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Un romanzo di Alberto Mossino racconta il mondo sommerso dei nigeriani in Italia

Immigrazione/Tratta

In “Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano”, edito da Terrelibere.org, le strade del sesso, i riti voodoo, i debiti con le madames ma anche una cultura ricca e diversa che si scontra con l’ignoranza dell’italiano medio.

Un racconto semplice, diretto, ironico e senza falsi moralismi per avvicinare il pubblico italiano a un tema scottante e ancora ‘tabù’: la prostituzione e la tratta delle nigeriane. “Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano” di Alberto Mossino, edito da Terrelibere.org, è un romanzo che attraverso un intreccio divertente e surreale riesce ad abbattere le barriere culturali nei confronti della comunità nigeriana. E a denudare l’ipocrisia dietro cui si nascondono i clienti: giovani normali annoiati dalla routine che non somigliano affatto a maniaci ostaggio di dipendenze perverse. La storia di Franco, trentenne torinese ex militante dei collettivi, imborghesito e finito a fare l’impiegato insoddisfatto di un’agenzia di recupero crediti, si incrocia con quella di Ekaette – Jennifer. Lei è una giovane prostituta nigeriana che per una serie di coincidenze finirà per intrecciare una relazione con il protagonista, andando oltre il solito fugace rapporto a pagamento consumato su una stradina della campagna piemontese. Dopo una serie di avventure e peripezie, il riscatto dei due, entrambi intrappolati in una vita che non corrisponde ai loro sogni, passerà per espedienti poco legali. Le vie lecite sono inaccessibili. Lo scopre il protagonista e con lui il lettore. Entrambi acquistano consapevolezza dell’impossibilità per una ragazza sfruttata dal racket della prostituzione di uscirne da sola. La rete criminale internazionale che organizza i viaggi dalla Nigeria assoggetta le vittime con riti voodoo. Il ricatto psicologico nei confronti delle ragazze che si ribellano passa per le minacce di violenze alle loro famiglie in Africa. Quando Franco si rivolge ai suoi genitori per chiedere aiuto, tramite il parroco viene indirizzato a un’associazione che cura “la dipendenza da prostitute”. La messa alla berlina dell’ignoranza dell’italiano medio come Franco che a stento mastica qualche parola d’inglese con le sue conquiste (“Ai miss iu tu bebi”) crea alcuni dei passi meglio riusciti dell’opera.

Tutta la vicenda ruota sapientemente attorno al debito di 40.000 euro contratto dalla ragazza nei confronti della donna che la sfrutta, la “madame”. In questi casi, la clandestinità rende le ragazze più ricattabili e serve ad oleare il meccanismo dello sfruttamento. “Per uno straniero irregolare è più facile vincere alla lotteria che riuscire ad avere il permesso di soggiorno” è la conclusione cui arriva Franco, quando è ormai ossessionato da quel pezzo di carta senza il quale la sua ragazza non può andare a vivere con lui e affrancarsi dalla vita in strada. Riflette: “Mi chiedo se spesso dietro il rifiuto del permesso di soggiorno da parte delle autorità non ci sia una volontà punitiva e l’interesse ad avere una moltitudine di schiavi che facciano comodo soprattutto all’economia sommersa”. E il viaggio del protagonista tra l’esercito degli schiavi tocca Catania, con l’uccisione di una  nigeriana massacrata per rapina, Padova e l’Emilia Romagna, passando per Castel Volturno. Sulla Domiziana hanno base molte madames, che gestiscono la tratta in altre zone dell’Italia. Fanno da sfondo la mafia nigeriana e i traffici di droga, le rivolte nel Cpt di Torino e le proteste per chiuderlo. Un capitolo illustrato con tavole di Sergio Ponchione, racconta un’altra storia: il “viaggio allucinante” di chi transita da Agades e dal Maghreb prima di imbarcarsi sulle rotte per l’Europa.

Mossino, che da oltre 15 anni ad Asti si occupa di immigrazione, tratta e prostituzione, riesce a raccontare queste tappe obbligate della violenza sui migranti senza cadere in vittimismi o luoghi comuni. Le figure che delinea non sono mai banali, i nigeriani in Italia diventano personaggi accattivanti e intriganti. Il protagonista del romanzo, Franco, è rapito dalle fattezze delle esuberanti ragazze africane e si addentra nei sobborghi di Torino affascinato dalle loro feste. Allo stesso modo il lettore scopre un mondo segreto. Dall’attivista e icona della musica afro Fela Kuti alle funzioni chiassose dei predicatori della Chiesta Pentecostale. Familiarizza con i termini della cultura nigeriana: dall oyibò, il fidanzato italiano delle ragazze che sborsa cifre assurde per loro a espressioni intraducibili come ye ye de smell. Questa fotografia della nuova Italia non è solo colore. Trasuda energia. E’ la voglia di vivere di questa generazione di giovani dalla pelle nera che sono arrivati in Europa disposti a ogni sacrificio per realizzare un progetto di vita migliore. Sempre in bilico tra fantasia e vissuto (i personaggi sono fittizi, il contesto è reale, avverte l’autore in una nota), il volume si chiude con un approfondimento sul sistema di sfruttamento delle donne nigeriane, a cura di Francesco Carchedi (Parsec – Ricerche ed interventi sociali). Le stime attuali parlano di circa 10.000 donne coinvolte nella tratta, di cui il 10-12% minorenni. Un numero raddoppiato rispetto alle 5.000 vittime di metà degli anni Novanta, quando il fenomeno prese piede nel nostro Paese. In media ci vogliono quattro o cinque anni di vita di strada per estinguere il debito contratto con il sistema delle madames. (rc)

