? E’ una prova di coraggio e di verità a tre dimensioni. La verità è sempre la cosa giusta. Questa è la lezione di Wenders con Il Volo. Dobbiamo valorizzarla e non averne paura. Per dircelo, il film parte dalla finzione, poi rompe tutto e va sulla realtà personale del regista, dei profughi e del sindaco di Riace, infine ritorna a una doppia finzione (incubo e fiction) per raccontarci la realtà incomprensibile dei respingimenti in mare.
“Adesso che il filmè fatto, quella piccola fiction mi piace ancora”, ha detto in conferenza stampa Wenders riferendosi al soggetto originale, al primo progetto. E infatti quella parte nonè stata eliminata. E’ lì a rivendicare il suo ruolo in questa storia, che è innanzitutto l’incontro tra un grande regista e la nostra Calabria.
Spero di cuore che questo film porti tutto il bene possibile a Badolato e a Riace. Lo dico con gli occhi di chi ha visto e vissuto per mesi l’emergenza umanitaria di Rosarno. Di chi è precipitata per mestiere nell’inferno dei dormitori lager della Piana di Gioia Tauro, dove ha visto dei calabresi massacrare gli africani. Confermo che la Calabria è una terra profondamente artistica, perché è bella e feroce al tempo stesso. Sono felice che Wenders abbia realizzato questa opera, che forse continuerà. Mi auguro che qualcuno faccia lo stesso per Rosarno. Un’altra storia di cui c’è necessità si parli con altrettanta forza artistica. Per dare il giusto riconoscimento alla rivolta degli africani contro i Pesce e i Bellocco. Immigrati nuovi schiavi in marcia per i diritti umani. Come è raccontato nel libro di Antonello Mangano, sia nella prima edizione “Gli africani salveranno Rosarno” (edito da Terrelibere), sia nella seconda stesura per Bur, dal titolo “Gli africani salveranno l’Italia”.
E infine ringrazio il sindaco Parretta, perché il suo scatto di collera di ieri sera alla Casa del Cinema è stato fondamentale per decidermi a scrivere questa lettera ai badolatesi. Desidero che cambi idea e capisca il valore di questa pellicola. Che a Badolato si facciano grandi proiezioni pubbliche del film.
Spero che presto anche sui muri di Badolato e di Isca qualcuno scriva: “abbasso la mafia”. E che le piazze dei nostri paesi, invece che a un castello che non c’è, vengano intitolate alle vittime innocenti delle ‘ndrine. Sui muri ci saranno altri murales come quello di Riace e ai nostri discendenti potremo dire “c’era una volta la ‘ndrangheta”. In questo momento sono buonista, come Il Volo. Ma ogni tanto ci vuole. Come dice Wenders: “siamo realisti, puntiamo all’utopia”. Grazie per la pazienza se avrete letto fino a qui. Cosa si può volere di più dalla vita? Un Lucano.

Di Raffaella Cosentino
Copyright: http://www.gilbotulino.it

la locandina del film


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