Posts Tagged 'volontariato'

COOPERAZIONE Una casa per bambini abbandonati: il “miracolo” di due volontari in Kosovo

La comunità è retta da una coppia di sposi e accoglie rom, kosovari, minori disabili. Nessuno percepisce stipendio. Dal 1999 la Caritas Umbria opera a Klina, fornendo assistenza a decine di famiglie, cattoliche e musulmane

PERUGIA – Tutto comincia nel 1999, a ridosso della guerra, quando un gruppo di volontari italiani della Caritas Umbria arriva in Kosovo per fornire la prima assistenza di rito. Due di loro, undici anni dopo, sono ancora lì. Cristina e Massimo, nel frattempo, si sono sposati e hanno creato un centro di accoglienza per i bambini del villaggio di Raduloc e dintorni, prevalentemente kosovari e rom. Si tratta di una zona a maggioranza cattolica, pure se tra i 40 ospiti di Casa Zlokucane ci sono dei musulmani. Il primo bambino è arrivato nel 1999, dopo essere stato abbandonato dai genitori. Da quel momento nella frazione di Klina l’attività dei volontari della Caritas umbra ha subito un’impennata. Gli ospiti giungono tramite i servizi sociali, le famiglie, gli amici, ma anche da soli, come ha fatto Sadam nel 2008. Rimasto orfano a dieci anni ha chiesto accoglienza. Ora lo si vede tenere in braccio il figlio più piccolo di Massimo e Cristina, Lorenzino, come se fosse un fratello maggiore.

“L’80 % dei nostri ragazzi ha un età che va dai pochi mesi ai sedici anni, ma abbiamo anche altri ospiti più grandi che hanno problemi di disabilità, più o meno evidenti”, sottolinea Carlo, ingegnere trentenne, che da circa un anno si dedica a tempo pieno al volontariato. È il caso di Rusten che ha 21 anni, ma sembra ancora un bambino. L’ultimo arrivato, invece, ha tre anni e ha trascorso quasi tutta la sua vita in ospedale, dopo essere stato abbandonato dai genitori perché affetto da spina bifida. Necessita ora di trattamenti riabilitativi che probabilmente verranno forniti all’Ospedale Bambin Gesù di Roma. In casi come questi, interviene di solito la cooperazione italiana attraverso il Ministero degli Esteri che si coordina con il Cimic (Civil-Military Cooperation).

Questa piccola comunità, completamente autosufficiente, vive grazie alle donazioni e al lavoro svolto da tutti quotidianamente. Nessuno percepisce stipendio. “Abbiamo un terreno di circa 20 ettari da coltivare, che ci è stato donato dalla municipalità; legna da tagliare; una casa da gestire; i bambini da mandare a scuola e altre 250 famiglie del luogo a cui prestare assistenza”, spiega Carlo. Si capisce, quindi, perché le giornate inizino all’alba. Si comincia preparando la colazione e si va avanti con la pratica quotidiana del “Buongiorno”; un momento di riflessione collettivo che avviene a tavola, prendendo spunto da una lettura a scelta. Alle 8 ognuno inizia la propria attività, lavorativa o scolastica, a seconda dell’età, che prosegue fino alle 19 e termina con le preghiere di rito, anche questo un momento comunitario, di raccoglimento o di riflessione, che ognuno, musulmano o cattolico, vive come vuole. Distinguere nazionalità ed etnie in questo microcosmo risulta particolarmente difficile sia per l’insieme di colori e di tratti somatici, sia per l’alternarsi di nomi che portano traccia dell’influenza slava, musulmana, ma anche italiana. E così incontriamo una Driita e una Poska, ma anche un Paolino e un Besart, traduttore ufficiale e factotum della casa, definito ironicamente “un kosovaro che sembra un milanese”. (Antonella Vicini)

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“Il Volo degli angeli”, un cd per la lotta al cancro giovanile

12/04/2010

la copertina del cd

Ideato da un musicista che ha perso la fidanzata, è un’opera per aiutare la prevenzione dei tumori che colpiscono tra i 15 e i 39 anni. In Italia 11.000 casi all’anno. I fondi devoluti all’Alteg