Marocchino pestato a sangue a Cassibile

5/05/2010

10.56
IMMIGRAZIONE
L’aggressione è avvenuta ieri sulla via Nazionale, nel quartiere siracusano noto per il fenomeno del caporalato nella raccolta stagionale delle patate L’uomo è stato accerchiato da un gruppo di italiani mentre camminava a piedi, insultato e preso a calci

Via Nazionale, Cassibile (Sr)

Cassibile (Sr) – Aggressione razzista a Cassibile. Un bracciante stagionale marocchino di trent’anni è stato accerchiato e poi pestato a sangue con calci e pugni da un gruppo di italiani. Il grave episodio di violenza razziale è avvenuto ieri sulla via Nazionale, nel quartiere siracusano noto per il fenomeno del caporalato nella raccolta stagionale delle patate. A darne notizia oggi è il quotidiano locale “La Sicilia”. Secondo quanto riportato dalla testata siciliana, l’uomo stava camminando a piedi sulla strada principale di Cassibile quando è stato bloccato da un gruppo di uomini che gli ha sbarrato la via. Dopo averlo insultato ripetutamente, gli aggressori gli hanno impedito di fuggire e si sono scagliati contro il marocchino con violenza. La vittima ha solo cercato di difendersi riparandosi dai colpi con le mani. L’intervento verbale di altri residenti, che hanno urlato e chiesto aiuto, ha fermato e fatto allontanare gli aggressori. Il ragazzo marocchino, lasciato dolorante e sanguinante sull’asfalto, è stato soccorso da un’unità del 118, chiamata dai passanti. Il lavoratore maghrebino è stato medicato al Pronto Soccorso e dimesso. Nel frattempo gli aggressori hanno fatto perdere le loro tracce.

E’ il primo episodio di violenza per le strade contro gli immigrati a Cassibile dall’inizio dell’anno. Ma il quartiere siracusano non è nuovo ai pestaggi. In passato altre aggressioni si erano verificate a causa dell’intolleranza di una parte dei residenti verso i lavoratori stagionali stranieri, una parte dei quali sono alloggiati in una tendopoli gestita dalla Croce Rossa. (rc)

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Cassibile, i residenti non vogliono la tendopoli dei braccianti

04/05/2010

10.19
IMMIGRAZIONE
Ancora alta tensione per la tendopoli che ospita 130 braccianti stagionali con il permesso. Il coordinamento del primo maggio: “Si chiede regolarità per il posto letto ma non ci sono tutele sindacali”

tendopoli Croce Rossa vicino l'uscita dell'autostrada

CASSIBILE (RS) – Il primo maggio migrante a Cassibile ha raccolto associazioni antirazziste da quasi tutta la Sicilia ma la gente del paese non ha partecipato. Come a Rosarno, anche nel quartiere siracusano noto per il fenomeno degli stagionali immigrati che arrivano a centinaia ogni primavera per raccogliere le patate, la festa del lavoro dedicata ai diritti dei migranti è stata disertata dai residenti. A dare una valutazione sulla convivenza tra italiani e braccianti africani è Giampaolo Crespi, un commerciante originario di Busto Arsizio che vive da vent’anni a Cassibile dove gestisce un negozio di alimentari frequentato dai migranti. Crespi fa parte del coordinamento che ha organizzato un primo maggio migrante a Cassibile con aderenti tra i quali la Rete antirazzista catanese, la confederazione Cobas di Siracusa e Catania, l’Arci di Messina, i Laici missionari comboniani di Palermo, l’associazione Siqillyàh e tante realtà del siracusano e di altre province. Obiettivo: “costruire una campagna di rilievo nazionale a difesa dei diritti dei migranti stagionali in Sicilia dopo i terribili giorni di Rosarno”. L’iniziativa ha avuto luogo nell’istituto comprensivo “Falcone Borsellino” di Cassibile, con musiche, balli, prodotti biologici, banchetti informativi e la proiezione del documentario “La terra (E)Strema” con gli autori Enrico Montalbano e Angela Giardina.

Come in molte altre realtà del sud in cui imperano il caporalato e lo sfruttamento dei braccianti agricoli immigrati, Crespi si è trovato solo nella sua battaglia per i diritti sul lavoro. “Diciamo che i commenti al bar non erano buoni e che altre persone più ricettive non si espongono per paura del giudizio dei compaesani”, racconta nella sua casa sulla via Nazionale di Cassibile. Il paese, circa 4 mila abitanti, si sviluppa lungo la strada statale che negli anni è stata teatro del reclutamento della manodopera africana da parte dei caporali e anche di scontri ed episodi di tensione. Molti di questi scaturivano dal fatto che i braccianti stranieri andassero a lavarsi nella fontana pubblica al ritorno dal lavoro nei campi. Ad acuire i dissapori in passato, anche le leggende metropolitane su donne che sarebbero state violentate o molestate dagli immigrati. Voci rivelatesi prive di fondamento.

“Qui nessuno si sente razzista, eppure secondo la gente del posto gli africani devono venire a lavorare ma non si devono vedere” spiega il commerciante. Un atteggiamento che spiega come ogni anno l’installazione di una tendopoli del ministero dell’Interno gestita dalla Croce Rossa per alloggiare i braccianti stranieri diventi il pomo della discordia. In un articolo pubblicato a marzo dal quotidiano “La Sicilia”, con il titolo “Non siamo razzisti, ma niente tendopoli”, il segretario del locale circolo del Pd, Orazio Musumeci, dichiarava: “La tendopoli se la facciano le associazioni umanitarie a Siracusa, noi la gente a bivaccare qui non la vogliamo”. E ancora: “Così si danneggia la nostra economia turistica: la gente non viene neanche a mangiare una pizza”. Anche quest’anno la prefettura aveva siglato un protocollo con i produttori agricoli che impegnava le aziende a preoccuparsi di trovare un alloggio ai lavoratori. Ma non è andato a buon fine.

