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Valarioti, un libro-inchiesta invita a riaprire il caso

15/06/2010

15.01

MAFIE

L’iniziativa nasce da un libro di Alessio Magro e Danilo Chirico che fa luce sui tanti punti oscuri del processo. A 30 anni di distanza, nessun colpevole per l’assassinio del politico comunista e le dichiarazioni di un super pentito ignorate dalla giustizia

ROSARNO (RC) – Riaprire il caso Valarioti. Costituire un comitato per chiedere giustizia a 30 anni dall’assassinio del giovane segretario della sezione comunista di Rosarno, ucciso nel 1980 dalla ‘ndrangheta. E’ l’iniziativa che nasce dal libro inchiesta dei giornalisti trentenni Alessio Magro e Danilo Chirico, edito da Round Robin, intitolato “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”. Il libro è stato presentato a Rosarno in occasione del trentennale lo scorso 11 giugno e poi a Catanzaro due giorni dopo. Nel giugno del 1980, in soli dieci giorni, la ‘ndrangheta assesta due colpi mortali al movimento antimafia, incarnato per la stagione degli anni Settanta dagli amministratori locali del Partito Comunista. L’11 giugno di 30 anni fa viene ucciso all’uscita dalla cena elettorale per la vittoria alle regionali Giuseppe Valarioti, 30 anni, insegnante precario e segretario del Pci di Rosarno. Il 21 dello stesso mese, a Cetraro, sulla costa tirrenica cosentina, in un agguato muore Gianni Losardo, segretario alla Procura di Paola e assessore comunale ai Lavori Pubblici. Losardo viene ucciso poche ore dopo essersi dimesso dalla carica in giunta. Un volume collettivo, “Non vivere in silenzio”, ne ricorda la vicenda giudiziaria. Due delitti eccellenti con cui la ‘ndrangheta segna il passaggio nella stanza dei bottoni. Due omicidi rimasti senza colpevoli. Non c’è un’unica regia dietro i due fatti di sangue, ma c’è una stagione e un contesto di lotta democratica che da quel momento non riesce più ad arginare la violenza e la forza delle ‘ndrine.

Tutto questo è ricostruito nel libro inchiesta di Magro e Chirico che hanno passato al setaccio testimonianze, archivi di giornali, carte giudiziarie. I due autori denunciano: “Nel processo bis per l’omicidio Valarioti non furono prese in considerazione le dichiarazioni del pentito Pino Scriva (del calibro di Tommaso Buscetta) che aveva indicato i mandanti e gli esecutori del delitto. Gli incartamenti di quella testimonianza per errore non furono trasmessi alla procura generale e non allegati al procedimento. Quelle carte si trovano nei sotterranei del tribunale di Palmi, introvabili tra migliaia di faldoni”. Dalle 300 pagine scritte dai due giornalisti reggini, emergono un caso  giudiziario con mille pecche, ma anche le mancanze della politica che ha rinunciato troppo presto a fare pressione per avere la verità sull’omicidio, sottovalutando l’importanza della figura di Valarioti e di quell’atto criminale per la successiva ascesa delle ‘ndrine. La fine del politico rosarnese fu decisa in modo collettivo, da un accordo tra i Piromalli, che già gestivano gli affari per la costruzione del Porto di Gioia Tauro e Giuseppe Pesce, il boss di Rosarno che dovette eseguire quanto stabilito da una sorta di ‘mandamento’ mafioso della Piana di Gioia Tauro. Reticenze, ritrattazioni, sparizioni, morti ammazzati fanno da contorno a queste trame criminali che hanno posto fine alla vita di un giovane pieno di speranze di cambiamento per la sua terra. Giuseppe Valarioti aveva una laurea in Lettere in tasca, un’origine contadina,  la passione per l’archeologia e la capacità di parlare ai giovani dei quartieri poveri, sottraendoli al controllo dei boss. Tutto questo aveva deciso di metterlo nell’azione politica e con la vittoria dei comunisti alle regionali, Valarioti avrebbe potuto denunciare le truffe e gli affari dei clan nell’economia della Piana. Una storia dimenticata che torna alla luce grazie all’interesse dell’associazione antimafia daSud onlus e alla collaborazione nella stesura del libro di Carmela Ferro, all’epoca dei fatti fidanzata di Valarioti.