Roma – Un Cd musicale per sostenere la ricerca scientifica sui tumori che colpiscono i giovani. Si chiama “Il Volo degli Angeli” ed è in distribuzione nelle librerie Feltrinelli. L’iniziativa è stata presentata ieri sera al Teatro dell’Angelo dall’Alteg, l’Associazione per la lotta ai tumori nell’età giovanile. Si tratta di un’opera nata dall’impegno del giovane musicista Adriano Pedicelli in ricordo della sua fidanzata Manuela Mercuri, morta per un tumore al cervello a settembre del 2009. “E’ il mio regalo per lei, con cui ho condiviso il cammino fino alla fine – afferma l’autore – ma è anche un simbolo per dire di non abbandonare a se stessi i malati terminali, vanno accompagnati fino all’ultimo istante”.

Dal 1999 l’Alteg si occupa della prevenzione e della diagnosi precoce per i tumori più diffusi tra i giovani, su cui c’è scarsa informazione e che colpiscono ogni anno in Italia 11.000 persone tra i 15 e i 39 anni. L’Associazione mira a trasmettere la consapevolezza che sono curabili con successo in molti casi, se la diagnosi è fatta in tempo. Per vincere l’isolamento dei malati e delle famiglie, l’Alteg promuove gli scambi di testimonianze. “Ricevere le informazioni direttamente da chi ha avuto esperienza della malattia aiuta a uscire dal tunnel – spiega il presidente, dott. Valerio Rossi – perché la patologia è una crisi cui non si risponde solo con le terapie, ma anche con la vicinanza al paziente”. Con questa finalità, l’Alteg è collegata con altre associazioni internazionali di ex ammalati di cancro, come quella fondata dal ciclista Lance Armstrong, vincitore del Tour de France anche dopo le chemioterapie. La Onlus infatti nasce proprio dall’esperienza di uno studente universitario che ha vinto sul tumore ed è poi riuscito a diventare padre. “In quel caso la famiglia e la comunità di amici non si sono chiuse nell’angoscia ma si sono aperte verso la società, collegandosi ad altre organizzazioni simili nel mondo”.

“I tumori in età giovanile si manifestano in persone nel pieno dell’attività lavorativa, con figli a carico e spezzano i progetti di vita, quindi il loro peso sociale e psicologico è particolarmente grave”, spiega Tiziana Vavalà, oncologa che ha avuto in cura Manuela Mercuri all’ospedale Sandro Pertini di Roma. Importanti sono i trattamenti multidisciplinari e la ricerca. “L’intento di questa opera musicale – continua Vavalà – ideata da chi ha vissuto accanto al malato l’esperienza del cancro, non è solo un tributo alla memoria di Manuela e di quanti hanno perso la battaglia, ma anche un incentivo artistico ed economico ai ricercatori che lottano per non perdere la guerra”. (raffaella cosentino)

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Volontari dell’Operazione Colomba a Castel Volturno: “Specchio dell’Italia”

16/02/2010
13.53
IMMIGRAZIONE
Marco Ramigni ed Erica Scalfi sono il primo presidio italiano del corpo non violento di pace dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Tra le attività un doposcuola con i comboniani e una scuola di calcetto

Castel Volturno – Dal Nord-est a Castel Volturno per capire cosa succede in terra dei casalesi e aiutare a ridurre la violenza e creare momeni di condivisione tra italiani e immigrati. Marco Ramigni ed Erica Scalfi sono due giovani partiti da Padova e da Trento, che hanno dato la disponibilità a vivere sulla via Domiziana per almeno un anno. Volontari, non retribuiti, solo con le spese coperte per vitto, alloggio e trasporti. Sono loro il primo presidio italiano dell’Operazione Colomba, un corpo non violento di pace dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi. L’Operazione Colomba è nata nel 1992 da alcuni obiettori di coscienza sull’esperienza della guerra nella ex-Jugoslavia. Da allora, i volontari hanno vissuto accanto ai rifugiati, promuovendo il dialogo tra persone divise dai conflitti in Sierra Leone (1997), in Kossovo e Albania (dal 1998), a Timor Est (1999), in Chiapas-Messico (1998-2002), in Cecenia-Russia (2000-2001), nella Repubblica Democratica del Congo (2001) e nella Striscia di Gaza in Israele-Palestina (dal 2002) e in Nord Uganda (dal 2005).