Crespi ricorda la lunga querelle sulla tendopoli. “Nel 2005 ci fu la prima e poi venne trasformata in Cpt. Nel 2007 ne venne fatta una a Cassibile, nel 2008 per le proteste fu spostata ad Avola, che è a 16 chilometri per cui furono gli immigrati a disertarla per la distanza. L’anno scorso non è stata fatta, adesso ce n’è una difronte all’uscita dell’autostrada”. Nel documento affisso dalle associazioni per il primo maggio a Cassibile si legge: “da anni si aspettano le ultime settimane per provvedere a un’accoglienza sempre d’emergenza e per i regolari, addirittura l’anno scorso neanche quella e quest’anno solo per 130 migranti; una regolarità pretesa per offrire loro un posto letto, ma ignorata quando si tratta delle garanzie contrattuali e delle tutele sindacali”. (rc)

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Cassibile, con la crisi aumenta il ricatto del caporalato

04/05/2010

10.18
IMMIGRAZIONE

Nessuna tutela in più dopo Rosarno: sono sempre i caporali a gestire il lavoro, che scarseggia. Il racconto dei braccianti: sono meno di 500 tra marocchini, sudanesi, somali ed eritrei, temono gli italiani e hanno paura di denunciare

campo di patate a Cassibile

CASSIBILE (SR) – Già da un mese si raccolgono le patate a Cassibile, ma il lavoro per i braccianti stagionali quest’anno scarseggia. E’ diminuito drasticamente per la crisi, non si trovano compratori. Solo chi ha contratti con le grandi aziende riesce a piazzare gli ortaggi sul mercato. Condizioni che aumentano il potere dei caporali. Sono ancora loro a decidere chi lavora, per quanto tempo e per quale cifra. Nonostante gli arresti di Rosarno, nel siracusano il potere di ricatto dei caporali, soprattutto sugli immigrati irregolari è sempre forte. La giornata lavorativa inizia alle sei del mattino e si conclude, dopo otto ore, alle 14. La paga è intorno ai 45 euro. “Cinque euro li trattiene il capo marocchino che ti fa lavorare mentre lui ti controlla tutto il giorno. In più devi dargli tre euro per portarti sul furgone fino ai campi – racconta un bracciante marocchino a Redattore Sociale – devi stare zitto sennò non lavori. Schiena bassa e non puoi dire niente anche quando ti fa stare ore in più senza pagarti. Vorrei denunciarlo ai carabinieri ma ho paura”.

Il guadagno dei caporali, in gran parte marocchini, si basa non solo sulla ‘quota’ di cinque euro al giorno chiesta a ciascun lavoratore per la chiamata e sui tre euro per il trasporto. Siccome il proprietario terriero usa il caporale come intermediario e corrisponde a lui la paga per tutta la squadra, il ‘capo’ cerca di usare un numero inferiore di braccianti, facendoli lavorare per un numero maggiore di ore. In questo modo il caporale trattiene anche una parte dei soldi versati dall’imprenditore agricolo italiano. Un sistema conosciuto in zona, che trova conferma sia dal racconto di Giampaolo Crespi, commerciante di Cassibile, sia dal testimone intervistato da Redattore Sociale. Si tratta di un cittadino marocchino in Italia dal 1999 che vive a Cassibile nella tendopoli allestita dal ministero dell’Interno e gestita dalla Croce Rossa per 130 migranti in regola con il permesso di soggiorno. Quando non è stagione di patate, il ragazzo vive in una casa di un comune del ragusano pagando 150 euro con un coinquilino.

Le denunce sul caporalato e sulla quota degli 8 euro (cinque più tre) per lavorare sono anche apparse sul quotidiano La Sicilia due settimane fa, ma per il momento nulla è cambiato a Cassibile. Anche la situazione con gli italiani resta tesa. Se n’è accorto subito Jamal, un ventiseienne sudanese che vive nella tendopoli della Croce Rossa. Per lui è la prima volta in Sicilia. Parla un buon italiano, è arrivato a Lampedusa nel 2005 dopo un salvataggio in mare da parte di un peschereccio italiano. Ha il permesso di soggiorno per lavoro. Sei mesi fa è stato licenziato da una fabbrica di Terni dove faceva il saldatore da due anni. Non gli è rimasto che tentare la strada delle campagne per sopravvivere. E’ andato in Puglia prima, a Cassibile poi. “Rimango fino ad agosto – dice – ma qui non è un buon posto per noi, alla gente non piacciono i neri. In paese non vado a piedi, ho paura dei ragazzi con gli scooter che ci tirano addosso le pietre. La spesa vado a farla in macchina, usiamo l’auto anche per andare a lavoro, dividiamo la benzina”. I sudanesi sono tanti e mediamente ben organizzati. Qualcuno, come Hassan, era a Rosarno durante gli scontri di gennaio. Alla ‘fabbrica’, l’oleificio Opera Sila di Gioia Tauro, lui e altri giovani fuggiti dalla guerra in Sudan, si erano attrezzati con una tenda e l’antenna televisiva satellitare. Da lì è stato portato dalla polizia al Cara di Crotone e poi è finito con altri a Cassibile. Dice che tornerebbe nel suo paese, “se non ci fosse la guerra laggiù…”

Nella tendopoli accanto all’uscita dell’autostrada ci sono anche somali ed eritrei. Ma non tutti hanno trovato posto sui 130 disponibili e presto esauriti. Così, regolari senza un tetto e irregolari, dormono nelle campagne in vecchi casolari abbandonati, senza servizi igienici. In uno di questi rifugi, a poco distanza dalla tendopoli, abitano 40 sudanesi. Aiya racconta che ci sono 4 stanze più una sala grande dove stanno in 15. A differenza degli altri braccianti che prendono 45 euro al giorno, Aiya dice che a lui ne danno appena 25-30 per otto ore di lavoro a raccogliere patate.