La postfazione del volume è stata scritta da Giuseppe Lavorato, ‘maestro’ politico di Valarioti ed ex sindaco antimafia di Rosarno da sempre al fianco dei migranti. L’omicidio arrivò al termine di una campagna elettorale infuocata. I manifesti elettorali dei comunisti venivano girati al contrario dagli squadroni mafiosi che seguivano i giovani della sezione come delle ombre. L’automobile di Lavorato fu incendiata. Stessa sorte toccò alla sezione del Pci. Per rispondere alle intimidazioni, i comunisti tennero un comizio in piazza, nello stesso giorno in cui metà del paese partecipava ai funerali della madre del boss Pesce. Dal palco Valarioti lanciò la sua sfida “ i comunisti non si piegheranno”. La risposta arrivò a colpi di lupara e il momento dell’agguato fu scelto con cura: Peppe doveva morire davanti ai compagni fra le braccia di Lavorato, a futuro monito. “Facevamo i comizi casa per casa per dare coraggio a quella gente la cui casa è spesso attaccata a quella del boss – ricorda Lavorato – le rivelazioni di Pino Scriva indicano chiaramente che le cosche di Rosarno furono indotte a partecipare a quell’omicidio per avere voce nella spartizione del bottino di miliardi che ha fatto della ‘ndrangheta quello che è adesso”. Secondo l’ex sindaco: “la ‘ndrangheta colpì a Rosarno perché a Rosarno vi fu lo scontro più duro, aperto, porta a porta. Fu un delitto politico mafioso contro l’unica seria opposizione allo strapotere della mafia”. Lavorato indica la via giudiziaria da percorrere: “Sono da mettere sotto la lente di ingrandimento gli interessi del porto e del comune”. Ma sottolinea: “Le attività economiche furono il fine dell’assassinio ma la causa scatenante fu lo scontro politico elettorale che la ‘ndrangheta lesse come una sfida pericolosa al suo potere”. Anche la rivolta dei migranti di Rosarno insegna cosa possono fare le ‘ndrine quando vedono messo in dubbio il loro controllo sul territorio. (rc)

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Commemorazione di Valarioti, Angela Napoli (Pdl): “Rosarno assente, assurdo e grave”

15/06/2010

14.58

MAFIE

La parlamentare, all’assemblea per i 30 anni dall’omicidio del giovane politico comunista ucciso dalla ‘ndrangheta, critica la mancanza di partecipazione: “La lotta alla mafia non ha colore politico”. Minniti (Pd): “L’omicidio fu atto di terrorismo politico

ROSARNO (RC) – C’era anche l’onorevole Angela Napoli, Pdl, membro della commissione parlamentare Antimafia, a commemorare il trentennale della morte del giovane segretario di sezione del Pci Giuseppe Valarioti, ucciso dalla ‘ndrangheta a Rosarno dopo la vittoria alle elezioni regionali del giugno 1980. “La lotta alla mafia non ha schieramento politico”, ha ribadito la deputata che è stata vittima di numerosi atti intimidatori per le sue denunce  anche contro il Pdl per le infiltrazioni della criminalità nelle liste elettorali presentate alle scorse elezioni regionali. “A 30 anni di distanza cosa è cambiato? – ha detto nell’auditorium del liceo Piria di Rosarno – anche le sedie vuote di questa sala mi portano al pessimismo”. All’assemblea e alla posa di una targa in Piazza Valarioti lo scorso 11 giugno erano presenti politici, amministratori locali, alcuni studenti e giornalisti (anche stranieri) ma è mancata la partecipazione dei rosarnesi. “Trovo assurdo che una realtà come Rosarno drammaticamente scossa non mostri la volontà di reagire – ha continuato Angela Napoli – è grave non essere qui presenti a ricordare un proprio concittadino che si è sacrificato nella lotta alla ‘ndrangheta”. Più volte, nel corso dell’incontro è stato ricordato un episodio di quegli anni, quando nel 1978, il procuratore di Palmi Agostino Cordova nel processo a 60 boss mafiosi convocò 33 sindaci della Piana di Gioia Tauro e 31 di loro negarono l’esistenza della ‘ndrangheta. “Oggi ci sono sindaci che dicono che c’è la mafia nel loro territorio ma poi sanno benissimo di conviverci insieme”, ha affermato la deputata Pdl e ha lanciato un duro monito. “Tutto il mondo politico è obbligato a fare un esame di coscienza, non è più possibile fare finta di niente e tacere sui connubbi che ci sono. Oggi la ‘ndrangheta è molto più pericolosa di 30 anni fa per quella sua capacità di non apparire. La ‘ndrangheta non fa scorrere solo sangue, fa scorrere tutte le vie della nostra regione di complicità e collusioni, vincola lo sviluppo del territorio”.

