Posts Tagged 'Simona Moscarelli'

“Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. L’indagine dell’Oim

27/04/2010

17.26
IMMIGRAZIONE

Sfruttamento della manodopera straniera a Castel Volturno: 15 euro per 11 ore di lavoro. 500 nigeriane vittime della tratta. “Potenziare i controlli”

ROMA – “Rosarno è solo la punta dell’iceberg”. E’ quanto afferma l’Oim, l’ Organizzazione internazionale per le migrazioni, che ha presentato un rapporto sulle condizioni di sfruttamento dei migranti a Castel Volturno. Nel casertano l’Oim è presente con il progetto “Praesidium”, finanziato dal Ministero dell’Interno. Nel dossier si evidenzia come lo sfruttamento lavorativo di manodopera immigrata riguarda tutti i migranti, sia quelli in regola con il permesso di soggiorno che quelli senza documenti. Da quanto emerge dal rapporto, i controlli delle autorità si limitano a verificare la regolarità della presenza dello straniero sul territorio italiano, senza influenzare le condizioni di sfruttamento sul lavoro di cui è vittima la manodopera straniera.
“Nonostante il fatto che la zona di Castel Volturno sia nota per la diffusione del lavoro irregolare sia nel settore dell’agricoltura sia in quello dell’edilizia – afferma Simona Moscarelli, esperto legale dell’Oim – è da sottolineare come i controlli da parte delle istituzioni locali sulle condizioni lavorative dei migranti debbano essere necessariamente potenziati”.
“E’ fondamentale che durante tali controlli – spiega la Moscarelli – le forze dell’ordine operanti non si limitino alla mera verifica della situazione di irregolarità dei migranti ma approfondiscano le situazioni di grave sfruttamento lavorativo degli stessi, assicurando una forma di protezione ai casi più vulnerabili o a coloro che sono disponibili a collaborare e denunciare gli sfruttatori alle autorità, ad esempio tramite il rilascio del permesso di soggiorno per protezione sociale”
Il rapporto dell’Oim identifica 3 gruppi di migranti costretti a lavorare in situazioni degradanti e insicure: i cittadini sub-sahariani impiegati nel settore agricolo ed edilizio, i cittadini maghrebini ed egiziani che lavorano per lo più nella raccolta delle fragole nell’agricoltura, i cittadini indiani e pakistani, i più invisibili, che vengono impiegati nelle aziende bufaline in virtù della particolare attenzione e dedizione che prestano, per motivi religiosi, alla cura del bestiame.
Ricevono dai 15 ai 35 euro per una giornata lavorativa di undici ore. “Non mancano casi in cui i migranti non vengano pagati per il lavoro svolto, nonché casi in cui – alla richiesta dei pagamenti dovuti – subiscano minacce e violenze da parte dei propri datori di lavoro”, si legge nel dossier.
Un’altra grave forma di sfruttamento è quello sessuale. Nell’area, secondo l’Oim, ci sono anche circa 500 donne nigeriane vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. “La maggior parte di loro è arrivata nel 2008 sbarcando a Lampedusa. Diversa è la situazione delle cittadine straniere nigeriane arrivate nel 2009. Sembra infatti che, chiusa la rotta di Lampedusa, i trafficanti si siano già riorganizzati e che la maggioranza delle donne arrivi ora in aereo, con visto di ingresso regolare anche se spesso con un passaporto di un’altra persona”, spiega l’Ong. (rc)

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`Ci dicevano sempre: domani vi paghiamo`

28 aprile 2010 – Rosarno. Una testimonianza
autore dell”articolo Raffaella Cosentino il manifesto

I lavoratori africani stanno denunciando da mesi – agli organi inquirenti italiani – le violenze e lo sfruttamento subito nella Piana di Gioia Tauro. Ma solo dopo i fatti di gennaio le loro parole si sono tramutate in provvedimenti concreti. L`odissea di un gruppo di lavoratori, da Rosarno al Cie di Crotone e di Bari fino a Caserta. “Vi faremo sapere”, dicevano i carabinieri fino a dicembre. Oggi per loro si parla di permesso per protezione umanitaria. E di galera per gli sfruttatori.