Il quadro della presenza migrante nella zona è completato da circa duecento marocchini che vivono stabilmente a Cassibile e hanno anche una moschea. Una comunità ben radicata sul territorio, ma non integrata. Iniziano a lavorare già a novembre per la semina delle patate. Non c’è una cifra certa, in totale non dovrebbero superare le 500 persone i braccianti immigrati nell’area. “I grossi produttori non hanno interesse a fare lavorare gli operai in nero – spiega Crespi – il problema è andare a vedere cosa succede quando le grosse aziende comprano la merce dai piccoli produttori. Manca un controllo dei sindacati e dell’ispettorato del lavoro sui campi più piccoli”. (vedi lancio successivo) (rc)

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“Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. L’indagine dell’Oim

27/04/2010

17.26
IMMIGRAZIONE

Sfruttamento della manodopera straniera a Castel Volturno: 15 euro per 11 ore di lavoro. 500 nigeriane vittime della tratta. “Potenziare i controlli”

ROMA – “Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. E’ quanto afferma l’Oim, l’ Organizzazione internazionale per le migrazioni, che ha presentato un rapporto sulle condizioni di sfruttamento dei migranti a Castel Volturno. Nel casertano l’Oim è presente con il progetto “Praesidium”, finanziato dal Ministero dell’Interno. Nel dossier si evidenzia come lo sfruttamento lavorativo di manodopera immigrata riguarda tutti i migranti, sia quelli in regola con il permesso di soggiorno che quelli senza documenti. Da quanto emerge dal rapporto, i controlli delle autorità si limitano a verificare la regolarità della presenza dello straniero sul territorio italiano, senza influenzare le condizioni di sfruttamento sul lavoro di cui è vittima la manodopera straniera.
“Nonostante il fatto che la zona di Castel Volturno sia nota per la diffusione del lavoro irregolare sia nel settore dell’agricoltura sia in quello dell’edilizia – afferma Simona Moscarelli, esperto legale dell’Oim – è da sottolineare come i controlli da parte delle istituzioni locali sulle condizioni lavorative dei migranti debbano essere necessariamente potenziati”.
“E’ fondamentale che durante tali controlli – spiega la Moscarelli – le forze dell’ordine operanti non si limitino alla mera verifica della situazione di irregolarità dei migranti ma approfondiscano le situazioni di grave sfruttamento lavorativo degli stessi, assicurando una forma di protezione ai casi più vulnerabili o a coloro che sono disponibili a collaborare e denunciare gli sfruttatori alle autorità, ad esempio tramite il rilascio del permesso di soggiorno per protezione sociale”
Il rapporto dell’Oim identifica 3 gruppi di migranti costretti a lavorare in situazioni degradanti e insicure: i cittadini sub-sahariani impiegati nel settore agricolo ed edilizio, i cittadini maghrebini ed egiziani che lavorano per lo più nella raccolta delle fragole nell’agricoltura, i cittadini indiani e pakistani, i più invisibili, che vengono impiegati nelle aziende bufaline in virtù della particolare attenzione e dedizione che prestano, per motivi religiosi, alla cura del bestiame.
Ricevono dai 15 ai 35 euro per una giornata lavorativa di undici ore. “Non mancano casi in cui i migranti non vengano pagati per il lavoro svolto, nonché casi in cui – alla richiesta dei pagamenti dovuti – subiscano minacce e violenze da parte dei propri datori di lavoro”, si legge nel dossier.
Un’altra grave forma di sfruttamento è quello sessuale. Nell’area, secondo l’Oim, ci sono anche circa 500 donne nigeriane vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. “La maggior parte di loro è arrivata nel 2008 sbarcando a Lampedusa. Diversa è la situazione delle cittadine straniere nigeriane arrivate nel 2009. Sembra infatti che, chiusa la rotta di Lampedusa, i trafficanti si siano già riorganizzati e che la maggioranza delle donne arrivi ora in aereo, con visto di ingresso regolare anche se spesso con un passaporto di un’altra persona”, spiega l’Ong. (rc)

Rosarno, 5 euro per un mese di lavoro

03/05/2010

16.48
IMMIGRAZIONE
Due stagionali burkinabè e un cittadino rosarnese sono stati fermati dalla polizia mentre discutevano del mancato pagamento per il lavoro prestato nei campi. Il tutto mentre erano in corso i comizi dei sindacalisti per il primo maggio

Rosarno – Cinque euro per un mese di lavoro. L’ennesimo episodio di sfruttamento degli africani nella cittadina calabrese si è consumato mentre i leader sindacali di Cgil, Cisl e Uil intervenivano sul palco del primo maggio. In una delle vie adiacenti a piazza Valarioti, due stagionali burkinabè e un cittadino rosarnese sono stati fermati dalla polizia nel corso di una discussione sul mancato pagamento di uno dei due stranieri per il lavoro prestato nei campi. Il tutto è avvenuto sotto gli occhi dei passanti e di alcuni manifestanti.