Un intervento condiviso da Marco Minniti, Pd, ex viceministro dell’Interno con il governo Prodi, anche lui presente a Rosarno. “Non sfuggono a nessuno i colpi militari inferti alla ‘ndrangheta – ha detto in riferimento agli ultimi arresti – ma la caratteristica principale della mafia calabrese è la sua capacità di condizionare e occupare la politica con un rischio elevatissimo in provincia di Reggio Calabria”. Secondo Minniti “ va tenuta alta e viva l’iniziativa militare ma per assestare un colpo mortale alle cosche si deve colpire il legame mafia-politica-istituzioni. Trent’anni fa come oggi il tema è lo stesso”. L’ex viceministro dell’Interno ha poi ricordato che “dopo 30 anni, anche se le ‘ndrine hanno subito colpi militari i nomi dei mafiosi sono sempre quelli denunciati da Peppe Valarioti, al nonno è seguito il figlio e il nipote”. Minniti ha definito l’omicidio Valarioti “un atto di terrorismo politico mafioso per segnare il controllo sulla società, per indebolire il fronte democratico nella Piana di Gioia Tauro, che da quell’assassinio non si è più ripreso”. (rc)

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Evento contro la ‘ndrangheta a Catanzaro in ricordo di Peppe Valarioti e Massimiliano Carbone

Caffè delle Arti, domenica due appuntamenti su Giuseppe Valarioti e  Massimiliano Carbone. Saranno presentati un libro e un documentario

Per i 30 anni dalla morte di Giuseppe Valarioti la programmazione del Caffè delle Arti al Centro polivalente di via Fontana Vecchia – servizio attivato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Catanzaro – ospiterà domenica 13, con inizio alla ore 21.00, una manifestazione in omaggio al politico ucciso negli anni ’80. La serata del Caffè delle Arti prevede la presentazione di un libro inchiesta e di un documentario realizzati da giovani autori calabresi. Il primo per ricordare il movimento antimafia degli anni Settanta con la vicenda di Giuseppe Valarioti a Rosarno. Il secondo per dare una testimonianza attuale di resistenza civile all’oppressione mafiosa, con la storia di Liliana Carbone, madre coraggio di Locri.

Domenica 13 giugno, con una serata dedicata all’impegno contro la ‘ndrangheta, il Caffè delle Arti di Catanzaro ospiterà la presentazione del libro “Il caso Valarioti – Così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria. Un processo a metà”, Round Robin Editrice, dei giornalisti Danilo Chirico e Alessio Magro. Nel corso della serata sarà proiettato in anteprima anche il documentario indipendente “Oltre l’inverno”, che ricostruisce la battaglia quotidiana della maestra elementare Liliana Carbone per chiedere giutizia e verità sull’omicidio del figlio Massimiliano, ucciso nel 2004 in un agguato a Locri all’età di 30 anni. Al dibattito interverranno gli scrittori Alessio Magro, Danilo Chirico e Mauro Minervino, il caporedattore di Ansa Calabria Filippo Veltri. Saranno presenti anche gli autori del documentario: il regista catanzarese Massimiliano Ferraina, la sceneggiatrice Claudia Di Lullo e la giornalista Raffaella Cosentino (Redattore Sociale/Il Manifesto).

L’evento è stato organizzato con la collaborazione di alcune associazioni di giovani: Confine Incerto di Catanzaro, daSud Onlus di Reggio Calabria e Metasud di Soverato.  I casi Valarioti e Carbone sono le storie di due trentenni assassinati dalla ‘ndrangheta. Peppe perché a 25 anni aveva scelto consapevolmente la strada dell’impegno politico contro le ‘ndrine, Massimiliano semplicemente perché viveva una vita normale e onesta in un contesto pervaso dalla violenza mafiosa. Due omicidi senza colpevoli. Due nomi dimenticati che il silenzio ha ucciso per la seconda volta. Dopo le celebrazioni dell’11 giugno a Rosarno, nel trentennale della morte anche il capoluogo riporta in vita la memoria di Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese. Il giovane professore e segretario della sezione del Pci di Rosarno è stato ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980 dopo la vittoria alle elezioni amministrative. Il libro di Alessio Magro e Danilo Chirico ricostruisce la lunga vicenda giudiziaria sul primo omicidio politico della nuova ‘ndrangheta, che tre decenni fa entrò nei gangli del potere. L’ incontro sarà un’occasione aperta per discutere anche della fase delicata che vive oggi la Calabria. Il 2010 si è aperto con la rivolta dei migranti di Rosarno contro la violenza delle ‘ndrine. Nei mesi seguenti una scia di omicidi ha insanguinato la zona jonica catanzarese e l’alta locride. Una nuova guerra di ‘ndrangheta che ha fatto contare già 8 morti in 11 mesi, a partire dall’omicidio di Vincenzo Varano a Isca sullo Ionio a luglio del 2009 fino a quello di Giovanni Bruno a Vallefiorita a metà maggio.

