Posts Tagged 'stagionali'

Schiavi delle mozzarelle di bufala

28/04/2010
11.47
IMMIGRAZIONE

Rapporto Oim su Castel Volturno: indiani, bengalesi e pakistani costretti a vivere nelle stalle con gli animali, si ammalano e non possono uscire né rivolgersi ad alcuna forma di tutela. Sono tra quelli truffati con la sanatoria

Roma – Lo schiavismo dietro le mozzarelle di Bufala del casertano. E’ lo scenario inquietante che emerge dal rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) su Castel Volturno. Un dossier realizzato peraltro nell’ambito di un progetto, Praesidium V, che è finanziato direttamente dal ministero dell’Interno. A essere ridotti in schiavitù sono un gruppo di lavoratori migranti, cittadini indiani e pakistani, impiegati nell’allevamento delle bufale all’interno delle aziende zootecniche. Molti di loro lamentano gravi problemi di salute per le condizioni lavoratibve cui sono sottoposti. Secondo le dichiarazioni degli indiani raccolte sul territorio dall’Oim, “sembra che in molti casi i cittadini indiani siano costretti a vivere nelle stalle insieme agli animali, non abbiano la possibilità di uscire liberamente e siano sottoposti a estenuanti orari di lavoro”.

Il dossier dell’organizzazione sottolinea che si tratta di un gruppo di “invisibili”, persone che per motivi di isolamento e carenze linguistiche, non hanno la possibilità di rivolgersi ad associazioni o gruppi di supporto per chiedere assistenza o tutela”. E ancora: “questi migranti difficilmente percepiscono il grave sfruttamento cui sono sottoposti e riferiscono di non avere assistito a controlli nelle aziende da parte di istituzioni locali”.

Le zone interessate da queste nuove forme di schiavitù sono Ischitella a Castel Volturno e il comune di Villa Literno. I lavoratori indiani, pakistani e bengalesi sono entrati con visti per impiego stagionale e sono rimasti in Italia dopo la scadenza del permesso. Gli indiani allevatori di bufale sono una delle categorie truffate con la sanatoria di settembre 2009. L’Oim riferisce che molti di loro hanno dato 500 euro ai datori di lavoro per la domanda di regolarizzazione. “A pochi, tuttavia, è stata consegnata la ricevuta o la documentazione che certifichi l’effettiva presentazione della domanda – precisa il rapporto – molti degli stranieri sono ancora in attesa di ricevere informazioni sull’esito del procedimento e non vogliono intentare alcuna azione contro i loro sfruttatori”.

Anche le fragole di Parete, una delle località più importanti di produzione, sonor accolte da migranti egiziani che vivono in condizioni disumane. Un piccolo gruppo di loro, contattato dall’Oim ad aprile all’inizio della raccolta, dorme in rifugi e ripari costruiti con plastica e materiale da riciclo, all’interno delle stesse campagne in cui lavora. Senza acqua ed elettricità, con compensi inadeguati alle molte ore lavorative.
“Nel marzo 2010 uno dei rifugi dei migranti è stato dato alle fiamme – si legge nel dossier – non vi sono stati feriti e la responsabilità di tale avvenimento non è stata attribuita ad alcuno. Nel mese di giugno, le stesse persone si sposteranno a Villa Literno per la raccolta dei pomodori”. Gli egiziani e i maghrebini in generale sfruttati nel settore agricolo sono entrati in Italia sia via mare da Lampedusa, sia con regolare visto per lavoro stagionale e poi non sono riusciti a regolarizzarsi. Il motivo? “Perchè i datori di lavoro italiani si sono rifiutati di finalizzare il contratto di soggiorno, costringendoli così alla clandestinità”, risponde l’Oim. (rc) (vedi lanci successivi)
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Rosarno, prima della rivolta gli africani denunciarono lo sfruttamento

12.47 27 aprile 2010
IMMIGRAZIONE

Parla uno degli immigrati sulle cui dichiarazioni si basano le indagini: “Ci hanno dato 700 euro da dividere in dieci per sette giorni di lavoro è noi siamo andati a dire ai carabinieri che non volevano pagarci”