“Ho lavorato per un mese, raccogliendo 60 cassette di arance e tutto quelllo che ne ho ricavato sono queste cinque euro” ha raccontato il lavoratore africano, stringendo in un pugno una banconota. Secondo la testimonianza del bracciante burkinabè, dopo la fine della raccolta, l’italiano non si è fatto più trovare, senza pagargli neanche una giornata di lavoro. L’africano, accompagnato da un connazionale, ha incontrato per caso il suo datore di lavoro per la strada e ha preteso il pagamento. A quel punto l’italiano gli ha dato cinque euro per trarsi d’impaccio. I due africani cercavano al contrario di trattenerlo e ne è nata una discussione accesa. Un giovane passante di Rosarno suggeriva al ragazzo africano di stare zitto, dicendogli: “ti metti d’accordo dopo, lo vai a trovare a casa”. Gli agenti di polizia che si trovavano in servizio per la manifestazione sono intervenuti e hanno fermato le tre persone coinvolte, l’italiano e i due stranieri, portandole al commissariato di Gioia Tauro per l’identificazione. Sono stati tutti rilasciati dopo poco. Il lavoratore del Burkina Faso era arrivato per la prima volta nella cittadina calabrese a febbraio, dopo gli scontri. In precedenza viveva a Castel Volturno. (raffaella cosentino)

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Castel Volturno, prostitute per 10 euro

28/04/2010
13.01
IMMIGRAZIONE

Rapporto Oim: almeno cinquecento nigeriane vittime della tratta e senza protezione. A sfruttarle sono ‘madames’ africane ma anche donne italiane. Altre ragazze arrivano dall’Europa dell’Est. Vorrebbero lasciare la strada per un lavoro regolare

Roma- Si prostituiscono sulla strada per 10-15 euro. A casa chiedono dai 25 ai 40 euro. Sono ricattate, subiscono violenze e non possono andare liberamente in ospedale. Vivono in case sovraffollate e a volte devono anche condividere un letto in due persone. Lavorano in aree desolate e strade secondarie, dove non c’è possibilità di chiedere aiuto in caso di necessità. Il mercato del sesso nel Casertano fa carne da macello di tante giovani ventenni, soprattutto nigeriane ma anche dei paesi dell’Est. Lo afferma il rapporto dell’Oim su Castel Volturno, delineando uno spaccato delle gravissime violazioni dei diritti umani commessi sui migranti in Italia.

Nuovi schiavi, tratta degli esseri umani e sfruttamento sul lavoro con il coinvolgimento delle organizzazioni criminali. Con dei distinguo. Non sempre esiste un nesso tra lo sfruttamento lavorativo e situazioni di tratta degli esseri umani. “Molto spesso i trafficanti si limitano a facilitare l’ingresso illegale dei migranti ma non sono anche gli sfruttatori finali degli stessi, che sono invece per lo più cittadini italiani”, spiega il rapporto. Il sistema di tratta è invece più chiaro nel caso della prostituzione delle nigeriane nella zona. “Le vittime dello sfruttamento sessuale sono invece inserite in un circuito di traffico di esseri umani vero e proprio in cui è possibile distinguere le varie condotte criminali e individuare un collegamento tra i soggetti dediti al reclutamento, al trasporto e allo sfruttamento”, sottolineano i legali dell’Oim.

Castel Volturno è uno dei principali luoghi di residenza delle “madames”, cittadine nigeriane che controllano il business dello sfruttamento sessuale, anche quando le vittime operano in altre zone d’Italia. E che legano le loro vittime con un rito “vodoo” che le vincola psicologicamente già al momento della partenza dall’Africa. Si stima che nell’area oltre 500 giovani donne nigeriane lavorino quotidianamente nel mercato del sesso. Una cifra a cui si arriva sulla base delle segnalazioni delle associazioni locali sulle donne nigeriane che lavorano sulla strada tra la Provincia di Caserta e quella di Napoli. Due terzi di loro vivono a Castel Volturno, a cui si aggiungono le donne provenienti dall’Europa dell’est, ucraine, romene, albanesi e bulgare. Le europee abitano però a Mondragone. Altri luoghi di residenza delle migranti sono i dintorni di S. Antimo e Aversa.

Sono vittime di un ricatto, circa il 70% di loro deve ancora finire di pagare il debito contratto per raggiungere l’Italia e solo una piccola percentuale è titolare di permesso di soggiorno, solitamente perché gli è stata riconosciuta qualche forma di protezione internazionale.
Come funziona il mercato del sesso? “Nella maggior parte dei luoghi le ragazze effettuano dei veri e propri turni di lavoro (mattina o sera). Recentemente, però, molte di esse hanno iniziato a lavorare senza sosta per tutto il giorno, spesso cambiando zona – si legge nel rapporto – i principali luoghi della prostituzione sono: Casalnuovo, Marigliano, Caivano, Ischitella-Trentola Ducenta, Giugliano (dove lavorano più di quindici ragazze nigeriane e una decina di ragazze dell’Europa dell’est) e Licola”. L’eta media è tra i 20 e i 30 anni.

La maggior parte delle donne nigeriane arrivate nel 2008, è sbarcata a Lampedusa e deve ancora finire di pagare un debito che ammonta in media a 40 mila euro. I trafficanti si adeguano anche ai respingimenti in mare. Infattim le nigeriane arrivate nel 2009, sono sbarcate da un aereo, non più da un gommone, spesso facendo scalo in Francia, con visto di ingresso regolare anche se spesso con un passaporto di un’altra persona. In questi casi, il debito da pagare è superiore rispetto alle ragazze arrivate via mare e ammonta dai 50 ai 60 mila euro. In alcune zone, in particolare a Casalnuovo, le migranti hanno riferito di pagare, oltre al debito alle madame nigeriane, una somma di 100-150 euro mensili ad una donna italiana per poter occupare il posto in cui lavorano.

“Molte donne nigeriane vittime della tratta hanno presentato e continuano a presentare richiesta di protezione internazionale, a volte all’arrivo a Lampedusa o a Fiumicino, altre volte soltanto quando giungono a Roma. E’ raro che durante l’audizione dinanzi alla competente Commissione territoriale emerga la condizione di tratta e sfruttamento e non è facile che ad esse venga riconosciuta qualche forma di protezione”, si legge nel rapporto. Le migranti dichiarano di essere disposte a lasciare la strada qualora avessero la possibilità di ottenere un lavoro regolare, anche laddove il salario fosse inferiore rispetto a quanto riescono a guadagnare lavorando sulla strada.