Rosarno ricorda Giuseppe Valarioti, l’Impastato calabrese

MAFIE

Una targa del comune, un dibattito e un libro sul “caso” del dirigente della sezione del Pci di Rosarno, trucidato all’età di 30 anni dalla ‘ndrangheta dopo la vittoria alle elezioni amministrative l’11 giugno 1980. Il delitto è rimasto impunito

Rosarno – L’Impastato calabrese, una storia dimenticata. E’ quella di Giuseppe Valarioti, professore e dirigente della sezione del Pci di Rosarno, ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 giugno del 1980. A trent’anni di distanza, nel giorno dell’anniversario della tragica scomparsa, a Rosarno una targa, un libro e un’assemblea pubblica ne celebreranno il ricordo.  Il comune (ancora sciolto per mafia e guidato da una commissione straordinaria dal 2008), in collaborazione con l’associazione Arci dedicherà a Valarioti una targa nella piazza principale del paese che già porta il suo nome. Alle 16, nell’auditorium del Liceo Scientifico “R. Piria”, un dibattito organizzato da Libera contro tutte le mafie, daSud Onlus e l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, ripercorrerà la sua vicenda, un simbolo per la lotta antimafia in Calabria. All’incontro parteciperanno esponenti della politica, dei sindacati, del volontariato e dell’associazionismo, insieme all’ex sindaco di Rosarno Giuseppe Lavorato e ad Alessio Magro e Danilo Chirico, autori del libro “Il Caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria”, edito da Round Robin.

Il volume verrà presentato a Rosarno in anteprima e raccoglie cinque anni di ricerche dei giornalisti reggini Magro e Chirico, nel tentativo di risollevare dall’oblìo la storia di Giuseppe Valarioti, un giovane professore di lettere, appassionato di studi archeologici sulla Rosarno magno-greca, l’antica Medma. Ma soprattutto un attivista politico, che guidava la sezione rosarnese del Pci e che fu trucidato a soli trent’anni di età a colpi di lupara nella notte, all’uscita da un ristorante dopo avere festeggiato la vittoria del partito comunista alle elezioni amministrative. Un delitto efferato che arrivò al termine di una campagna elettorale con la tensione alle stelle, segnata da attentati contro gli esponenti e la sede comunista. E da un segnale minaccioso: i manifesti appena affissi dai militanti comunisti venivano capovolti dai mafiosi. Non stracciati, ma girati al contrario, segno che gli uomini della ‘ndrangheta seguivano passo passo le mosse degli attivisti politici. Un crimine su cui la giustizia non ha mai fatto piena luce, rimasto impunito. E fino a questo momento anche sconosciuto ai più, sia in Italia sia in Calabria. Una storia che somiglia a quella di Peppino Impastato a Cinisi, con l’eccezione che Valarioti non apparteneva a una famiglia legata alla mafia.
L’incontro dell’11 giugno arriva a cinque mesi esatti dalla rivolta degli africani e dalla caccia ai neri a fucilate. L’obiettivo, si legge sul manifesto,  è quello di “unire giovani, immigrati, agricoltori e lavoratori onesti per difendere i diritti di tutti, liberare le popolazioni dall’oppressione mafiosa, costruire lo sviluppo democratico, sociale e civile”. (rc)

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Irregolare il 95% dei lavoratori extracomunitari nelle campagne calabresi

Oltre 9.000 extracomunitari irregolari sfruttati come ‘manodopera necessaria’. I numeri dietro il caso Rosarno. La denuncia nelle stime del primo rapporto dell’Istituto nazionale di economia agraria. Violati i diritti umani. Monnanni (Unar): “tutti sanno e tutti tacciono”.

Roma – Sfruttamento massiccio di immigrati disperati e senza permesso di soggiorno nelle aziende agricole per le raccolte stagionali. Forza lavoro indispensabile e a basso costo, reclutata in nero, che non ha accesso alle cure mediche e vive in condizioni disumane. Come a Rosarno e in tanti altri angoli bui della Calabria. Si stima che nel 2007 gli extracomunitari impiegati nell’agricoltura in tutta la regione siano stati circa 9.350. Di questi, il 95% lavora senza contratto, in genere soggetto allo schiavismo del caporalato. E’ il quadro desolante fornito dal primo rapporto dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria (Inea) dal titolo: Gli immigrati nell’agricoltura italiana. Dal 1989 al 2007, gli stranieri utilizzati in agricoltura in Italia sono aumentati di oltre 7 volte, passando da 23.000 ad oltre 172.000, su un milione di occupati in totale. A livello nazionale, una caratteristica costante del lavoro agricolo è la stagionalità della prestazione. Anche nelle altre regioni del Paese gli stranieri lavorano nel settore agricolo per brevi periodi, dai 15 giorni ai 3- 6 mesi, ma solo in Calabria si registra la quasi totalità di lavoro nero. Al contrario, nel resto d’Italia cresce la percentuale degli stranieri assunti con contratti: la media nazionale degli irregolari è scesa al 30% e nel nord si arriva appena al 10-15%.