Marco è stato nei territori palestinesi, Erica ha prestato la sua opera in Kossovo. “L’immigrazione e il pacchetto sicurezza hanno coinciso con l’apertura della prima presenza in Italia – spiega Ramigni – per questo c’è stato un viaggio esplorativo a marzo qui a Castel Volturno e poi io mi sono trasferito stabilmente da luglio scorso”. Vivere con le vittime delle guerre e come loro, nelle stesse condizioni quotidiane, con un atteggiamento di ‘equi-vicinanza’ alle parti in conflitto per sviluppare una proposta neutrale non violenta. E’ questa la ‘mission’ dei volontari sparsi in tutto il mondo. Ma farlo in Italia è, paradossalmente, più difficile. “Per noi riuscire a capire veramente come vive un immigrato senza permesso di soggiorno è complicato perché noi abbiamo i documenti – dice Erica – è un territorio pieno di problematicità. Non solo violenza e camorra, come si è visto dalla strage del commando dei casalesi nel settembre del 2008, ma anche abusivismo e questione ambientale sono decisivi”. Uno dei pilastri dell’attività è la condivisione dei disagi prima della mediazione. Atteggiamento che, ad esempio, ha portato ottimi risultati nel presidio in Kossovo tra serbi e kossovari albanesi, fino a permettere a entrambi di uscire dalle rispettive enclave. “Ma qui davvero ci sentiamo stranieri”, dicono.

Infatti nei tanti mesi trascorsi a Castel Volturno hanno cercato di comprendere il contesto in cui si sviluppa tanta violenza e hanno stretto legami con le altre realtà già operative. Dal Centro Caritas Fernandes, all’associazione Jerry Essan Masslo, dedicata all’attivista immigrato sudafricano ucciso a Villa Literno nel 1989 durante una rapina, dopo aver cercato rifugio in Italia dal regime di apartheid sudafricano. I volontari dell’Operazione Colomba partecipano alle attività del coordinamento antirazzista casertano e tutti i mercoledì vanno all’ex canapificio a Caserta per l’assemblea del movimento migranti e rifugiati. Da tempo aiutano i padri Comboniani alla Casa del Bambino per il doposcuola ai figli degli immigrati. Si tratta di una struttura colorata e accogliente che stride con il paesaggio grigio della via Domiziana. La Casa del bambino è uno specchio della variegata realtà migratoria presente in zona. Dai figli degli africani senza permesso di soggiorno, a quelli di famiglie integrate e residenti sul territorio da anni. Alcuni di questi ragazzi e ragazze frequentano le scuole superiori, anche i licei e si prestano a fare il doposcuola ai più piccoli. Ma ci sono pure donne africane che portano i bambini legati sulla schiena come nelle loro culture tradizionali.

“La difficoltà qui è proprio leggere la realtà, perché non c’è un conflitto esploso ad alta intensità, ci sono tanti conflitti a bassa intensità che si intrecciano tra loro. E non solo gli immigrati sono le vittime. Anche tanti italiani qui sono da annoverare tra chi subisce il degrado dell’inquinamento e della violenza”. Le parole di Marco Ramigni, dopo tanti mesi trascorsi in un territorio così diverso dal suo, la dicono tutta sul bisogno di un cambiamento innanzitutto culturale a Castel Volturno. Conoscere le persone una a una, al di là della maschera del problema sociale che le investe. Hanno anche seguito gli africani fino a Rosarno lo scorso dicembre, verificando di persona il loro dramma umanitario. E’ questa la pratica dell’azione non violenta messa in atto dai luogotenenti dell’ ‘esercito disarmato’. La loro esperienza viene raccontata sul sito di Operazione Colomba. “Castel Volturno non è un caso particolare, è uno specchio dell’Italia, per vedere tutta la polvere che finisce sotto il tappeto di casa nostra”, scrivono. Non un pezzo d’Africa in Italia, ma un concentrato dei nostri problemi, amplificati alla massima potenza: disoccupazione giovanile all’80%, inquinamento, un intero villaggio abusivo, il famoso Villaggio Coppola, costruito distruggendo parte della Pineta.