Il tempo impiegato per estinguere il debito è in media di due anni, anche se per alcune ragazze è necessario un periodo molto più lungo perchè devono contribuire alle spese di affitto delle abitazioni, alle spese domestiche, e talvolta persino alle spese dei trafficanti. Dal momento che in molti casi è la stessa madame a gestire i pagamenti, è difficile che le ragazze si rendano conto delle spese che sono effettivamente sostenute. (rc)
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Rosarno, prima della rivolta gli africani denunciarono lo sfruttamento

12.47 27 aprile 2010
IMMIGRAZIONE

Parla uno degli immigrati sulle cui dichiarazioni si basano le indagini: “Ci hanno dato 700 euro da dividere in dieci per sette giorni di lavoro è noi siamo andati a dire ai carabinieri che non volevano pagarci”

Roma – Prima che un commando su un suv scuro sparasse sui lavoratori africani di Rosarno, dando vita alla rivolta del 7 gennaio, gli stagionali immigrati avevano denunciato alle forze dell’ordine lo sfruttamento di cui erano vittime nei campi. E’ quanto emerge dalla testimonianza di uno dei migranti portati dalla Piana di Gioia Tauro nel centro di Sant’Anna di Crotone e qui arrestati e trasferiti nel Cie di Bari il 13 gennaio scorso. Un mese dopo è stato rilasciato proprio per le denunce che aveva sporto. Redattore Sociale ha raccolto la sua testimonianza a Castel Volturno, mantenendone l’anonimato per ragioni di sicurezza. Il ragazzo africano, infatti, è in attesa di entrare in un programma di protezione.

“Un uomo, un proprietario terriero, ha chiamato me e altri, in totale dieci persone, per raccogliere le arance per due settimane – racconta il testimone parlando in inglese – ma poi non voleva pagarci, alla fine ci ha dato 700 euro da dividere in dieci per quindici giorni di lavoro”. Sono meno di sette euro a bracciante per lavorare nei campi per 12 ore, dalle sette del mattino fino alla sera. “Vivevamo a Rosarno ma il lavoro era a Gioia Tauro, dovevamo andare in macchina con i caporali e pagavamo 2 euro e 50 centesimi a persona al giorno per essere portati sui campi”, continua il bracciante africano. “Per cinque volte siamo andati a chiedere i soldi e l’italiano ci ha sempre risposto: domani, venite domani. Alla fine ci disse che non aveva i soldi e che se non ci stava bene saremmo dovuti andare a raccontarlo ai carabinieri”. Questo succedeva a dicembre del 2009. “Così in sette siamo andati a fare denuncia ai carabinieri, ci hanno dato un pezzo di carta e ci hanno detto che ci avrebbero fatto sapere ma non ci hanno mai telefonato”. Secondo il racconto del testimone africano, di queste sette persone, tre erano in regola con il permesso di soggiorno e quattro non avevano i documenti, ma avevano riferito ugualmente del mancato pagamento alle forze dell’ordine. Due di loro sono finiti in arresto e portati nel Cie nei giorni della rivolta. La persona intervistata da Redattore Sociale è uno di questi ultimi e racconta quello che è successo durante la caccia ai neri di Rosarno in stile Ku Klux Klan.

“Ero spaventato perché vivevo in un piccolo casolare ed eravamo solo in 15, per cui ho pensato fosse meglio andare alla fabbrica per nascondermi”. Dopo l’incendio della famigerata Cartiera di San Ferdinando avvenuto a luglio del 2009, la nuova ‘fabbrica’ per gli africani era l’oleificio ex Opera Sila sulla statale 18, nel comune di Gioia Tauro, in cui vivevano a gennaio ormai circa mille stagionali. A poca distanza, in località Spartimento, i rosarnesi avevano fatto una barricata armati di spranghe. La fabbrica era piantonata dagli agenti di polizia e presto arrivarono gli autobus per sgomberare gli occupanti. “Abbiamo detto alla polizia che volevamo andarcene, ma ci hanno risposto che non potevamo lasciare il posto da soli – racconta ancora il ragazzo – quindi ci hanno detto che ci avrebbero accompagnati alla stazione con il pullman. Invece siamo arrivati al campo di Crotone (il Cara- Cie di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, ndr.)”. Alla vista del centro, che molti conoscevano bene perché ci erano passati da richiedenti asilo all’arrivo in Italia, centinaia sono fuggiti a piedi dirigendosi alla stazione ferroviaria di Crotone, che dista 14 chilometri. Il ragazzo africano che aveva denunciato il suo aguzzino italiano però decise di rimanere, credendo alle parole degli operatori del centro. “Ci dissero: dormite qui stanotte e domani vi accompagnamo alla stazione. Il giorno seguente rimandarono all’indomani – continua – intanto ci identificavano facendoci le fotografie e il 13 gennaio siamo stati arrestati e mandati al Cie di Bari”. Reato commesso: inottemperanza a una precedente espulsione.