A rendere più cupa la fotografia del lavoro agricolo nella regione è la discrepanza tra i dati ufficiali e la realtà. Per raccontare il fenomeno dello sfruttamento degli stranieri nelle campagne, l’indagine dell’Inea affianca ai dati ufficiali dell’ Inps, dell’ Istat e dei ministeri del Lavoro e dell’Interno, informazioni basate su interviste a testimoni privilegiati, tra cui associazioni, sindacati, immigrati, imprenditori agricoli, Prefetture e Questure. “Secondo i dati ufficiali, pochi stranieri regolarizzati hanno uno sbocco lavorativo in agricoltura” spiega Giuliana Paciola, della sede regionale Inea Calabria. Gli stranieri residenti nella regione al 2007 sono più di 35 mila. Sempre secondo le statistiche ufficiali, la maggiorparte, circa settemila persone, è occupato nell’assistenza agli anziani e sono soprattutto donne dell’Est. “Al contrario le stime Inea ci dicono che gli immigrati in Calabria impiegati prevalentemente in agricoltura sono sempre più numerosi e con condizioni di vita e di lavoro preoccupanti”, prosegue Paciola. Non sono tutti stagionali, ci sono anche gli assunti nelle aziende zootecniche per l’allevamento. Pure per i regolari, la situazione non è limpida: vengono denunciati all’Inps con il numero minimo delle giornate (102) e invece lavorano tutto l’anno integrando il reddito con l’indennità di disoccupazione. Il salario non è quello sindacale e per le donne è addirittura inferiore.

Diritti umani negati per la fetta più consistente di manodopera straniera. Sono nomadi all’interno della regione. Si spostano da una zona all’altra inseguendo le raccolte stagionali di agrumi, olive, uva e patate. Le aree più interessate dal fenomeno sono la Piana di Gioia Tauro, quella di Sibari e la Piana di Cirò e Crotone, ma anche zone interne coma la Sila. “Gli stranieri sono necessari e complementari alla manodopera locale, non rubano il lavoro a nessuno, anzi le raccolte stagionali, intensive e per brevi periodi, non possono essere soddisfatte dalla manodopera familiare neanche nelle aziende più piccole”, spiega ancora la curatrice del rapporto Inea per il caso Calabria. Questo anche a causa dell’invecchiamento degli agricoltori. Il 51% delle aziende calabresi ha un conduttore ultrasessantenne.

Sono soprattutto marocchini, tunisini, senegalesi, ghanesi, maliani a lavorare nelle campagne dall’alba al tramonto, prelevati direttamente sulla strada o nei ricoveri di fortuna dai caporali. “In genere i caporali sono calabresi – continua Paciola – e spesso la paga è corrisposta a loro. Si stanno sviluppando anche network di sfruttamento diversi in cui i caporali sono stranieri che fanno questo lavoro da più anni e con più esperienza”. Dal rapporto Inea emerge che in regioni come il Piemonte e la Toscana ha vinto l’opera di dissuasione e di sanzione condotta dalle autorità contro il lavoro nero, con i controlli nelle campagne battute a tappeto dalle forze dell’ordine. Una politica regionale e sindacale attenta ha portato alla regolarizzazione degli immigrati e ad accordi per corsi di formazione direttamente nei paesi di origine, come la Romania e l’Albania. “In Calabria l’immigrazione non è stata né prevista, né programmata. Il modello calabrese è spontaneo, nonostante il costante aumento di immigrati residenti – conclude Giuliana Paciola – c’è scarsa attenzione del potere politico, la società civile risponde meglio con 164 organismi che hanno sportelli e corsi per gli stranieri”. Le fa eco Massimiliano Monnanni, direttore generale dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali Unar del Dipartimento Pari opportunità: “Un caso come quello della Calabria rappresenta la situazione in cui tutti sanno e tutti tacciono, nessuno denuncia”.

Steve, David, i volti dei ragazzi dell’Africa nera che alloggiavano nell’ex cartiera di Rosarno e che ancora affollano le baracche della Piana di Gioia Tauro. Hanno dai 20 ai 35 anni. A dicembre dell’anno scorso marciarono per protesta fino al municipio della città. Due di loro erano stati feriti per la strada in un agguato. Roberto Saviano e tanti altri commentatori hanno ricordato che quella è stata la prima rivolta spontanea contro la ‘ndrangheta in tanti anni. A guidarla, africani senza diritti della Piana. Le storie e le vite reali dietro i numeri del rapporto Inea.