Caserta – Avevano denunciato spontaneamente alle forze dell`ordine lo sfruttamento che subivano nei campi. Lo avevano fatto per chiedere il rispetto dei loro diritti. Sono finiti ugualmente nel Centro di identificazione e di espulsione di Bari. Le dichiarazioni dei lavoratori stagionali africani sono all`origine della più grossa indagine giudiziaria realizzata in Calabria sulla rete del caporalato, che coinvolge stranieri e proprietari terrieri italiani dopo i fatti di Rosarno. Grazie alla collaborazione giudiziaria fornita, alcuni di loro hanno potuto lasciare il Cie ed essere inseriti in un programma di protezione. Ma dal racconto di uno di questi testimoni, viene fuori un particolare importante: alcune denunce erano state fatte prima della rivolta di gennaio, rompendo con l`omertà della Piana di Gioia Tauro.

Una possibile chiave di lettura per questa pagina nera della storia repubblicana di cui ancora non esiste una spiegazione chiara. Abbiamo incontrato a Caserta uno dei ragazzi rilasciati dal Cie pugliese e per ragioni di sicurezza ne manteniamo l`anonimato. La sua testimonianza parla di dieci braccianti africani, contattati da un proprietario terriero italiano, per raccogliere le arance per due settimane. Dopo essersi spaccati la schiena nei campi per dodici ore al giorno, hanno ricevuto in totale 700 euro. Da dividere fra tutti. E da cui bisogna sottrarre le 2,50 euro a testa che ogni volta dovevano pagare al caporale che li portava a lavorare in auto da Rosarno a Gioia Tauro. Era dicembre del 2009.

«Per cinque volte siamo andati a chiedere i soldi e l`italiano ci ha sempre risposto: tornate domani – racconta il ragazzo africano – alla fine disse che non aveva i soldi e che se non ci stava bene saremmo dovuti andare dai carabinieri». Secondo il testimone, andarono in sette a riferire del mancato pagamento alle forze dell`ordine, tre dei quali in regola con il permesso di soggiorno e quattro senza documenti. «I carabinieri ci hanno dato un pezzo di carta e ci hanno detto che ci avrebbero fatto sapere ma non ci hanno mai telefonato». Due di questi sette sono finiti nel Cie di Bari subito dopo la rivolta. Ecco com`è successo.

«Ero spaventato perché vivevamo solo in 15 in una casetta, per cui ho pensato fosse meglio andare alla fabbrica (l`ex oleificio Opera Sila) per nascondermi – ricorda – abbiamo detto alla polizia che volevamo andarcene, ma ci hanno risposto che non potevamo lasciare il posto da soli e che ci avrebbero accompagnati alla stazione con il pullman. Invece siamo arrivati al campo di Crotone (il Cara- Cie di Isola Capo Rizzuto, ndr)». Appena scesi dall`autobus, in centinaia sono fuggiti a piedi dirigendosi alla stazione ferroviaria di Crotone, che dista 14 chilometri. Ma il ragazzo africano che intervistiamo a Caserta racconta di essere rimasto nel centro. «Perché gli operatori ci dicevano: dormite qui stanotte e domani vi accompagnamo alla stazione. Il giorno seguente rimandarono all`indomani, intanto ci fotografavano per identificarci e il 13 gennaio siamo stati arrestati e mandati al Cie di Bari». Reato commesso: inottemperanza a una precedente espulsione.

Simona Moscarelli, responsabile dell`ufficio legale dell`Oim, l`Organizzazione internazionale per le migrazioni, che ha seguito il caso con i suoi avvocati spiega: «su 43 reclusi a Bari, benché tutti vittime dello sfruttamento, solo 9 hanno ottenuto di essere messi sotto protezione secondo l`articolo 18». I legali hanno raccolto dagli africani denunce accurate e gli sfruttatori sono stati identificati con numeri di cellulare e targhe delle automobili.


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