Il testimone intervistato da Redattore Sociale vive in Italia da cinque anni e ha sempre fatto il bracciante stagionale dal casertano a Foggia. Dal 2008 viveva stabilmente a Rosarno e ricorda l’episodio del dicembre di quell’anno, quando insieme ad altre centinaia di africani aveva protestato pacificamente per il ferimento di due di loro in un agguato di stampo mafioso con finalità di rapina da parte di un giovane del posto. Il colpevole fu identificato e arrestato grazie alle tante testimonianze rilasciate dagli immigrati. “In quell’occasione la polizia ci aveva detto che non sarebbe più successo niente del genere e invece lo ‘shooting’ si è verificato un’altra volta”. La totale mancanza di sicurezza in cui vivevano gli africani di Rosarno è testimoniata anche dal fatto che erano costretti a vivere in tuguri e vecchie fabbriche o casolari con il tetto sfondato. Ghetti molto ben identificabili da chi volesse commettere dei soprusi ai loro danni. “Ho provato ad affittare una stanza ma a Rosarno era troppo difficile e poi ci chiedevano affitti troppo alti, anche 500 euro per tre stanze”, ricorda infine il testimone dello sfruttamento e dello schiavismo della Piana di Gioia Tauro. (rc)
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Rosarno, stagionale schiavizzato e pagato con soldi falsi

Una storia di sfruttamento quella di Joseph, ghanese. Con beffa finale: 100 euro falsi nella paga di due mesi di lavoro, dalle cinque del mattino alle otto di sera, accudendo animali e raccogliendo arance. La scoperta dopo la fuga dalla Piana

Castel Volturno – Davanti al centro Fernandes della Caritas, sulla via Domiziana, Joseph B. stringe in un pugno cento euro false. E’ quello che gli è rimasto del suo lavoro stagionale a Rosarno. Joseph ha 27 anni, è del Ghana, è sbarcato a Lampedusa un anno e mezzo fa. Non gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Dopo la fuga precipitosa dalla Piana di Gioia Tauro è tornato a Castel Volturno, dove sapeva di riuscire a trovare un alloggio in qualche casa fatiscente, ospitato da amici ghanesi. Non sta lavorando, non riesce a trovare niente nemmeno con il caporalato a giornata. E ha finito i soldi. Il suo racconto dell’esperienza in Calabria è un altro tassello dello sfruttamento dei lavoratori stagionali immigrati nelle campagne, della loro invisibilità e del terrore con cui hanno vissuto i giorni della ‘caccia al negro’. Joseph è arrivato per la prima volta alla ‘Fabbrica’ – ex Opera Sila in autunno. Dopo due settimane, ha trovato lavoro presso un agricoltore, che lo ha portato a vivere nella casetta di campagna. “Era sulla strada per Vibo Valentia, in un posto chiamato Scieno (forse scineo, ndr.) – racconta Joseph – mi svegliavo alle cinque del mattino e fino alle sette curavo gli animali: capre, pecore e maiali, poi alle sette l’uomo, Antonio, mi veniva a prendere e mi portava a raccogliere le arance a Rosarno. La sera alle cinque mi riportava indietro e mi occupavo degli animali fino alle otto”. Totale pattuito: 20 euro a giornata. Joseph dice di essere rimasto per due mesi bloccato in questa contrada lontana dai centri abitati, in cui dipendeva in tutto da ciò che gli portava il padrone della terra. “Non potevo andare da nessuna parte, non c’era niente vicino e non avevo nemmeno il gas per cucinare da solo. L’italiano mi portava da mangiare”. Quasi tutti i giorni. Perché a volte, racconta ancora Joseph, l’uomo si assentava per quattro o cinque giorni per andare a Milano a vendere le arance raccolte. In quei casi, il lavoratore africano sostiene di essere rimasto recluso nella casetta di campagna, senza che nessuno gli facesse visita o gli portasse da mangiare. E senza essere pagato per quelle giornate in cui si occupava solo degli animali. In queste condizioni ha lavorato per due mesi. Per il primo ha ricevuto 620 euro, quasi tutti mandati alla moglie e alla figlia in Ghana. Per il secondo mese non era stato ancora pagato quando sono scoppiati i disordini a Rosarno. “A quel punto l’uomo è venuto a portare via il televisore per non farmi vedere cosa stava succendendo – dice ancora Joseph – ma io l’ho saputo da altri ghanesi che mi hanno telefonato sul cellulare”.
Il ragazzo africano racconta di essersi spaventato molto perché il suo datore di lavoro ha improvvisamente cambiato atteggiamento verso di lui, diventando aggressivo dopo la rivolta degli africani. “Avevo saputo che tutti i neri dovevano andare via da Rosarno, temevo per la mia vita e gli ho chiesto di pagarmi il secondo mese e farmi partire, ma lui non ha voluto”. Inizia una specie di trattativa. “Gli ho detto di darmi solo 250 euro, perché avevo urgenza di mandare i soldi alla mia famiglia in Ghana, la mia vita era più importante e volevo scappare”. Secondo il racconto di Joseph, il datore di lavoro rifiuta più volte di pagarlo e alla fine gli consegna solo 150 euro, di cui cento euro false. A quel punto, Joseph, una volta arrivato a Rosarno per le arance, è fuggito e ha raggiunto la stazione del treno. “Andando a lavorare a Rosarno ho perso – commenta – perché ho speso 25 euro di treno per andare e altrettante per tornare, altri dieci euro li ho pagati a chi mi ha trasportato dalla stazione alla fabbrica e venti euro per comprare una bombola di gas per prepararmi da mangiare alla fabbrica”. Ora non gli resta nulla, se non cento euro false. “Arrivato a Castel Volturno ho scoperto che i soldi erano falsi – dice – qui per fortuna un italiano buono di Marano, per cui ho lavorato in passato, mi ha aiutato. Gli ho raccontato che venivo da Rosarno e mi ha dato da mangiare”. (rc)
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Irregolare il 95% dei lavoratori extracomunitari nelle campagne calabresi

Oltre 9.000 extracomunitari irregolari sfruttati come ‘manodopera necessaria’. I numeri dietro il caso Rosarno. La denuncia nelle stime del primo rapporto dell’Istituto nazionale di economia agraria. Violati i diritti umani. Monnanni (Unar): “tutti sanno e tutti tacciono”.