Roma – Prima che un commando su un suv scuro sparasse sui lavoratori africani di Rosarno, dando vita alla rivolta del 7 gennaio, gli stagionali immigrati avevano denunciato alle forze dell’ordine lo sfruttamento di cui erano vittime nei campi. E’ quanto emerge dalla testimonianza di uno dei migranti portati dalla Piana di Gioia Tauro nel centro di Sant’Anna di Crotone e qui arrestati e trasferiti nel Cie di Bari il 13 gennaio scorso. Un mese dopo è stato rilasciato proprio per le denunce che aveva sporto. Redattore Sociale ha raccolto la sua testimonianza a Castel Volturno, mantenendone l’anonimato per ragioni di sicurezza. Il ragazzo africano, infatti, è in attesa di entrare in un programma di protezione.

“Un uomo, un proprietario terriero, ha chiamato me e altri, in totale dieci persone, per raccogliere le arance per due settimane – racconta il testimone parlando in inglese – ma poi non voleva pagarci, alla fine ci ha dato 700 euro da dividere in dieci per quindici giorni di lavoro”. Sono meno di sette euro a bracciante per lavorare nei campi per 12 ore, dalle sette del mattino fino alla sera. “Vivevamo a Rosarno ma il lavoro era a Gioia Tauro, dovevamo andare in macchina con i caporali e pagavamo 2 euro e 50 centesimi a persona al giorno per essere portati sui campi”, continua il bracciante africano. “Per cinque volte siamo andati a chiedere i soldi e l’italiano ci ha sempre risposto: domani, venite domani. Alla fine ci disse che non aveva i soldi e che se non ci stava bene saremmo dovuti andare a raccontarlo ai carabinieri”. Questo succedeva a dicembre del 2009. “Così in sette siamo andati a fare denuncia ai carabinieri, ci hanno dato un pezzo di carta e ci hanno detto che ci avrebbero fatto sapere ma non ci hanno mai telefonato”. Secondo il racconto del testimone africano, di queste sette persone, tre erano in regola con il permesso di soggiorno e quattro non avevano i documenti, ma avevano riferito ugualmente del mancato pagamento alle forze dell’ordine. Due di loro sono finiti in arresto e portati nel Cie nei giorni della rivolta. La persona intervistata da Redattore Sociale è uno di questi ultimi e racconta quello che è successo durante la caccia ai neri di Rosarno in stile Ku Klux Klan.

“Ero spaventato perché vivevo in un piccolo casolare ed eravamo solo in 15, per cui ho pensato fosse meglio andare alla fabbrica per nascondermi”. Dopo l’incendio della famigerata Cartiera di San Ferdinando avvenuto a luglio del 2009, la nuova ‘fabbrica’ per gli africani era l’oleificio ex Opera Sila sulla statale 18, nel comune di Gioia Tauro, in cui vivevano a gennaio ormai circa mille stagionali. A poca distanza, in località Spartimento, i rosarnesi avevano fatto una barricata armati di spranghe. La fabbrica era piantonata dagli agenti di polizia e presto arrivarono gli autobus per sgomberare gli occupanti. “Abbiamo detto alla polizia che volevamo andarcene, ma ci hanno risposto che non potevamo lasciare il posto da soli – racconta ancora il ragazzo – quindi ci hanno detto che ci avrebbero accompagnati alla stazione con il pullman. Invece siamo arrivati al campo di Crotone (il Cara- Cie di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, ndr.)”. Alla vista del centro, che molti conoscevano bene perché ci erano passati da richiedenti asilo all’arrivo in Italia, centinaia sono fuggiti a piedi dirigendosi alla stazione ferroviaria di Crotone, che dista 14 chilometri. Il ragazzo africano che aveva denunciato il suo aguzzino italiano però decise di rimanere, credendo alle parole degli operatori del centro. “Ci dissero: dormite qui stanotte e domani vi accompagnamo alla stazione. Il giorno seguente rimandarono all’indomani – continua – intanto ci identificavano facendoci le fotografie e il 13 gennaio siamo stati arrestati e mandati al Cie di Bari”. Reato commesso: inottemperanza a una precedente espulsione.