Raffaella Cosentino pubblicato a dicembre 2009 su Il quotidiano della Calabria

Passaggio a Sud – Pensieri per uscire dalla crisi

Quattro giorni di libri, film, fotografie, testimonianze, assemblee, dibattiti

25/28 febbraio 2010

Spazio daSud

Via Gentile da Mogliano, 170 – Pigneto – Roma

Giovedì 25 febbraio – ore 19,30

Crisi e giustizia – Le mafie del Sud e la Quinta Mafia nel Lazio

Il libro. “Ius Sanguinis” di Paola Bottero

Il film. “La guerra di Mario” di Vincenzo Caricari

La testimonianza Mario Congiusta, presidente ass. Gianluca Congiusta

L’inchiesta. La quinta mafia di Alessio Magro

Venerdì 26 febbraio ore 20,30

Crisi e democrazia

Il fumetto. Anteprima della graphic novel sulla storia del giornalista Pippo Fava della collana Libeccio di daSud e Round Robin Editrice

L’evento. Roma si mobilita per il No Mafia day a Reggio Calabria: incontro con i promotori della manifestazione nazionale del 13 marzo

L’assemblea. Dal Caso Calabria al No Mafia day: Rosarno, Ponte, Bombe, Elezioni Regionali

Incontro con Claudio Fava

Sabato 27 febbraio 2010 ore 20,30

Crisi ed emergenza

Quando la storia d’Italia si scrive in deroga a legalità e trasparenza

Il libro. “Potere assoluto – La protezione civile al tempo di Bertolaso” con Emanuele Bonaccorsi
Le videoinchieste. Anteprima di “Comando e controllo” (sul terremoto in Abruzzo) con Alberto Puliafito
e “I furbetti della vasca” (sui mondiali di nuoto a Roma) con Vittorio Romano

Le immagini. “C.a.s.e.” – Proiezione degli scatti di Arianna Catania e Pietro Guglielmino

Le testimonianze.
I comitati aquilani raccontano – con Angelo Venti, Antonio Musella / No discarica Chiaiano

Domenica 28 febbraio 2010 ore 19

Crisi e identità – Da Rosarno a Roma. E ritorno. Verso il primo marzo nella Capitale

Il concerto. Musiche migranti per raccontare il sud e la contaminazione delle identità

Nino Foresteri unplugged

Il racconto. Come nasce e cresce un progetto musicale, la musica come spazio di intercultura.

Il dossier. Arance insanguinate di daSud e Stopndrangheta.it

Da giovedì 25 a domenica 28 dalle 17

La mostra. “Per amore del mio popolo” – il fumetto su Don Peppe Diana

Tutte le sere cenaperitivo

Raccolta fondi in beneficienza per i lavoratori migranti di Rosarno che vivono a Roma

“MODENA CITY RAMBLERS” PER ROSARNO

MARTEDI 23 FEBBRAIO ORE 20 E 30
SPAZIO DASUD

Reading e sound insieme a Franco D’Aniello

Accompagnamento musicale Gianluca Spirito dei Ned Ludd

Diretta web a partire dalle 20 e 30 sul sito nella sezione live

Spazio daSud – via Gentile da Mogliano 170 – Pigneto Roma
http://www.dasud.itinfo@dasud.it – facebook: daSud onlus – tel. 06. 83603427

La verità su Rosarno: i primi morti vent’anni fa

15/02/2010
14.49
IMMIGRAZIONE

Le aggressioni iniziate nel 1990 e riportate alla luce dal giornalista Alessio Magro nel dossier Arance Insanguinate di daSud Onlus. “Colpire i neri diventa un rito di iniziazione per i giovani aspiranti ‘ndranghetisti della Piana”