Roma – Sfruttamento massiccio di immigrati disperati e senza permesso di soggiorno nelle aziende agricole per le raccolte stagionali. Forza lavoro indispensabile e a basso costo, reclutata in nero, che non ha accesso alle cure mediche e vive in condizioni disumane. Come a Rosarno e in tanti altri angoli bui della Calabria. Si stima che nel 2007 gli extracomunitari impiegati nell’agricoltura in tutta la regione siano stati circa 9.350. Di questi, il 95% lavora senza contratto, in genere soggetto allo schiavismo del caporalato. E’ il quadro desolante fornito dal primo rapporto dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria (Inea) dal titolo: Gli immigrati nell’agricoltura italiana. Dal 1989 al 2007, gli stranieri utilizzati in agricoltura in Italia sono aumentati di oltre 7 volte, passando da 23.000 ad oltre 172.000, su un milione di occupati in totale. A livello nazionale, una caratteristica costante del lavoro agricolo è la stagionalità della prestazione. Anche nelle altre regioni del Paese gli stranieri lavorano nel settore agricolo per brevi periodi, dai 15 giorni ai 3- 6 mesi, ma solo in Calabria si registra la quasi totalità di lavoro nero. Al contrario, nel resto d’Italia cresce la percentuale degli stranieri assunti con contratti: la media nazionale degli irregolari è scesa al 30% e nel nord si arriva appena al 10-15%.

A rendere più cupa la fotografia del lavoro agricolo nella regione è la discrepanza tra i dati ufficiali e la realtà. Per raccontare il fenomeno dello sfruttamento degli stranieri nelle campagne, l’indagine dell’Inea affianca ai dati ufficiali dell’ Inps, dell’ Istat e dei ministeri del Lavoro e dell’Interno, informazioni basate su interviste a testimoni privilegiati, tra cui associazioni, sindacati, immigrati, imprenditori agricoli, Prefetture e Questure. “Secondo i dati ufficiali, pochi stranieri regolarizzati hanno uno sbocco lavorativo in agricoltura” spiega Giuliana Paciola, della sede regionale Inea Calabria. Gli stranieri residenti nella regione al 2007 sono più di 35 mila. Sempre secondo le statistiche ufficiali, la maggiorparte, circa settemila persone, è occupato nell’assistenza agli anziani e sono soprattutto donne dell’Est. “Al contrario le stime Inea ci dicono che gli immigrati in Calabria impiegati prevalentemente in agricoltura sono sempre più numerosi e con condizioni di vita e di lavoro preoccupanti”, prosegue Paciola. Non sono tutti stagionali, ci sono anche gli assunti nelle aziende zootecniche per l’allevamento. Pure per i regolari, la situazione non è limpida: vengono denunciati all’Inps con il numero minimo delle giornate (102) e invece lavorano tutto l’anno integrando il reddito con l’indennità di disoccupazione. Il salario non è quello sindacale e per le donne è addirittura inferiore.

Diritti umani negati per la fetta più consistente di manodopera straniera. Sono nomadi all’interno della regione. Si spostano da una zona all’altra inseguendo le raccolte stagionali di agrumi, olive, uva e patate. Le aree più interessate dal fenomeno sono la Piana di Gioia Tauro, quella di Sibari e la Piana di Cirò e Crotone, ma anche zone interne coma la Sila. “Gli stranieri sono necessari e complementari alla manodopera locale, non rubano il lavoro a nessuno, anzi le raccolte stagionali, intensive e per brevi periodi, non possono essere soddisfatte dalla manodopera familiare neanche nelle aziende più piccole”, spiega ancora la curatrice del rapporto Inea per il caso Calabria. Questo anche a causa dell’invecchiamento degli agricoltori. Il 51% delle aziende calabresi ha un conduttore ultrasessantenne.

Sono soprattutto marocchini, tunisini, senegalesi, ghanesi, maliani a lavorare nelle campagne dall’alba al tramonto, prelevati direttamente sulla strada o nei ricoveri di fortuna dai caporali. “In genere i caporali sono calabresi – continua Paciola – e spesso la paga è corrisposta a loro. Si stanno sviluppando anche network di sfruttamento diversi in cui i caporali sono stranieri che fanno questo lavoro da più anni e con più esperienza”. Dal rapporto Inea emerge che in regioni come il Piemonte e la Toscana ha vinto l’opera di dissuasione e di sanzione condotta dalle autorità contro il lavoro nero, con i controlli nelle campagne battute a tappeto dalle forze dell’ordine. Una politica regionale e sindacale attenta ha portato alla regolarizzazione degli immigrati e ad accordi per corsi di formazione direttamente nei paesi di origine, come la Romania e l’Albania. “In Calabria l’immigrazione non è stata né prevista, né programmata. Il modello calabrese è spontaneo, nonostante il costante aumento di immigrati residenti – conclude Giuliana Paciola – c’è scarsa attenzione del potere politico, la società civile risponde meglio con 164 organismi che hanno sportelli e corsi per gli stranieri”. Le fa eco Massimiliano Monnanni, direttore generale dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali Unar del Dipartimento Pari opportunità: “Un caso come quello della Calabria rappresenta la situazione in cui tutti sanno e tutti tacciono, nessuno denuncia”.

Steve, David, i volti dei ragazzi dell’Africa nera che alloggiavano nell’ex cartiera di Rosarno e che ancora affollano le baracche della Piana di Gioia Tauro. Hanno dai 20 ai 35 anni. A dicembre dell’anno scorso marciarono per protesta fino al municipio della città. Due di loro erano stati feriti per la strada in un agguato. Roberto Saviano e tanti altri commentatori hanno ricordato che quella è stata la prima rivolta spontanea contro la ‘ndrangheta in tanti anni. A guidarla, africani senza diritti della Piana. Le storie e le vite reali dietro i numeri del rapporto Inea.

Raffaella Cosentino pubblicato a dicembre 2009 su Il quotidiano della Calabria


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