Il testimone intervistato da Redattore Sociale vive in Italia da cinque anni e ha sempre fatto il bracciante stagionale dal casertano a Foggia. Dal 2008 viveva stabilmente a Rosarno e ricorda l’episodio del dicembre di quell’anno, quando insieme ad altre centinaia di africani aveva protestato pacificamente per il ferimento di due di loro in un agguato di stampo mafioso con finalità di rapina da parte di un giovane del posto. Il colpevole fu identificato e arrestato grazie alle tante testimonianze rilasciate dagli immigrati. “In quell’occasione la polizia ci aveva detto che non sarebbe più successo niente del genere e invece lo ‘shooting’ si è verificato un’altra volta”. La totale mancanza di sicurezza in cui vivevano gli africani di Rosarno è testimoniata anche dal fatto che erano costretti a vivere in tuguri e vecchie fabbriche o casolari con il tetto sfondato. Ghetti molto ben identificabili da chi volesse commettere dei soprusi ai loro danni. “Ho provato ad affittare una stanza ma a Rosarno era troppo difficile e poi ci chiedevano affitti troppo alti, anche 500 euro per tre stanze”, ricorda infine il testimone dello sfruttamento e dello schiavismo della Piana di Gioia Tauro. (rc)
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Il doppio volto di Rosarno: razzismo mafioso e il volontariato che accoglie

15/02/2010
14.58
IMMIGRAZIONE
Dossier “Arance insanguinate”. Già alla fine degli anni Novanta i migranti si appellavano al sindaco: “Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricita’”

Reggio Calabria – Dal dossier Arance Insanguinate emerge anche il doppio volto di Rosarno. Violenza xenofoba da un lato, reazioni del volontariato laico e cattolico dall’altro. L’impegno di pochi volontari per l’accoglienza dei migranti che ad ogni stagione invernale arrivavano a raccogliere le clementine della Piana. “Rosarno è anche tra i primissimi paesi calabresi ad avere progettato politiche di sostegno ai migranti già nel 1995”, si legge nel documento. Nel 1994 viene eletto sindaco di Rosarno Peppino Lavorato, comunista da sempre impegnato nella lotta alle cosche. Lavorato mostra sensibilità umana e istituzionale verso gli immigrati. Le ‘ndrine non tardano a presentare il conto. La notte di Capodanno lanciano un’offensiva a colpi di mitragliatore contro il Comune e gli edifici scolastici. La risposta è una festa dei popoli che dal 6 gennaio del 1995, per tutti gli anni del doppio mandato del sindaco Lavorato, ogni Epifania distribuirà pasti caldi agli immigrati sulla piazza intitolata al giovane dirigente comunista Giuseppe Valarioti, trucidato dalla ‘ndrangheta a Rosarno nel 1980.

Le violenze ovviamente non si fermano. A ottobre del 1996 il rinvenimento del cadavere senza volto nelle campagne di Laureana di Borrello. Nel gennaio del 1997 un raid punitivo ferisce a sprangate tre marocchini. E ancora, un’altra sparatoria il 9 novembre del 1999 lascia sul terreno tre feriti gravi. “Non tutti i rosarnesi sono razzisti e mafiosi, ma tutti i mafiosi rosarnesi sono razzisti” è il commento del giornalista Alessio Magro di daSud Onlus, a conclusione del lungo elenco di crimini contro gli africani. Tra cui le aggressioni con le spranghe in motorino agli immigrati che passano sulla via Nazionale. Ma un altro aspetto che emerge chiaramente è quello delle rivendicazioni dei migranti, stanchi di subire angherie. Negli anni si sono susseguiti gli appelli e le lettere dei lavoratori stagionali al sindaco. Già nel lontano 1999, all’indomani dell’ennesimo agguato nelle bidonville, gli africani denunciano il clima di terrore scrivendo: “ Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricità”. Il 15 novembre del 1999 il consiglio comunale vara un pacchetto di misure pro immigrati, corsi di lingue e una mensa. “Nel 2003 finisce l’era del sindaco antimafia”, conclude Magro. Il problema cresce a dismisura, il comune viene commissariato per le infiltrazioni della criminalità. Nessuno riesce a dare attenzione ai migranti, se non pochi generosi volontari e Medici senza frontiere. (vedi lanci successivi) (raffaella cosentino)
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