Reggio Calabria – Rosarno e gli immigrati africani: una scia di sangue, feriti e morti lunga vent’anni. E’ su queste vittime dimenticate che fa luce il Dossier Arance Insanguinate, pubblicato dall’associazione contro la ‘ndrangheta daSud Onlus, che dal 2005 lavora per riportare alla luce le storie delle vittime delle ‘ndrine. Si chiamavano Abdelgani Abid e Sari Mabini. Avevano vent’anni nel 1992, quando la loro vita si fermò in un agguato mafioso a Rosarno. Erano algerini. Veniva invece dalla Costa d’Avorio Mourou Kouakau Sinan, ucciso in una sparatoria due anni dopo, nel 1994. E nel 1996 un africano tra i 25 e i trent’anni viene ritrovato nelle campagne di Laureana di Borrello in avanzato stato di decomposizione. Milite ignoto di questa guerra dello sfruttamento mafioso del lavoro immigrato, per cui nessuno ha eretto un monumento. “Era un fantasma, lo è anche da morto”, scrive il giornalista calabrese Alessio Magro, autore dell’articolo “Vent’anni fa i primi morti. Dimenticati”. Il documento fa parte dell’archivio online Stopndrangheta.it e ricostruisce il passato del razzismo mafioso nella Piana di Gioia Tauro. Il dossier, presentato oggi nel palazzo della Provincia di Reggio Calabria e il 18 febbraio a Roma al Nuovo Cinema Aquila nel corso di un’assemblea cittadina verso il Primo marzo, raccoglie materiale eterogeneo, a partire dai primi articoli del 2006. Notizie, fotografie, video e approfondimenti, online e in versione cartacea, con all’interno anche i reportage di Redattore Sociale che lanciavano l’allarme sull’emergenza umanitaria di Rosarno. Il documento sarà portato oggi alla commissione parlamentare antimafia in visita nella città dello Stretto e domani a una delegazione del Parlamento europeo, che incontrerà le associazioni a Lamezia Terme.

“Le aggressioni ai neri iniziano nel 1990 – si legge nel dossier- la sera del 10 settembre a subire una gambizzazione a colpi di pistola è il giovane 28enne Mohamed El Sadki. Stessa sorte tocca un anno dopo, il 23 dicembre del ’91, all’algerino 24enne Mohammed Zerivi”. Un mese dopo, il 27 gennaio del ’92 due giovani algerini Malit Abykzinh, di 24 anni e Boumtl Rabah, di 27 anni, finiscono in ospedale. Il primo con ferite gravissime all’addome, il secondo con una mano trapassata dai proiettili. Rientrando a casa avevano sopreso dei ladri che cercavano di forzare la porta e che gli avevavo sparato contro. Furti senza logica, perché prendono di mira case poverissime, sparatorie continue verso gli ultimi arrivati, che sono i più deboli. Negli archivi è rimasta traccia degli episodi più tragici, ma tantissime altre violenze e forse altri morti mai rivendicati da nessuno, cadaveri senza identità, sono nascosti nel passato di Rosarno. E’ questa l’ipotesi che prende corpo nel dossier. “Colpire i neri diventa quasi un rito di iniziazione per i giovani aspiranti ‘ndranghetisti della Piana”.
A fine gennaio del 1992 viene arrestato un giovane rosarnese per le rapine agli africani. In paese il clima diventa ancora più difficile per gli immigrati. Nella notte dell’11 febbraio, tre algerini vengono fermati per le strade e fatti salire in auto con la promessa di un lavoro in campagna. E’ un agguato. In località Scattareggia, una zona isolata, vengono colpiti a pistolettate. Due muoiono. Si tratta di Abid e Mabini. Il terzo, un diciannovenne di nome Murad Misichesh fugge ferito al collo. Con una fucilata al petto muore Mourou Kouakau Sinan, 41 anni, ivoriano. E’ il 18 febbraio del 1994 e nella sparatoria difronte a un casolare diroccato restano feriti anche due ragazzi del Burkina Faso, Bama Moussa, di 29 anni e Homade Sare, di 31. Ancora una volta teatro dell’agguato è un rifugio di fortuna in cui dormono in 15. (vedi lancio successivo) (raffaella cosentino)
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Rosarno, la protesta si allarga. A Roma le comunità migranti presentano le loro istanze

19/01/2010
18.11
IMMIGRAZIONE

Sono state ricevute in prefettura e hanno ottenuto di far arrivare a Maroni le loro richieste: permesso di soggiorno per motivi umanitari, interpretazione estensiva dell’art.18 della Bossi-Fini, monitoraggio sui fondi per l’accoglienza

ROMA – Hanno chiesto il permesso di soggiorno per motivi umanitari per tutti i migranti di Rosarno. Una interpretazione estensiva dell’articolo 18 della legge Bossi-Fini sulla base di una direttiva europea che prevede il permesso di soggiorno per lavoro a chi denuncia gli sfruttatori. Un monitoraggio sui meccanismi dei fondi per le politiche di accoglienza. Sono le istanze presentate da una delegazione delle comunità migranti e associazioni antirazziste al vice capo gabinetto della prefettura di Roma, Paolo Vaccaro, che si è impegnato a portarle al titolare del Viminale, Roberto Maroni.
Circa 200 manifestanti hanno dato vita a un sit-in di fronte a Palazzo Valentini, sede della prefettura di Roma. Contemporaneamente, proteste e manifestazioni si sono svolte in molte altre città italiane, all’insegna dello slogan “Troppa intolleranza e nessun diritto, sanatoria per i migranti”.