Nel tentativo di creare spazi di dialogo, i volontari dell’Operazione Colomba hanno lanciato l’iniziativa di una scuola di calcetto per i bambini immigrati e italiani, che è partita ieri all’interno del centro Fernandes della Caritas. Intanto cercano anche di coinvolgere giovani locali e di allargare la cerchia dei volontari. Servono volontari a breve termine cioè da uno a tre mesi di disponibilità che saranno formati con un corso di cinque giorni. Ma anche giovani disposti a fermarsi uno due anni, per i quali esiste un corso di formazione di lungo periodo. “E’ richiesto di credere nella non violenza”, spiegano. Unico requisito per lavorare per la pace in terra di camorra. (RAFFAELLA COSENTINO) (vedi lancio successivo)
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Il doppio volto di Rosarno: razzismo mafioso e il volontariato che accoglie

15/02/2010
14.58
IMMIGRAZIONE
Dossier “Arance insanguinate”. Già alla fine degli anni Novanta i migranti si appellavano al sindaco: “Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricita’”

Reggio Calabria – Dal dossier Arance Insanguinate emerge anche il doppio volto di Rosarno. Violenza xenofoba da un lato, reazioni del volontariato laico e cattolico dall’altro. L’impegno di pochi volontari per l’accoglienza dei migranti che ad ogni stagione invernale arrivavano a raccogliere le clementine della Piana. “Rosarno è anche tra i primissimi paesi calabresi ad avere progettato politiche di sostegno ai migranti già nel 1995”, si legge nel documento. Nel 1994 viene eletto sindaco di Rosarno Peppino Lavorato, comunista da sempre impegnato nella lotta alle cosche. Lavorato mostra sensibilità umana e istituzionale verso gli immigrati. Le ‘ndrine non tardano a presentare il conto. La notte di Capodanno lanciano un’offensiva a colpi di mitragliatore contro il Comune e gli edifici scolastici. La risposta è una festa dei popoli che dal 6 gennaio del 1995, per tutti gli anni del doppio mandato del sindaco Lavorato, ogni Epifania distribuirà pasti caldi agli immigrati sulla piazza intitolata al giovane dirigente comunista Giuseppe Valarioti, trucidato dalla ‘ndrangheta a Rosarno nel 1980.

Le violenze ovviamente non si fermano. A ottobre del 1996 il rinvenimento del cadavere senza volto nelle campagne di Laureana di Borrello. Nel gennaio del 1997 un raid punitivo ferisce a sprangate tre marocchini. E ancora, un’altra sparatoria il 9 novembre del 1999 lascia sul terreno tre feriti gravi. “Non tutti i rosarnesi sono razzisti e mafiosi, ma tutti i mafiosi rosarnesi sono razzisti” è il commento del giornalista Alessio Magro di daSud Onlus, a conclusione del lungo elenco di crimini contro gli africani. Tra cui le aggressioni con le spranghe in motorino agli immigrati che passano sulla via Nazionale. Ma un altro aspetto che emerge chiaramente è quello delle rivendicazioni dei migranti, stanchi di subire angherie. Negli anni si sono susseguiti gli appelli e le lettere dei lavoratori stagionali al sindaco. Già nel lontano 1999, all’indomani dell’ennesimo agguato nelle bidonville, gli africani denunciano il clima di terrore scrivendo: “ Per paura la brava gente rifiuta di affittarci le loro case, quindi siamo obbligati a dormire in modo disumano nei ghetti senza acqua e senza elettricità”. Il 15 novembre del 1999 il consiglio comunale vara un pacchetto di misure pro immigrati, corsi di lingue e una mensa. “Nel 2003 finisce l’era del sindaco antimafia”, conclude Magro. Il problema cresce a dismisura, il comune viene commissariato per le infiltrazioni della criminalità. Nessuno riesce a dare attenzione ai migranti, se non pochi generosi volontari e Medici senza frontiere. (vedi lanci successivi) (raffaella cosentino)
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