Le associazioni antirazziste hanno attuato presidi anche a Treviso, Padova, Potenza, Bari, Castelvolturno e Reggio Calabria. “Per dire che quello di Rosarno è un caso nazionale”, sottolinea un comunicato diffuso nelle piazze.
“Abbiamo chiesto una verifica sull’interpretazione estensiva dell’art. 18, ancora inapplicata. E’ chiaro che chi è sfruttato nei campi dalla mafia, chi è ridotto in schiavitù nei cantieri e nelle metropoli, con tante situazioni simili in tutta Italia, dovrebbe poterne usufruire”, ha dichiarato Alessio Magro dell’associazione anti-ndrangheta calabrese “daSud”, membro della delegazione ricevuta in prefettura.

Presenti in piazza anche tante associazioni di lotta per la casa con striscioni del tipo: “Rosarno, chi semina sfruttamento raccoglie tempesta”. I manifestanti hanno esposto anche uno striscione che ricalca quello censurato a Rosarno. “Speriamo di poter dire un giorno: c’era una volta la mafia”, è la frase incriminata durante il corteo di Rosarno di una settimana fa e riproposta oggi dall’associazione “daSud” e dai rappresentanti degli studenti romani. Il sit-in segue altre iniziative e mobilitazioni pro immigrati di Rosarno, come la distribuzione di arance insanguinate al Senato, durante l’audizione del ministro Maroni.

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autore: raffaella cosentino

Gli africani tornano a Rosarno, richiamati dai caporali

19/01/2010

14.35
IMMIGRAZIONE
La testimonianza di un ghanese con regolare permesso di soggiorno che ha rifiutato di rientrare. Sarebbero alcune decine, e vivrebbero all’interno di case nel paese. Per loro la promessa dell’incolumità

Roma – Sono tornati a Rosarno alcune decine di immigrati africani che erano fuggiti o erano stati sgomberati e allontanati dalla polizia dopo i disordini e le violenze ai loro danni della settimana scorsa, richiamati nella Piana da chi li sfruttava per raccogliere le clementine. Uno dei ragazzi africani, che chiede di rimanere anonimo, racconta a Redattore Sociale di essere stato contattato lui stesso per rientrare e di essersi rifiutato a causa del pericolo. Si tratta di un ghanese con regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, sbarcato due anni fa a Lampedusa. “I capi italiani, quelli che possiedono le terre – afferma – hanno chiamato i caporali ghanesi, quelli che ci portavano con le macchine sui campi e gli hanno detto di ritornare a lavorare portando con sé altri africani”. Secondo la testimonianza, alcune decine di africani sarebbero già tornati a Rosarno e vivrebbero all’interno di case nel paese. Altri sarebbero in procinto di tornare. I capi della rete di sfruttamento che li sta richiamando sui campi avrebbero promesso l’incolumità. Una situazione che li vedrebbe ancora più schiavi di prima, intimiditi dopo i linciaggi della folla, le violenze delle ‘ndrine, le deportazioni e le identificazioni delle forze dell’ordine. Il testimone ghanese, ancora visibilmente scosso per le condizioni disumane in cui viveva e per la fuga precipitosa, afferma che i braccianti agricoli africani di ritorno nella Piana provengono da Castel Volturno, il primo posto dove si sono diretti molti dei duemila immigrati di colore sgomberati da Rosarno.
A spingerli tra le braccia degli sfruttatori, ancora una volta le condizioni di massima indigenza in cui vivono. E il fatto che molti di loro, pur regolari o con protezione umanitaria, non riescono a trovare un alloggio dignitoso né un’occupazione. Per questo, molti hanno trovato rifugio a Castel Volturno, altri ingrossano le fila della gente che dorme per strada nei pressi della stazione Termini. Intanto a Roma, tra l’emergenza freddo e il sovrannumero di richieste, i posti letto segnano il tutto esaurito tra le strutture del Comune e quelle delle associazioni umanitarie. Il ragazzo africano che ha reso la testimonianza a Redattore Sociale, dopo aver chiesto aiuto a tutti i punti di raccolta e i centri che hanno offerto assistenza agli immigrati di Rosarno, è stato costretto a dormire alla stazione Termini. L’odissea di una singola persona è quella di duemila braccianti stagionali immigrati, indispensabili all’agricoltura del meridione. Quando i riflettori dei media si sono spenti sull’emergenza Rosarno, i fantasmi dello sfruttamento hanno ripreso a vagare per l’Italia. (Raffaella Cosentino)

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